Marco Tullio Cicerone

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Cicerone

Marco Tullio Cicerone, in latino Marcus Tullius Cicero (106 a.C. – 43 a.C.), filosofo, oratore, politico e scrittore romano.

Citazioni di Marco Tullio Cicerone[modifica]

  • [Caninius Rebilus restò in carica come console un giorno soltanto] Abbiamo finalmente avuto un console così vigile, che non ha dormito una sola notte durante il suo consolato. (citato in Storia Illustrata, Anno II N. 1, p. 30, gennaio 1958, Arnoldo Mondadori Editore)
  • Approvo che ci sia qualcosa del vecchio in un giovane, e qualcosa del giovane in un vecchio.[1]
  • Avete spesso sentito dire che Siracusa è la più grande città greca, e la più bella di tutte. La sua fama non è usurpata: occupa una posizione molto forte, e inoltre bellissima da qualsiasi direzione vi si arrivi, sia per terra che per mare, e possiede due porti quasi racchiusi e abbracciati dagli edifici della città. Questi porti hanno ingressi diversi, ma che si congiungono e confluiscono all'altra estremità. Nel punto di contatto, la parte della città chiamata l'isola, separata da un braccio di mare, è però riunita e collegata al resto da uno stretto ponte. La città è così grande da essere considerata come l'unione di quattro città, e grandissime: una di queste è la già ricordata "isola ", che, cinta dai due porti, si spinge fino all'apertura che da accesso ad entrambi. Nell'isola è la reggia che appartenne a Ierone II, ora utilizzata dai pretori, e vi sono molti templi, tra i quali però i più importanti sono di gran lunga quello di Diana e quello di Minerva, ricco di opere d'arte prima dell'arrivo di Verre.
    All'estremità dell'isola è una sorgente di acqua dolce, chiamata Aretusa, di straordinaria abbondanza, ricolma di pesci, che sarebbe completamente ricoperta dal mare, se non lo impedisse una diga di pietra.
    L'altra città è chiamata Acradina, dove è un grandissimo Foro, bellissimi portici, un pritaneo ricco di opere d'arte, un'amplissima curia e un notevole tempio di Giove Olimpio; il resto della città, che è occupato da edifici privati, è diviso per tutta la sua lunghezza da una larga via, tagliata da molte vie trasversali.
    La terza città, chiamata Tycha perché in essa era un antico tempio della Fortuna, contiene un amplissimo ginnasio e molti templi: si tratta di un quartiere molto ricercato e con molte abitazioni. La quarta viene chiamata Neapolis (città nuova), perché costruita per ultima: nella parte più alta di essa è un grandissimo teatro, e inoltre due importanti templi, di Cerere e di Libera, e la statua di Apollo chiamata Temenite, molto bella e grande, che Verre, se avesse potuto, non avrebbe esitato a portar via. (da Verrine, II 4, 117-119)
  • [Riferendosi a Catilina] Aveva risposto [...] che se un qualsiasi incendio fosse stato appiccato al suo avvenire, quello avrebbe spento non con l'acqua, ma fra le rovine. (dalla Pro Murena, Garzanti Editore)
  • Bisogna essere servi delle circostanze. (da Epistulae ad Atticum, X, 7, 1)
Tempori serviendum est.
Cicero pro domo sua.
  • È impossibile che non sia felice chi dipende totalmente da se stesso e che punta tutto soltanto su di sé. (da Paradoxa Stoicorum, II, 17)
Nemo potest non beatissimus esse, qui est totus aptus ex sese, quique in se uno sua ponit omnia.
