Marie-Louise von Franz

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Marie-Louise von Franz (1915 – 1998), psicoanalista svizzera.

Le fiabe interpretate[modifica]

Incipit[modifica]

  • Le fiabe sono l'espressione più pura e semplice dei processi psichici dell'inconscio collettivo. Per l'indagine scientifica dell'inconscio esse valgono perciò più d'ogni altro materiale. Le fiabe rappresentano gli archetipi nella forma più semplice, più genuina e concisa. In questa forma così pura, le immagini archetipiche ci offrono i migliori indizi per comprendere i processi che si svolgono nella psiche collettiva. Mentre nei miti, nelle leggende, o in qualunque altro materiale mitologico più elaborato, noi scopriamo i modelli fondamentali della psiche umana rivestiti di elementi culturali, nelle fiabe il materiale culturale specificamente cosciente è presente in misura molto minore; esse riflettono, perciò, più chiaramente i modelli fondamentali della psiche.

Citazioni[modifica]

  • Quando si raccontano fiabe ai bambini, essi s'identificano con immediatezza e genuinità, accogliendo tutto il sentimento contenuto nella storia. Se si racconta loro la storia del piccolo anatroccolo, tutti i bambini che hanno complessi d'inferiorità sperano di conquistare un giorno una principessa. La storia opera proprio così, offrendo un modello Vitale, incoraggiante, vivificante che agisce dall'inconscio, riportando alla memoria tutte le possibilità positive di vita. (p. 57)
  • […] in molte chiese e cappelle della Baviera la statua della Vergine è circondata da rospi di cera. La Vergine Maria ha ereditato, qui, la funzione della divinità greca Artemide Ilitia, protettrice dei parti, la madre benefica che aiuta la donna a portare a termine la gravidanza e a far nascere il bambino senza incidenti. L'analogia tra rospo e utero ci suggerisce che, nel nostro contesto, il rospo rappresenta il grembo materno, la madre; proprio ciò che manca nella famiglia descritta nella nostra storia. (p. 67)
  • Possiamo dire allora che il territorio significa la madre, e che per alcune tribù nomadi del Nord Africa il tappeto ha lo stesso significato. Hanno bisogno della continuità del legame col suolo materno; non possedendolo all'esterno, poiché vivono dormendo quasi ogni notte su un diverso lembo di sabbia, esse portano con sé il loro territorio simbolico. (p. 70)
  • L'uomo moderno che si volge ai propri sogni e li prende davvero in considerazione con costanza può ricostruire dall'inconscio la sua vita simbolica. Ma ciò presuppone che i propri sogni vengano interpretati non solo a livello intellettuale, ma integrati realmente nella propria vita. Risorgerà così la vita simbolica, non più in forma collettiva e ritualistica, ma con tonalità e tratti più spiccatamente individuali. Non ci si affiderà più solo al razionalismo dell'Io, ma si radicherà l'Io stesso in un flusso di vita psichica che si esprime in forma simbolica e richiede da noi un modo d'agire simbolico. (p. 88)

Psiche e materia[modifica]

Incipit[modifica]

  • Com'è generalmente noto, due sono i pionieri dell'inconscio: Sigmund Freud e Carl Gustav Jung. Essi hanno messo in luce qualcosa di cui si parlava già da lungo tempo e che tuttavia non era stato indagato empiricamente: l'esistenza d'una realtà psichica al di là dell'Io cosciente. Freud vedeva nell'inconscio anzitutto l'ambito nel quale esistono pulsioni sessuali rimosse. Per Jung, invece, l'inconscio è anche ed essenzialmente un campo in cui si costellano percezioni oscillanti, anticipazioni di processi psichici evolutivi, precursori, cioè, di ulteriori processi coscienti e, in generale, di tutti i contenuti creativi. Esiste, in realtà, un altro pioniere dell'inconscio, il matematico francese Henri Poincaré, che lo scoprì in sé attraverso un'esperienza personale: egli cercava una spiegazione per le cosiddette funzioni automorfe, ma non sapeva trovare la formula. Nel dormiveglia intuì, in una sorta di visione, la soluzione di questo problema. Ne dedusse che nell'uomo dovesse esserci una seconda personalità inconscia, capace, con suo grande stupore, d'un giudizio matematico valido.

