Ippolito Nievo

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Ippolito Nievo

Ippolito Nievo (1831 – 1861), scrittore e patriota italiano.

Citazioni di Ippolito Nievo[modifica]

  • Come vedi, la mia Musa sta molto sul positivo, ama i dettagli della vita pratica, e o trascura o sdegna i voli lirici e sentimentali dei poeti Pratajuoli: credo d'aver scelto la via se non più brillante almeno più utile. E poi mi sta dinnanzi quel grande esemplare del Giusti che m'insegna il modo d'adoperarsi perché il verseggiare non sia un'inutilità sociale.[1]
  • Ho scritto questo dramma [Gli ultimi anni di Galileo Galilei] per purgare il gran Galileo dell'accusa di viltà mossagli con tanta apparenza di verità dai suoi nemici. Cerco in esso di mostrare come alte e generose e veramente degne di lui furono le ragioni che lo indussero alla famosa ritrattazione. I.N.[2]
  • Invece mi tocca qui andar a zonzo col fucile in ispalla per ispaventare le passere del vicinato, e quando sono ad un certo punto tornarmene addietro per paura d'incappare nei Tedeschi! Oh qual felicità! S'immagini che li abbiamo qui a tre miglia, e che per valido antemurale abbiamo, credo, tre carabinieri appostati al confine! (dalla lettera a Luisa Sassi de' Lavizzari, in Tre lettere inedite, a cura di Gaetano Cogo, Visentini, 1901[3])
  • Quanto a me se non ha mai saputo nulla le darò in quattro tocchi la mia biografia presente e quasi anche futura. Fui letterato a Milano fino all'Aprile, soldato con Garibaldi fino ad ora, e d'ora in poi imbecille campagnuolo fino a nuovo ordine. Credo che quando sarò stufo di spaventare a fucilate le passere del vicinato prenderò la via di Modena, intanto faccio compagnia alla mamma che appunto per questo è uscita da Mantova e scrivacchio versi a ore perdute. (dalla lettera a Marietta Armellini Zorzi, in Tutte le opere[3])
  • Ti ho detto molte volte, che io non sono niente affatto curioso, e che supplisco coll'immaginazione a tutte le cose che voglio sapere, ma questa volta la immaginazione mi ha dato risorse tanto sconfortanti, che io ho creduto meglio per la mia quiete di lasciarla dormire e non punzecchiarla troppo: poiché se sapesti cosa è capace di fare una immaginazione un po' riscaldata![4]
  • Venezia non era più che una città e voleva essere un popolo. (da Memorie di un italiano, cap. XI[5])

Le confessioni di un italiano[modifica]

Incipit[modifica]

Io nacqui Veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell'evangelista San Luca; e morrò per la grazia di Dio Italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo.
Ecco la morale della mia vita. E siccome questa morale non fui io ma i tempi che l'hanno fatta, così mi venne in mente che descrivere ingenuamente quest'azione dei tempi sopra la vita d'un uomo potesse recare qualche utilità a coloro, che da altri tempi son destinati a sentire le conseguenze meno imperfette di quei primi influssi attuati.

Citazioni[modifica]