  • Finché c'è vita, c'è speranza. (dalle Epistulae Ad Atticum)
  • Fino a quando insomma abuserai, Catilina, della nostra pazienza? (I Catilinaria, Exordium, 1, 1)
Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?
  • [...] fra i quali [gli alatrini] nessuno di voi, secondo me, ignora quanto splendore ci sia, quanto il modo di vivere sia abbastanza uniforme e quanto quasi in tutti sia regolare e moderato. (da Pro Cluentio, XVI, 46)
[...] in quibus quantus splendor sit, quam prope aequabilis, quam fere omnium constans et moderata ratio vitae, nemo vestrum, ut mea fert opinio, ignorat.
  • I Lacedemoni furono avvertiti da Anassimandro, lo studioso della natura, a lasciare la città e le case, vegliando in armi sui campi, perché era imminente un terremoto, dopo il quale evento la città rimase del tutto distrutta e venne giù dal monte Taigeto una massa rocciosa della grandezza della poppa di una nave (De divinatione, I 50, 112)
  • Il loro silenzio è un'eloquente affermazione. (da In Catilinam, I, 21)
Cum tacent, clamant.
  • Il saggio stesso formula spesso opinioni su ciò che non conosce, non di rado è in preda alla collera, cede alle preghiere e si calma, corregge talora – se così è meglio – le sue affermazioni e talora cambia parere; tutte le virtù sono temperate dal giusto mezzo. (da In difesa di Murena, 63)
  • L'opera poetica di Lucrezio è proprio come mi scrivi: rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica. (da Epistulae ad Quintum fratrem, II, 9, 3)
  • La giustizia, se è rispetto a Dio dicesi religione, se verso i parenti pietà, se nelle cose affidate dicesi fede. (da De partitione oratoria, 22)
Justitia... erga Deos religio, erga parentes pietas, creditis in rebus fides... nominantur.
  • La parsimonia è un gran capitale. (dai Paradossi, IV, 3, 49)
Magnum vectigal... parsimonia.
  • La salute del popolo sia la suprema delle leggi. (De legibus, III, 3)
Salus populi suprema lex esto.
  • La scienza che si diparte dalla giustizia è da chiamarsi inganno, piuttosto che sapienza. (citato in Claudio Malagoli, Etica dell'alimentazione: prodotti tipici e biologici, Ogm e nutraceutici, commercio equo e solidale, Aracne, 2006, p. 117)
  • Le armi cedano il posto alla toga, l'alloro militare alla lode. (da De Consulatu Suo; citato in "Empire Total War")[2]
Cedant arma togae, concedat laurea linguae.
  • Le leggi tacciono in tempo di guerra. (da Pro Milone, IV, 11)
Silent [...] leges inter arma.
  • Nulla che sia del tutto nuovo è perfetto. (da Brutus, 71)
  • O fortunata Roma, nata sotto il mio consolato! (da De consulatu suo; citato in Quintiliano, Institutio Oratoria, come verso particolarmente cacofonico e sgradevole; e da Giovenale, Satire, X, 122)
O fortunatam natam me consule Romam!
  • O tempi, o costumi! (Oratio pro Rege Deiotaro, XI, 31; Oratio I in Catilinam, I, 2; In Verrem, IV, 45)
O tempora, o mores!
  • Ozio con dignità. (da Pro P. Sextio, cap. 45; De Oratore, 1; Epistolae ad familiares, I, 9, 21)
Otium cum dignitate.
  • Qualunque cosa possa accadere ai Siciliani, essi lo commenteranno con una battuta di spirito.
Numquam est tam male Siculis, qui aliquis facete et commode dicant.[3]
  • Siamo schiavi delle leggi per poter essere liberi. (da Pro Aulo Cluentio Habito, 146)
Legum servi sumus ut liberi esse possimus.
  • Sono cittadino di Roma.[4] (da In Verrem, V, 147)
Civis romanus sum.

