Jawaharlal Nehru

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Jawaharlal Nehru nel 1942

Jawaharlal Nehru (1889 – 1964), politico indiano.

Citazioni di Jawaharlal Nehru[modifica]

  • [Sull'Impero anglo-indiano] Una delle principali caratteristiche di quella dominazione è che i peggiori mali inflittici presentano esteriormente l'apparenza di benefici piovuti dal Cielo: essi erano necessari e noi siamo molto grati all'Inghilterra che ce li ha portati. Ma non dobbiamo dimenticare che il primo obiettivo era quello di rafforzare l'imperialismo britannico sul nostro suolo, e questo implicava uno stretto controllo amministrativo e la conquista di nuovi mercati per i prodotti dell'industria inglese.[1]

Dal discorso Appuntamento col destino, 14 agosto 1947

Guida India, n.d..

  • All'alba della Storia l'India iniziò la sua infinita avventura, durante la quale ha colmato i secoli coi segni dei suoi sforzi, della magnificenza dei suoi successi così come delle sue sconfitte. Ma attraversando fortune e avversità l'India non ha mai perso di vista il suo obiettivo, o dimenticato gli ideali che han costituito la sua forza.
  • Allo scoccare della mezzanotte, mentre il mondo dorme, l'India si sveglierà alla vita e alla libertà.
  • È un momento cruciale per noi in India, per tutta l'Asia e per il mondo. È sorta una nuova stella, la stella della libertà in Oriente, nasce una nuova speranza, una visione a lungo desiderata si è materializzata. Possa quella stella mai tramontare e possa quella speranza mai essere tradita!
  • Il futuro ci chiama. Verso dove ci muoveremo e quali i nostri obiettivi? Portare libertà e opportunità all'uomo comune, ai contadini e ai lavoratori indiani; combattere e sconfiggere la povertà, l'ignoranza e la malattia; costruire una nazione prospera, democratica e progressista, creare istituzioni sociali, economiche e politiche che assicurino giustizia e pienezza della vita per ogni uomo o donna.
  • Il sogno dei più grandi uomini della nostra generazione è stato quello di asciugare ogni lacrima. Finché ci saranno lacrime e sofferenza il nostro lavoro non sarà terminato.
  • La libertà e il potere portano responsabilità. La responsabilità poggia su questa Assemblea, organo sovrano che rappresenta la sovranità del popolo indiano. Prima della nascita alla libertà abbiamo sopportato tutte le sofferenze che ogni parto suppone e i nostri cuori si fanno pesanti al ricordo di tanto dolore, un dolore che in parte continua anche ora. Ma ciò che duole è il passato mentre ciò che ci chiama ora è il futuro.
  • In questo giorno il nostro primo pensiero va all'architetto di questa libertà, al Padre della nostra Nazione il quale, incarnando l'antico spirito dell'India, tenne alta la fiaccola della libertà, illuminando l'oscurità che ci circondava.
    Siamo stati spesso suoi indegni seguaci e abbiamo più volte tradito il suo messaggio; non solo noi ma anche le future generazioni ricorderanno quel messaggio e porteranno impresso nel cuore questo straordinario figlio dell'India, glorioso per la sua fede, la sua forza, il suo coraggio e la sua umiltà. Non permettiamo mai che quella fiaccola venga spenta, per quanto forte sarà il vento o violenta la tempesta.

Autobiografia[modifica]

Incipit[modifica]

È facile che l'unico figlio di genitori benestanti sia viziato, e specialmente in India. Quando poi costui è stato figlio unico per i primi quindici anni della sua esistenza, c'è ben poca speranza che egli sfugga a certe premure.

Citazioni[modifica]

