Gianni Mura

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Gianni Mura nel 2010

Gianni Mura (1945 – vivente), giornalista e scrittore italiano.

Citazioni di Gianni Mura[modifica]

  • [Su Paolo Sollier] A Cossato, un paesino di quattromila abitanti, aveva scritto una lettera aperta ai tifosi, spiegando perché si rifiutava di firmare autografi. Non se l'avessero a male, ma l'autografo era un segno di divismo e lui si sentiva esattamente uguale agli altri.[1]
  • A me Mourinho non ha mai dato l'immagine dell'allenatore. Non somiglia a nessuno di quelli del presente né del passato, tolto forse Helenio Herrera, molto più modesto di Mourinho [...] e comunque svantaggiato, il Mago rispetto a Mourinho, da un apparato televisivo gracile, inadeguato. Mourinho ha l'aria del condottiero, del duce, del capitano di ventura, di John Wayne ma solo quando vincono i soldati blu. Mourinho non predica l'aggressione degli spazi. Li occupa. Molti colleghi (in genere sotto i 40 anni, bisogna capirli o almeno provarci) sono affascinati da Mourinho, che effettivamente è bravissimo a incantare i serpenti, a maggior ragione le bisce d'acqua dolce. Oh, che grande comunicatore. Sì, ma cosa comunica? Uh, finalmente uno che parla chiaro in un mondo di sepolcri imbiancati. Parlerà chiaro, ma solo pro domo sua.[2] Mourinho [...] non consente le mezze misure, le tinte sfumate. O con me o contro di me.[3]
  • Consiglierei Birobiro del Corinthias, vien via per 500 milioni. E poi si può far sponsorizzare dalla Bic.[4]
  • [Su Gianni Brera] Ha alfabetizzato il tifoso di calcio con la sua rubrica della posta: stufo di Mazzola e Rivera, parlava più di Leopardi e Manzoni.[5]
  • Ho perso il conto dei miei padroni, secondo le missive. Agnelli, Moratti, Berlusconi, Sensi, Della Valle, Ferlaino, perfino Mantovani ai tempi della Samp. Quasi rimpiango i tempi in cui arrivavano le cartoline postali, rigorosamente anonime, con su scritto: "cambia mestiere, di calcio non capisci niente". Meglio ignorante che prezzolato. In questa identificazione dell'attività più sputtanata agli occhi, si fa per dire, dell'opinione pubblica, tra giornalisti e arbitri vincono i politici. Un grato pensiero e via di corsa.[6]
  • Ho visto Sollier segnare un magnifico gol all'Atalanta e rispondere agli applausi levando il pugno chiuso. Ma più d'ogni cosa m'ha impressionato il suo modo di comportarsi in campo. Gioca da centravanti arretrato e lo si trova in ogni zona del campo, in continuo movimento. Non protesta mai, non fa scene, se lo atterrano dà per primo la mano a chi lo ha steso. Chi abbia pratica dei campi di calcio, a questo livello, sa quanto sia difficile trovare un atleta che rifugga dalla tentazione (ormai cronica) di recitare, sul grande palcoscenico della domenica.[1]
  • Il fondo, come spiega il nome, consiste nell'arrivare in fondo. Chi ci riesce è un fondista, chi si ferma a metà strada è un mezzofondista, chi non parte è un messicano.[7]
  • [Sugli arbitri] Mi erano più simpatici quando, in A almeno, guadagnavano meno di un cardiochirurgo, ma mi sforzo di pensare a quelli delle serie inferiori, molto più a rischio, anche fisicamente, e molto meno ricompensati. Se non ho voglia di sforzarmi, penso che in Italia giornalisti e arbitri sono gemellati dalle certezze del tifo: servi e corrotti, giacchette nere (ora variopinte) e pennivendoli, infami.[6]
  • Sono contrario alla moviola in campo. Dopo questa captatio benevolentiae, posso divagare. Mai pensato in vita mia di fare l'arbitro. Il medico sì, e anche l'archeologo, il cuoco, il pianista, l'allevatore di conigli, il fruttivendolo, il fiorista. Da giovani si cambia spesso idea.[6]
  • Ultima considerazione: da cinquant'anni sento dire che la simulazione fa parte del gioco. Non è vero: fa parte dell'imbroglio, esattamente come truccare le carte o pilotare gli appalti. Quando i calciatori italiani la smetteranno di simulare, non dico un rigore, ma anche una gomitata non presa, un fallo non subìto, gli arbitri italiani arbitreranno con più serenità.[6]
  • Uno dei più grandi responsabili dello sfacelo del giornalismo sportivo è stato Aldo Biscardi. E con lui, tutte le trasmissioni simili al Processo del lunedì che sono nate successivamente. Biscardi ha trasformato il giornalista sportivo da firma in faccia.[8]