  • [...] il Friuli è un piccolo compendio dell'universo, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì. (cap. I)
  • Il fatto si è che quei simboli del passato sono nella memoria d'un uomo, quello che i monumenti cittadini e nazionali nella memoria dei posteri. Ricordano, celebrano, ricompensano, infiammano: sono i sepolcri di Foscolo che ci rimenano col pensiero a favellare coi cari estinti: giacché ogni giorno passato è un caro estinto per noi, un'urna piena di fiori e di cenere. Un popolo che ha grandi monumenti onde inspirarsi non morrà mai del tutto, e moribondo sorgerà a vita più colma e vigorosa che mai: come i Greci, che se ebbero in mente le statue d'Ercole e di Teseo nel resistere ai Persiani di Serse, ingigantiti poi nella guerra contro Mahmud alla vista del Partenone e delle Termopili. (cap. III)
  • Poi a poco a poco la finta di dormire mi si volse in sonno vero, ed il sonno in un ghiribizzo continuo di sogni, di fantasmagorie, di trasfiguramenti, che mi lasciò di quella notte l'idea lunga lunga d'un'intera vita. Che il tempo non si misurasse, come pare, dai moti del pendolo, ma dal numero delle sensazioni? Potrebbe essere; e potrebbe esser del pari che una tal questione si riducesse a un gioco di parole. Io certo vissi alle volte nel sogno di un'ora lunghissimi anni; e mi parve poter spiegare questo fenomeno assomigliando il tempo ad una distanza ed il sogno ad una vaporiera. I prospetti sono gli stessi ma passano più rapidi; la distanza non è diminuita ma divorata. (cap. III)
  • Io poteva essere stato al Bastione di Attila, che è un'altura presso la marina di fianco a Lugugnana dove la tradizione paesana vuole che venendo da Aquileia abbia tenuto suo campo il re degli Unni prima di essere incontrato dal pontefice Leone. (cap. III)
  • Al povero giurisdicente, che coll'acume della paura intendeva meravigliosamente tutti questi discorsi, i sudori freddi venivano giù per le tempie, come gli sgoccioli d'una torcia in un giorno di processione. Il dover rispondere, il non voler dire né sì né no, era tal tormento per lui che avrebbe preferito di cedere tutti i suoi diritti giurisdizionali per esserne liberato. (cap. IV)
  • Dove tuona un fatto, siatene certi, ha lampeggiato un'idea. (cap. VI)
  • Nessuno crede ora che la Rivoluzione francese sia stata la pazzia d'un sol popolo. La Musa imparziale della storia ci ha svelatole larghe e nascoste radici di quel delirio di libertà, che dopo avere lungamente covato negli spiriti, irruppe negli ordini sociali, cieco sublime inesorabile. Dove tuona un fatto, siatene certi, ha lampeggiato un'idea. Soltanto la nazione francese, spensierata e impetuosa, precipita prima delle altre dalla dottrina all'esperimento: fu essa chiamata il capo dell'umanità, e non ne è che la mano; mano ardita, destreggiatrice, che sovente distrusse l'opera propria, mentre nella mente universale dei popoli se ne matura più saldo il disegno. (cap. VI)
  • I veneziani di Portogruaro erano riesciti collo studio di molti secoli a disimparare il barbaro e bastardo friulano che si usa tutto all'intorno, e ormai parlavano il veneziano con maggior caricatura dei veneziani stessi. Niente anzi li crucciava più della dipendenza da Udine che durava a testificare l'antica loro parentela col Friuli.. Erano come il cialtrone nobilitato che abborre lo spago e la lesina perché gli ricordano il padre calzolaio. Ma purtroppo la storia fu scritta una volta, e non si può cancellarla. I cittadini di Portogruaro se ne vendicavano col prepararne una ben diversa pel futuro, e nel loro frasario di nuovo conio l'epiteto di friulano equivaleva a quelli di rozzo, villano, spilorcio e pidocchioso. (cap. VI)
  • Se Venezia era de' governi italiani il più nullo e rimbambito, tutti dal più al meno agonizzavano di quel difetto di pensiero e di vitalità morale. Perciò il numero degli animi che si consacrò al culto della libertà e degli altri umani diritti proclamati da Francia, fu in Italia di gran lunga maggiore che altrove. Questo più che la patita servitù o la somiglianza delle razze giovò ai capitani francesi per sovvertire i fracidi ordinamenti di Venezia, di Genova, di Napoli e di Roma, di tutti insomma i governi nazionali. (cap. VIII)
  • Memoria, memoria, che sei tu mai! Tormento, ristoro e tirannia nostra, tu divori i nostri giorni ora per ora, minuto per minuto e ce li rendi poi rinchiusi in un punto, come in un simbolo dell'eternità! Tutto ci togli, tutto ci ridoni; tutto distruggi, tutto conservi; parli di morte ai vivi e di vita ai sepolti! (cap. VIII)
  • La patria, figliuol mio [Carlo Altoviti] è la religione del cittadino, le leggi sono il suo credo. Guai a chi le tocca! Convien difendere colla parola, colla penna, coll'esempio, col sangue l'inviolabilità de' suoi decreti, retaggio sapiente di venti, di trenta generazioni! (cap. VIII)
  • Per ciò ne conviene esser umili; ubbidire, ubbidire, ubbidire. Comandi la legge di Dio, la legge che fu, la legge che è; non l'arbitrio di pochi invasati, che dicono di innovare, ma non tendono che a divorare! (cap. VIII)
  • Intanto il romore delle armi francesi cresceva alle porte d'Italia; con esse risonavano grandi promesse di uguaglianza, di libertà; si evocavano gli spettri della repubblica romana; i giovani si tagliavano la coda per imitar Bruto nella pettinatura; per ogni dove era un fremito di speranza che rispondeva a quelle lusinghe sempre più vicine e vittoriose. (cap. VIII)
