Pellegrino Matteucci

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Pellegrino Matteucci

Pellegrino Matteucci (1850 – 1881), esploratore e geografo italiano.

In Abissinia[modifica]

Incipit[modifica]

Pochi popoli della terra ponno vantare una storia tanto gloriosa quanto gli Etiopi, ma pochi ancora caddero tanto in basso da obbligarci a chiedere se i viventi sieno una discendenza di quei grandi, o se tutti gli storici da Erodoto ad Omero, da Ludolfo a Salt, da Bruce a Malte-Brun non fossero tratti in errore quando ci descrissero i portenti di questi giganti. Ma gli antichi non meritano proprio una gran fede; nei loro libri, alludo a Strabone ed a Diodoro Siculo, si sono registrate tante enormità che conviene riporle tra le fiabe; ed i moderni che dell'Etiopia scrissero molte cose sono caduti nelle falsità in omaggio agli storici che riferivano queste come fatti.

Citazioni[modifica]

  • Se gli Etiopi costituivano una razza di forte ed alta corporatura, se erano naturalmente audaci e violenti, se vigorosi ed intrepidi, gli Abissini d'oggi non sono fisicamente degeneri dagli antichi. In Africa non credo ci sia una razza più corretta di questa; sono Europei con tanto di guadagnato nella costituzione fisica, e con una diversità di colorito che offre tutte le gradazioni nella scala dei colori dal nero d'ebano al bronzo chiaro. Gli uomini d'ordinario sono alti di statura e ben portanti di persona; hanno il capo leggermente brachicefalo coperto di capelli neri e folti, rare volte lanuti; il volto non ha alcun indizio di prognatismo; il naso è aquilino, la bocca regolare, il petto è largo ed espanso, le spalle sono rotonde, le braccia muscolose, le mani piccole; le altre estremità del corpo in perfetto accordo colle linee generali, i piedi un poco piatti ma regolari perché mai soffrirono le angoscie della calzatura.
    Le donne, mi piace dirlo alle mie care lettrici, sono più belle e più perfette degli uomini; in esse non prevalgono le grandi stature; hanno il capo regolare, il volto rotondo senza ombra di angolosità; gli occhi neri, lucenti, grandi e procaci, il naso allungato leggermente aquilino con narici non dilatate; i denti di una bianchezza inappuntabile; le labbra non tumefatte ma sensibilmente rosee; il collo non lungo e non corto, degno del capo che gli sovrasta e del seno voluttuoso che gli sta sotto; le spalle piovono leggermente; ad esse fanno appendice braccia muscolose e rotonde con mani piccine e dta eleganti e fusellate: le altre parti del corpo, le estremità, armonizzano tutte per formare della donna Abissina una completa e splendida creazione. Fanciulle, sono estremamente seducenti; donne, sono procaci; vecchie, divengon verande. Se su quei volti voluttuosi, se su quei corpi leggiadri splendesse un raggio di civiltà, esse potrebbero ripetere con baldanza orientale il Nigra sum sed formosa. (pp. 10-11)
  • Uomini e donne portano in egual modo rassettate le chiome e da ciò si deve la fisionomia effeminata che assumono certi Abissini quasi privi di barba. Raccolgono per lo più i capelli in piccolissime treccie strette strette che partono dalla fronte e dalle tempia e mettono capo in un nodo comune, oppure svolazzano pel collo; altra volta alcune di queste treccie sono legate tra loro in tutto il corso dalla fronte alla nuca, e prendono l'aspetto di una semiluna, che con la concavità poggia sulla volta cronica. I bambini portano i capelli rasi, salvo nel mezzo ove lasciano una ciocca ricca che scende svolazzante sul lato sinistro; le fanciulle come segno della loro verginità, non sempre troppo stimata, portano una rasura rotonda come quella dei nostri chierici, ma con diametri amplissimi. Per evitare l'influenza nociva dei raggi solari costumano di un genere i capelli con grasso che discende pel collo e per le spalle, dando alle carni una lucentezza speciale, e ciò, se è igenico, nuoce però all'estetica ed alla seduzione. (p. 14)
