Umberto Saba

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Umberto Saba nel 1951

Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (1883 − 1957), poeta e scrittore italiano.

Citazioni di Umberto Saba[modifica]

  • Ai poeti resta da fare la poesia onesta.[1]
  • Amai trite parole che non uno | osava. M'incantò la rima fiore | amore, | la più antica difficile del mondo.[2]
  • Ed è il pensiero | della morte che, in fine, aiuta a vivere.[3]
  • Era questo la vita: un sorso amaro.[4]
  • Ho parlato a una capra. | Era sola sul prato, era legata. | Sazia d'erba, bagnata | dalla pioggia, belava. | Quell'uguale belato era fraterno | al mio dolore. Ed io risposi, prima | per celia, poi perché il dolore è eterno, | ha una voce e non varia.[5]
  • I premi letterari sono una crudeltà. Soprattutto per chi non li vince.[6]
  • Il portiere su e giù cammina come sentinella. | Il pericolo lontano è ancora, ma se in un nembo s'avvicina | oh allora una giovane fiera s'accovaccia e all'erta spia.[7]
  • La bocca | che prima mise | alle mie labbra il rosa dell'aurora, | ancora | in bei pensieri ne sconto il profumo.[8]
  • La giovanezza ama la giovanezza.[9]
  • La letteratura sta alla poesia come la menzogna alla verità.[10]
  • Spesso, per tornare alla mia casa | prendo un'oscura via di città vecchia. | Giallo in qualche pozzanghera si specchia | qualche fanale, e affollata è la strada.[11]
  • Trieste ha una scontrosa | grazia. Se piace, | è come un ragazzaccio aspro e vorace, | con gli occhi azzurri e mani troppo grandi | per regalare un fiore…[12]
  • Tu questo hai della rondine: | le movenze leggere; | questo che a me, che mi sentiva ed era | vecchio, annunciavi un'altra primavera.[13]
  • Tu sei come una giovane, | una bianca pollastra. | Le si arruffano al vento | le piume, il collo china | per bere, e in terra raspa; | ma, nell'andare, ha il lento | tuo passo di regina, | ed incede sull'erba | pettoruta e superba. | È migliore del maschio. | È come sono tutte | le femmine di tutti | i sereni animali | che avvicinano a Dio.[14]
  • Voi lo sapete, amici, ed io lo so. | Anche i versi somigliano alle bolle | di sapone; una sale e un'altra no.[15]

Scorciatoie e raccontini[modifica]

Umberto Saba nel 1951

    Roma, febbraio 1945; pp. 15-34.

  • Scorciatoie. Sono − dice il Dizionario − vie più brevi per andare da un luogo ad un altro. Sono, a volte, difficili; veri sentieri per capre. Possono dare la nostalgia delle strade lunghe, piane, diritte, provinciali. (2, p. 19)
  • Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi [...]. Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli. (4, p. 20)
  • E i dittatori? Ma sono semplicemente i maestri con la verga in mano. E il comunismo è la scuola elementare più pulita. (8, p. 23)
  • Il poeta è un bambino che si meraviglia delle cose che accadono a lui stesso, diventato adulto.[16] (14, p. 27)
  • Arrivati ad una certa età, non si può più discutere. Si può solo imparare o insegnare. Imparare sarebbe, ancora, il meglio. Ma chi può insegnare a un vecchio? Deve imparare da se stesso, o sparire. (18, p. 29)
  • Non esiste il caso; non esiste la famosa tegola sul capo. Esistono nessi − e autodecisioni − che noi non sappiamo. (21, p. 30)
  • Le guerre si combattono perché l'uomo è un animale aggressivo; il più aggressivo, forse, della creazione. (23, p. 32)

    Roma, marzo 1945; pp. 35-48.