  • Le donne superiori a noi! Sì, fratellini miei; consentite questa strana sentenza in bocca d'un vecchio che ne ha vedute molte. Sono superiori a noi nella costanza dei sacrifizi, nella fede, nella rassegnazione; muoiono meglio di noi: ci son superiori insomma nella cosa più importante, nella scienza pratica della vita, che, come sapete, è un correre alla morte. (cap. X)
  • Per quelle monache, quasi tutte patrizie, Repubblica di San Marco e religione cristiana formavano un solo impasto; e a udirle parlare delle cose di Francia e dei Francesi sarebbe stato il gusto più matto del mondo. Nominar Parigi o l'inferno era per esse l'egual cosa; e le più vecchie tremavano di raccapriccio pensando le orrende cose che avrebbero potuto commettere quei diavoli incarnati una volta entrati in Venezia. (cap. XI)
  • Siate uomini se volete esser cittadini; credete alla virtù vostra, se ne avete; non all'altrui che vi può mancare, non all'indulgenza o alla giustizia d'un vincitore, che non ha più freno di paure e di leggi.  (cap. XI)
  • Coi nuovi ordinamenti che ci incastreranno, ognuno che ha meriti dovrebbe soverchiare chi non ne ha. Questo in via di astrazione. Ma nel concreto colle vostre abitudini coi vostri costumi credi tu che il più ricco ed il più furbo non abbia ad esser giudicato il più meritevole? (cap. XI)
  • Era una sera così bella così tiepida e serena che parea fatta pei colloqui d'amore per le solinghe fantasie per le allegre serenate e nulla più. Invece fra tanta calma di cielo e di terra, in un incanto sì poetico di vita e di primavera una gran repubblica si sfasciava, come un corpo marcio di scorbuto; moriva una gran regina di quattordici secoli, senza lagrime, senza dignità, senza funerali. I suoi figliuoli o dormivano indifferenti o tremavano di paura; essa, ombra vergognosa, vagolava pel Canal Grande in un fantastico bucintoro, e a poco a poco l'onda si alzava e bucintoro e fantasma scomparivano in quel liquido sepolcro. (cap. XI)
  • Era un giovine alto, di trent'anni all'incirca, un vero tipo di venturiero, il ritratto animato d'uno di quegli Orsini, di quei Colonna, di quei Medici la cui vita fu una serie continua di battaglie, di saccheggi, di duelli, di prigionie. Si chiamava invece Ettore Carafa; nobilissimo nome fatto più illustre dall'indipendenza di chi lo portava, dal suo amore per la libertà e per la patria. Per le sue trame repubblicane aveva egli sofferto lunga carcerazione nel famoso Castel Sant'Elmo; indi fuggitone s'era ricoverato a Roma, e di là a Milano a formarvi a proprie spese una legione per liberar Napoli.  (cap. XV)
  • Anche Foscolo s'era fatto ufficiale nell'esercito cisalpino. Si creavano a quel tempo gli ufficiali, come gli uomini dai denti di Cadmo.
  • Ben era quel Parini che richiesto di gridare Viva la Repubblica e muoiono i tiranni rispose: – Viva la Repubblica e morte a nessuno! Ben era quel Foscolo che diede l'ultima pennellata al suo ritratto dicendo: – Morte sol mi darà pace e riposo. (cap. XV)
  • Quell'ammasso di case di torri di cupole in mezzo all'acqua del Mincio mi fece pensare a Venezia: cosa volete? Invece di sorridere, sospirai; il passato poteva sopra di me assai piú del futuro, o lo stesso futuro mi traspariva qual doveva essere, di gran lunga diverso dalla creatura prediletta dell'immaginazione. Cionullameno quella festa [per l'adesione alla Repubblica Cisalpina] d'una città italiana [Mantova], già signora di sé, con corte, con leggi, con privilegi proprii, la quale si metteva uguale colle altre per esser libera o serva, felice od infelice insieme alle altre, mi saldò nel cuore un bel germoglio di speranze. (cap. XVI)
  • In fin dei conti [i Gonzaga] hanno stipendiato Mantegna, hanno fatto dipingere a Giulio Romano la volta dei Giganti, hanno liberato il Tasso dallo spedale, hanno vinto o perduto nella persona del condottiero la battaglia di Fornuovo, vi par poco? Era tempo che si mettessero anch'essi a giacere a canto dei Visconti, degli Sforza, dei Torriani, dei Bentivoglio, dei Doria, dei Colonna, dei Varano e di tutti gli altri. (cap. XVI)
  • Ettore Carafa non era l'uomo delle mezze misure. Giunto dinanzi al suo feudo di Andria i cui abitanti parteggiavano per Ruffo, diede loro assai buone parole di moderazione e di pace. Non ascoltato sfoderò la spada, ordinò l'assalto; e un assalto del Carafa voleva dire una vittoria. (cap. XVII)
  • Che l'anima sua [Ettore Carafa] generosa e benedetta abbia in altro luogo quel premio che quaggiù non ottenne benché lo avesse valorosamente meritato! (cap. XVIII)
  • Quanto sei bella, quanto sei grande, o patria mia, in ogni tua parte!... A cercarti cogli occhi, materia inanimata, sulle spiagge portuose dei mari, nel verde interminabile delle pianure, nell'ondeggiare fresco e boscoso dei colli, tra le creste azzurrine degli Appennini e le candidissime dell'Alpi, sei dappertutto un sorriso, una fatalità, un incanto!... A cercarti, spirito e gloria, nelle eterne pagine della storia, nell'eloquente grandezza dei monumenti, nella viva gratitudine dei popoli, sempre apparisci sublime, sapiente, regina! A cercarti dentro di noi, intorno a noi, tu ti nascondi talora per vergogna la fronte; ma te la rialza la speranza, e gridi che delle nazioni del mondo tu sola non moristi mai! (cap. XVI)
  • Vi prenderà stupore e noia che la mia vita per qualche tempo cosí capricciosa e disordinata riprendesse allora un tenore sí quieto e monotono. Ma io racconto e non invento: d'altra parte è questo un fenomeno comunissimo e naturale nella vita degli Italiani, che somiglia spesso al corso d'un gran fiume calmo lento paludoso interrotto a tratti da sonanti e precipitose cascate. Dove il popolo non ha parte del governo continuamente, ma se la prende a forza di tanto in tanto, questi sbalzi queste metamorfosi devono succedere di necessità, perché altro non é la vita del popolo se non la somma delle vite individuali. Per questo io girai alcuni anni lo spiedo, fui studente e un po' anche cospiratore; indi tranquillo cancelliere, poi patrizio veneto nel Maggior Consiglio e segretario della Municipalità: da amante spensierato di tutto mi mutai di colpo in soldato: di soldato in ozioso un'altra volta, poi in intendente e in maggiordomo: finii a maritarmi e a sonar l'organo. (cap. XIX)