la Repubblica[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • [Parlando di Silvio Berlusconi] S'è sparsa voce che ce l'ho con lui, mica vero. Anzi, sta contribuendo, un po' alla volta, a chiarire l'identikit dell'allenatore del Milan. Devotamente leggendo l'accademia di Brera, venerdì, ho appreso che, propostagli la candidatura-Bagnoli, Berlusconi ha obiettato "è comunista". Chissà se è vero, certo mette malvolentieri la cravatta. (citato in Il piccolo re delle telenovelas, 25 gennaio 1987)
  • Io da Berlusconi preferirei non imparare nulla su come si vive, e in particolare a consumare i pasti mediamente in 7' 42". (citato in La rivoluzione del Sor Capanna, 15 maggio 1988)
  • [Su Arrigo Sacchi] Era e resta un uomo che brucia di idee e fervore. Alle solite, Sacchi ha predicato umiltà dal suo pulpito mistico.[9]
  • A Scirea, studente a Coverciano, un collega aveva chiesto qualche mese fa un' occhiata sul futuro. Mi basta continuare a essere quello che sono e chiedo solo un po' di salute. Tutto questo non ha più senso, solo il dolore ha un senso. Tutti noi, che abbiamo frequentato Scirea per lavoro, l'abbiamo amato e rispettato, il contrario era impensabile. Domani ci sarà, sui campi, un minuto di silenzio per ricordarlo. Un minuto è poco, ma vorrei che fosse davvero di silenzio. Senza applausi, senza cori: a lui non sarebbe piaciuto, Gaetano non era di quelli che battono le mani ai morti. Avrebbe abbassato la testa, come si usa nei paesi, ancora, e avrebbe pianto. E solo questo per lui possiamo fare, ed è poco, nulla per la sua vita così bella e chiara, per la sua morte così brutta e assurda. (5 settembre 1989, p. 37)
  • Chissà com'è venuto in mente ad Adriano Galliani di imbastire quella sceneggiata sul campo, che ha richiamato alla memoria quella dell'emiro kuwaitiano ai mondiali dell'82. Peccato che Galliani non sia un emiro, ma un industriale brianzolo, nonché l'amministratore delegato del Milan e il vicepresidente della Lega. La responsabilità del ritiro della squadra è tutta sua. Non erano d'accordo né Sacchi né i giocatori né Ramaccioni, che di regolamenti capisce e temeva sanzioni disciplinari che sicuramente arriveranno. [...] Il guaio di certe farse è che non fanno ridere. E i primi a giudicare sono stati molti tifosi del Milan. Che vergogna, hanno detto. D'accordo, inutile aggiungere altro.[10]
  • La Repubblica prima e il Giornale poi hanno aperto sulle pagine sportive un inizio di discussione sugli Europei. È difficile pretendere dall'Uefa una fermezza che non hanno organismi più rappresentativi. Ma è impossibile far finta di nulla. Per i massacratori, avere la Jugoslavia in campo in Svezia non è un traguardo sportivo, è anche un segnale di accettazione politica. Come non è un fatto sportivo che il ct Osim e la sua famiglia siano minacciati di morte, che i giocatori croati e sloveni che si rifiutano di giocare in una nazionale che non rappresenta più quasi nessuno, e tanto meno una nazione, siano ugualmente minacciati. Contro la Jugoslavia dovrebbero rifiutarsi di giocare le squadra del suo girone. Ma non succederà. Però potrebbero giocare col lutto al braccio, come Pannella. O ritardare l'inizio della partita. O pretendere un minuto di silenzio. Non ci sono molti giorni per preparare qualcosa ma qualcosa va fatto (ho più speranze nel pubblico che nelle squadre).[11]
  • Grazie alla Danimarca, di cuore e di testa. Perché molti dei giocatori li hanno richiamati dalle vacanze, dove facevano vita allegra e, si spera, sesso. Perché hanno corso anche nei supplementari, con uno zoppo in attacco. Perché era l'unica nazionale senza "italiani" (di Larsen ci siamo ricordati solo dopo) e non se ne poteva più di questo metter le mani sulle partite degli altri, come se Olanda-Germania fosse Milan-Juventus. Perché siamo stati costretti a tifare per i danesi. Perché i tifosi danesi non fischiano gli inni degli altri, non accoltellano gli altri, non conoscono il tifo contro, in cui noi siamo specializzati. Perché non dev'essere facile giocare a pallone sapendo di avere una figlia all'ospedale con la leucemia, ed è tutto più difficile quando la storia finisce sui giornali (grazie Vilfort per la dignità).[12]
  • La vittoria del Marsiglia si chiama difesa e fuorigioco: strano che il Milan sia caduto tante volte in un trappolone che ha brevettato e perfezionato a Milanello. [...] Al Marsiglia è bastato ostruire i corridoi laterali, senza nemmeno l'ansia di contrattaccare, e mettere in mezzo la Maginot nera (Angloma, Boli, Desailly). Il centrocampo? Da saltare. L'attacco? S'arrangiassero. È stata una lezione di praticità, non di grande strategia, e la considerazione aumenta il rammarico.[13]