Nehru e Gandhi.
  • Noi siamo originari del Kashmir. Più di duecento anni fa, al principio del diciottesimo secolo, i nostri antenati discesero da quella vallata montana in cerca di fama e di fortuna nelle ricche pianure sottostanti. Erano quelli i giorni della decadenza dell'Impero dei Mogol dopo la morte di Aurungzeb, e Farrukhsiar era l'Imperatore. Raj Kaul, così si chiamava quel nostro antenato, si era guadagnato una posizione eminente nel Kashmir quale studioso di sanscrito e persiano. Egli attirò l'attenzione di Farrukhsiar durante la visita di quest'ultimo nel Kashmir, e, probabilmente su invito dell'Imperatore, la famiglia emigrò a Delhi, la capitale imperiale, verso il 1716. (p. 11)
  • Le genti del Kashmir hanno un vantaggio rispetto alle altre popolazioni dell'India, specialmente nel Nord: non hanno mai adottato il purdah, o separazione delle donne. Quando discesero dalle pianure indiane, trovando che era in vigore tale costume, esse lo adottarono, ma solo in parte e cioè nelle loro relazioni con le popolazioni non provenienti dal Kashmir. (p. 21)
  • Per la prima volta in vita mia incominciai a pensare volutamente alla religione e all'esistenza di altri mondi. Crebbe la mia ammirazione per la religione hindù, non per i suoi riti e le sue cerimonie, ma per i suoi grandi libri, l'Upanishads e il Bahagavad Gita. Non li capivo, naturalmente, ma mi sembravano meravigliosi, sognavo corpi celesti, e mi immaginavo di volare attraverso gli spazi. Questo sogno di volare (con tutta la sola fantasia) si è ripetuto parecchie volte durante tutta la mia vita, a volte era vivo, realistico, e vedevo il paesaggio che si stendeva sotto di me come un vasto panorama. Non so come i moderni divinatori di sogni, Freud e altri, interpreterebbero questi sogni. (p. 26)
  • Attraverso tutte queste pagine ho parlato del signor Gandhi o Mahatma Gandhi chiamandolo «Gandhiji» poiché egli stesso preferiva questa aggiunta al suo nome anziché «Mahatma». Ma in libri e articoli di scrittori inglesi, ho visto delle stranissime spiegazioni di questo «Ji». Taluni l'immaginano un termine affettuoso – Gandhiji significherebbe «caro piccolo Gandhi!». Questo è assolutamente assurdo e dimostra la loro colossale ignoranza della vita indiana. «Ji» in India è uno dei suffissi più comuni dei nomi, e viene usato sia per uomini che per donne, ragazzi e bambini. Esprime un sentimento di rispetto, qualcosa di simile a Signore, Signora o Signorina. La lingua hindostana è ricca di espressioni gentili, di prefissi e di suffissi di nomi e di titoli onorifici. «Ji» è la più semplice e la meno formale di tutte queste forme di cortesia, quantunque perfettamente esatta. Mio cognato, – Ranjit S. Pandit, mi dice che questo «Ji» ha una storia antica e illustre. Deriva dal sanscrito «Arya» che significa signore o di famiglia nobile (non nel significato nazista di ariano!). Questo «Arya» in pracrito si trasformò in «ajja» e di qui si passò al semplice «ji». (p. 41)
  • Quale cultura io possegga, o se io non ne possegga affatto, mi è un po' difficile a dirlo. Il persiano, come lingua, sfortunatamente non lo conosco nemmeno. Ma è vero che mio padre era cresciuto in un'atmosfera culturale indo-persiana, che era nell'India del nord l'eredità della vecchia corte di Delhi, e di cui, persino in questi tempi di decadenza, Delhi e Lucknow sono i due centri principali. I Bramini del Kashmir avevano una straordinaria capacità di adattamento, e scendendo nelle pianure indiane e trovando che a quei tempi predominava questa cultura indo-persiana, l'adottarono e produssero un buon numero di profondi studiosi di persiano e urdu. Più tardi essi si adattarono con uguale rapidità al nuovo cambiamento quando divennero necessari la conoscenza dell'inglese e gli elementi della cultura europea. Ma anche ora i Kashmiriani dell'India vi sono molti elementi dotti in lingua persiana. (pp. 182-183)
  • Budda ha sempre destato in me un grande interessamento. Mi è difficile analizzarlo, non è comunque un interessamento religioso, perché non mi curo dei dogmi che avvolgono il Buddismo. È la sua personalità che mi attira, così come mi attira quella di Cristo. (p. 284)