  • I wagneriani erano sospetti, non perché amavano Wagner; ma perché amavano solo Wagner. (28, p. 37)
  • La rima può essere ovvia come fiore amore, o creare impensati accostamenti. Ma solo allora è perfetta, quando, se volti in prosa il componimento, non puoi sostituire, senza danno del significato, le parole che rimano. (29, p. 37)
  • Sono un conservatore della specie più rara. Capisco – da sempre – che a molto deve rinunciare chi voglia conservare l'essenziale. Un conservatore nato non ragiona così. O, meglio, egli non ragion affatto. Egli soffre semplicemente di costipazione. (31, p. 38)
  • Patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia. (32, p. 38)
  • Il nazionalismo mostra, come la nevrosi, il rovescio della medaglia; attraverso l'esasperazione di un sentimento così naturale nell'uomo come l'amore per il proprio paese, il principio della sua negazione. (33, pp. 38-39)
  • L'Ottocento volle vivere troppo a spese degli istinti. (34, p. 39)
  • Il Novecento pare abbia un solo desiderio: arrivare prima possibile al Duemila. (35, p. 39)
  • Tubercolosi, cancro, fascismo. Ogni epoca ha la sua malattia, alla quale risponde un'altra (ma è probabilmente la stessa) nel campo morale. L'Ottocento ebbe la tubercolosi e gli sdilinquimenti sentimentali; il Novecento ha il cancro e il fascismo. Tutto il processo del fascismo – manifestarsi della sua vera natura quando è già tardi per un efficace intervento chirurgico; sua impossibilità di morire se non assieme alla vittima alla quale si è abbarbicato; tendenza a riprodursi in luoghi lontani dalla sua prima sede; disperate sofferenze che genera in quelli che ne sono colpiti; guasti profondi che si rivelano all'esame necroscopico dei corpi (o paesi) sui quali abbia totalitariamente imperato – tutto, dico, il suo processo ha sorprendenti somiglianze con quello del cancro. Ma in un'altra cosa gli assomiglia ancora.
    Nessuno ignora oggi che la tubercolosi è, molte volte, uno dei mezzi che i giovani impiegano per suicidarsi. Azzardo l'ipotesi che il cancro (malattia degli anziani) abbia le sue radici psichiche in un tentativo sbagliato dell'organismo per ringiovanire. La formazione di un neoplasma potrebbe significare il desiderio di rifarsi un nuovo organo, p. es. un nuovo stomaco. (Ho comunicata questa mia ipotesi ad alcuni medici intelligenti, i quali ne hanno tutt'altro che riso). Ebbene: che cosa è stata in fondo l'adesione al fascismo – in Italia e altrove – se non un tentativo sbagliato della borghesia di rifarsi una vita nuova, di ringiovanire? Troppo tardi si è accorta poi dell'errore; e allora... non c'era più rimedio; la buona cosa, la cosa provvidenziale, che si presentava apportatrice di un «ordine nuovo» recava invece inumane sofferenze; e, a più o meno lunga scadenza, la morte. (43, pp. 43-44)
  • Medici. Non v'è quasi altra differenza fra un medico buono ed uno cattivo che questa: il primo è innamorato della guarigione, il secondo della malattia. Il cattivo medico non desidera guarire radicalmente l'ammalato; ma solo calmare i sintomi che lo fanno soffrire. Così il cliente gli è grato del sollievo... e ritorna. (Il ragionamento è – si capisce – inconscio. O almeno...) (44, pp. 44-45)
  • Verdi. Amavo poco, nella mia prima giovinezza, questo artista, quasi troppo genitale per essere un artista. «Tutti i suoi personaggi – dicevo – cantano divinamente con alito vinoso». Ma quel «divinamente» lo aggiunsi più tardi. (46, p. 45)
  • Gli strilli acutissimi dei bimbi in cuna, o portati a prendere il sole da madri amorose, in carrozzella, ricordano, molto da vicino, i: Presto Francia! Presto Polonia! di Adolfo Hitler. (48, p. 46)

    Roma, aprile 1945; pp. 49-66.