  • [Su Beppe Grillo] Quando dice che i giornali sbagliano a titolare "Montagna assassina" invece di "Alpinista pirla", gli rispondo che le montagne (i fiumi, i vulcani, i mari) non hanno parenti né avvocati e dunque non hanno mai querelato nessuno. Che i giornali sbaglino è vero. Avrebbero dovuto occuparsi, molto prima di lui, delle linee calde, della carriera di Biagio Agnes, dell'acqua minerale che costa più del petrolio, dei medicinali pericolosi. Penso che Grillo non faccia satira, ma buon giornalismo (di costume e malcostume).[14]
  • Ha vinto il Brasile. Ha vinto ai rigori. Grazie lo stesso. L'Italia perde con dignità una finale brutta e noiosa, condizionata dalla voglia di non prendere gol (subito d'accordo anche il grande Brasile, sia chiaro) e da un caldo spaventoso. Mi piacerebbe invitare i signori del calcio a ragionare sul bene che può fare al calcio una finale così, ma è inutile: ragionano col conto in banca, non con la testa. E così la partita del secolo si riduce a una serie di vorrei ma non posso, di slanci frenati, di errori dovuti all'annebbiamento da fatica.[15]
  • Brucia perdere così, ma il Brasile nell'arco del Mondiale ha sicuramente giocato e divertito più dell'Italia. Ieri ha fatto qualcosa in più, non molto, ma è stato più pericoloso sotto porta. Giusto così, tutto sommato. Sacchi non si porterà addosso l'etichetta di fortunello (vincendo ai rigori, non gliela toglieva nessuno) e la soddisfazione di avere comunque mostrato una squadra vera ce l'ha. Non era la squadra che ci aspettavamo, né quella che si aspettava lui: di grandissimo gioco, solo mezz'ora con la Bulgaria (tritata poi dalla Svezia). Non era la squadra che domina, che impone il suo gioco, ma sa adattarsi, sa lottare, sa sgobbare con una umiltà e una intensità (uso due sostantivi cari a Sacchi) che raramente hanno diritto di cittadinanza nelle grandi squadre. Grazie lo stesso, e poi non è un male che abbia vinto il Brasile, paralizzato a lungo dalla paura di vincere, dopo ventiquattro anni di digiuno. E adesso chi darà più dell'asino al povero Parreira?[15]
  • Fa un certo effetto vedere Carlos Dunga, pettinato da marine, alzare la quarta Coppa del Mondo per il Brasile, Dunga ritenuto inutile dal Pescara, Dunga che passa la coppa ad altri scartati dal nostro campionato, come Branco e Mazinho, forse anche Aldair e Taffarel. Tutta gente che nell'82 non sarebbe stata nemmeno convocata, nell'82, quando Baresi e Massaro non fecero che panchina. È un Mondiale senza nuovi grandi personaggi, senza goleador irresistibili, senza registi di talento continui, senza portieri che fanno miracoli. Bisogna dirlo. Bisogna aggiungere che è stato un Mondiale con tanto pubblico e nessuna violenza, piuttosto corretto anche sul campo, correttissima nella sua bruttezza tesa questa finale.[15]
  • Non è vero che i rigori sono una lotteria, richiedono anche abilità e lucidità. I nostri rigoristi erano più cotti dei brasiliani, tutto qui. Appena ho visto Baresi avviarsi a calciare il primo rigore, ho detto a Bocca "tira alto", ma subito Pagliuca ha rimesso le cose a posto. Qui hanno sbagliato Massaro e Baggio, quattro anni fa con l'Argentina Donadoni e Serena. Il Brasile era l'unica americana contro sette europee e ha ribadito che da questa parte del mare le europee non vincono mai. L'Italia esce l'ultimo giorno come il primo, sconfitta. Con l'Eire a testa bassa, stavolta a testa alta. La differenza è questa, e non è poi da buttar via. In mezzo c'è tanta fatica, tanta sofferenza, tante contrarietà e l'ostinazione di prolungare un sogno il più a lungo possibile, è arrivato fino a undici metri dalla felicità. Grazie lo stesso.[15]
  • Il nuoto è esaltante ai massimi livelli, ma per arrivare a quei livelli richiede allenamenti pesantissimi, vasche e vasche in solitudine, all'alba, in un'acqua che sa di cloro, che irrita gli occhi.[16]
  • [...] il nuoto è noioso, ripetitivo e dà sempre l'idea di essere quello che è: uno sport. A calcio, a tennis, a basket, anche a pallanuoto si gioca. Il nuoto, si fa. Assente il gioco, assente la fantasia, resta il dubbio fascino del lavoro paziente, di settimane e mesi per abbassare il proprio limite [...][16]
  • Non credo si troverebbero tanti ventenni che nuotano per cinque giorni e si rilassano la domenica pescando trote nelle cave. Si troveranno, sempre più, tante famiglie con bambini troppo grassi, o troppo gracili, o con la spina dorsale un po' così, e il nuoto farà bene a questi bambini, poi cresceranno e troveranno qualche altra attività più interessante. Il nuoto è uno sport-ponte che porta ad altri sport, e questa è una ricchezza rispetto ad altri, come il calcio, che portano in una sola direzione.[16]
