Marco Tullio Cicerone

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
(Reindirizzamento da Cicerone)
Cicerone

Marco Tullio Cicerone, in latino Marcus Tullius Cicero (106 a.C. – 43 a.C.), filosofo, oratore, politico e scrittore romano.

Citazioni di Marco Tullio Cicerone[modifica]

  • [Caninius Rebilus restò in carica come console un giorno soltanto] Abbiamo finalmente avuto un console così vigile, che non ha dormito una sola notte durante il suo consolato.[1]
  • Approvo che ci sia qualcosa del vecchio in un giovane, e qualcosa del giovane in un vecchio.[2]
  • Avete spesso sentito dire che Siracusa è la più grande città greca, e la più bella di tutte. La sua fama non è usurpata: occupa una posizione molto forte, e inoltre bellissima da qualsiasi direzione vi si arrivi, sia per terra che per mare, e possiede due porti quasi racchiusi e abbracciati dagli edifici della città. Questi porti hanno ingressi diversi, ma che si congiungono e confluiscono all'altra estremità. Nel punto di contatto, la parte della città chiamata l'isola, separata da un braccio di mare, è però riunita e collegata al resto da uno stretto ponte. La città è così grande da essere considerata come l'unione di quattro città, e grandissime: una di queste è la già ricordata "isola ", che, cinta dai due porti, si spinge fino all'apertura che da accesso ad entrambi. Nell'isola è la reggia che appartenne a Ierone II, ora utilizzata dai pretori, e vi sono molti templi, tra i quali però i più importanti sono di gran lunga quello di Diana e quello di Minerva, ricco di opere d'arte prima dell'arrivo di Verre.
    All'estremità dell'isola è una sorgente di acqua dolce, chiamata Aretusa, di straordinaria abbondanza, ricolma di pesci, che sarebbe completamente ricoperta dal mare, se non lo impedisse una diga di pietra.
    L'altra città è chiamata Acradina, dove è un grandissimo Foro, bellissimi portici, un pritaneo ricco di opere d'arte, un'amplissima curia e un notevole tempio di Giove Olimpio; il resto della città, che è occupato da edifici privati, è diviso per tutta la sua lunghezza da una larga via, tagliata da molte vie trasversali.
    La terza città, chiamata Tycha perché in essa era un antico tempio della Fortuna, contiene un amplissimo ginnasio e molti templi: si tratta di un quartiere molto ricercato e con molte abitazioni. La quarta viene chiamata Neapolis (città nuova), perché costruita per ultima: nella parte più alta di essa è un grandissimo teatro, e inoltre due importanti templi, di Cerere e di Libera, e la statua di Apollo chiamata Temenite, molto bella e grande, che Verre, se avesse potuto, non avrebbe esitato a portar via.[3]
  • [Riferendosi a Catilina] Aveva risposto [...] che se un qualsiasi incendio fosse stato appiccato al suo avvenire, quello avrebbe spento non con l'acqua, ma fra le rovine.[4]
  • Bisogna essere servi delle circostanze.
Tempori serviendum est.[5]
  • Cicerone che parla per la propria casa.[6]
Cicero pro domo sua.
  • Diversamente da te, non ho bisogno di esporre il motivo per cui il dio, facendo ogni cosa in funzione nostra (così almeno voi pretendete che sia), abbia munito natrici e vipere di tanta potenza.[7]
  • È impossibile che non sia felice chi dipende totalmente da se stesso e che punta tutto soltanto su di sé.
Nemo potest non beatissimus esse, qui est totus aptus ex sese, quique in se uno sua ponit omnia.[8]
  • Finché c'è vita, c'è speranza.[9]
  • Fino a quando insomma abuserai, Catilina, della nostra pazienza?
Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?[10]
  • [...] fra i quali [gli alatrini] nessuno di voi, secondo me, ignora quanto splendore ci sia, quanto il modo di vivere sia abbastanza uniforme e quanto quasi in tutti sia regolare e moderato.
[...] in quibus quantus splendor sit, quam prope aequabilis, quam fere omnium constans et moderata ratio vitae, nemo vestrum, ut mea fert opinio, ignorat.[11]
  • I Lacedemoni furono avvertiti da Anassimandro, lo studioso della natura, a lasciare la città e le case, vegliando in armi sui campi, perché era imminente un terremoto, dopo il quale evento la città rimase del tutto distrutta e venne giù dal monte Taigeto una massa rocciosa della grandezza della poppa di una nave.[12]
  • Il loro silenzio è un'eloquente affermazione.
Cum tacent, clamant.[13]
  • Il saggio stesso formula spesso opinioni su ciò che non conosce, non di rado è in preda alla collera, cede alle preghiere e si calma, corregge talora – se così è meglio – le sue affermazioni e talora cambia parere; tutte le virtù sono temperate dal giusto mezzo.[14]
  • L'opera poetica di Lucrezio è proprio come mi scrivi: rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica.[15]
  • La giustizia, se è rispetto a Dio dicesi religione, se verso i parenti pietà, se nelle cose affidate dicesi fede.
Justitia... erga Deos religio, erga parentes pietas, creditis in rebus fides... nominantur.[16]
Magnum vectigal... parsimonia.[17]
  • La scienza che si diparte dalla giustizia è da chiamarsi inganno, piuttosto che sapienza.[18]
  • Le armi cedano il posto alla toga, l'alloro militare alla lode.
Cedant arma togae, concedat laurea linguae.[19]
Silent [...] leges inter arma.[20]
  • Mandami, ti prego, i due libri di Dicearco, dell'anima e della Discesa. Non trovo il Tripolitico, e la lettera di lui scritta ad Aristosseno. Questi tre libri io mi consumo di avere; ché troppo m'acconcerebbono a quel che sto mulinando.[21]
  • Nulla che sia del tutto nuovo è perfetto.[22]
  • O fortunata Roma, nata sotto il mio consolato!
O fortunatam natam me consule Romam![23]
  • O tempi, o costumi!
O tempora, o mores![24]
  • Ozio con dignità.
Otium cum dignitate.[25]
  • Qualunque cosa possa accadere ai Siciliani, essi la commenteranno con una battuta di spirito.
Numquam est tam male Siculis, qui aliquis facete et commode dicant.[26]
  • Siamo schiavi delle leggi per poter essere liberi.
Legum servi sumus ut liberi esse possimus.[27]
Civis romanus sum.[29]