  • Allora si vide cosa fosse il Regno d'Italia senza Napoleone, e a che i popoli sieno menati da istituzioni anche maschie senza libertà. Fu uno sgomento una confusione universale: un risollevarsi un combattersi di speranze diverse mostruose, tutte vane. A Milano si trucida un ministro, si abbattono le insegne dell'antico potere, si gavazza nella presente licenza non pensando al futuro. E il futuro fu come lo volevano gli altri; in onta alle rispettose e sensate domande della Reggenza provvisoria, in onta alle belle parole degli ambasciatori esteri. Il popolo non aveva vissuto; non viveva. (cap. XIX)
  • Il giorno appresso abbandonai con dispiacere quelle incantevoli spiagge di Napoli che pur m'erano state fatali due volte: non le potei salutare cogli occhi, ma il cuore armonizzò co' suoi palpiti l'inno mestissimo della partenza. Sapeva di non doverle piú rivedere, e se io non moriva per loro, esse restavano come morte per me. (cap. XX)
  • O patria patria, come allarghi i tuoi legami per tutto il mondo! Due nati sotto il tuo cielo si riconoscono senza palesar il proprio nome sulla terra straniera, e una forza irresistibile li spinge l'uno all'altro fra le braccia! (cap. XXIII)
  • [Lucilio rivolgendosi a Carlo Altoviti] Credo nel futuro della scienza, se almeno qualche cometa o il raffreddamento della corteccia terrestre non verrà a guastare l'opera dei secoli. Credo all'entusiasmo delle anime che irrompendo quandocchesia nella vita sociale anticiperanno di qualche millennio il trionfo della scienza, come il matematico calcolatore è prevenuto nelle sue scoperte dalle audaci ipotesi del poeta! (cap. XX)
  • Cresceva per la Grecia il favore e l'entusiasmo dei generosi. Byron offerse le sue fortune, negoziò un imprestito, ma in quel frattempo ammalò, e alla notizia della malattia tenne dietro ben presto quella della morte. La Grecia accorse ai suoi funerali, tutta l'Europa pianse sopra la tomba santificata dall'ultimo anno di sua vita, e s'impose il suo nome ad uno dei bastioni di Missolungi. (cap.XXI)
  • I calunniatori sono anche di solito vigliacchi.
  • Il Carafa mi strinse la mano senza molta effusione e si ritirò ripigliando il suo fiero cipiglio guerresco; mi parve che nel rilevare il petto e nello scuotere leggermente i capelli, egli gettasse le spoglie del gineceo per rivestire la pelle leonina d'Alcide.
  • Il Direttorio e Napoleone ci tradirono, è vero. Buonaparte usò con Venezia come coll'amica che intende l'amore per servitù e bacia la mano di chi la percote.
  • [Ettore Carafa] Invulnerabile come Achille, egli precedeva sempre la legione; valente soldato colla spada, col moschetto, sul cannone, si mescolava colle abitudini dei soldato, e riprendeva a suo grado le maniere di capitano senza dare nell'occhio per soverchia burbanza.
  • Io sono entrato più che mezzo nel gran regno delle ombre; il resto vi entrerà fra poco.
  • L'amore è un'erba spontanea, non una pianta in giardino.
  • La gioventù è il paradiso della vita; ed i vecchi amano l'allegria che è la gioventù eterna dell'animo.
  • Mi destai per porgere gli estremi uffici all'amico, deporlo nel suo ultimo letto, e accompagnarlo per le acque silenziose all'isola di san Michele. Io invidio ai morti veneziani questo postumo viaggio; se un lontano sentore di vita rimane in essi, come pensa l'americano Poe, deve giungere ben soave ai loro sensi assopiti il dolce molleggiar della gondola.
  • Napoli è rimasto per me un certo paese magico e misterioso dove le vicende del mondo non camminano ma galoppano, non s'ingranano ma s'accavallano, e dove il sole sfrutta in un giorno quello che nelle altre regioni tarda un mese a fiorire.
  • Nominate Roma; è la pietra di paragone che scernerà l'ottone dall'oro. Roma è la lupa che ci nutre delle sue mammelle; e chi non bevve di quel latte, non se ne intende.
  • Non v'ha orgoglio che superi l'orgoglio degli umili.
  • Per far trionfare il vero e il buono bisogna farsi posto tra i primi, a gomitate anche, non importa. Ma figurati il gran danno che ne verrebbe se in quei posti ci spuntassero dei tristi e dei fannulloni.
  • Per finir poi di parlarvi di Bologna, dirò che vi si viveva allora e vi si vive sempre allegramente, lautamente, con grandi agevolezze di buone amicizie, e di festive brigate. La città dà mano alla villa e la villa alla città: belle case, bei giardini, e grandi commodi senza le stirecchiature di quel lusso provinciale che dice: «rispettatemi perché costo troppo e devo durare assai!...»
  • Per me gli orizzonti si allargano sempre più; dall'Alpi alla Sicilia, è tutta una casa. L'abito con un solo sentimento che non morrà mai neppure colla mia morte.
  • [...] Pio IX. Chi al leggere questo nome non lo sente rimormorare sulle labbra, come una nota melodia che ci ronza negli orecchi lungo tempo dopo averla ascoltata?... Pio IX era anzitutto sacerdote e papa e lo si volle trasformare in un Giulio II pontefice e soldato; fu come quando si travede in una nuvola un simbolo una figura che chi l'ha in capo la ravvisa, ma invano si cercherebbe farla vedere agli altri.
  • Vivendo bene, si muore meglio; desiderando nulla, si possiede tutto.