  • Per un mendicante di bel calcio come mi definisco (la definizione è ripresa da Eduardo Galeano), uno come Ortega è un infiltrato, forse un raccomandato (in effetti, gioca sempre), è una barzelletta che non fa ridere, fa più danni della grandine ed è scelta da condannare quella di avergli dato la maglia numero 10 dell'Argentina. (13 giugno 2002)
  • Cassano non è uno da mezze tinte né da 6. O 3 o 9. (24 agosto 2007, p. 57)
  • [Sulla tessera del tifoso] [...] Mi sembra di vedere una limitazione alla libertà individuale. Detto in altri termini, e per puro comodo, immaginiamo di dividere i tifosi in bravi e cattivi. I cattivi identificati, in teoria, sono già soggetti a Daspo, quindi schedati e controllati. Ma che bisogno c'è di schedare quelli bravi? Questo è il punto. Mentre i bagarini continuano a fare buoni affari e se ne fanno un baffo del biglietto individuale, mentre i non cattivi, fino a prova contraria, ma un po' agitati si muovono comunque, poi si vedrà, vorrei che qualcuno mi spiegasse perché un cittadino incensurato, senza precedenti specifici, non è libero di muoversi nel suo paese e di andare allo stadio pagando un biglietto e basta, come si fa nel resto del mondo. Se poi delinque, ci pensi la polizia. Trattare i bravi da cattivi, tanto sappiamo che sono bravi, non è fascismo, è piuttosto una gestione abbastanza ottusa del potere. Si seppellisce così, senza un fiore, la domenica della brava gente che i coltelli li usa solo in trattoria, prima o dopo la partita. Si colpiscono i diritti di una stragrande maggioranza per limitare gli eventuali danni di un' esigua minoranza. Se questo è normale, ditelo voi. A me non pare. Se la libertà di movimento passa per una schedatura (questo è, né più né meno), a me pare condizionamento di libertà. C'è per caso un costituzionalista che ha qualcosa da dire? (23 agosto 2009)
  • [Dopo la partita Inter-Sampdoria 0-0 del 20 febbraio 2010] È molto pericoloso, anche per l'Inter, l'atteggiamento di Mourinho, che non è un ingenuo e quindi deve sapere che si rischia a camminare in una polveriera sempre col cerino in mano. Molti speravano che aiutasse il nostro calcio a guadagnare in maturità, in cultura. Invece, siamo tornati ai tempi dei Borgia, sai che bell'affare.[17]
  • Mai stato bugiardo, Corso ha ammesso di non averlo letto tutto, ma, con grande piacere, solo le parti che lo riguardavano. Ora si può discutere se sia più importante ispirare un libro o leggerlo. Oppure si possono rivedere dei gol di Corso (nell'Inter, 94 in 502 partite), belli e beffardi anche a distanza di mezzo secolo. O, ancora, ricordare che a Milano un paio di generazioni pendenti a sinistra ha affiancato la bandiera nerazzurra a quella rossa solo perché nell'Inter c'era Corso. Tanti campioni, ma Corso era il più diverso, nel senso che tutto sembrava tranne un grande giocatore. Un fil di ferro con le orecchie a sventola, pochi capelli, un'aria ciondolona, i calzettoni abbassati sulle caviglie (a cacaiola, avrebbe chiosato Brera). Era il suo omaggio a Sivori, che con dribbling e tunnel lo entusiasmava. Quando Corso se lo trovò di fronte, gli fece un tunnel.[18]
  • Corso era il più diverso, ancora, per questi motivi: vocina chioccia, occhi di chi s'è appena alzato dal letto, numero 11 sulla schiena ma non era un'ala sinistra, anzi spesso giocava sulla destra per avere più porta davanti con l'unico piede buono, il sinistro. «Meglio uno buono che due scarsi». Centrocampista non era di sicuro, punta nemmeno. Oggi lo chiameremmo trequartista. Difficile trovare chi gli somigli. In parte Giggs. Non aveva un ruolo definito ma valeva il prezzo del biglietto. Era un 10 targato da 11. Coi giornalisti parlava pochissimo, in spogliatoio molto, e stava terribilmente sulle scatole al Mago [Helenio Herrera]. Che ogni anno lo metteva in testa all'elenco di quelli da cedere e ogni anno Angelo Moratti gli diceva che non era il caso.[18]
  • [Su Mario Corso] Era fatto così: indisponente quando, sotto il sole, in campo giocava nella zona d' ombra. Ma sempre con un colpo a sorpresa nascosto da qualche parte, da vero prestipedatore.[18]
  • E bisogna essere grati a Corso, perché la foglia morta sopravvive ancora in un mucchio di cannonate, spingardate, siluri, missili, fucilate. È una presenza gentile e lieve, va dove la porta il vento così come Corso andava dove lo portava l'estro. Insofferente agli schemi, anarchico, imprevedibile, lunatico, geniale, per noi Mario Corso era la libertà, ma non lo sapevamo.[18]
