Pierre Grimal

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Pierre Grimal (1912 – 1996), storico e latinista francese.

La civiltà dell'antica Roma[modifica]

Incipit[modifica]

Isola luminosa tra le tenebre della preistoria italiana e quelle, quasi altrettanto impenetrabili, in cui sprofondò il mondo occidentale dopo la caduta dell'Impero, Roma rischiara di una vivida luce circa dodici secoli di storia dell'umanità. Dodici secoli in cui non mancarono certo guerre e crimini ma che, per buona parte, furono caratterizzati da una pace durevole e sicura, la pax romana, imposta e accettata dagli argini del fiume Clyde sino alle montagne dell'Armenia, dal Marocco alle rive del Reno, a volte persino dell'Elba, e che si fermava solo ai confini del deserto, sulle rive dell'Eufrate. A questo sconfinato Impero bisogna ancora aggiungere tutta una folta schiera di stati sottomessi alla sua influenza spirituale o attratti dal suo prestigio. Come stupirsi del fatto che questi dodici secoli siano annoverati tra i più importanti per la storia dell'umanità e che l'influenza di Roma sia ancora tangible, vigorosa e duratura a dispetto di tutte le rivoluzioni, di tutte le espansioni e i ribaltamenti di prospettiva sopravvenuti nell'arco di un millennio e mezzo?

Citazioni[modifica]

  • L'Impero di Roma sarebbe stato solo una conquista effimera se si fosse limitato a imporre al mondo, con la forza, un'organizzazione politica e anche giuridica. La sua vera grandezza risiedeva forse maggiormente in quella che fu, e resta tuttora, la sua influenza spirituale. Fu Roma che aprì in Occidente, regioni sconfinate a tutte le forme della cultura e del pensiero e che, in Oriente, permise ai tesori della spiritualità e dell'arte ellenici di sopravvivere, conservando la propria virtù fecondatrice. Talvolta si può essere tentati di vagheggiare un mondo in cui Roma non fosse esistita ma alla fin fine questo consente solo di valutare meglio quale ruolo, immenso essa ebbe nella storia del pensiero umano. (Parte seconda. Il popolo eletto. Capitolo 6, La Vita e le arti, p. 154)
  • La civiltà romana ci appare oggi, nello scorcio dei secoli, come una civiltà essenzialmente urbana. Eppure non è così che gli stessi Romani erano soliti considerarsi. Per tutto il corso della loro storia, a dispetto delle smentite che i fatti fornivano loro, amarono considerarsi "contadini". (Parte terza. Roma e la famiglia. Capitolo 7, Roma e la terra, p. 187)
  • I più grandi e i più celebri degli acquedotti romani, i cui archi ancora scavalcano la campagna dai Colli Albani fino a Porta Maggiore, furono costruiti tra il 47 e il 52 d.C. da Claudio e terminati dopo il 54 da Nerone. [...].
    Si può stimare il volume di acqua distribuito a Roma dalla rete ufficiale, verso la fine del I secolo, intorno a 992.000 metri cubi in 24 ore. (Parte terza. Roma e la famiglia. Capitolo 8, Roma, la regina delle città, p. 251)
  • Le Terme imperiali, moltiplicatesi nel corso del I secolo, avevano reso pubblico il lusso dei bagni. È stato scritto che le terme erano le ville della plebe. Vi si trovavano tutti i generi dei piaceri e di diletti. I letterati vi trovavano una biblioteca, i chiacchieroni dei portici e dei boschetti dove incontrare gli amici. Sulle terrazze era possibile prendere bagni di sole, raccomandati dai medici. Delle aree coperte permettevano di giocare a palla; anche le persone molto serie trascorrevano ore a lanciare delle piccole palle di cuoio, con due o tre amici che si esercitavano come loro e si preparavano in questo modo a prendere il bagno. (Parte terza. Roma e la famiglia. Capitolo 9, I piaceri della città, p. 288)

Explicit[modifica]

L'Impero Romano è crollato, la sua corazza amministrativa non ha resistito all'enorme spinta delle invasioni, la sua facoltà di rinnovarsi si è consumata, le sue province si sono isolate in altrettanti regni, il mondo si è aperto di più verso terre allora sconosciute, che ne hanno rotto gli equilibri, ma l'idea stessa di Roma è sopravvissuta come un mito vivificante, quello di una patria umana che la storia ha dimostrato non essere solo un sogno impossibile.