  • Uomini e donne, ricchi e poveri, vanno sempre a piedi nudi, così al tempio come alle feste, ed ho osservato alcune volte nelle case dei ricchi scarpe di argento e di oro massiccio, ma queste non erano che un emblema di ricchezza e di lusso. (p. 15)
  • I preti in Abissinia sono i peggior ministri di religione che esistano al mondo; ignoranti, osteggiano gli Europei perché temono che entrino nel maese maestri di civiltà e di progresso; intriganti, minano tutti i troni per suscitare disordini; dissoluti, entrano per qualche cosa in tutte le questioni dell'alcova e della casa; intemperanti, prima e dopo i servizi divini si danno a smodato cibo a copiose libazioni; avari, vivono elemosinando e traendo profitto dall'ignoranza delle masse; vagabondi ed oziosi, non si preoccupano della dimane perché vivono per l'oggi; mestieranti, prendono moglie affine di perpetuare nei loro figli la comoda professione; spesso hanno molte donne e molti figli, dando esempio di una sfacciata poligamia che non sarebbe nei costumi del popolo abissino. (pp. 17-18)
  • Re Giovanni [...] ha molti diritti alla riconoscenza del popolo, ha date troppe prove di valore e di severità perché tutti dinanzi a lui non debbano trepidare; egli forse non ha a temere per il presente, ma prima di essere Imperatore è padre di un giovane figlio, ed ha ragione di guardare con sfiducia l'avvenire che attende il figlio nel dì della successione, quando esso discenderà nella tomba; una guerra civile, egli la prevede e la presente. (pp. 21-22)
  • Massaua non è un Eden, ma non è neppure uno di quegli orridi paesi che visitai l'anno scorso nell'Africa Centrale. (p. 30)
  • Gli indigeni [di Massaua] vivono in luridi abituri costruiti nelle adiacenze del Bazar; le loro case non sono né di pietra, né di terra, né di legno, né di paglia; vi è un po'di tutto, ma a stento stan ritti e quando piove diluvia in casa come fuori. (p. 32)
  • Pochi paesi nell'Africa che ho visitato sono corrotti come Massaua; accordo molto all'influenza del clima, ma molto vi hanno pure influito gli Europei che nei paesi occupati portano sempre il peggio della civiltà. (p. 34)
  • Massaua è una piazza forte guarnita di buoni cannoni, ma difesa da pessimi soldati, il peggio che possieda l'Egitto ed il Sudan. Sono soldati indisciplinati, corrotti, ladri ed oiosi; e la proprietà ha più da temere quando è da questi guardata che se libera in balla delle avventure. Però quando si sa che può essere vicino l'arrivo del Governatore generale, le cose cambiano; i comandanti usano il massimo rigore verso la truppa, ed i soldati vestono con molta più decenza, tanto da dare a vedere che sono meno tristi. (p. 37)
  • I costumi degli indigeni di Massaua non si ponno riportare né al tipo dei popoli abissini, né a quello degli Arabi: vi è troppo miscuglio di razze e di abitudini perché sia possibile trarre dai costumi un concetto chiaro. A Massaua si vedono Abissini, Gallas, Sudanesi, Danakil, Somali, Adels, Indiani ed Europei; col contatto e col tempo, i costumi, come le razze, si sono fusi, e come ci riuscirebbe impossibile intendere parlata una lingua sola, così ad un etnografo non riescirebbe agevol cosa la descrizione dei costumi di quei di Massaua. (p. 38)
  • Nel piano dell'Asmara un zoologo potrebbe fare una raccolta ricchissima di uccelli, dalla Cocorita piccolissima ed a penne metalliche, fino all'enormo avvoltojo bianco dall'occhio grifagno. Vi abbondano ancora porcospini, cinghiali, gazelle dalle sveltissime forme, grosse antilopi colle lunghe corna a spirale, jene, leopardi, ed infine pel paziente ed audace cacciatore non manca neppure il re delle foreste. (p. 67)
  • Per noi l'aspettativa di entrare in Adua era molta: dicevamo che entrando nella capitale del Tigrè ci avvicinavamo al cuore dell'Abissinia, ove avremmo appresa un'idea chiara e nitida dei costumi del popolo. (p. 79)
  • In Adua lo squallore era indescrivibile: di giorno poche e rare persone si trovavano per via e sul volto di queste comparivano larghe traccie di sofferenze patite; di notte l'impressione era anche più profonda, perché girando in mezzo a quelle ruine illuminate dal pallido riflesso della luna si sentiva l'urlo agghiacciante della jena e la ridda degli sciacalli, i tristi alleati della morte in Africa. (p. 84)