  • Il tempo è rotondo; ritorna in sé stesso. E gli orologi, che servono a indicarlo, dovrebbero pure essere rotondi. Lo furono infatti: dalla loro invenzione a ieri. L'uso, ultimamente invalso di dare agli orologi forma quadrata, triangolare, ottagonale, è uno dei tanti piccoli indizi dello smarrimento dei nostri giorni. Di mille e non più mille. (51, p. 52)
  • Libri gialli. Ricordano le interminabili avventure dei cavalieri erranti. Al posto del cavaliere è stato messo il poliziotto. Ma (come tutto in un'epoca si tiene) questi è affezionato (sebbene per uno scopo diverso) alla tecnica della psicoanalisi. L'indizio rivelatore è sempre dove nessuno lo cerca. (55, pp. 53-54)
  • Nietzsche, il mio Nietzsche, il mio buon Nietzsche (non quello altro e di altri) è così affascinante perché parla all'anima e di cose dell'anima come Carmen parlava d'amore a Don José. «Non ci si annoiava con quella ragazza!» diceva questi a Merimée, alla vigilia di morire per lei. E nemmeno noi ci annoiamo con Nietzsche. Nietzsche non fu un filosofo; fu il caso estremo di una quasi completa sublimazione di Eros. Fu anche altra cosa; lo so. (59, pp. 55-56)
  • Bacco, tabacco e Venere, ed altri stupefacenti, riducono l'uomo in cenere[17] solo se egli ne usa senza innocenza; combattuto fra la convinzione che essi gli sono nocivi e il rimorso di non potersene astenere. (63, pp. 57-58)
  • Arte. Non si rivolge all'avvenire, ma al passato. Come l'istinto è retrograda. Vive – anche là dove non sembra – del proibito. Senza scoprire il proprio giuoco – che allora sarebbe perduta – offre un illusorio, ma appropriato compenso a tutte quelle «tendenze» che l'uomo, dalla sua più tenera infanzia (preistoria) in poi, ha dovuto abbandonare, per camminare su due, invece che su quattro gambe; per diventare giorno per giorno (secolo per secolo) una persona civile. (67, pp. 60-61)
  • L'arte, per la sua intima natura profondamente asociale, serve – attraverso vie proprie – alla vita sociale. (67, p. 61)
  • Perché gli artisti, anche quelli che hanno la più intima, profonda, giustificata coscienza del loro valore, sono così inconsolabili davanti all'insuccesso? (68, p. 61)
  • L'opera d'arte è sempre una confessione; e, come ogni confessione, vuole l'assoluzione. (68, p. 62)
  • Roma – m'hanno detto – è come una madre negra. Piena di abbominevoli difetti. Ma le madri negre – aggiungo io – sono le più amorose – e quindi le migliori – del mondo. (69, p. 62)
  • La questione meridionale è così difficilmente solubile, perché costituzionale, di clima. Anzi, non è una questione; è un modo – che vale un altro – di essere. (70, p. 62)
  • Perché maestro e scolaro sieno – reciprocamente – perfetti, bisogna che fra i due si svolga continuamente questo muto dialogo: Foss'io ancora, fanciullo, come te! – Potessi io un giorno diventare quale tu sei, mio buon maestro! (73, p. 64)

    Roma, aprile-maggio 1945; pp. 67-88.

Umberto Saba
  • «Papà − diceva una giovinetta a una giovinetta sua uguale − è un bambino con molti mezzi a sua disposizione.» (78, p. 69)
  • I fatti preesistono. Noi li scopriamo, vivendoli. (94, p. 76)
  • Svevo poteva scrivere bene in tedesco; preferì scrivere male in italiano. Fu l'ultimo omaggio al fascino assimilatore della «vecchia» cultura italiana. (100, p. 79)
  • Gli uomini non hanno memoria, non hanno immaginazione, non hanno senso fisionomico. Di questo, ne hanno meno dei poveri cani. Quali – se ne avessero avuto almeno altrettanto – quali mali si sarebbero risparmiati! Non vedevano – Dio mio! – quelle facce? (110, p. 82)
  • Gli uomini, anche i migliori, non mettono tanto l'accento sull'avere, quanto sul desiderio che gli altri non abbiano, o abbiano meno. (112, p. 83)
  • I due più bei versi della letteratura italiana sono per me, in questo momento: «La bocca mi baciò tutto tremante»[18] e «L'uno buggera l'altro, Santità»[19]. [...] Dimenticavo un terzo, meno bello; ma, per quello che dice, più italiano ancora. Lo canta (preludendo alla cabaletta «Aragonese vergine») il «partigiano» Ernani; ed è – specialmente se il tenore ha una bella voce ed attacca bene – come lo spiegarsi al sole della bandiera nazionale: «Udite tutti del mio cor gli affanni.»[20] (113, pp. 83-84)

    Roma, maggio-giugno 1945; pp. 89-124.