Citazioni[modifica]

  • Gli archetipi junghiani sono stati spesso paragonati alle idee platoniche. Va detto tuttavia che la differenza tra un'immagine archetipica dell'idea platonica consiste nel fatto che l'idea platonica è concepita come un puro contenuto di pensiero, mentre un archetipo si può esprimere anche come sentimento, emozione o fantasia mitologica. L'archetipo junghiano è perciò un concetto più ampio dell'idea platonica. (p. 7)
  • Una delle maggiori concezioni, divenuta oggi ancor più significativa, quasi un modello concettuale di base della fisica moderna, è l'idea che in definitiva abbiamo a che fare con strutture matematiche, idea già precorsa dai pitagorici, che videro i numeri naturali e certe relazioni tra i numeri come autentici e costanti della natura. Tutte queste concezioni, che costituiscono temi fondamentali delle scienze moderne, sono al 95% immagini divine (stima prudenziale, poiché sinora non ho trovato eccezioni). (p. 12)
  • Quando i cinesi vogliono informazioni sui processi psichici, osservano semplicemente che cosa accade intorno a loro nella materia e lo assumono come specchio dei processi psichici interni. Per loro è una cosa ovvia. (p. 17)
  • L'interessante è dunque che le esperienze sincronistiche siano quasi tutte esperienze uniche, che non raggiungono alcun grado di attendibilità, e ciò nonostante posseggano un alto valore informativo. Anche un'esperienza unica, se rientra in un contesto archetipico, può fornire un'ulteriore informazione. Ciò riguarda proprio gli elementi sincronistici, che, com'è noto, non si ripetono, né consentono una riproduzione sperimentale. (p. 20)
  • Jung è giunto alla convinzione che l'archetipo sarebbe per noi qualcosa d'impenetrabile, l'ultima abissale struttura del nostro essere, che possederemo forse in eterno all'interno di questo modello, tuttavia, possono avvenire creazioni nel senso di una creatio continua. (p. 24)
  • È dunque possibile dimostrare empiricamente che l'intero ambito psichico, che Jung definisce inconscio collettivo, lo strato più sotterraneo dell'inconscio osservabile psichicamente, possiede una struttura di campo, i cui punti «carichi d'energia» corrispondono agli archetipi. I decorsi energetici in questo campo seguono un processo lineare irreversibile, e quindi determinano il tempo. (p. 45)
  • Il numero è, secondo Jung, la forma più primitiva degli archetipi, quell'ordinatore delle nostre riflessioni coscienti in cui si legano quantità e senso. (p. 83)
  • Per il suo carattere femminile la sapienza è maggiormente legata al sentimento: elemento, questo, da considerare anche nella teoria junghiana della sincronicità, poiché la costatazione del senso non è solo un processo cognitivo del pensiero, ma qualcosa che tocca anche il sentimento. (p. 148)
  • Jung scoprì che è possibile una certa predicibilità non degli eventi sincronistici, ma del «coordinamento acausale», attraverso metodi divinatori numerici. Ciò dimostrerebbe un legame tra il numero naturale e il coordinamento acausale. Sembra risultarne pertanto un «gioco degli archetipi» legato al tempo. Con un oracolo numerico, quale ad esempio I Ching, guardiamo a un orologio cosmico e vediamo come appare il coordinamento acausale in quel momento. Perciò Jung definì il numero naturale come l'archetipo d'un ordine divenuto cosciente. Il coordinamento acausale nell'inconscio psichico, in sé, sfugge alla nostra conoscenza, ma quando ne diventiamo consci trova la sua più primitiva e arcaica espressione nel numero. (p. 150)
  • Per quanto possiamo valutare oggi la situazione, gli eventi sincronistici sono sempre collegati all'attivazione d'un archetipo. (p. 154)
  • Di qui l'affermazione dei filosofi cinesi che chiunque sia in pieno e costante contatto col Tao non ha più bisogno di consultare I Ching; anche Jung alla fine della vita smise di interrogarli, poiché, come mi raccontò un giorno, conosceva in anticipo le risposte. (p. 190)
  • Il nostro spirito non è libero di speculare a piacimento su un determinato numero: tutto ciò che diciamo è determinato e delimitato dalla concezione dell'unità, della duplicità e delle loro implicazioni. (p. 197)

Bibliografia[modifica]

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