Explicit[modifica]

O primo ed unico amore della mia vita, o mia Pisana, tu pensi ancora, tu palpiti, tu respiri in me ed intorno a me! Io ti veggo quando tramonta il sole, vestita del tuo purpureo manto d'eroina, scomparir fra le fiamme dell'occidente, e una folgore di luce della tua fronte purificata lascia un lungo solco per l'aria quasi a disegnarmi il cammino. Ti intravedo azzurrina e compassionevole al raggio morente della luna; ti parlo come a donna viva e spirante nelle ore meridiane del giorno. Oh tu sei ancora con me, tu sarai sempre con me; perché la tua morte ebbe affatto la sembianza d'un sublime ridestarsi a vita più alta e serena. Sperammo ed amammo insieme; insieme dovremo trovarci là dove si raccolgono gli amori dell'umanità passata e le speranze della futura. Senza di te che sarei io mai?... Per te per te sola, o divina, il cuore dimentica ogni suo affanno, e una dolce malinconia suscitata dalla speranza lo occupa soavemente.

Storia filosofica dei secoli futuri[modifica]

Incipit[modifica]

La scienza delle analogie ha donato alla terra l'America ed al cielo i pianeti di Leverrier. Essa somiglia a quelle donne, nate per regnare nei balli e nei teatri, di cui ognuno contesta la bellezza, salvo poi a caderne innamorati alla prima occasione. Eterna e sempre giovine erede di Platone, essa batte colle ali dipinte di iride gli ultimi confini dello scibile umano, mentre la scienza sperimentale, tabaccona contemporanea di Galileo, incespica ad onta de' suoi occhiali nei ciottoli della strada postale.