  • La storia aveva un nuovo significato per me e l'interpretazione marxista vi gettava un torrente di luce, essa diveniva un dramma in atto con un certo ordine e una certa intenzionalità, anche se inconscia, alle spalle. Malgrado gli orrendi guasti e la miseria del passato e del presente, il futuro brillava di speranza, sebbene vi fossero ancora molti pericoli. (p. 378)
  • La grande crisi mondiale e la depressione sembravano giustificare l'analisi marxista. Mentre tutti gli altri sistemi e teorie stavano annaspando nel buio, il solo Marxismo spiegava la situazione in modo più o meno soddisfacente e offriva una soluzione reale. (p. 379)
  • Cos'è allora la religione (per usare la parola malgrado i suoi ovvii svantaggi)? Probabilmente consiste nello sviluppo interno dell'individuo, nella evoluzione della sua coscienza in una determinata direzione che è considerata buona. Cosa sia quella direzione sarà ancora materia di discussione. Ma, per quel che posso dire, la religione pone il suo accento su questo mutamento interiore e considera ogni mutamento esterno come la semplice proiezione di questo sviluppo interiore. Non vi può essere dubbio che questo sviluppo interiore influenzi considerevolmente l'ambiente circostante esterno. Ma è parimenti ovvio che l'ambiente circostante esterno influenza considerevolmente lo sviluppo interiore. (p. 414)
  • Nessuna nazione che sia coscientemente ipocrita potrebbe avere le riserve di forza che gli inglesi hanno ripetutamente mostrato di possedere e la specie di religione che hanno adottato ha senz'altro influito in questo senso, attutendo le loro suscettibilità morali ogni qualvolta fossero in ballo i loro interessi. Altri popoli e altre nazioni si sono spesso comportati assai peggio degli inglesi, ma non sono mai riusciti, per lo meno nella stessa misura, a fare una virtù di ciò che era loro utile. Tutti noi troviamo molto facile scorgere la pagliuzza nell'occhio altrui e ignorare le trave nel nostro, ma forse gli inglesi superano tutti.
    Il protestantesimo ha cercato di adattarsi a nuove condizioni ed ha cercato di avere il meglio dei due mondi. È riuscito abbastanza bene per quel che riguarda questo mondo, ma dal punto di vista religioso è caduto, come organizzazione religiosa, fra due seggi, e la religione gradualmente ha fatto posto al sentimentalismo e ai grossi affari. Il cattolicesimo romano è sfuggito a questo destino, rimanendo fedele al suo vecchio seggio, e fintanto che questo seggio resiste, prospererà. Oggi sembra essere in occidente l'unica religione viva, nel senso ristretto della parola. (p. 417)
  • Io ritengo fermamente che la filosofia del comunismo ci aiuti a comprendere e ad analizzare le condizioni esistenti ovunque e che poi possa indicare la strada verso un progresso futuro. (p. 419)
  • Per molte generazioni gli inglesi hanno trattato l'India come una specie di enorme casa di campagna (secondo il vecchio costume inglese) di loro proprietà. Essi erano i ricchi che possedevano la casa e ne occupavano le parti migliori mentre gli indiani venivano relegati nelle stanze della servitù, nella dispensa e nella cucina. E come in ogni casa di campagna che si rispetti, c'era una gerarchia fissa negli strati inferiori – maggiordomo, portinaio, cuoco, cameriere, donna di servizio, lustrascarpe, ecc. – e fra loro veniva osservata la rigorosa dipendenza. Ma fra gli altri strati superiori della casa esisteva, socialmente e politicamente, una barriera insormontabile. Il fatto che il Governo britannico ci abbia imposto questa situazione non è sorprendente, ma ciò che sembra sorprendente è che noi, o la maggior parte di noi, l'avessimo accettata come l'ordinamento naturale ed inevitabile della nostra vita e del nostro destino. Noi abbiamo sviluppato la mentalità di un buon servitore di una casa di campagna. Qualche volta ci veniva riservato un onore raro, ci veniva data una tazza di té nel salotto. Il sommo della nostra ambizione era diventare rispettabili ed essere promossi individualmente agli strati superiori. Questo trionfo psicologico degli inglesi in India era maggiore di qualsiasi vittoria militare o diplomatica. Lo schiavo aveva incominciato a pensare da schiavo, come avevano detto i saggi vecchi di un tempo. (p. 430)