  • Adua, per quanto si cerchi di vederla in buona posizione, non può comparire più di quello che è in realtà: vi sono quasi mille case, comprese quelle esclusivamente fatte con paglia; sono adossate ad una collina e nell'insieme della giacitura non danno al paese una figura speciale. Si può dire che in Adua vi è la parte alta e bassa della città. (p. 87)
  • Adua non è più riconoscibile nei giorni di mercato: noi che avevamo contratte idee tristi e lugubri vivendo in mezzo alla città abbandonata, dove tutto parlava della morte, fummo scossi di meraviglia per quella vitalità subentrata in un organismo spento, ed assistemmo giulivi e festanti al mercato, accompagnati sempre da gran folla di fanciulli e di donne che sembrava trovassero nuova la fisionomia degli Europei. (p. 91)
  • L'antichità di Axum è soggetto di ardua quistione tra i dotti. Era sconosciuta ad Erodoto ed a Strabone, ed il primo che la nomina è Ariano. In sul principio dell'era attuale fu importante centro del commercio dell'avorio. Il suo florido stato nel quarto e quinto secolo è attestato dalle descrizioni che ne fanno Procopio, Stefano da Bisanzio, Cosma e Nonnoso. La invasione dei Portoghesi vi trovò magnifiche rovine, avanzi di templi e palagi, obelischi senza geroglifici, fra i quali uno alto sessantaquattro piedi di un sol pezzo di granito, che terminava con una mezzaluna adorna di figure mutilate, di leoni, di orsi, di cani e di iscrizioni greche. (pp. 102-103)
  • Il primo oggetto che colpisce nell'avvicinarsi a questa città è un piccolo e liscio obelisco, posto al piede di una montagna che trovasi a mano dritta, sulla sommità della quale si innalza il monastero d'Aleba Pantaleone. Dalla parte opposta trovasi una gran pietra quadrata alta circa otto piedi e larga quattro, che presenta una iscrizione a caratteri greci profondamenti scolpiti in essa. Quando si passa fra questi due monumenti, si comincia a scoprire la città e la chiesa, e piegando un po' verso Nord e lasciando a sinistra dei piedistalli infranti, si vede interamente il grande obelisco. Questo capo d'opera dell'arte, questo magnifico monumento formato di un sol pezzo di granito ed alto sessanta piedi, produsse nel mio animo la impressione solenne che colpi tutti i viaggiatori che prima di me l'avevano veduto. (pp. 106-107)
  • Axum moderna ha circa seicento case disposte intorno ai ruderi dei monumenti antichi, e occupano una grande estensione perché dal centro, ove sorgevano i grandiosi obelischi, si distendono per un raggio immenso sino alla cerchia segnata dalle costruzioni antiche, oggi fedelmente conservate.
    Le case di Axum sono quasi tutte fatte di paglia, pochissime di terra e mattoni crudi. Queste nulla hanno d'importante perché assomigliano perfettamente a quelle di Adua.
    Gli abitanti sono Abissini, con tanto di peggio nel furore superstizioso che conservano in favore della loro fede. (p. 112)
  • Axum gode di una condizione politica speciale: è considerata la città santa di Abissinia e non dipende quasi si direbbe dal Re, ma piuttosto dal Nebrid che è il gran prete del paese, e con questa qualifica gode ancora i diritti sovrani. (p. 114)
  • [...] Il re Giovanni non vede di buon occhio la influenza degli arabi nei suoi Stati, e senza un particolare permesso è inibito ad essi il passaggio dei confini. (p. 166)
  • Re Giovanni raggiunse lo splendore del trono più che per diritti dinastici, per imprese guerresche ben riuscite. (p. 170)
  • Teodoro in Abissinia per lungo tempo ha avuto un gran partito: lavorava in opere gigantesche e ben pagava quanti lo servivano. Col tempo divenne, come Nerone, feroce; si divertiva delle stragi, e spesso per accelerare l'opera della spada faceva bruciare dei villaggi chiudendo lo scampo ai miseri abitatori. Vi sono racconti della sua raffinata crudeltà, che fanno rabbrividire: in un giorno solo, dalle roccie basaltiche di Wogara, mille teste rotolarono nei profondi abissi, sacrificate al suo crudele furore. In Abissinia si va fino ad assicurare che Teodoro ha avuto una larga parte nel grave spopolamento dell'Impero. (pp. 172-173)