Citazioni[modifica]

  • La buona novella ch'io [Giovanni Mayer, Papa della buona gente] ho portato è questa: che si vive per vivere, che perciò bisogna viver bene, e che a viver bene giovano il buon umore, il lavoro moderato, e il fare e l'accettare benefizi. Ecco la mia religione; che fa salvi, allegri e contenti tutti, meno gli oziosi e i birbanti. Il mondo è fatto per tutti; bisogna metter via quel vecchio salmo della mortificazione della carne inventato dai ricchi a danno dei poveri; occorre dar a tutti una parte di felicità qui in questo mondo, ove siamo certi di goderla. Al resto pensi Iddio; e salute a tutti! (Libro terzo)
  • L'introduzione delle lingue articolate, la formazione delle famiglie, il trovato della navigazione, l'agricoltura, lo stabilimento delle città, la codificazione morale religiosa, il dogma dell'eguaglianza umana, l'invenzion della polvere e della stampa, il trionfo della libertà di coscienza, l'applicazione del vapore e dell'elettrico, l'assetto definitivo della nazionalità, la concordia democratica universale, e la sanzione sociale del diritto di viver bene aveano condotto l'umanità di metamorfosi in metamorfosi a non riconoscersi più nella sua forma originale. (Libro quarto)
  • I medici lo denominarono la peste apatica, e sembra infatti ch'egli riconosca origine dall'indolenza relativa cui son condannaci ora gli organi umani dopo tanti e tanti secoli di soverchia e convulsiva fatica. Questo contagio putrido e spaventevole, il raffreddamento sensibilissimo della superficie terrestre, e l'aumento graduale della noia e del suicidio per causa di essa sono i tre pericoli cui andiamo incontro, e nell'uno dei quali una volta o l'altra l'umanità finirà col soccombere. (Libro quinto)

Explicit[modifica]

Io non so cosa dirne. Sono un po' avvilito di metter fuori per istorie de' secoli futuri questa cantafera; ma pare che il nostro postero, Vincenzo Bernardi di Gorgonzola la penserà o scriverà così nel 2221 e io l'ho trascritta religiosamente dalla prima parola all'ultima... Sarà tutto vero? Ai posteri l'ardua sentenza! Noi limitiamoci in ogni caso a pregare in queste ultime righe la futura maestà del patriarca Adolfo Kurr; perché questo libro appartenente per la data e l'autore al 2222 sia risparmiato dall'eccidio universale che sarà bandito da lui contro tutti i libri anteriori al 2000. Così potranno verificare se il racconto del signor Vincenzo Bernardi sarà stato veritiero sino all'ultima linea. Ed io pure aggiungo: sia pace all'anima sua; e sia aiutato a suo tempo a venir al mondo da una buona comare!

Ferdinando de' Nicolosi, filosofo-chimico

Incipit di alcune opere[modifica]

Antiafrodisiaco per l'amor platonico[modifica]

— Cosa diavolo vi è saltato addosso, mio bel Signore Stracotto, che dimenate gambe, e braccia come il Telegrafo?
— Uno sgraziato diavolo in verità! perché jeri sedeva tranquillamente nella mia poltrona, e fumavo un zigaro, e da questa mattina in qua sono in una convulsione uniformemente accelerata. Povera la mia pace! Ah Signor mio, sono innamorato!
— Innamorato! poveretto! innamorato? Lo diceva io, che non eravate del solito umore! Ah ma io possiedo un farmaco eccellente per la vostra malattia. Una storiella amenissima che vi ridurrà in poco tempo al vostro stato normale.
— Davvero, mio caro? Vi prevengo peraltro che il mio stato normale non è la noja.

Il barone di Nicastro[modifica]

Or fa un secolo, scriveva Giangiacomo essere la Corsica il paese più vergine d'Europa. Ma dappoi l'eredità di un tale privilegio, toltole ladramente dai Francesi, fu adita col benefizio dell'inventario dalla sorella Sardegna; e forse sperò costei d'invogliare così gli sposatori, che solamente adesso cominciano a inuzzolirle dintorno. Peraltro ai tempi di cui parlo, la verginità della Sardegna non correva ancora di tali pericoli; anzi da Cagliari a Sassari la sua prole irrequieta, viveva allo scuro come un devoto uditorio sotto il tendone del predicatore, credeva a Dio, ad alcuni Santi, e a tutte le streghe della tragedia, e s'accoltellava con rara semplicità senza dar di sé contezza o desiderio al parentado oltremarino. – Notate che io non parlo del secolo passato, ma solo di nove o dieci anni addietro. Eppure come la Trinacria Ciclopica allo sbarco d'Ulisse, ed Otahiti all'arrivo di Cook e il Giappone oggidì, era la Sardegna a que' tempi – Tempi beati!

Il conte pecoraio[modifica]

Un bel paesino guarda nel mezzano Friuli[6] lo sbocco d'una di quelle forre, che dividono il parlare italico dallo slavo; ma quanto le montagne gli si radunano da tergo aspre e aggrottate, altrettanto esso ride tutto aperto e pampinoso incontro al sole che lo vagheggia dall'alba al tramonto anche nelle giornate piú avare del verno. Pronunciare cosi di botto le tre dolci sillabe del suo nome, sarebbe come innamorarvene addirittura, e togliere a me scrittore il merito di un tal trionfo; onde, lettori garbati, accontentatevi di sapere per ora, come lo divida per mezzo il torrente Cornapo, nato poche miglia piú sopra tra le prime vedette del grande accampamento slavo.