  • E scrivevi come vivevi, da persona piena di umori e di amori, con una cultura larga e profonda che andava dalla pesca degli storioni all'uso del verso alessandrino. E le invenzioni, Giovanni, i neologismi. Ne hai inventate di parole.[19]
  • [A Gianni Brera] E tu con coscienza e scrupolo artigianale (ma io non dimentico tutti i libri che hai in casa) avevi inventato una lingua viva, piena di venature, di rimandi, come uno che aveva letto Runyon ma anche Folengo. Eri nato con l'atletica e il ciclismo, sapevi raccontare gli uomini e le strade.[19]
  • Io non sarò il tuo erede, Giovanni. Siamo onesti, come te non c'è stato nessuno e non ci sarà più nessuno. Mica solo per lo sport. Se c'è un libro di gastronomia da salvare, è "La pacciada", che hai scritto tu con Luigi Veronelli. Che adesso starà bevendo in memoria tua. Se si vuol capire qualcosa di ciclismo, degli anni eroici del ciclismo, bisogna leggere "Addio bicicletta", l'hai scritto tu un sacco di anni fa. E pochi letterati da Strega e da Campiello avrebbero descritto il paese di Coppi come hai fatto tu.[19]
  • Sei morto come auguravi ai tuoi eroi sportivi, assunti in cielo su un carro di fuoco. Non sei morto di cuore né di fegato né di polmone, Giovanni, tu che fumavi cento sigarette al giorno e non parliamo di quello che hai bevuto, oppure parliamone, e parliamo del culo che ti sei fatto sgobbando fra le stanghe della Olivetti (il computer mai, avevi ragione tu, non fa rumore, ti cambia le parole già in testa) più di cinquant'anni.[19]
  • Mica si può saziare la voglia di umiliazione della platea spaccando un'ottantina di piatti nell'imitazione di Gordon Ramsay, chef molto stellato e molto sopravvalutato, assai più popolare per la sua dirompente cafonaggine televisiva che per le sue ricette. Ramsay, per inciso, sputa nelle pentole, spiaccica uova sulle giacche degli esaminandi, ha un linguaggio da bullo attaccabrighe.[20]
  • [Su MasterChef Italia] La sua parte [quella di Gordon Ramsay nella versione americana del talent], quella del cattivo, il copione l'ha riservata a mister Joe Bastianich. Bruno Barbieri, forse perché bolognese, è il meno contundente del trio, è come il poliziotto buono dei telefilm americani, quello che offre una sigaretta durante l'interrogatorio. Carlo Cracco, il più bello del reame (sarà meglio l'inquadratura della camera 3 o della 4?) è quello che, inarcando luciferinamente le sopracciglia, leva la sigaretta prima che sia accesa.[20]
  • Tempo di crisi o no, c'è qualcosa di eccessivo nel diluvio di trasmissioni sul cibo, nessuna delle quali fa cultura sul cibo, come tanto tempo fa Ave Ninchi e Luigi Veronelli, ma solo audience. Giudizio critico su Masterchef: mappazzone, digestione a rischio.[20]
  • [Su Gualtiero Marchesi] Detestava esser chiamato chef, non gli farò questo torto. Nemmeno gli piaceva esser chiamato maestro, ma lo è stato. Un grande maestro. Di quelli che non hanno bisogno d’una cattedra per insegnare. Di quelli che hanno una cultura vasta (pittura, musica, scultura). Che hanno belle idee. L’ultima di Gualtiero era una Casa di riposo per cuochi, dove i vecchi cuochi potessero portare la loro esperienza ai giovani cuochi. Sorgerà a Varese. Ancora una volta Milano non ha capito, Milano sta a guardare.[21]
  • [Su Nanni Svampa] "Certe tue traduzioni sono migliori delle mie canzoni". Se a dirlo è Georges Brassens, è detto tutto, o quasi. Da aggiungere: il cabaret, quando era una cosa seria, e la canzone dialettale milanese gli devono molto.[21]
  • [Su Daniel Viglietti] Amico di Victor Jara e Violeta Parra, figlio di musicisti, chitarrista e compositore, è considerato l'espressione più alta della canzone uruguayana. Quando fu incarcerato, si formò a suo sostegno un movimento d'opinione che comprendeva Sartre, Mitterand, Niemeyer, Cortázar. Undici anni in esilio tra Argentina e Francia. Poi il trionfale ritorno a Montevideo (1984). Ha sempre cantato dalla parte degli ultimi.[21]
  • Quanti ebrei avrà salvato Bartali e anche non ebrei destinati ai lager? Più di 300, dicono, coi documenti falsi. Ma lui ne nascondeva in casa, rischiava la pelle e sì, è stato un eroe, uno degli ultimi eroi popolari espresso dal ciclismo. Il più puro, credo.[22]
Da Ma tutti meritano il cartellino rosso, la Repubblica, 10 luglio 1990
  • Non sono l'Argentina e l'Italia ad aver perso il mondiale. Prima, e in modo molto più vistoso, l'hanno perso gli arbitri, la Fifa (parola d'ordine: tutto bene) e il molto illustre signor Joseph S. Blatter.