  • Per gli Europei Teodoro non ha mai avuto entusiasmo, ma spesso ne sapeva ammirare l'ingegno e la coltura. (p. 173)
  • Re Giovanni è uomo di circa 40 anni: non bello, ma simpatico; patito assai, dimostra di essere più vecchio di quello che è. A prima vista si leggono sul suo volto tratti che dinotano una vita burrascosa, passata in mezzo alle congiure ed alle lotte, vita di disagi e di fatiche menata sui campi di battaglia. Dall'occhio suo mobile assai, dal suo sguardo rapido e fugace, senza essere scintillante, lo si direbbe ammalato anche moralmente, ed in preda a pensieri che vorrebbe scacciare; le sue labbra piuttosto sottili non si atteggiano mai ad un sorriso. (p. 205)
  • Re Giovanni è dotato d'ingegno penetrante, ed afferra le questioni più gravi con molta facilità: di animo mite, non fa uso della sua autorità sulla vita, che in casi gravissimi; e quando è costretto ad applicare con severità la giustizia, vive ritirato e melanconico per molti giorni. (p. 207)
  • Re Giovanni è l'unico abissino degno di essere il re di quel vasto impero; tra lui ed i suoi ministri vi è una differenza enorme di idee, di sentimenti, di cuore, e di mente: se re Giovanni non abbraccia, con quell'entusiasmo che possiede, i frutti della civiltà, ha le sue buone ragioni. (p. 207)
  • I Gallas[1] vi ha chi ci dice che sieno gente crudele, e chi vorrebbe farci credere sia un popolo di miti costumi, dedito alla pastorizia: per quanto ne seppi l'anno passato nella remota Fadasi, e per quanto ebbi campo ad apprendere in quest'anno in Baso[2], credo siano esagerate le voci che attribuiscono a questo popolo molte crudeltà. (cap. 9, p. 263)
  • Gelosi della loro autonomia [i Gallas] non soffrono che mercanti arabi frequentino i loro mercati, e preferiscono di tentare vie e pericoli per arrivare a Baso[2] a fine di cambiare i loro ricchi prodotti: indipendenti per indole e per tradizioni non riconoscono freno di autorità alcuna, e solo quando supremi pericoli minacciano la patria corrono fiduciosi sotto le armi, e combattono con spartano eroismo guidati da un re che eleggono capo delle armate. (cap. 9, pp. 263-264)
  • [I Gallas] Sono gente di alta statura e ben fatti. Hanno il cranio dolicocefalo seguendo il diametro antero-posteriore. Viso rotondo, occhio grande, e penetrante, ciglia lunghe, e sopracciglio folto ed inarcato, naso corto e leggermente appiattito. Labbra grosse nella parte mediana; bocca grande, orecchie piccole; capelli increspati e lunghi, gambe rotonde, mani piccole; pochissima muscolatura. (cap. 9, p. 264)
  • Seguitemi, e piangete. Avevo letto molte descrizioni di viaggiatori che parlavano della tratta dei negri e descrivevano mercati di carne umana; ho viaggiato l'Africa centrale da Chartum sino alla remota Fadasi, e mai non mi era occorso di assistere ad uno spettacolo tanto ributtante, come quello offertomi dal mercato di schiavi a Baso[2]. (cap. 9, p. 272)
  • [Il trasporto degli schiavi verso i luoghi di vendita] Si preparano delle forti carovane di questi sciagurati, si lega il collo di uno ad un trave che termina biforcuto, e l'altro capo del trave esso pure biforcuto raccoglie il collo di un altro sventurato: camminano a piedi nudi in mezzo alle infuocate arene dei deserti di Gingiro (Kaffa); ignudi, malissimo nutriti viaggiano giorno e notte forzarti dallo scudiscio pronto a colpirli se accennano a stanchezza, e quando esausti cadono sul terreno sono trascinati per alcun poco dallo schiavo che sopravvive all'altra estremità del palo, e spesso, per non perder tempo nella via a sciogliere il collo dai lacci che lo avvincono al legno, con un colpo di spada staccano il corpo, ed il capo resta per lungo cammino impigliato nella biforcatura del trave. (cap. 9, pp. 273-274)