Attribuite[modifica]

Moriar in patria saepe servata.[32]
  • [I Siciliani,] gente acuta e sospettosa, nata per le controversie.[33]

De finibus bonorum et malorum[modifica]

  • La memoria dei mali passati è gioconda. (II, XXXII)
Jucunda memoria est praeteritorum malorum.
  • [...] che la fame è il condimento del cibo. (II, 90)
[...] cibi condimentum esse famem.
  • Peraltro, anche nelle bestie feroci è possibile osservare la potenza della natura, poiché in esse ci sembra perfino di potere ascoltare la sua voce quando vediamo la loro fatica nel partorire i propri piccoli e poi nell'allevarli. (III, 62[34])
  • Con la consuetudine si forma quasi un'altra natura (V, 25, 74)
Consuetudine quasi alteram naturam effici.
  • Non sembra privo di arguzia quel famoso proverbio sul maiale in cui si dice che l'anima sarebbe stata data a questa bestia al posto del sale, per non farla imputridire. (V, 38[35])

De legibus[modifica]

  • Sicuramente non c'è nulla di più utile che comprendere che noi siamo nati per la giustizia e che il diritto non è stato costituito dalla convenzione, bensì dalla natura. La cosa risulterà evidente, se si considererà con attenzione l'attitudine umana alla socievolezza e alla vita comunitaria. Non c'è un individuo così simile a un altro individuo, quanto noi esseri umani siamo simili l'uno all'altro. Infatti, se la depravazione delle consuetudini, se la vanità delle opinioni non contorcesse le nostre deboli anime sviandole dal punto dove avevano cominciato a mirare, nessuno sarebbe simile a se stesso come ogni essere umano è simile a tutti gli altri. E pertanto, qualunque sia la definizione dell'essere umano, essa sarebbe unica e varrebbe per tutti. [...] E non c'è nessun individuo di nessun popolo che, se guidato dalla natura, non possa pervenire alla virtù. (I, 10, 28-30[36])
  • La salute del popolo sia la suprema delle leggi. (III, 3)
Salus populi suprema lex esto.
  • Spesso gli dei immortali repressero con gli auspicia l'ingiusta irruenza del popolo.[37] (III, 27)
Saepe populi impetum iniustum auspiciis di immortales represserunt.