  • Codesal finisce sulla lista nera degli argentini ma l'anagramma del suo cognome (c'è saldo del caso) dovrebbe far capire che in una sera gli argentini hanno pagato con gli interessi tutti i regali precedenti, specie quelli con Urss e Jugoslavia. Arrivo a dire che, in questo mondiale, avrebbe vinto la squadra provvista di un Chiarugi, per stare a un esempio di Lo Bello padre. Sarà la mondovisione, sarà che Blatter gli ha fatto una capa tanta, fatto sta che gli arbitri hanno punito severamente falli mai esistiti, bastava un bel volo e la punizione era assicurata. Codesal ha espulso Monzon per un fallo da ammonizione e ha concesso un rigore molto molto dubbio, peraltro ignorandone un altro, pure non clamoroso, di Matthaeus su Calderon. Ma già prima, secondo me, aveva concesso il rigore del 3-2 all'Inghilterra quando nessuno del Camerun aveva sfiorato Lineker e aveva ammonito Milla per proteste. Giustamente, ma avrebbe anche dovuto sentire il dovere di tutelare le sue caviglie.
  • Un conto è la prevenzione del gioco duro, un conto il killeraggio degli arbitri. In altri termini, ho il forte sospetto che, per salvare il calcio, la Fifa lo stia strangolando ed è come buttare via il bambino con l'acqua sporca. Direttive ferree, arbitraggi ridicoli, in molti casi, e discutibili in altri. La regolarità del gioco non dipende solo dagli interventi fallosi e dal modo di punirli, ma anche dalla credibilità dell' arbitro e dal suo rapporto fiduciario con i giocatori. Non è accettabile, per esempio, che un Kohl continui a zompare su chi effettua un normale contrasto come fosse l'educatore che sorprende il ragazzino con un giornale porno. Non è accettabile moralmente, anche se il regolamento lo prevede, che un Roethlisberger, enfant chéri del molto illustre signor Blatter, ammonisca uno jugoslavo perché sta a otto metri anziché a nove dal pallone e dopo 6' lo butti fuori per un normalissimo, quasi banale fallo su Maradona. Perché questo significa falsare la partita, obbligare una squadra a giocare in dieci per 90' a quasi 40 gradi.
  • Questo è stato un mondiale con poco pressing [...] e sostanzialmente corretto: meritato il premio Fairplay agli inglesi. Ma troppe volte s'è visto l'arbitro lontano dall'azione e scarsamente sintonizzato coi guardalinee. Penso che il doppio arbitro sarebbe una buona idea, almeno da sperimentare, perché non si può pretendere da ultraquarantenni che corrano come ventenni. Altra cosa poco logica, da parte della Fifa: rispedire a casa gli arbitri dei paesi che hanno superato gli ottavi: un buon arbitro come Petrovic, fuori la Jugoslavia, poteva tornare utile. A parte un rigore non concesso all'Italia, di veramente bravo ho visto un arbitro solo, nella seconda fase: il brasiliano Wright. Un po' poco. Ma per la Fifa son tutti bravi, altrimenti non sarebbero venuti ad arbitrare qui. È questo il vero guaio.
Da Auguri re del calcio, una vita senza rivali, Repubblica.it, 23 ottobre 2000
  • Pelé è sempre stato nero e mai nessuno si è permesso di fare il verso delle scimmie, quando giocava lui, né di trattarlo male per il colore che aveva e che ha. Nel 1977 l'Onu gli ha conferito il titolo di Cittadino del mondo. Pelé è stato e continua a essere il calcio.
  • A guardarlo infagottato nella tuta Pelé non aveva nulla di speciale, né i muscoli né la statura. In campo sapeva fare tutto, per scienza infusa. Nessuno gli aveva insegnato nulla.