Il Varmo[modifica]

Ogni disposizione di natura, per quanto semplice o sgraziata, spira tuttavolta per chi la contempli con ben temprato animo una sua singolar poesia dalla quale ci si rivelano bellezze tanto più delicate e pellegrine quanto meno aperte e comprese. Un tale che, partitosi dalle folte campagne del Trivigiano col mal del quattrino nel fegato, di qua del ponte della Delizia devii verso Camino per quella magra pianura che costeggia il Tagliamento, subito col desiderio ritorna alle negre arature di Oderzo e ai colli pampinosi di Conegliano, abbandonando alla rabbia della bora e delle montane quei deserti di ghiaia.

Citazioni su Ippolito Nievo[modifica]

  • [Parla Ippolito Nievo] Così sono, e son condannato a esserlo. Sarò sempre fantastico, buio, tenebroso, bilioso. Ho ormai trent'anni e ho sempre fatto la guerra, per distrarmi da un mondo che non amo. E così ho lasciato a casa un grande romanzo ancora manoscritto. Vorrei vederlo stampato, e non posso occuparmene perché ho questi sudici conti da curare. Se fossi ambizioso, se avessi sete di piaceri... se fossi almeno cattivo... come Bixio. Niente. Mi conservo ragazzo, vivo alla giornata, amo il moto per muovermi, l'aria per respirarla. Morirò per morire, e tutto sarà finito. (Umberto Eco)
  • "D'accordo su Carini" disse Garibaldi. "Ma non capisco perché all'altro estremo mettiate questo povero barone: che ci apre, sì, il palazzo e le cantine, ed è già molto… ma non credo abbia a farsi perdonare, e che nasconda odio per noi."
    "Perché" disse Nievo "io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono: i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all'azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e famigliare la morte… Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…"
    "Questa è poesia" disse Sirtori.
    "Oh, certamente" disse Nievo. "Ma per far prosa vi dirò, e il generale vorrà perdonarmi, che non mi piace questo barone; e non mi piacciono i siciliani come Cri…"
    Garibaldi fece un gesto reciso "torniamo alla poesia" disse. (Leonardo Sciascia)
  • Di Ippolito Nievo non posso dir altro che a vederlo sì indovinava in lui un uomo superiore. Io l'ho amato appena lo ebbi veduto nella carrozza dell'Acerbi che era l'intendente della spedizione. Stavamo accampati al Pozzo di Renna, un giorno di pioggia. La carrozza era là in mezzo al campo; e, dal fondo di essa, quel giovane avvolto nel mantello guardava lontano nella gola dei monti per dove si aveva a passare volendo andare a Palermo. Lo riveggo sempre in quel momento, quando ripenso a lui. Aveva un occhio malinconico, qualcosa di diverso dagli altri uomini in tutta la persona. Io , fantasioso, allora immaginavo di lui che fosse chi sa quale straordinario essere, e non mi sbagliai. (Giuseppe Cesare Abba)
  • Le cause del naufragio, le circostanze del disastro, lo scioglimento del mistero che tuttora circonda la fine di Nievo, il ritrovamento delle casse e dei resti del battello a vapore, sono il tema di una narrazione che assume, a tratti, l'aspetto di un'inchiesta o di un giallo politico. Sotto questo aspetto, il romanzo di Nievo è "anche" la storia di una sospetta strage di Stato italiana, maturata dalla Destra e decisa dal potere piemontese per liquidare la Sinistra garibaldina: "strage" con la quale si sarebbe aperta la storia dell'Italia unita. (Cesare Garboli)

Note[modifica]