De natura deorum[modifica]

  • Dato che la fede negli dèi non è stata imposta né da una qualche autorità, né da una consuetudine né da una legge, ma è fondata sull'unanime consenso di tutti, se ne deve necessariamente dedurre che gli dèi esistono dal momento che ne possediamo il connaturato o, per meglio dire, l'innato concetto. Dato quindi che ciò che il naturale consenso di tutti gli uomini ammette non può non essere vero, siamo costretti a convenire che gli dèi sono una realtà.
  • Durante un viaggio per mare lo stesso Diagora, di fronte alla costernazione dei piloti che, atterriti dalla tempesta, attribuivano quella loro disgrazia al fatto di averlo accolto sulla nave, fece loro osservare che molte altre navi in navigazione sulla medesima rotta si trovavano in pericolo e chiese loro se per caso anche su quelle viaggiasse un Diagora. (III, 89)
  • Egli solo [Epicuro] vide, per la prima volta, che gli dèi esistono, poiché è stata proprio la natura ad imprimere nella mente di ogni uomo la nozione degli dèi. C'è forse un popolo, c'è una società di uomini che, pur senza una adeguata informazione, non abbia un qualche presentimento dell'esistenza degli dèi?
  • Epicuro crede che esistano gli dèi, perché è necessario che esista una natura eccellente, della quale nulla possa essere migliore.
  • Con te io devo lottare in difesa degli altari, dei focolari, dei templi e dei santuari degli dei, delle mura della città, che voi pontefici dite essere sacre e cingete anzi la città con riti religiosi più accuratamente che con le stesse mura. L'idea di abbandonare tutto questo mi sembra un sacrilegio, finché almeno sarò in vita.[38] (III, 94)
Est enim mihi tecum pro aris et focis certamen et pro deorum templis atque delubris proque urbis muris, quos vos pontifices sanctos esse dicitis diligentiusque urbem religione quam ipsis moenibus cingitis; quae deseri a me, dum quidem spirare potero, nefas iudico.
  • I barbari hanno divinizzato le bestie per trarne vantaggio. (I, 36[39])
Belluae a barbaris propter beneficium consecratae.
  • Dice bene Crisippo quando afferma che, come l'involucro è in funzione dello scudo e la vagina è in funzione della spada, così ogni cosa – a eccezione del cosmo – è stata creata in funzione di un'altra. [...] Lo stesso essere umano, poi, è nato al fine di contemplare il cosmo e imitarlo. (II, 14, 37[40])
  • Grave è il peso della propria coscienza. (III, 35)
Grave ipsius conscientiae pondus.
  • Nulla c'è che Dio non possa fare. (III, 39)
Nihil esse, quod deus efficere non possit.
  • Un aruspice non può incontrare un altro aruspice senza ridere. (III, 26)

De officiis[modifica]

Incipit[modifica]

È vero che tu, o figlio Marco, già da un anno scolaro di Cratippo, e in Atene, devi essere di gran lunga fornito di precetti e principi filosofici per la grande rinomanza del maestro e della città, l'uno dei quali ti può accrescere il credito col suo sapere, l'altra con le istituzioni; tuttavia, come io congiunsi sempre per mio profitto le lettere latine alle greche, non solo nello studio della filosofia, ma anche nell'esercizio dell'eloquenza, così penso che tu debba fare la stessa cosa, per essere ugualmente esperto nell'uso dell'una e dell'altra lingua.

Citazioni[modifica]

  • Fondamento della giustizia è la fede, cioè la costanza e la sincerità nel mantenere le cose dette e convenute. (I, 7, 23)
Fundamentum (autem) est justitiae fides, id est dictorum conventorumque constantia et veritas.
  • Non siamo nati soltanto per noi stessi. (I, 22)
Non nobis solum nati sumus.
  • La ragione dovrebbe dominare e l'appetito obbedire[41]. (I, 29)
Appetitus rationi oboediant.
  • Perfetta giustizia perfetta ingiustizia.
Summum ius summa iniuria. (I, 33)
  • Le armi cedano [il posto] alla toga, l'alloro [militare] alla lode.
Cedant arma togae, concedat laurea laudi. (I, 77)
  • Alla fine [Callicratida] mandò tutto in rovina per non aver voluto seguire il consiglio di coloro i quali giudicavano opportuno ritirare la flotta dalle Arginuse e non venire a battaglia con gli Ateniesi. Egli rispose loro che Sparta, perduta quella flotta, ben poteva allestirne un'altra, mentre lui non poteva fuggire senza macchiarsi d'infamia. (I, 84, traduzione di P. Fedeli, 1969)
  • Esistono in tutto due generi di scherzo: uno volgare, violento, vergognoso e osceno, e un altro elegante, urbano, ingegnoso e fine. Di questo secondo tipo sono intrisi non solo il nostro Plauto e la Commedia greca antica, ma anche i libri dei filosofi socratici.
Duplex omnino est iocandi genus: unum illiberale, petulans, flagitiosum, obscenum; alterum elegans, urbanum, ingeniosum, facetum. Quo genere non modo Plautus noster et Atticorum antiqua comoedia, sed etiam philosophorum Socraticorum libri referti sunt. (I, 104)
  • Non può essere veramente onesto ciò che non è anche giusto.