Attribuite[modifica]

Moriar in patria saepe servata. (citato in Seneca il Retore, Suasorie, VI, 17)
  • [I Siciliani,] gente acuta e sospettosa, nata per le controversie.[6]

De finibus bonorum et malorum[modifica]

  • La memoria dei mali passati è gioconda. (II, XXXII)
Jucunda memoria est praeteritorum malorum.
  • [...] che la fame è il condimento del cibo. (II, 90)
[...] cibi condimentum esse famem.
  • Con la consuetudine si forma quasi un'altra natura (V, 25, 74)
Consuetudine quasi alteram naturam effici.

De natura deorum[modifica]

  • Dato che la fede negli dèi non è stata imposta né da una qualche autorità, né da una consuetudine né da una legge, ma è fondata sull'unanime consenso di tutti, se ne deve necessariamente dedurre che gli dèi esistono dal momento che ne possediamo il connaturato o, per meglio dire, l'innato concetto. Dato quindi che ciò che il naturale consenso di tutti gli uomini ammette non può non essere vero, siamo costretti a convenire che gli dèi sono una realtà.
  • Egli solo [Epicuro] vide, per la prima volta, che gli dèi esistono, poiché è stata proprio la natura ad imprimere nella mente di ogni uomo la nozione degli dèi. C'è forse un popolo, c'è una società di uomini che, pur senza una adeguata informazione, non abbia un qualche presentimento dell'esistenza degli dèi?
  • Epicuro crede che esistano gli dèi, perché è necessario che esista una natura eccellente, della quale nulla possa essere migliore.
  • I barbari hanno divinizzato le bestie per trarne vantaggio. (I, 36[7])
Belluae a barbaris propter beneficium consecratae.
  • Grave è il peso della propria coscienza. (III, 35)
Grave ipsius conscientiae pondus.
  • Nulla c'è che Dio non possa fare. (III, 39)
Nihil esse, quod deus efficere non possit.
  • Un aruspice non può incontrare un altro aruspice senza ridere. (III, 26)

De officiis[modifica]

Incipit[modifica]

È vero che tu, o figlio Marco, già da un anno scolaro di Cratippo, e in Atene, devi essere di gran lunga fornito di precetti e principi filosofici per la grande rinomanza del maestro e della città, l'uno dei quali ti può accrescere il credito col suo sapere, l'altra con le istituzioni; tuttavia, come io congiunsi sempre per mio profitto le lettere latine alle greche, non solo nello studio della filosofia, ma anche nell'esercizio dell'eloquenza, così penso che tu debba fare la stessa cosa, per essere ugualmente esperto nell'uso dell'una e dell'altra lingua.

Citazioni[modifica]

  • Fondamento della giustizia è la fede, cioè la costanza e la sincerità nel mantenere le cose dette e convenute. (I, 7, 23)
Fundamentum (autem) est justitiae fides, id est dictorum conventorumque constantia et veritas.
  • Non siamo nati soltanto per noi stessi. (I, 22)
Non nobis solum nati sumus.
  • La ragione dovrebbe dominare e l'appetito obbedire[8]. (I, 29)
Appetitus rationi oboediant.
  • Perfetta giustizia perfetta ingiustizia.
Summum ius summa iniuria. (I, 33)
  • Le armi cedano [il posto] alla toga, l'alloro [militare] alla lode.
Cedant arma togae, concedat laurea laudi. (I, 77)
  • Esistono in tutto due generi di scherzo: uno volgare, violento, vergognoso e osceno, e un altro elegante, urbano, ingegnoso e fine. Di questo secondo tipo sono intrisi non solo il nostro Plauto e la Commedia greca antica, ma anche i libri dei filosofi socratici.
Duplex omnino est iocandi genus: unum illiberale, petulans, flagitiosum, obscenum; alterum elegans, urbanum, ingeniosum, facetum. Quo genere non modo Plautus noster et Atticorum antiqua comoedia, sed etiam philosophorum Socraticorum libri referti sunt. (I, 104)
  • Non può essere veramente onesto ciò che non è anche giusto.

De oratore[modifica]

  • Siano pure detti poeti anche coloro che i greci chiamano fisici, dal momento che il fisico Empedocle scrisse un poema egregio. (I, 217)
Dicantur ei quos physikoús Graeci nominant eidem poetae, quoniam Empedocles physicus egregium poema fecerit.
  • La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell'antichità. (II, 9)
  • Non amo le persone troppo zelanti. (II, 67)
Non amo nimium diligentes.

De re publica[modifica]

  • La libertà, che non consiste nell'avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno. (II, 43)
Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo.
  • Pitagora ed Empedocle avvertono che tutti gli esseri viventi hanno eguali diritti, e proclamano che pene inespiabili sovrastano a coloro che rechino offesa a un vivente. (III, 1, 19[9])
  • Nei dissensi civili, quando i buoni valgono più dei molti, i cittadini si devono pesare, non contare. (VI, 1)

De senectute[modifica]

Incipit[modifica]

Dario Arfelli[modifica]