La spedizione italiana all'Africa equatoriale[modifica]

Incipit[modifica]

Imprendo a trattare un argomento pieno di attualità; un argomento a cui ho legate le mie più care affezioni. Divinare il modo di strappare all'Africa il tenace e secolare segreto delle origini Niliache[3] fu ed è uno splendido sogno di tutti gli scienziati; tracciare la via per togliere alla mostruosa rapacità di mercanti il barbaro monopolio degli schiavi, è la più nobile aspirazione di tutti i popoli civili. Nei due casi siamo vicini alle conclusioni. Fra pochi anni quella sfinge che si appella Nilo avrà lasciato cadere il peplo misterioso che lo ravvolge alle sue scaturigini; la schiavitù per tutto quel lungo tratto di paese compreso tra lo Zanzibar ed il Tanganika non sarà che una triste memoria di un pessimo passato.

Citazioni[modifica]

  • Confesso ingenuamente che quando leggo le memorie di Giovanni Miani[4] mi viene da piangere: povero vecchio! senza un centesimo in tasca ha intrapreso dei viaggi che, difficili oggi, erano quasi impossibili a quei tempi; e noi italiani sino a pochi mesi fa lo abbiamo chiamato uno spavaldo avventuriero, ed anche oggi non gode quella fama a cui le sue dotte ed onorate fatiche gli danno ampio diritto di meritare. (p. 11)
  • [Miani] Non viveva che di un solo pensiero; scoprire le origini Nilotiche[3] per dar gloria non tanto al suo nome, quanto a quello d'italiano. (p. 11)

Sudan e Gallas[modifica]

  • Gli Arabi sono per l'Africa quello che gli Ebrei sono per l'Europa. Entrano dappertutto; nei recessi più ascosi ove domina sovrana la più efferata barbarie, gli Arabi vi hanno portata la loro abilità commerciale, vi sono passati mercanti ambulanti di conterie e di curiosità europee. (p. 19)
  • I Denka ballano stupendamente; sono musici per eccellenza, e il loro canto melodioso, sembra un coro dei nostri teatro. (pp. 34-35)
  • La jena viene spesso dagli Arabi confusa con lo sciacallo, non perché non vi sia una enorme differenza di tipo, ma perché usano chiamarla collo stesso nome. Le jene che si osservano nelle contrade del Sennar sono molto più piccole di quelle d'Abissinia, ed i naturalisti francesi le rassomigliano ad un cinghiale: le une e le altre però hanno comuni gli istinti feroci. Il mantello è di un colore cenere scuro, tra cui risalta una doppia fila di peli grossi ed irti, tendenti al rosso, che dall'occipite discendono in linea retta sul dorso. Molto lungo è il muso, il cranio quasi schiacciato, le gambe sottili, e le due posteriori deboli, tantoché vedendole correre si direbbero ferite, essendo il loro passo molto sciancato. Tra le belve la jena rappresenta quanto v'è di feroce senza generosità e forza, quanto di crudele senza coraggio, quanto di schifoso senza ombra di pudore; estremamente vile, muore più facilmente fuggendo che combattendo. Cheché ne pensino viaggiatori poco coscienziosi, io credo che la jena non abbia mai costituito un serio pericolo per la vita dell'esploratore. Occupata a procacciarsi le prede morte, essa non vive che nei cimiteri, ed erra dove la sventura colpì qualche stanco viandante o qualche qualche povero animale. (pp. 108-109)
  • I selvaggi non si danno cura di dare la caccia alla jena per due ragioni: la prima perché la carne non è nei loro gusti, per quanto depravati; secondariamente perché pensano che la jena possa essere per metà uomo e per metà animale. Non credevo che in tutto il Sudan ci potesse esser questo pregiudizio tanto radicato, ma ho dovuto persuadermene dopo aver parlato con moltissimi capi dei selvaggi. Essi dicono che alcuni uomini, tra quelli che giornalmente vivono in società con gli indigeni, si convertono in jena in sul far della sera ed internandosi nei villaggi come vendicatori di azioni malvagie e quasi strumento della divinità, entrano nei casolari ed uccidono uomini ed animali. (p. 110)

Citazioni su Pellegrino Matteucci[modifica]

  • Il nome di Pellegrino Matteucci si lega alla prima traversata dell'Africa Boreale dal Mar Rosso al Golfo di Guinea sull'Oceano Atlantico, giungendo alla foce del Niger il 3 luglio 1881. (Cosimo Bertacchi)

Note[modifica]

  1. Gli oromo, precedentemente noti anche come galla, gruppo etnico africano diffuso in Etiopia e Kenya.
  2. a b c Località della regione del Goggiam, parte nord-occidentale dell'impero d'Etiopia.
  3. a b Le sorgenti, all'epoca ancora ignote, del fiume Nilo.
  4. Giovanni Miani (1810–1872), esploratore italiano.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]