  • Personalmente, io devo troppe cose all'Inghilterra, per quanto riguarda la mia formazione mentale, per sentirmi totalmente estraneo ad essa. E, per quanto io faccia, non posso sbarazzarmi delle abitudini derivanti dalla mia mentalità e dai sistemi e modi di giudicare gli altri paesi, così come la vita in generale, che ho acquistato nelle scuole e nelle università inglesi. Tutte le mie predilezioni (fatta eccezione per il piano politico) sono per l'Inghilterra e per il popolo inglese, e se sono diventato ciò che può definirsi un incrollabile avversario del dominio britannico in India, è stato quasi a dispetto di me stesso. (p. 431)
  • Sarebbe forse possibile addomesticare la tigre selvaggia delle foreste, e toglierle la sua ferocia naturale, ma non c'è alcuna possibilità di domare il capitalismo e l'imperialismo, quando essi si alleano e si abbattono su un infelice paese. (p. 431)
  • Una delle legende sull'India, che i nostri dominatori inglesi hanno fatto tenacemente circolare in tutto il mondo, è che l'India avrebbe centinaia di lingue, non me ne ricordo il numero esatto. E a riprova di ciò c'è il censimento. Di queste parecchie centinaia è un fatto straordinario che pochissimi inglesi ne conoscono appena una discretamente bene, nonostante risiedano per tutta la vita nel nostro paese. Essi ne classificano parecchie insieme e le chiamano «vernacolo», il linguaggio degli schiavi (dal latino verna, uno schiavo nato in casa) e molti della loro gente hanno accettato, senza saperlo, questa nomenclatura. È sorprendente come gli inglesi trascorrano una vita intera in India senza prendersi la briga di impararne bene la lingua. Essi hanno sviluppato, con l'aiuto dei loro khansamahs e dei loro ayahs, un gergo straordinario, una specie di indostano fasullo, che essi si immaginano essere la vera lingua. Così come apprendono i fatti relativi alla vita dell'India dai loro subordinati e sicofanti, essi si formano una idea dell'indostano dai propri domestici, i quali si fanno obbligo di parlare la loro lingua fasulla al Sahib di casa, nel timore che questi non capisca null'altro. Gli inglesi sembrano ignorare totalmente il fatto che l'indostano, come pure le altre lingue indiane, hanno un alto merito letterario ed una vasta letteratura. (p. 466)
  • A me sembra che l'India abbia un numero sorprendentemente ridotto di lingue, considerata la sua estensione. Confrontata con la stessa Europa, l'India è molto più strettamente collegata in fatto di lingue, ma a causa del diffuso analfabetismo, non si sono sviluppati dei valori comuni e si sono formati dei dialetti. Le principali lingue dell'India (esclusa la Birmania) sono l'indostano (delle due varietà, hindi ed urdu), il bengali, il gujarati, il marathi, il tamil, il telugu, il malayalam ed il canarese. Se si aggiungessero l'assamese, l'oriya, il sindhi, il pushtu ed il punjabi, verrebbe compreso l'intero paese, ad eccezione di alcune tribù delle colline e delle foreste.
    Di queste lingue, quelle indo-ariane, che comprendono l'intero nord, il centro e la zona occidentale dell'India, sono strettamente collegate. E le lingue meridionali dravidiche, per quanto differenti, sono state molto influenzate dal sanscrito e sono piene di parole sanscrite. (p. 466)
  • [Sulla Lingua indostana] Si basa su un solido fondamento di sanscrito ed è strettamente collegata al persiano. In questo modo può attingere da due ricche fonti, e naturalmente negli anni recenti ha attinto dall'inglese (p. 467)
  • Non ho alcun dubbio che l'indostano stia diventando la lingua comune dell'India. In realtà è già così in gran parte, oggi, per le faccende comuni. Il suo progresso è stato ostacolato da sciocche controversie circa i suoi caratteri di scrittura, nagri o persiani, e dagli sforzi maldiretti delle sue fazioni di usare una lingua che è troppo affine al sanscrito oppure troppo persianizzata. Non c'è alcuna via di uscita dalla difficoltà della scrittura, salvo quella di adottarle entrambe ufficialmente, e permettere alla gente di usare l'una o l'altra. (p. 467)