De oratore[modifica]

  • Siano pure detti poeti anche coloro che i greci chiamano fisici, dal momento che il fisico Empedocle scrisse un poema egregio. (I, 217)
Dicantur ei quos physikoús Graeci nominant eidem poetae, quoniam Empedocles physicus egregium poema fecerit.
  • La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell'antichità. (II, 9)
  • Non amo le persone troppo zelanti. (II, 67)
Non amo nimium diligentes.

De re publica[modifica]

  • La libertà, che non consiste nell'avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno. (II, 43)
Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo.
  • Pitagora ed Empedocle avvertono che tutti gli esseri viventi hanno eguali diritti, e proclamano che pene inespiabili sovrastano a coloro che rechino offesa a un vivente. (III, 1, 19[42])
  • Nei dissensi civili, quando i buoni valgono più dei molti, i cittadini si devono pesare, non contare. (VI, 1)

De senectute[modifica]

Incipit[modifica]

Dario Arfelli[modifica]

"O Tito, se io ti porgo un aiuto o ti allevio la pena che ora, confitta nel cuore, ti angustia e tormenta, qual premio ne avrò?". Sì, a me è lecito rivolgermi a te, o Attico, con quei medesimi versi coi quali si rivolge a Flaminino "quell'uomo non ricco d'averi, ma pieno di lealtà e di fede". Veramente, io so con certezza che tu non puoi "travagliarti così, o Tito, le notti e i giorni" come Flaminino: conosco, infatti, la misurata e pacata serenità del tuo spirito, e ben comprendo che tu hai riportato da Atene non solo il soprannome, ma anche raffinata cultura e squisita saggezza. Nondimeno, io sospetto che qualche volta tu ti affligga fortemente per quelle medesime cose per le quali anch'io mi affliggo; se non che il dar conforto a tali inquiteudini è impresa alquanto difficile e da differirsi a miglior tempo. Per ora, m'è parso bene scrivere per te qualche cosa intorno alla vecchiezza.
[Zanichelli, traduzione di Dario Arfelli]

Michele Battaglia[modifica]

Concedi, Attico, di rivolgermi a te con i medesimi metri, che Ennio poeta, meno eminente per ricchezze che per animo sensibile alla schietta amicizia, rivolgeva a Tito Quinzio Flamminino, comunque io menomamente non ti creda la mente giorno e notte così agitata, siccome a quel personaggio. Sono a me troppo noti il senso e la mitezza tua, portando io ferma opinione che tu prendesti il soprannome da Atene non, che nel puro tuo accento greco, per l'amenità dei costumi e la giudiziosa fermezza. Tuttavia suppongo te dagli stessi casi profondamente commosso, che me pure talvolta tengono turbato, a confortarci de' quali da noi soli non bastiamo, ed unico sollievo possiamo aspettarlo dal tempo.
[Marco Tullio Cicerone, Il Catone Maggiore, ovvero Dialogo intorno alla vecchiezza fra Catone, Scipione e Lelio, dedicato a Tito Pomponio Attico, traduzione di Michele Battaglia, in "Elogio della Vecchiaia" di Paolo Mantegazza, Franco Muzzio Editore, 1993. ISBN 8870216535]

Citazioni[modifica]