La letteratura latina[modifica]

Incipit[modifica]

Si potrebbe intendere per letteratura latina l'insieme delle opere d'intento letterario scritte in latino. Ma questa definizione è eccessivamente vasta e comprende, di fatto, varie letterature differenti l'una dall'altra. L'uso letterario del latino, che comincia ad affermarsi nel corso del III secolo a.C., è destinato infatti a svilupparsi ininterrottamente da allora in poi. Esiste così una letteratura latina moderna, che fa direttamente seguito a quella dei secoli precedenti. Ma è del tutto evidente che essa non presenta i medesimi caratteri della letteratura del periodo di Cicerone o di Augusto [...] Fino a che sopravvive, tra gli autori, il sentimento di partecipare a una cultura «romana», è possibile ammettere ancora l'esistenza di una letteratura latina, nel significato in cui, qui, l'intendiamo. (Introduzione)

Citazioni[modifica]

  • È con la poesia che ha inizio la letteratura latina. Essa fa i suoi primi passi contemporaneamente con l'epopea e col teatro. Molteplici sono le ragioni che presiedono a questo sviluppo: alcune sono da ricercare nella situazione della letteratura greca contemporanea, nel ruolo giocato insieme dalla tradizione omerica e dalle rappresentazioni teatrali nella cultura ellenica, altre, invece, dipendono da condizioni proprie di Roma. (Capitolo I. La poesia arcaica, p. 13)
  • Abbiamo visto in quale misura l'arte oratoria in Cicerone sia stata legata all'azione: è chiaro, dunque, che nessuno meglio di lui era in grado di elaborare una teoria romana dell'eloquenza, come mezzo di espressione e come strumento politico. (Capitolo III. Cicerone e il suo tempo, 1. L'opera di Cicerone, p. 41)
  • Il periodo di Silla è anche il momento in cui fioriscono le Memorie degli uomini di Stato: quelle di Q. Lutazio Catulo, [...] quelle di M. Emilio Scauro, quelle di Rutilio Rufo, [...] quelle dello stesso Silla [...]. Una ventina d'anni dopo Silla, Cesare presentava un modello esemplare nei suoi Commentarii: i sette libri del De bello Gallico [...] i tre libri del De bello civili, [...]. Una differenza, tuttavia, separa questi Commentarii di Cesare dalle «memorie» citate poco prima: scritti nel corso degli avvenimenti o poco dopo, essi servono a fini di «propaganda» personale, e non sono semplici giustificazioni o testimonianze posteriori. Il De bello Gallico presenta delle azioni militari condotte da Cesare un quadro, se non inesatto, tuttavia senz'altro tendenzioso, nel quale ombre e luci sono proiettate e sapientemente distribuite per rendere l'immagine desiderata. (Capitolo III. Cicerone e il suo tempo, 2. La storiografia nel periodo finale della repubblica, pp. 43-44)
  • L'evoluzione religiosa del poeta [Virgilio] fa dunque sì che egli approdi, dal suo epicureismo primitivo, a un platonismo mistico (o, se si preferisce, a un «neo-pitagorismo», che ammette l'esistenza di anime sopravvissute al corpo e discerne nel mondo un disegno della Provvidenza. [...] Si realizza in tal modo la sintesi delle principali correnti spirituali di Roma, che consente all'Eneide di farsi immagine di quest'ultima e giustificazione del suo straordinario valore storico. In breve tempo, Virgilio verrà considerato il portavoce di ogni verità direttamente ispirata dagli dèi. (Capitolo IV. Il periodo augusteo, 1. Virgilio, p. 60)
  • [Sul De nuptiis Mercurii et Philologiae di Felice Marziano Capella] Le nozioni vi sono esposte tramite un apparato allegorico mitologizzato in parte artificiale, in parte ispirato alla teologia «platonica» (nel senso che le attribuiva Apuleio). Il dio Mercurio vi assume in realtà la figura dell'Ermes degli egizi (Horos), dio di ogni scienza. La sua unione con Philologia (con la «scienza delle lettere») simboleggia il valore universale della cultura letteraria. Philologia ha sette ancelle: Grammatica, Dialettica, Retorica, Metrica, Aritmetica, Astronomia e Musica. La soglia del pensiero medievale è già varcata. (Capitolo VI. I superstiti, p. 94)

Explicit[modifica]

Di fronte al popolo, che ne costituisce il sostegno e il fondamento, si affermano uomini che il vigore spirituale, l'efficienza politica, il prestigio militare isolano, ma designano anche come guide. Seneca, il più individualista e, se si vuole, il più orgoglioso fra i pensatori, è un maestro di coscienze incomparabile. Virgilio, il solitario per eccellenza, il poeta timido, è il fondatore della «romanità», imperiale. Ed è qui che si rivela il segreto di questa letteratura: nella sua capacità di istituire e di mantenere aperto un dialogo fra lo scrittore e il lettore, nella sua volontà di persuadere, che attrae a sé e che subordina le più sofisticate raffinatezze dell'arte. A Roma, tutti i dilettantismi greci si disciplinano al servizio di un più largo umanesimo.

Bibliografia[modifica]

  • Pierre Grimal, La civiltà dell'antica Roma (La civilisation romaine), traduzione di Tharita Marilù Blasi, Newton Compton Editori, Roma, 2006.
  • Pierre Grimal, La letteratura latina (La litterature latine), traduzione di Ninetta Zandegiacomi, Newton Compton Editori, Roma, 1994. ISBN 88-7983-378-2.

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