  • I poeti e i filosofi. I poeti (questo lo sanno tutti) sono egocentrici. Per essi, il mondo esterno esiste; solo gira esclusivamente intorno alla loro persona. I filosofi (metafisici) avevano fatto un passo più avanti nel cammino della regressione: erano egocosmici. (136, p. 104)
  • I poeti (intendo particolarmente i poeti lirici) o sono fanciulli che cantano le loro madri (Petrarca), o madri che cantano i loro fanciulli [...] o (quest'ultimo caso è meno frequente: Shakespeare nei suoi sonetti?) una cosa e l'altra. Si direbbe che la lirica (con molte apparenze contrarie) non possa uscire da questo cerchio incantato; e che noi teniamo qui, finalmente il nocciolo dell'ispirazione poetica. (137, p. 104)
  • I ragazzi si danno i pugni per non accarezzarsi. E, qualche volta, si accarezzano per non darsi i pugni. (143, p. 109)
  • A Moravia (egli non è il solo) deve essere accaduto qualcosa. Non oggi, non ieri; in tempi preistorici, sepolti nelle profondità di un totale (non però irrevocabile) oblìo. È come se egli, essendo ancora piccolo bambino, avesse (fingendo, magari, di dormire) spiato e sorpreso quello che un altro pazzo (ma non, questo, d'ingegno) – l'autore dell'Igiene dell'amore – chiamava, con le bave alla bocca «l'amplesso»; e – come succede ai pargoli maldesti – scambiato questo con un'aggressione; un atto sadico. Ne restò fortemente impressionato. Poi dimenticò. Ma era ormai – senza saperlo – fissato a quell'immagine mostruosa e irreale. Essa improntò, non dico la sua vita (che né so, né voglio saperlo); ma (questo posso affermarlo) la sua arte. Ma è peccato. È peccato, perché Moravia non è solo scrittore d'ingegno, ma forse anche [...] di genio. (152, pp. 114-115)

    Roma, marzo-giugno 1945; pp. 125-164.

  • La guerra è – tutti lo sappiamo ormai – una cosa orribile, ed anche senza gloria. [...] Resta però il fatto che l'uomo non odia la guerra quanto dovrebbe. Almeno non odia – benché spesso se ne lamenti – il servizio militare. (Carletto e il servizio militare, p. 148)
  • Esauriti in breve gli indispensabili preliminari, arrivò prima possibile alla sola cosa che veramente gli premeva: parlare di sé. («Udite tutti del mio cor gli affanni», p. 154)

    1934-35; pp. 167-191.