  • Anche una vita breve è abbastanza lunga per vivere con virtù e onore.
  • Ciascuna parte della vita ha un suo proprio carattere, sì che la debolezza dei fanciulli, la baldanza dei giovani, la serietà dell'età virile e la maturità della vecchiezza portano un loro frutto naturale che va colto a suo tempo.
  • Come non tutti i vini, così non tutti i caratteri inacidiscono invecchiando.
  • L'avarizia in età avanzata è insensata: cosa c'è di più assurdo che accumulare provviste per il viaggio quando siamo prossimi alla meta?
  • La leggerezza è propria dell'età che sorge, la saggezza dell'età che tramonta.
  • La memoria diminuisce, se non la tieni in esercizio. (VII)
Memoria minuitur ... nisi eam exerceas.
  • La vecchiaia è il compimento della vita, l'ultimo atto della commedia. (XXIII)
  • La vecchiaia, specialmente quella che ha conosciuto tutti gli onori, possiede un'autorità che vale ben più di tutti i piaceri della giovinezza.
  • Non con le forze, non con la prestezza e l'agilità del corpo si fanno le grandi cose, ma col senno, con l'autorità, col pensiero.
  • Non patisce mancanza chi non sente desiderio.
  • Nessuno è tanto vecchio da non credere di poter vivere ancora un anno. (VII)
Nemo est tam senex qui se annum non putet posse vivere.
  • [Archita] Uomo fra i primi grande e illustre.
Magnum in primis et praeclarum virum. (XII, 41)

Epistolae ad familiares[modifica]

  • Infatti Io scritto non diventa rosso. (V, 12, 1)
Epistola enim non erubescit.
  • Sardi da vendere (l'uno più tristo dell'altro). (VII, 24, 2)
Sardi venales (alius alio nequior).
  • Se presso alla biblioteca ci sarà un giardino, nulla ci mancherà. (IX, 4, a Varrone)
Si hortum in bibliotheca habes, deerit nihil.
  • Hai ottenuto tutti i risultati migliori, con la virtù come guida, la sorte per compagna. (X, 3)
Omnia summa consecutus es, virtute duce, comite fortuna.

Laelius de amicitia[modifica]

Incipit[modifica]

Quinto Mucio augure era solito raccontare, con fedele memoria e piacevolmente, molte cose di suo suocero C. Lelio e non esitava a chiamarlo, in ogni discorso, sapiente: io, poi, presa la toga virile, da mio padre ero stato accompagnato da Scevola, in modo che, finché potessi e fosse lecito, non mi allontanassi mai dal fianco di quel vecchio. E così mi scolpivo nella mente molte cose da lui saggiamente discusse, ed anche molte dette in modo conciso ed elegante e mi sforzavo di diventare più dotto grazie alla sua esperienza. Ma di lui parlerò un'altra volta: ora torno all'augure.
[Marco Tullio Cicerone, L'amicizia, traduzione di Emma Maria Gigliozzi, Newton, 1993. ISBN 8879830589]

Citazioni[modifica]

  • Bisogna volere bene come se un giorno si dovesse arrivare a odiare.[43] (16, 59)
Ita amare oportere, ut si aliquando esset osurus.
  • Bisogna mangiare insieme molti moggi di sale, perché il dovere dell'amicizia sia compiuto.[44] (19, 67)
Multos modios salis simul edendos esse, ut amicitiae munus expletum sit.
  • È necessario scegliere dopo aver giudicato e non giudicare dopo aver scelto.
  • La fortuna è cieca. (54)
Fortuna caeca est.
  • Le vere amicizie sono eterne.[45]
Verae amicitiae sempiternae sunt.

Orator[modifica]

  • Ignorare tutto quello che accadde prima che tu nascessi, equivale ad essere sempre fanciullo. (Ad Brutum, XXXIV, 120)
Nescire (autem) quid ante quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum.
  • Reputo che nulla è difficile per chi ama. (cap. X)
Nihil difficile amanti puto.
  • Per chi aspira al primo posto non è indecoroso fermarsi al secondo o al terzo. (IV)

Philippicae[modifica]

Incipit[modifica]

Prima di dirvi ciò che penso sulla situazione della repubblica, onorevoli senatori, accennerò alle ragioni per cui, dopo aver lasciato Roma, ho deciso di ritornarvi.
[dalla "Prima Filippica contro M. Antonio", citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni[modifica]

  • Annibale è alle porte. (I, 5)
Hannibal ad portas.
  • Se vogliamo godere della pace, bisogna fare la guerra. (VII, 19)
Si pace frui volumus, bellum gerendum est.
  • La vita dei morti è riposta nel ricordo dei vivi. (IX, 10)
Vita [...] mortuorum in memoria est posita vivorum.
  • Chiunque può sbagliare, ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore. (XII, 5)
Cuiusvis hominis est errare; nullius, nisi insipientis, in errore perseverare.

