Paolo Pulici

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Gianni Rivera, Giorgio Chinaglia e Paolo Pulici (1973).

Paolo Pulici (1950 – vivente), allenatore di calcio ed ex calciatore italiano.

Citazioni di Paolo Pulici[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Il calcio è divertimento, è un gioco. Se non ci si diverte e si gioca liberi meglio lasciar perdere. E dovrebbero ricordarselo anche i professionisti questo insegnamento. Chi pensa solo alla carriera non arriverà mai.[1]
  • Con Radice l'intesa divenne talmente intensa che non avevamo più l'esigenza di parlarci: comunicavamo a segni. Lui passava le dita sulla fronte, io capivo e ricambiavo i gesti... Davvero una cosa speciale.[2]
  • [Ai miei tempi] Il gol lo si festeggiava con la maglietta ben incollata addosso, senza irridere gli avversari e se mai applaudendo gli spalti per sottolineare come la squadra avesse giocato e segnato per la sua gente.[2]

Paolo Pulici, Il Ciclone generoso dagli occhi granata: "I miei gol a perdifiato"

Dall'intervista di Gianni Mura, Repubblica.it, 3 marzo 2014

  • Al Toro ogni partita era come una battaglia, non si discuteva con largo anticipo sul premio-partita. Il premio era l'attesa della partita, e poi giocarla e magari vincerla. La soddisfazione era dare tutto per la maglia che indossavi, e sentire i cori e gli applausi dei tifosi.
  • [Sugli inizi] Allora Roncello faceva 800 abitanti [...]. Non c'era nemmeno l'oratorio, giocavo in piazza della chiesa. Una porta era quella dell'asilo, l'altra quella di una casa. Trovo ancora qualcuno che mi rinfaccia d'aver rotto un vetro a sua nonna o a sua zia. Tiravo solo di destro. [...] A 15 anni correvo i 100 in 10"5 con le scarpe da calcio. E a 15 anni faccio i primi allenamenti veri. Ero cresciuto allo stato brado, senza che nessuno mi dicesse cosa fare o non fare. E arriva il giorno del provino con l'Inter, sul campo di Rogoredo, con altri ragazzi della regione. A guardare ci sono Helenio Herrera e Invernizzi. Li sento parlare a fine partita. "L'11 è troppo veloce per giocare a calcio, meglio che si dia all'atletica". L'11 ero io, e ci rimasi male. Poi arrivò la chiamata del Torino.
  • Il fascino, direi la scuola del Filadelfia, era che i campi d'allenamento erano tutti lì, e anche gli spogliatoi, i più vicini al campo per la prima squadra e poi via via, più defilati, quelli delle giovanili. E io ricordo bene con quanta trepidazione camminavo davanti allo spogliatoio dei titolari nella speranza che uscisse qualcuno a chiedermi chi ero, da dove venivo, in che ruolo giocavo. [...]. Quando poi qualcuno di loro si fermava a guardare le nostre partitelle, ti sentivi di spaccare il mondo.
  • [«Duelli?»] Tanti. Burgnich l'avversario più corretto, Morini il più coriaceo, una volta mi ha anche morsicato sulla schiena ma in genere s'aiutava con le mani. Berti Vogts il più cattivo, ma anche Galdiolo non scherzava. Pronti via, Pecci mi dà la palla larga, Galdiolo mi falcia da dietro, mi sbatte fuori dal campo e mi dice: o ti fermo così o non ti fermo proprio. Soddisfazioni.
  • Prima partita col Cagliari. Sottopassaggio. Sento uno che mi tocca sulla schiena, mi giro. È Riva. Vai tranquillo, mi dice, noi che veniamo dal Legnano sappiamo cavarcela. Be', mi sono sentito più alto di un metro.
  • Cuccureddu diceva che nel derby mi diventavano granata anche gli occhi.
  • Una volta in uno scontro con Scirea mi ruppi il naso. Quando mi risvegliai all'ospedale, dopo l'operazione, la prima faccia che vidi, oltre a quella di mia moglie, era di Scirea. Un grande, Gaetano.

Note[modifica]

  1. Dall'intervista di Enrico Turcato, Pulici: "Juve al top, ma il Toro può vincere", Eurosport.yahoo.com, 29 novembre 2012.
  2. a b Dall'intervista di Nicola Cecere, Pulici mito da 50 anni, La Gazzetta dello Sport, 23 marzo 2019, p. 21.

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