"O Tito, se io ti porgo un aiuto o ti allevio la pena che ora, confitta nel cuore, ti angustia e tormenta, qual premio ne avrò?". Sì, a me è lecito rivolgermi a te, o Attico, con quei medesimi versi coi quali si rivolge a Flaminino "quell'uomo non ricco d'averi, ma pieno di lealtà e di fede". Veramente, io so con certezza che tu non puoi "travagliarti così, o Tito, le notti e i giorni" come Flaminino: conosco, infatti, la misurata e pacata serenità del tuo spirito, e ben comprendo che tu hai riportato da Atene non solo il soprannome, ma anche raffinata cultura e squisita saggezza. Nondimeno, io sospetto che qualche volta tu ti affligga fortemente per quelle medesime cose per le quali anch'io mi affliggo; se non che il dar conforto a tali inquiteudini è impresa alquanto difficile e da differirsi a miglior tempo. Per ora, m'è parso bene scrivere per te qualche cosa intorno alla vecchiezza.
[Zanichelli, traduzione di Dario Arfelli]

Michele Battaglia[modifica]

Concedi, Attico, di rivolgermi a te con i medesimi metri, che Ennio poeta, meno eminente per ricchezze che per animo sensibile alla schietta amicizia, rivolgeva a Tito Quinzio Flamminino, comunque io menomamente non ti creda la mente giorno e notte così agitata, siccome a quel personaggio. Sono a me troppo noti il senso e la mitezza tua, portando io ferma opinione che tu prendesti il soprannome da Atene non, che nel puro tuo accento greco, per l'amenità dei costumi e la giudiziosa fermezza. Tuttavia suppongo te dagli stessi casi profondamente commosso, che me pure talvolta tengono turbato, a confortarci de' quali da noi soli non bastiamo, ed unico sollievo possiamo aspettarlo dal tempo.
[Marco Tullio Cicerone, Il Catone Maggiore, ovvero Dialogo intorno alla vecchiezza fra Catone, Scipione e Lelio, dedicato a Tito Pomponio Attico, traduzione di Michele Battaglia, in "Elogio della Vecchiaia" di Paolo Mantegazza, Franco Muzzio Editore, 1993. ISBN 8870216535]

Citazioni[modifica]

  • Anche una vita breve è abbastanza lunga per vivere con virtù e onore.
  • Ciascuna parte della vita ha un suo proprio carattere, sì che la debolezza dei fanciulli, la baldanza dei giovani, la serietà dell'età virile e la maturità della vecchiezza portano un loro frutto naturale che va colto a suo tempo.
  • Come non tutti i vini, così non tutti i caratteri inacidiscono invecchiando.
  • L'avarizia in età avanzata è insensata: cosa c'è di più assurdo che accumulare provviste per il viaggio quando siamo prossimi alla meta?
  • La leggerezza è propria dell'età che sorge, la saggezza dell'età che tramonta.
  • La memoria diminuisce, se non la tieni in esercizio. (VII)
Memoria minuitur ... nisi eam exerceas.
  • La vecchiaia è il compimento della vita, l'ultimo atto della commedia. (XXIII)
  • La vecchiaia, specialmente quella che ha conosciuto tutti gli onori, possiede un'autorità che vale ben più di tutti i piaceri della giovinezza.
  • Non con le forze, non con la prestezza e l'agilità del corpo si fanno le grandi cose, ma col senno, con l'autorità, col pensiero.
  • Non patisce mancanza chi non sente desiderio.
  • Nessuno è tanto vecchio da non credere di poter vivere ancora un anno. (VII)
Nemo est tam senex qui se annum non putet posse vivere.
  • [Archita] Uomo fra i primi grande e illustre.
Magnum in primis et praeclarum virum. (XII, 41)

Epistolae ad familiares[modifica]

  • Infatti Io scritto non diventa rosso. (V, 12, 1)
Epistola enim non erubescit.
  • Sardi da vendere (l'uno più tristo dell'altro). (VII, 24, 2)
Sardi venales (alius alio nequior).
  • Se presso alla biblioteca ci sarà un giardino, nulla ci mancherà. (IX, 4, a Varrone)
Si hortum in bibliotheca habes, deerit nihil.
Virtute duce, comite fortuna.

