Al 2020 le opere di un autore italiano morto prima del 1950 sono di pubblico dominio in Italia. PD

Guido De Ruggiero

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Guido De Ruggiero

Guido De Ruggiero (1888 – 1948), storico della filosofia, professore universitario e politico italiano.

Citazioni di Guido De Ruggiero[modifica]

  • [Alessandro Magno] distrusse Tebe e risparmiò Atene, in rispetto al suo passato in derisione al suo presente. (da Storia della filosofia greca, vol. II, 1950)
  • [La filosofia spinoziana] è il documento di una nuova alleanza tra il presente e il passato. Alla fine del XVIII secolo, quando il cartesianesimo, come scuola filosofica in senso stretto, sarà già tramontato da un pezzo, il pensiero spinoziano, appena riscoperto, avrà ancora qualcosa di nuovo e di vivo da dire al mondo. Esso darà alle insopprimibili esigenze metafisiche dello spirito umano, prima e dopo di Kant, quel fervore religioso, quell'afflato panico, quell'indirizzo unitario, senza i quali ogni metafisica inevitabilmente languisce. E darà ancora in una trasparente formulazione cartesiana, alcuni dei risultati più vitali di un secolare travaglio speculativo, come segno, e insieme come pegno, di una più larga collaborazione umana, al di sopra dei tempi. (da Storia della filosofia, parte quarta, La filosofia moderna, L'età cartesiana, Laterza, Bari, 1939)
  • [...] la più efficace difesa della civiltà e della cultura... si è avuta in Italia, per opera di Benedetto Croce. Se da noi solo una frazione della classe colta ha capitolato di fronte al nemico... a differenza di quel che è avvenuto in Germania, moltissimo è dovuto al Croce. (da Nuova Europa; citato in Leo Valiani, La filosofia della libertà, Edizioni di Comunità, Milano, 1963)
  • La psicologia è la parte più nuova e originale del tomismo: quella che ne fa una dottrina ben differenziata dagli altri sistemi della scolastica, ed intorno alla quale si accendono pertanto le dispute più vivaci. (da Storia della filosofia, parte terza, La filosofia del Cristianesimo, vol. 3, Laterza, Bari, 1964, cap. 17, p. 155)

Filosofi del Novecento[modifica]

  • Giorgio Santayana è oriundo spagnuolo, ma inglese di elezione. Della patria originaria egli ha una esuberanza tutta meridionale, di sensibilità e d'immaginazione, unita a una concettosità tipicamente spagnuola. Dalla patria elettiva egli ha preso l'orientamento della sua cultura e i problemi stessi della sua filosofia. Secondo la terminologia filosofica corrente, egli può essere caratterizzato come un «realista»; ma a differenza dal realismo aridamente logico di un Broad e di un Moore o dal realismo astrusamente scientifico di un Whitehead, il suo è un realismo ricco di motivi artistici e di scorci suggestivi, in cui si rivela un felice incrocio di nativo temperamento e di cultura acquisita. (cap. IV, p. 47)
  • In verità, la filosofia del Santayana, come la sirena della leggenda, desinit in piscem[1]. Piena di vivacità e di colore finché si muove, anche con intenti polemici, tra le cose e le realtà che pretende interdire al pensiero, s'inaridisce e s'annulla quando prende sul serio l'interdetto e si chiude nel vagheggiato regno, che le appariva attraente, quando l'intravedeva da lontano, in un contrasto di ombre e di luci. Non vuol forse dire questo che il contrasto è più essenziale e intrinseco al pensiero che non la sospirata quiete? e che la quiete stessa del puro mondo delle essenze non è che una mobile prospettiva presa dal contrastato mondo del divenire? Buon per l'autore, come già per Platone, ch'egli s'indugi, anche con scopo polemico, nella zona dei contrasti: qualcosa di quella vita egli la porta con sé nel suo limbo. (cap. IV, p. 62)
  • Per il Collingwood l'ordine irriversibile e progressivo delle attività spirituali consta di cinque momenti: arte, religione, scienza naturale, storia, filosofia; e il loro moto ascensivo è determinato da ciò, che ponendosi ognuna di esse come definizione della verità o dell'assoluto, rivela la propria natura contradittoria e svolge dal suo seno stesso un'esigenza che solo la forma superiore può adempiere; così, di forma in forma, si ascende fino alla filosofia, che tutte le spiega, le riscatta e le armonizza nell'unità dello spirito. (cap. VI, p. 93)
  • Noi siamo soliti d'interpretare l'evoluzione in termini di progresso. Ma non è questo il significato della dottrina darwiniana. Il progresso implica un fine intenzionale che si realizza per gradi, mentre Darwin esclude ogni finalità della natura e considera la forza evolutiva come un cieco meccanismo. È l'ambiente, per lui, che decide della sorte degl'individui e delle specie: i selezionati non sono, necessariamente, i migliori, ma quelli che sono riusciti a sopportare le condizioni imposte dal nutrimento, dal clima, ecc. E se è vero che il processo evolutivo va da specie più semplici e indifferenziate a specie più differenziate e complesse, è anche vero che, talvolta, esso porta con sé delle degenerazioni, come p. es. il passaggio di alcune specie da una vita indipendente a una vita parassitaria. (cap. XII, pp. 203-204)
  • Forse a voler guardare fino in fondo, si può trovare che il limite del filosofo non è diverso da quello dello storico. Non è un mero caso che anche le opere storiche del Dilthey ci siano giunte nello stesso stadio d'incompiutezza e di scarsa organicità, ma piene di vita e ricche di rilevo nelle singole parti. Il Dilthey aveva piuttosto l'ambizione e l'ansia della grande sintesi storica che la capacità di realizzarla. E questa insufficienza tradiva, in fondo, un errore della sua dottrina storiografica. (cap. XIII, p. 233)
  • [Wilhelm Dilthey] [...], pur avendo esordito col psicologismo, egli ha compiuto tutti gli sforzi possibili per liberarsene, o almeno per integrarlo con una visione speculativa, mutuata dall'idealismo classico tedesco. Egli non tardava infatti a convincersi che «l'anima» della psicologia empirica non potesse servire da criterio d'interpretazione della storia, e vagheggiava una psicologia di ordine superiore, che avesse per proprio soggetto, invece dell'anima, lo spirito. (cap. XIV, p. 240)
  • La filosofia di Carlo Jaspers non differisce essenzialmente da quella di Heidegger, ma è più diluita, più abbondante, più incline a estendere la sfera dell'esperienza esistenziale. (cap. XVI, p. 293)