Tusculanae disputationes[modifica]

  • Mi sembra che la morte sia un male. (I, 5, 9)
Malum mihi videtur esse mors.
  • Il sonno è immagine della morte. (I, 38, 92)
Habes somnum imaginem mortis.
  • In realtà, quando Archimede racchiuse in una sfera i movimenti della luna, del sole e dei cinque pianeti, fece lo stesso che colui che nel Timeo edificò l'universo, il dio di Platone, e cioè che un'unica rivoluzione regolasse movimenti molto diversi per lentezza e velocità. E se questo non può avvenire nel nostro universo senza la divinità, neanche nella sfera Archimede avrebbe potuto imitare i medesimi movimenti senza un'intelligenza divina.
Nam cum Archimedes lunae solis quinque errantium motus in sphaeram inligavit, effecit idem quod ille, qui in Timaeo mundum aedificavit, Platonis deus, ut tarditate et celeritate dissimillimos motus una regeret conversio. Quod si in hoc mundo fieri sine deo non potest, ne in sphaera quidem eosdem motus Archimedes sine divino ingenio potuisset imitari. (I, 63)
  • Siamo pronti a contraddire senza ostinazione, ed a lasciare, senza adirarci, che altri ci contraddica. (II, I, 2)
Et refellere sine pertinacia et refelli sine iracundia parati sumus.
Consuetudinis magna vis est.
  • È da stolti il vedere i vizi altrui e dimenticare i propri. (III, 30)
Est (enim) proprium stultitiae, aliorum vitia cernere, oblivisci suorum.
  • Io quand'ero questore scoprii la sua tomba [di Archimede], sconosciuta ai Siracusani, cinta con una siepe da ogni lato e vestita da rovi e spineti, sebbene negassero completamente che esistesse. Tenevo, infatti, alcuni piccoli senari, che avevo sentito essere scritti nel suo sepolcro, i quali dichiaravano che alla sommità del sepolcro era posta una sfera con un cilindro. Io, poi, osservando con gl'occhi tutte le cose - c'è, infatti, alle porte Agrigentine una grande abbondanza di sepolcri - volsi l'attenzione ad una colonnetta non molto sporgente in fuori da dei cespugli, sulla quale c'era sopra la figura di una sfera e di un cilindro. E allora dissi subito ai Siracusani - c'erano ora dei principi con me - che io ero testimone di quella stessa cosa che stavo cercando. Mandati dentro con falci, molti ripulirono e aprirono il luogo. Per il quale, dopo che era stato aperto l'accesso, arrivammo alla base posta di fronte. Appariva un epigramma sulle parti posteriori corrose, di brevi righe, quasi dimezzato. Così la nobilissima cittadinanza della Grecia, una volta veramente molto dotta, avrebbe ignorato il monumento del suo unico cittadino acutissimo, se non lo fosse venuto a sapere da un uomo di Arpino.
Cuius ego quaestor ignoratum ab Syracusanis, cum esse omnino negarent, saeptum undique et vestitum vepribus et dumetis indagavi sepulcrum. Tenebam enim quosdam senariolos, quos in eius monumento esse inscriptos acceperam, qui declarabant in summo sepulcro sphaeram esse positam cum cylindro. Ego autem cum omnia collustrarem oculis - est enim ad portas Agragantinas magna frequentia sepulcrorum - animum adverti columellam non multum e dumis eminentem, in qua inerat sphaerae figura er cylindri. Atque ego statim Syracusanis - erant autem principes mecum - dixi me illud ipsum arbitrari esse, quod quaererem. Immissi cum falcibus multi purgarunt et aperuerunt locum. Quo cum patefactus esset aditus, ad adversam basim accessimus. Apparebat epigramma exesis posterioribus partibus versiculorum dimidiatum fere. ita nobilissima Graeciae civitas, quondam vero etiam doctissima, sui civis unius acutissimi monumentum ignorasset, nisi ab homine Arpinate didicisset. (V, 23, 64-66)
Accipere quam facere praestat iniuriam.