Laelius de amicitia[modifica]

Incipit[modifica]

Quinto Mucio augure era solito raccontare, con fedele memoria e piacevolmente, molte cose di suo suocero C. Lelio e non esitava a chiamarlo, in ogni discorso, sapiente: io, poi, presa la toga virile, da mio padre ero stato accompagnato da Scevola, in modo che, finché potessi e fosse lecito, non mi allontanassi mai dal fianco di quel vecchio. E così mi scolpivo nella mente molte cose da lui saggiamente discusse, ed anche molte dette in modo conciso ed elegante e mi sforzavo di diventare più dotto grazie alla sua esperienza. Ma di lui parlerò un'altra volta: ora torno all'augure.
[Marco Tullio Cicerone, L'amicizia, traduzione di Emma Maria Gigliozzi, Newton, 1993. ISBN 8879830589]

Citazioni[modifica]

  • Bisogna volere bene come se un giorno si dovesse arrivare a odiare.[10] (16, 59)
Ita amare oportere, ut si aliquando esset osurus.
  • Bisogna mangiare insieme molti moggi di sale, perché il dovere dell'amicizia sia compiuto.[10] (19, 67)
Multos modios salis simul edendos esse, ut amicitiae munus expletum sit.
  • La fortuna è cieca. (54)
Fortuna caeca est.
  • È necessario scegliere dopo aver giudicato e non giudicare dopo aver scelto.

Orator[modifica]

  • Ignorare tutto quello che accadde prima che tu nascessi, equivale ad essere sempre fanciullo. (Ad Brutum, XXXIV, 120)
Nescire (autem) quid ante quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum.
  • Nulla è difficile per chi ama. (cap. X)
Nihil difficile amanti puto.
  • Per chi aspira al primo posto non è indecoroso fermarsi al secondo o al terzo. (IV)

Philippicae[modifica]

Incipit[modifica]

Prima di dirvi ciò che penso sulla situazione della repubblica, onorevoli senatori, accennerò alle ragioni per cui, dopo aver lasciato Roma, ho deciso di ritornarvi.
[dalla "Prima Filippica contro M. Antonio", citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni[modifica]

  • Annibale è alle porte. (I, 5)
Hannibal ad portas.
  • Se vogliamo godere della pace, bisogna fare la guerra. (VII, 19)
Si pace frui volumus, bellum gerendum est.
  • La vita dei morti è riposta nel ricordo dei vivi. (IX, 10)
Vita [...] mortuorum in memoria est posita vivorum.
  • Chiunque può sbagliare, ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore. (XII, 5)
Cuiusvis hominis est errare; nullius, nisi insipientis, perseverare in errore.

Tusculanae disputationes[modifica]

  • Il sonno è immagine della morte. (I, 38)
  • Siamo pronti a contraddire senza ostinazione, ed a lasciare, senza adirarci, che altri ci contraddica. (II, I, 2)
Et refellere sine pertinacia et refelli sine iracundia parati sumus.
Consuetudinis magna vis est.
  • È da stolti il vedere i vizi altrui e dimenticare i propri. (III, 30)
Est (enim) proprium stultitiae, aliorum vitia cernere, oblivisci suorum.
Accipere quam facere praestat iniuriam.

Incipit di Catilinariae orationes[modifica]

Fino a quando abuserai, Catilina, della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora cotesta tua condotta temeraria riuscirà a sfuggirci? A quali estremi oserà spingersi il tuo sfrenato ardire? Né il presidio notturno sul Palatino né le ronde per la città né il panico del popolo né l'opposizione unanime di tutti i cittadini onesti né il fatto che la seduta si tenga in questo edificio, il più sicuro, ti hanno sgomentato e neppure i volti, il contegno dei presenti?
[BUR, traduzione di Lidia Storoni Mazzolani]

Citazioni su Marco Tullio Cicerone[modifica]