Storia del liberalismo europeo[modifica]

Incipit[modifica]

«In Francia la libertà è antica; il dispotismo è recente.» Queste parole di Montesquieu non sono prive di verità storica. La libertà è più antica dell'assolutismo della monarchia moderna, perché ha la sua radice nella società feudale. Qui essa ci appare come frazionata e quasi sparpagliata in una miriade di libertà particolari, ciascuna delle quali è chiusa in un involucro, che la cela ma insieme la protegge: come tale, noi la conosciamo sotto il nome di privilegio. Dove la forza dello stato è ridotta a una mera parvenza, la libertà non può sussistere che a questo titolo: in mancanza di una tutela superiore e comune, le singole forze cercano di tutelarsi da sé, riunendosi insieme in ragione delle loro affinità più prossime, e così si procurano quel tanto di sicurezza che è indispensabile allo spiegamento della loro attività. L'aristocrazia feudale, le comunità urbane e rurali, le corporazioni di mestieri, sono gruppi privilegiati, cioè liberi nella propria sfera.

Citazioni[modifica]

  • Nell'economia generale del movimento politico europeo, il liberalismo italiano ha una importanza modesta. Esso non è che un riflesso di dottrine e di indirizzi stranieri; notevole, del resto, per lo sforzo che vi si rivela, di un riadattamento alle condizioni particolari dell'Italia e per la sua stretta connessione col processo di unificazione nazionale. Sotto quest'ultimo aspetto, anzi, esso rappresenta l'esempio più significativo dell'efficacia delle idee liberali nel cementare l'unione di un popolo; poiché, se anche in Germania il sentimento nazionale si risveglia in nome della libertà, l'unificazione politica invece avviene per altra via e con altri mezzi; mentre in Italia si dà un caso di fedeltà e di costanza, che riesce molto istruttivo per la storia del liberalismo. (cap. IV, p. 291)
  • Lo spirito della Controriforma ha smorzato il sentimento individualistico di cui si alimenta il liberalismo moderno; e, anche più che soffocarlo con la coazione, lo ha inaridito alla fonte con la sua educazione gesuitica, rivolta a deprimere l'autonomia del volere e a piegarne le energie all'ossequio passivo dell'autorità. (cap. IV, p. 292)

Note[modifica]

  1. lett. termina a coda di pesce (Orazio, Ars poetica, 4).

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]