Incipit di Catilinariae orationes[modifica]

Fino a quando abuserai, Catilina, della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora cotesta tua condotta temeraria riuscirà a sfuggirci? A quali estremi oserà spingersi il tuo sfrenato ardire? Né il presidio notturno sul Palatino né le ronde per la città né il panico del popolo né l'opposizione unanime di tutti i cittadini onesti né il fatto che la seduta si tenga in questo edificio, il più sicuro, ti hanno sgomentato e neppure i volti, il contegno dei presenti?
[BUR, traduzione di Lidia Storoni Mazzolani]

Citazioni su Marco Tullio Cicerone[modifica]

  • Cicerone divertente? Cicerone uomo di spirito? si domandano increduli i licealisti di tutto il mondo; i quali da generazioni hanno ormai bollato l'Arpinate col marchio indelebile di oratore retorico, di scrittore fastidiosissimo. (Maffio Maffii)
  • Confrontando Cicerone con Demostene, dirò che il carattere di Demostene è l'evidenza della ragione, l'impeto e la veemenza di un'anima accesa ed eloquente; quello di Cicerone, l'ordine, la fecondità, e lo splendor dell'orazione. Il primo più aspro, talvolta secco e duro, ma più sublime e più robusto; il secondo più florido e più ornato, ma talvolta, come lo rimprovera Bruto, cascante e distemperato. In due parole: ammiro Cicerone, ma vorrei Demostene per difensore. (Guglielmo Audisio)
  • Fu ad Archimede conceduto l'onor del sepolcro, quale l'avea egli desiderato. Ma questo sepolcro medesimo era ito in dimenticanza più di 100 anni dopo, quando Cicerone andò questore in Sicilia. Narra egli stesso in qual maniera gli venisse fatto di scoprirlo a' Siracusani, i quali tanto ne avean perduta ogni memoria, che assicuravano il sepolcro di Archimede non essere certamente tra loro. Così un Romano riparò in certo modo l'ingiuria che questo valentuomo avea da un altro Romano ricevuta. Ad alcuni han data noia in questo racconto di Cicerone quelle parole humilem homunculum, con cui egli chiama Archimede, come se dirlo volesse uom dappoco e spregevole... Ma senza inutilmente perderci in dissertare, basta il riflettere che sì gran concetto avea Cicerone di Archimede, che volle cercarne il sepolcro, e che chiamolo, come fu detto sopra, uomo di divino ingegno, per comprendere che quelle parole humilem homunculum non significano già uomo da nulla, ma uom privato e povero, e vissuto lungi dalla luce de' pubblici onori. (Girolamo Tiraboschi)
  • L'umorismo è per l'Arpinate, oltre che un efficace, intelligente strumento per vincere le cause senz'annoiare il prossimo, anche un segno di humanitas, di raffinata cultura, di amabilità nei rapporti umani. (Maffio Maffii)
  • Nessun greco ebbe la potenza animatrice e divulgatrice di Cicerone: perché nessun greco poteva imprimere ai concetti astratti della filosofia l'impulso dell'azione; nessun greco poteva riscaldare col calore della vita vissuta l'ideale massimo della cultura ellenistica, quello della humanitas (che era specialmente insegnato dai filosofi ellenistici, Panezio, Posidonio, ecc.) . e trasformarlo, come romanamente lo trasformò Cicerone, in principio operante su tutte le genti.
    Maestro di humanitas per il suo popolo, egli divenne maestro di tutto il mondo occidentale, operando attraverso al Cristianesimo, al Medioevo, alla Rinascenza, ininterrottamente. (Augusto Rostagni)
  • S'io credessi quelle armi che assiepano il Foro, dicea Cicerone, starsene qui a minacciare e non a proteggere, cederei al tempo e mi terrei silenzioso. Ma il fatto fu che quelle armi nel Foro inducevano per sé sole una fiera minaccia, tanto ch'egli parlò poco e male, e la paura ammazzò l'eloquenza. (Terenzio Mamiani)

Tito Livio[modifica]

  • Il capo reciso fu posto da Antonio proprio in quel luogo dove aveva parlato in quello stesso anno contro di lui.
  • Il suo ingegno gli propiziò abbondanza di opere e di riconoscimenti.
  • La sua eloquenza era stata tanto degna di ammirazione quanto mai era accaduto a voce umana!