  • Cicerone divertente? Cicerone uomo di spirito? si domandano increduli i licealisti di tutto il mondo; i quali da generazioni hanno ormai bollato l'Arpinate col marchio indelebile di oratore retorico, di scrittore fastidiosissimo. (Maffio Maffii)
  • Confrontando Cicerone con Demostene, dirò che il carattere di Demostene è l'evidenza della ragione, l'impeto e la veemenza di un'anima accesa ed eloquente; quello di Cicerone, l'ordine, la fecondità, e lo splendor dell'orazione. Il primo più aspro, talvolta secco e duro, ma più sublime e più robusto; il secondo più florido e più ornato, ma talvolta, come lo rimprovera Bruto, cascante e distemperato. In due parole: ammiro Cicerone, ma vorrei Demostene per difensore. (Guglielmo Audisio)
  • Fu ad Archimede conceduto l'onor del sepolcro, quale l'avea egli desiderato. Ma questo sepolcro medesimo era ito in dimenticanza più di 100 anni dopo, quando Cicerone andò questore in Sicilia. Narra egli stesso in qual maniera gli venisse fatto di scoprirlo a' Siracusani, i quali tanto ne avean perduta ogni memoria, che assicuravano il sepolcro di Archimede non essere certamente tra loro. Così un Romano riparò in certo modo l'ingiuria che questo valentuomo avea da un altro Romano ricevuta. Ad alcuni han data noia in questo racconto di Cicerone quelle parole humilem homunculum, con cui egli chiama Archimede, come se dirlo volesse uom dappoco e spregevole... Ma senza inutilmente perderci in dissertare, basta il riflettere che sì gran concetto avea Cicerone di Archimede, che volle cercarne il sepolcro, e che chiamolo, come fu detto sopra, uomo di divino ingegno, per comprendere che quelle parole humilem homunculum non significano già uomo da nulla, ma uom privato e povero, e vissuto lungi dalla luce de' pubblici onori. (Girolamo Tiraboschi)
  • L'umorismo è per l'Arpinate, oltre che un efficace, intelligente strumento per vincere le cause senz'annoiare il prossimo, anche un segno di humanitas, di raffinata cultura, di amabilità nei rapporti umani. (Maffio Maffii)
  • S'io credessi quelle armi che assiepano il Foro, dicea Cicerone, starsene qui a minacciare e non a proteggere, cederei al tempo e mi terrei silenzioso. Ma il fatto fu che quelle armi nel Foro inducevano per sé sole una fiera minaccia, tanto ch'egli parlò poco e male, e la paura ammazzò l'eloquenza. (Terenzio Mamiani)

Tito Livio[modifica]

  • Il capo reciso fu posto da Antonio proprio in quel luogo dove aveva parlato in quello stesso anno contro di lui.
  • Il suo ingegno gli propiziò abbondanza di opere e di riconoscimenti.
  • La sua eloquenza era stata tanto degna di ammirazione quanto mai era accaduto a voce umana!

Note[modifica]

  1. Citato in Guido Almansi, Il filosofo portatile, TEA, Milano, 1991.
  2. Fonte
  3. Citato in Poesie e canti sulla Sicilia, grifasi-sicilia.com.
  4. Affermazione analoga fu pronunciata da San Paolo quando in Gerusalemme fu arrestato da un centurione romano (Atti degli apostoli, 22, 25).
  5. Queste sono le ultime parole di Cicerone, che, vedendosi costretto a non poter fuggire, a causa del mare in tempesta, da Gaeta, viene colto dal desiderio di farla finita.
  6. Citato in Leonardo Sciascia, L'ordine delle somiglianze, Rizzoli, Milano, 1967.
  7. Citato in Gino Ditadi, I filosofi e gli animali, vol. 1, Isonomia editrice, Este, 1994, p. 482. ISBN 88-85944-12-4
  8. I desideri devono obbedire alla ragione: Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 576.
  9. Citato in Claudio Tugnoli (a cura di), Zooantropologia: Storia, etica e pedagogia dell'interazione uomo/animale, FrancoAngeli, Milano, 2003, p. 21.
  10. a b c Citato in Paola Mastellaro, Il Libro delle Citazioni Latine e Greche, Mondadori, Milano, 1994. ISBN 978-88-04-47133-2

Bibliografia[modifica]

  • Marco Tullio Cicerone, De officiis, traduzione di Anna Resta Barrile, Rizzoli, 1987.
  • Marco Tullio Cicerone, L'amicizia, traduzione di Emma Maria Gigliozzi, Newton, 1993. ISBN 8879830589
  • Tito Livio, Storia di Roma dalla fondazione, traduzione di Gian Domenico Mazzocato, Newton & Compton, Roma, 1997.

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Opere[modifica]