  • Anche la civiltà cannibalica ci ha lasciato, morendo, qualcosa di apprezzabile: il bacio. (2, p. 176)
  • Letteratura italiana. Potrebbe rimanere, di secoli di noia, un verso: il più bello, il più inutile, il più melanconico, il più perfetto che sia mai stato scritto:
    E chiaro nella valle il fiume appare.[21] (3, p. 176)
  • Artisti. Non vanno presi troppo sul serio. Sono tutti − Dante compreso − bambini in castigo. (5, p. 176)
  • Libri gialli. La felicità del lettore nasce dall'illusione di non essere egli il colpevole. Invece lo è. «Anch'io avrei potuto commettere un delitto, ma fortunatamente...» Le persone che hanno troppo senso di colpo e una vita – attraverso, ahimè! quali agonie – illibata, non possono leggere i libri gialli: si ammalano. (6, p. 177)
  • Verdi. È l'artista più genitale che conosca: tanto da non essere più quasi un artista. La maggiore beatitudine della sua musica è quella di possedere la donna amata; la più grande sventura quella di perdere un essere caro. Sono le sue eterne melodie di amore e di morte. Solo eccitante concesso: il vino. Tutti i suoi personaggi cantano divinamente con alito vinoso. (7, p. 177)
  • Il giovane che accoglie e alleva nei suoi polmoni la tubercolosi si suicida – come Nelson a Trafalgar – ma prima di aver combattuto. Il cancro dei vecchi è la stessa cosa, ma con sofferenze tanto maggiori quanto maggiore è il conflitto che la malattia – a suo modo – esprime e risolve. (9, p. 178)
  • Non pare che i moribondi soffrano di morire ma del conflitto fra il desiderio (cosciente) di vivere, e quello (incosciente) di morire. (10, p. 178)
  • Cane. Vorrebbe sfogare i suoi istinti (appena coperti) e, al tempo stesso, conservarsi l'amore del padrone. Ma l'una cosa e l'altra non può. Trema. Ha senso di colpa. Guarda i suoi occhi; so che li guardi volentieri, che li capisci, che ti sono anche troppo fraterni... (12, p. 179)
  • Può essere – e perché no? – che i promessi sposi vivano più a lungo di tutti gli altri romanzi ottocenteschi. Ma di quale vita? Artisticamente disinfettati al massimo, e preservati, fino agli ultimi limiti dell'ingegno umano, dai vermi della corruzione; questo sì, sono. Ma la cosa che è conservata! Nell'ipotesi più benigna un attacco di agorafobia. (13, pp. 179-180)
  • La pazzia e la delinquenza hanno più di un rifugio: le prigioni, i manicomi... altri ancora. Verrà il giorno nel quale si toglierà loro, con un atto ardito, il beneficio di un tetto sicuro? (15, p. 180)
  • Gli individui, le nazioni, i continenti si odiano e si minacciano. Perché una cosa stia (momentaneamente) in piedi, bisogna che parta da aggressione. L'aggressione allo stato puro è la cosa più apprezzata. (16, pp. 180-181)
  • Di cosa soffre profondamente l'uomo? Di non poter né sfogare né sublimizzare i propri istinti. (21, p. 182)
  • Omero rimase vivo duemila anni. Guerra e pace, che forse non è meno bella dell'Iliade, è invecchiata dopo cinquant'anni. (22, p. 183)
  • Buono e cattivo sono termini arcaici, che l'abuso ha degradati a significati solo gastronomici. Propongo di sostituirli con «chiaro» e «oscuro». Tutto quello che (in noi stessi) è chiaro, è buono; tutto quello che è oscuro, è cattivo. (26, pp. 184-185)
  • Io amo moltissimo il Parini; sono uno dei pochi ad amarlo. Ma come possono i critici scrivere, ancora oggi, che Il giorno «sferza i costumi effeminati del secolo» mentre (quello che Parini credeva di fare non importa) un liceale dovrebbe vedere che la sua vena secreta, quella senza la quale il poema non sarebbe nato, è l'invidia del plebeo per il nobile, inasprita da una sfumatura di quel sentimento amoroso, o quasi amoroso, che ispirò i sonetti di Shakespeare, rivolti anche quelli a un «giovane signore»? (27, p. 185)
  • Racine. Come hanno potuto i francesi anche solo avvicinare al grosso Corneille questo sottile usignolo che ha empito di accenti penetranti tutte le notti dell'insonnia? Oh, Racine! Tenero e crudele Racine! Pensare che hai taciuto, come una qualunque La Valliére, per aver perdute le grazie di un re decorativo e bastone! (28, pp. 185-186)
  • Le persone che fanno professione di sincerità, delle quali si dice che «hanno il cuore in bocca», sono le più simulatrici. Dicono tutto a tutti per nascondere una cosa sola. (31, p. 187)
  • La grazia dell'infanzia è la disgrazia dell'età matura. (35, p. 188)
  • Cuore. Diffidate dei libri troppo dolci. Quasi sempre furono scritti per non scriverne altri, che sarebbero stati esattamente il contrario. L'autore di un libro tristemente famoso non poteva, per postumi di gelosia infantile, sopportare l'infanzia. Obbligò al suicidio il suo figlio diletto, e invigliacchì con cuore tre generazioni. (36, p. 189)
  • Diffidate degli scrittori che si attaccano ai grandi soggetti, alle biografie degli uomini riputati enormi. Sono come quelli che si lasciano crescere la barba per nascondere il mento troppo corto. (38, p. 190)
  • Beethoven parla come se tutti fossero sordi. Annuncia, svolge, varia, ripete (all'infinito). Quando si pensa che abbia terminato, e si sta per tirare un sospiro di sollievo, ricomincia. Indugia troppo, anche nei suoi paradisi. (39, p. 190)
  • Ogni giorno si apre una finestra. Entra una luce cruda, aggressiva, al magnesio. Sorprende cose venerabili in atteggiamenti sospetti. (40, p. 190)