  • Non capitava spesso, in Italia, di veder giocare Pelé. Non c'erano tutte le tv di oggi. In genere, bisognava aspettare i mondiali. Basiamoci su '58 e '70, Pelé è sempre uguale. Tecnica meravigliosa, velocità, dribbling. Forte coi due piedi, forte di testa, forse sarebbe stato bravo anche come portiere (ruolo scelto da suo figlio). Ugualmente abile nella conclusione come nell'assist e di un'intelligenza calcistica totale: sapeva sempre quello che bisognava fare, e lo faceva meglio degli altri. In Brasile il suo nome compare in più di cento canzoni (in Italia, in una del Quartetto Cetra).
  • Pelé sarebbe certamente venuto a giocare per una squadra italiana (Juve, Milan o Inter, di qui non si scappa) se il governo brasiliano non l'avesse definito patrimonio nazionale vietandone l'esportazione. Lui non aveva ancora 20 anni. Ed è un simbolo da più di 40. Chi ama il calcio ama Pelé, per quello che ha fatto e per come s'è conservato. Disponibile, simpatico, molto alla mano, esattamente come quando giocava.
Da All'Inter il derby del fair play ora, è campione d'inverno, la Repubblica, 24 dicembre 2007
  • [Dopo la partita Inter-Milan 2-1 del 23 febbraio 2007] [L'Inter] Ha vinto nel modo che piace al più sadico dei tifosi: in rimonta e per un clamoroso errore degli avversari.
  • L'ultima considerazione riguarda il Torino. Mi sfugge il motivo per cui non abbia giocato in maglia granata contro il Napoli in maglia azzurra. Mi resta la certezza che quella maglia arancione a righe nere è la più brutta in assoluto vista su un campo di calcio.
Da C'era una volta il sorriso di Beppe Viola, Repubblica.it, 15 ottobre 2012
  • [Su Beppe Viola] Forse amato più da morto che da vivo, e non parlo di famiglia, amici (ne aveva tanti), ma di attenzione, rispetto, riconoscimenti ufficiali. Era consapevole del distacco, per non dire emarginazione, derivanti dal suo modo "altro" di essere giornalista sportivo.
  • [Su Beppe Viola] So che ai funerali c'era un mare di gente, anche facce famose dello sport e dello spettacolo, ma soprattutto facce di gente qualunque, molti del triangolo in cui aveva piantato le tende dalla nascita (piazza Adigrat, via Sismondi, via Lomellina), ma tanti fuori, alcuni ai margini (clanda, zanza, nel gergo della strada). Lettera significava menagramo, ricotta affare, bevuto arrestato. Sacco era mille lire, scudo cinquemila, deca diecimila (oggi, decaffeinato), marengo ventimila, gamba centomila, testa un milione.
  • Certo, Beppe era "uno della tv", ma guai a chiamarlo dottore. Era anche un instancabile osservatore, frequentatore di bar, osterie, pasticcerie, salumerie. Sempre cose pesanti.
  • Nel meticciato culturale il talento emergeva, quando c'era. Questo spiega perché Beppe sia stato giornalista di carta stampata, radiocronista, telecronista, autore di testi per cabaret e canzoni, sceneggiatore, partendo da un innato senso dell'umorismo e da una cultura classica (mai laureato, ma quanti libri in casa sua) e insieme popolare. Posso aggiungere: la persona più generosa che abbia mai incontrato, quasi sempre con problemi economici ma sempre disposto a dare le ultime mille lire a uno che stava peggio. Molti dicono che è arrivato molto presto, troppo per essere capito subito. Invece no, è arrivato quando doveva arrivare, in quegli anni, e se n'è andato troppo presto.
  • Beppe era lo sport senza piedistallo, ma anche la spalla di due guru (Gualtiero Zanetti e Gianni Brera) non particolarmente portati per la tv. Beppe toccava i tasti giusti, dava i tempi. Ma era giudicato poco telegenico: la cravatta sembrava lo strangolasse, sudava per tre, non era abbronzato. Anche suo nonno aveva la passione del gioco: carte. Il padre, cavalli. Beppe tutt'e due. Dei cavalli sbagliati ("le bestie") non ha mancato uno. Era molto bravo a scopa d'assi, quasi come Pantera Danova, nelle partite con Pizzul e Facchetti. Sembrava svagato, ma sul lavoro non sgarrava. Sembrava pigro e ha sgobbato come un mulo tutta la sua corta vita.
Da La lezione dimenticata, la Repubblica, 22 marzo 2013
  • Mennea ha passato più di un terzo della sua vita sui campi d'allenamento, anche a Capodanno. Era un asceta, sopportava carichi di lavoro che altri atleti avrebbero rifiutato prima ancora di cominciare. E durare vent'anni, per uno sprinter, è una specie di miracolo. Ma lo è ancora di più il restare affezionato a una vita ripetitiva, ore e ore d'allenamento per limare qualcosa, ore di isolamento e di sacrifici: dieta perenne, il suo maestro e allenatore Vittori gli vietava anche l'acqua minerale gassata, solo liscia doveva essere. E non parliamo degli altri grandi e piccoli piaceri della vita. Però nessuno ha mai sentito Pietro lamentarsi di quegli anni. Fedele al ruolo che s'era ritagliato: l'atleta-asceta, l'atleta-monaco o fachiro, l'atleta-soldato. Perché era nero dentro e sapeva che nella vita e nello sport, tanto più uno sport come il suo, nessuno ti regala nulla, tutto quello che puoi vincere te lo devi guadagnare col sudore, la fatica, il lavoro. Noi italiani, ci ha fatto pensare di essere i più veloci al mondo. A lui la fatica, a noi la gioia.