Note[modifica]

  1. Citato in Storia Illustrata, Anno II N. 1, p. 30, gennaio 1958, Arnoldo Mondadori Editore.
  2. Citato in Guido Almansi, Il filosofo portatile, TEA, Milano, 1991.
  3. Da Verrine, II 4, 117-119.
  4. Dalla Pro Murena, Garzanti Editore.
  5. Da Epistulae ad Atticum, X, 7, 1.
  6. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 725.
  7. Da Academica, II, 120; citato in L'anima degli animali, pp. 130-131.
  8. Da Paradoxa Stoicorum, II, 17.
  9. Dalle Epistulae Ad Atticum.
  10. Da I Catilinaria, Exordium, 1, 1.
  11. Da Pro Cluentio, XVI, 46.
  12. Da De divinatione, I 50, 112.
  13. Da In Catilinam, I, 21.
  14. Da In difesa di Murena, 63.
  15. Da Epistulae ad Quintum fratrem, II, 9, 3.
  16. Da De partitione oratoria, 22.
  17. Dai Paradossi, IV, 3, 49.
  18. Citato in Claudio Malagoli, Etica dell'alimentazione: prodotti tipici e biologici, Ogm e nutraceutici, commercio equo e solidale, Aracne, 2006, p. 117.
  19. Da De Consulatu Suo; fonte.
  20. Da Pro Milone, IV, 11.
  21. Da una lettera ad Attico, in Lettere di M. T. Cicerone, vol. 8, traduzione di Antonio Cesari, Milano, 1829, p. 237.
  22. Da Brutus, 71.
  23. Da De consulatu suo; citato in Quintiliano, Institutio Oratoria, come verso particolarmente cacofonico e sgradevole; e da Giovenale, Satire, X, 122.
  24. Da Oratio pro Rege Deiotaro, XI, 31; Oratio I in Catilinam, I, 2; In Verrem, IV, 45.
  25. Da Pro P. Sextio, cap. 45; De Oratore, 1; Epistolae ad familiares, I, 9, 21.
  26. Citato in Poesie e canti sulla Sicilia, grifasi-sicilia.com.
  27. Da Pro Aulo Cluentio Habito, 146.
  28. Affermazione analoga fu pronunciata da San Paolo quando in Gerusalemme fu arrestato da un centurione romano (Atti degli apostoli, 22, 25).
  29. Da In Verrem, V, 147.
  30. Queste sono le ultime parole di Cicerone, che, vedendosi costretto a non poter fuggire, a causa del mare in tempesta, da Gaeta, viene colto dal desiderio di farla finita.
  31. Citato in Tito Livio, libro CXX; 1997.
  32. Citato in Seneca il Retore, Suasorie, VI, 17.
  33. Citato in Leonardo Sciascia, L'ordine delle somiglianze, Rizzoli, Milano, 1967.
  34. Citato in L'anima degli animali, p. 159.
  35. Citato in L'anima degli animali, p. 119.
  36. Citato in L'anima degli animali, p. 158.
  37. Citato in Mario Pani, La repubblica romana, il Mulino, Bologna, 2010, p. 17.
  38. Citato in Mario Pani, La repubblica romana, il Mulino, Bologna, 2010, p. 22.
  39. Citato in Gino Ditadi, I filosofi e gli animali, vol. 1, Isonomia editrice, Este, 1994, p. 482. ISBN 88-85944-12-4
  40. Citato in L'anima degli animali, p. 128.
  41. I desideri devono obbedire alla ragione: Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 576.
  42. Citato in Claudio Tugnoli (a cura di), Zooantropologia: Storia, etica e pedagogia dell'interazione uomo/animale, FrancoAngeli, Milano, 2003, p. 21.
  43. Citato in Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche, Mondadori, Milano, 2012, p. 19. ISBN 978-88-04-47133-2.
  44. Citato in Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche, Mondadori, Milano, 2012, p. 17. ISBN 978-88-04-47133-2.
  45. Citato in Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche, Mondadori, Milano, 2012, p. 16. ISBN 978-88-04-47133-2.
  46. Citato in Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche, Mondadori, Milano, 2012, p. 10. ISBN 978-88-04-47133-2.

Bibliografia[modifica]

  • Aristotele, frammenti stoici, Plutarco, Porfirio, L'anima degli animali, a cura di Pietro Li Causi e Roberto Pomelli, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1
  • Marco Tullio Cicerone, De officiis, traduzione di Anna Resta Barrile, Rizzoli, 1987.
  • Marco Tullio Cicerone, L'amicizia, traduzione di Emma Maria Gigliozzi, Newton, 1993. ISBN 8879830589
  • Tito Livio, Storia di Roma dalla fondazione, traduzione di Gian Domenico Mazzocato, Newton & Compton, Roma, 1997.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]