Incipit di Ernesto[modifica]

– Cossa el ga? El xe stanco?
– No. Son rabiado.
– Con chi?
– Col paròn. Con quel strozin. Un fioreto e mezo per caricar e scaricar due cari.
– El ga ragion lei.
Questo dialogo (che riporto, come i seguenti, in dialetto; un dialetto un po' ammorbidito e con l'ortografia il più possibile italianizzata, nella speranza che il lettore – se questo racconto avrà mai un lettore – possa tradurlo da sé) si svolgeva a Trieste, negli ultimissimi anni dell'Ottocento. Gli interlocutori erano un uomo – un bracciante avventizio – ed un ragazzo. L'uomo era seduto su un mucchio di sacchi di farina, in un magazzino di Via... portava in testa un grande fazzoletto rosso, che gli scendeva giù dalle spalle (questo per proteggere il collo dallo strofinamento dei sacchi). Era un uomo giovane, sebbene apparisse – come notava Ernesto – un po' stanco; ed il suo aspetto aveva qualcosa di lontanamente zingaresco, ma di uno zingaresco molto attenuato, molto addomesticato. Ernesto era un ragazzo di sedici anni, praticante di commercio in una ditta che comperava farina dai grandi Mulini dell'Ungheria, e la rivendeva ai fornai della città.

Citazioni su Umberto Saba[modifica]

  • Ama la vita per quanto la vita possa servirgli; ama Trieste per quanto la città possa contribuire a liberarlo; ama l'amore per quanto il sentimento possa fare rintracciare le orme vergini della sua virilità spirituale. È sempre un amore da escluso, da uomo di solitudine: mai capace di un significato universale. (Francesco Grisi)
  • Del resto, anche Saba e Montale sono caduti nello stesso tranello: loro, che in vita hanno osato sì e no andare qualche volta a comprare il pane non accompagnati dalla tata, si sono sentiti «in intima sintonia» con Rimbaud. (Aldo Busi)
  • Saba odiava il genere umano, e a parlargli di mondanità usciva fuori di sé. (Aldo Palazzeschi)

Note[modifica]

  1. Da Quel che resta da fare ai poeti.
  2. Da Mediterranee.
  3. Da Sera di febbraio.
  4. Da Il canzoniere (1900-1945), Einaudi.
  5. Da La capra, in Casa e campagna; citato in Picchione, p. 196.
  6. Citato in L'espresso – Volume 50, Edizioni 22-28, Editrice L'Espresso, 2004, p. 69.
  7. Da Tre momenti.
  8. Da Ultime cose.
  9. Da Il canzoniere.
  10. Da Quel che resta da fare ai poeti, Edizioni dello Zibaldone, Trieste, 1961.
  11. Da Trieste e una donna.
  12. Da Trieste.
  13. Da A mia moglie, in Casa e campagna; citato in Picchione, p. 196.
  14. Da A mia moglie, in Casa e campagna; citato in Picchione, p. 194.
  15. Da Cose leggere e vaganti.
  16. Ripresa in un discorso del 27 giugno 1953 tenuto per ringraziare il corpo accademico dell'Università di Roma della laurea in lettere honoris causa. Cfr. Francesco Grisi, Chiarezza e realismo di Saba, Il Popolo, 3 marzo 1963.
  17. Cfr. Proverbio italiano: «Bacco, tabacco e Venere riducon l'uomo in cenere.»
  18. Cfr. Dante Alighieri, Divina commedia, Inferno, canto V, v. 136: «La bocca mi basciò tutto tremante».
  19. Cfr. La prima bbinidizzione papale, sonetto classicamente attribuito a Giuseppe Gioachino Belli ma probabilmente apocrifo, v. 9: «Uno buggera l'antro, Padre santo».
  20. Cfr. Ernani di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, atto I, scena II: «Udite or tutti del mio cor gli affanni».
  21. Cfr. Giacomo Leopardi, Canto XXIV – La quiete dopo la tempesta, v. 7.

Bibliografia[modifica]

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Opere[modifica]