  • Di Pietro dicevano che avesse un brutto carattere, che vedesse nemici dappertutto. Ne aveva, in effetti, a cominciare da quelli che tuonano contro il doping e poi lo fanno entrare dalla porta di servizio, per continuare con quelli che pensano solo alle medaglie e ai guadagni e non hanno capito che c'è una rivoluzione culturale da fare, cominciando dalla scuola, dall'etica, e che non c'è solo lo sport di vertice ma anche lo sport per tutti, e che comunque non ci si deve aiutare mai con farmaci proibiti. «Perché la fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni». Parole sue. A fare da eco, il nostro silenzio: che sia pieno di rispetto, d'ammirazione, di qualcosa che vorrebbe essere un «grazie» tardivo, forse inutile, ma per Pietro Mennea da Barletta doveroso e dolente, adesso che la corsa è finita.

La fiamma rossa. Storie e strade dei miei tour[modifica]

  • [Il Monte Ventoso] era una montagna che negava la vita. Solo pietre bianche e ghiaioni e lui è andato a finire proprio lì. Lui, che amava la vita, lo dicono tutti, e il mare, e gli alberi, lui, che in Corsica dissodava il terreno attorno alla futura casa, e gli piaceva il Lago di Garda, e raccontare barzellette, e fare il pioniere.
  • [Sulla morte di Tom Simpson sul Monte Ventoso] Un uomo morto è più vero di tutte le verità a posteriori.
  • Morire è come aprire una porta e chiudersela dietro: chi è senza chiave non entra.

Note[modifica]

  1. a b Da Compagno centravanti, Epoca, nº 1268, 25 gennaio 1975, pp. 24-25.
  2. Cfr. locuzione latina: «Cicero pro domo sua» («Cicerone [che parla] per la propria casa»). Cfr. voce su Wikipedia.
  3. Da Furbinho non mi manchi, Guerinsportivo.it, 11 dicembre 2010.
  4. Citato in Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, Palla lunga e pedalare, Dalai Editore, 1992, p. 27. ISBN 88-8598-826-2
  5. Citato in Mario Pagliara, "Un artista in un ambiente di artigiani". Milano ha ricordato Gianni Brera, Gazzetta.it, 17 novembre 2012.
  6. a b c d Citato in Arbitri e giornalisti gemellati dal tifo, L'arbitro, dicembre 2014, p.16.
  7. Citato in Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, Palla lunga e pedalare, Dalai Editore, 1992, p. 90. ISBN 88-8598-826-2
  8. Durante la conferenza Narrare lo sport all'Università Luiss Guido Carli di Roma; citato in Gianluca Modolo, Lo sport raccontato da Gianni Mura tra calcio, ciclismo e il mestiere di cronista, Reporter Nuovo.it, 19 marzo 2012.
  9. Da Gigante Milan alla ribalta, 7 settembre 1988.
  10. Da Bisogna saper perdere, 22 marzo 1991.
  11. Da Almeno il lutto al braccio, 24 maggio 1992.
  12. Da Quanti grazie per una sorpresa, 27 giugno 1992.
  13. Da Illusioni da grande slam, 28 maggio 1993.
  14. Da Pagliacci e avvoltoi, 5 dicembre 1993.
  15. a b c d Da Sconfitti a testa alta, 18 luglio 1994.
  16. a b c Da Ma il nuoto non fa divertire, 18 settembre 2000, p. 46.
  17. Da Quanti altri scudetti per non sentirsi perseguitati?, 22 febbraio 2010.
  18. a b c d Da I 70 anni dell'insolente Mariolino il sinistro che creò la foglia morta, 23 agosto 2011.
  19. a b c d Da "Ciao Gianni, sei morto con i tuoi amici", Repubblica.it, 20 dicembre 2012.
  20. a b c Da Ma nessuno fa cultura del cibo, 22 febbraio 2013.
  21. a b c Da I cento nomi dell’anno di Gianni Mura, Rep.repubblica.it, 30 dicembre 2017.
  22. Da Il razzismo? Non è un problema per i presidenti delle società di calcio, Rep.repubblica.it, 28 gennaio 2018.

Bibliografia[modifica]

  • Gianni Mura, La fiamma rossa. Storie e strade dei miei tour, Minimum Fax, Roma, pp. 464, ISBN 9788875211905

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