  1. Dalla lettera ad Andrea Cassa, 14 febbraio 1854; in Lettere, a cura di Marcella Gorra, Milano, Mondadori, 1970, p. 264.
  2. Citato in Dario Mantovani, Il poeta soldato, p. 37.
  3. a b La lettera fu spedita da Rodigo (MN) l'8 ottobre 1859.
  4. Dalla lettera a Matilde Ferrari, 20 luglio 1850.
  5. Citato in Nuova Antologia, luglio-settembre 1980, Feliciano Benvenuti, Venezia nel Settecento, pp. 123 e 142.
  6. Pur troppo chi ha su per le dita i governi della Russia ed i Distretti del Canadà ignora sovente la partitura naturale e le condizioni delle nostre provincie sorelle. Né il Friuli ci guadagna da codesta ignoranza, disconosciuto e calunniato ch'egli è, anche innocentemente, dai chiacchieroni e dalle gazzette. Per chi ne ha d'uopo aggiungo cosí all'infretta queste note, gli errori delle quali saranno forse meno massicci di quelli che corrono tuttavia per prette verità sulle bocche anche de' nostri letterati. — Il Friuli ha il suo nome dal Forum Julium (il Cividale d'oggidí, 10 miglia al nord-est di Udine). Esso fu dapprima, come suona il nome, provincia romana; corso poi e saccheggiato da ogni schiatta di barbari, principalmente dagli Unni; tenuto col resto dell'Italia settentrionale dai Longobardi, che vi ebbero un potentissimo Duca; ereditato dai Franchi e dagli Imperatori di Alemagna; sorto a vita quasi propria sotto il dominio dei Patriarchi d'Aquileia che lo tennero come feudo imperiale; lacerato al pari d'ogni nostra provincia da guerre intestine, piú di tutte, da guerre castellane e da discordie famigliari; scorrazzato da Ungheri, da Uscocchi, da Turchi (l'ultima scorreria di costoro fu nel 1470); passato per estorta dedizione alla Repubblica di Venezia, che sempre lo governò con leggi e consuetudini proprie e con nazionale Parlamento, dandogli il nome venerabile di Patria, comeché da Aquileia si vogliano fuggiti i primi abitatore di Rialto. — Esso comprende, ne' suoi confini naturali: la regione fra Livenza e Tagliamento con S. Vito Pordenone e Portogruaro (quest'ultimo ora nella provincia di Venezia); il pedemonte e la pianura fra il Tagliamento, l'Isonzo ed il mare, con Udine, Cividale (in friulano Cividat o Civitas per antonomasia), San Daniele, Gemona, Palmanova e Latisana; la montagna superiore a tutte queste fiumane, soprannominata la Cargna (non la vera Carnia, che era oltre le Alpi nella Carinzia e Carniola) le vallate fra Tagliamento ed Isonzo, nelle quali son chiusi i comuni slavi del Friuli, divisi nelle due popolazioni disparatissime per indole, dialetto e costumi, di Resia e di S. Pietro; parte della Contea di Gorizia colla città di questo nome, che parla una varietà del Friulano; finalmente il cosí detto Territorio fra l'Isonzo, il Carso Triestino ed il Mare, con Gradisca, Monfalcone, Aquileia e Grado, già appartenente alla Repubblica di Venezia ed ora con tutta la Contea di Gorizia aggregato al Regno Illirico. — I distretti alpini del Cadore e del Comelico stettero altre volte col Friuli; ora con miglior distribuzione fanno parte della Provincia di Belluno; nella quale non si parla già il vernacolo friulano, come pretese l'eccellentissimo dei nostri almanacchi, tanto e si vanamente desiderato anche quest'anno, sibbene un gergo affatto Veneziano. In tutte le regioni summentovate la popolazione passa, a mio credere, le 550.000 anime; delle quali meglio di mezzo milione parla il dialetto Romanzo Friulano. Quella parte poi del Friuli naturale che forma l'attual Provincia del Friuli col capoluogo di Udine (la più vasta e popolata fra le Lombardo-Venete) somma poco meno che 500.000 abitanti, dei quali solo poche migliaia parlano alcuni dialetti slavi, o il vernacolo Trevisano (nel distretto di Sacile fra. Piave e Livenza). — Tutti gli altri usano del parlare Friulano, puro, nobile e antichissimo germoglio della gran Lingua Italica; nel quale non sono piú frequenti le radicali forestiere che nel Milanese o nel Bergamasco, pochissime derivanti dallo Schiavonesco e nessuna, a mia saputa, dal Tedesco. Vi predomina l'elemento Celtico; del che potrebbe darci schiarimento quel passo di Tacito che dice il Foro Giulio colonia della Gallia Narbonese. — La lontananza, la gelosia del Governo Dogale, la vita affatto provinciale e il frapposto Tagliamento, che solamente da mezzo secolo soffre il peso d'un ponte lungo quasi un chilometro, tennero diviso dalla famiglia italiana questo popolo solerte, robusto, frugale, ammirabile per la santità e semplice vaghezza de' suoi costumi. Eguali cagioni vi tardarono gl'incrementi delle arti, delle lettere, delle scienze, che ora vi allignano, come in vergine suolo, piú potentemente che altrove. Tuttavia, anche parlando del passato, Paolo Diacono, Giovanni da Udine, Pellegrino da S. Daniele, Amalteo Pordenone, il poeta Ciro da Pera, il generale Savorgnano, lo storico Liruti e Fra Paolo Sarpi nacquero Friulani e crebbero onore all'Italia. Sicché anche la fecondità di tempi meno avveduti conforta la speranza, che al Friuli, come parte rilevantissima della patria comune e protettor naturale della coltura italiana in Istria ed in Dalmazia, non verranno meno né il cuore né le forze, e che darà buoni frutti l'opera avviatrice sí altamente compresa da molti scrittori e pratici viventi.

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