  • Lo sviluppo e la diffusione dell'indostano non deve entrare in conflitto, e non vi entrerà, con l'uso continuativo e l'arricchimento delle altri grandi lingue dell'India, il bengali, il gujarati, il marathi, l'oriya e le lingue dravidiche del sud. Alcune di queste lingue sono già più vivide e più pronte, intellettualmente, dell'indostano, e, nelle rispettive zone, devono rimanere come lingue ufficiali per scopi educativi e d'altra natura. Solo per loro tramite l'educazione e la cultura possono diffondersi rapidamente fra le masse. Certa gente immagina che l'inglese debba probabilmente diventare la «lingua franca» dell'India. Mi sembra un'idea fantastica, salvo per quanto riguarda una piccola parte degli ambienti intellettuali delle classi superiori, un'idea che non abbia alcuna relazione col problema dell'educazione e della cultura delle masse. Può essere come si verifica oggi in parte, che l'inglese diventi una lingua sempre più usata per le comunicazioni tecniche, scientifiche e commerciali, e specialmente per contatti internazionali. Per molti di noi è essenziale conoscere le lingue straniere, allo scopo di tenerci in contatto con il pensiero e la cultura mondiale, e mi piacerebbe che le nostre università incoraggiassero lo studio di altre lingue, oltre all'inglese, tedesco, russo, spagnolo, italiano. Ciò non significa che l'inglese debba essere trascurato, ma se dobbiamo avere una veduta equilibrata del mondo non dobbiamo limitarci agli occhiali inglesi. (p. 468)
  • Per quanto possiamo incoraggiare le altre lingue straniere, l'inglese è destinato a rimanere il nostro legame principale con il mondo esterno. È così che deve essere. Per generazioni, in passato, abbiamo tentato di apprendere l'inglese, ed in questo sforzo abbiamo ottenuto un buon successo. Sarebbe una follia ora pulire la lavagna e non sfruttare pienamente il nostro lungo sforzo. Oggi l'inglese è indubbiamente la lingua più diffusa ed importante del mondo, e sta guadagnando rapidamente terreno rispetto alle altre. È infatti molto probabile che diventi sempre più il mezzo impiegato negli scambi internazionali e nelle trasmissioni radio, a meno che non gli subentri l'«americano». Pertanto noi dobbiamo continuare a diffondere la conoscenza dell'inglese, dobbiamo impararlo il meglio che sia possibile, ma non mi sembra che noi valga la pena di dedicare troppo tempo e troppa energia ad apprezzare le sfumature migliori di questa lingua, come fanno in vece molti di noi. Possono farlo i singoli, ma stabilirlo come un ideale per un gran numero di persone significa imporre loro un peso superfluo ed impedir loro di progredire in altre direzioni. (pp. 468-469)
  • La letteratura hindi ha un bel passato, ma non può vivere per sempre sul suo passato. Io sono sicuro che essa abbia anche un grande futuro, e che il giornalismo hindi debba costituire un tremendo potere in questo paese. Ma né l'una né l'altro faranno molti progressi, finché non si libereranno delle ristrette convenzioni e non si indirizzeranno coraggiosamente alle masse. (p. 470)
  • Personalmente mi piacerebbe incoraggiare l'indostano ad adattare e ad assimilare molte parole dall'inglese e da altre lingue straniere. Questo è necessario, perché noi manchiamo di termini moderni, ed è meglio avere delle parole ben note piuttosto che sviluppare parole nuove e difficili dal sanscrito, dal persiano, e dall'arabo. I puristi sollevano obbiezioni all'uso di parole straniere, ma io penso che essi commettano un grande errore, perché il mezzo per arricchire la nostra lingua è quello di renderla flessibile e capace di assimilare parole ed idee da altri idiomi. (p. 468)
  • Devo dire che quegli Hindu e quei Mussulmani che guardano sempre indietro, che si attaccano sempre a cose che stanno loro sfuggendo, costituiscono una vista singolarmente patetica. Io non desidero condannare il passato o respingerlo, in quanto nel nostro passato ci sono molte cose particolarmente belle. Non ho alcun dubbio che esso debba durare. Ma non alle cose belle si attacca questa gente, ma a qualcosa che raramente vale la pena di seguire e che spesso porta danno. (p. 485)
  • La Turchia, questo campione dell'Islam, non solo ha posto fine al Khilafat, per cui l'India sostenne una lotta coraggiosa nel 1920, ma si è allontanata un passo dopo l'altro dalla religione. Nella nuova costituzione Turca un articolo afferma che la Turchia è uno stato mussulmano, ma, per paura che vi fosse qualche errore, Kemal Pascià ha dichiarato nel 1927 «La clausola nella Costituzione secondo la quale la Turchia è uno stato mussulmano è un compromesso destinato ad essere eliminato alla prima occasione». Ed io credo che successivamente egli abbia agito in questo senso. L'Egitto, per quanto più cautamente, sta seguendo la stessa via e mantiene la propria politica nettamente distinta dalla religione. In questo modo si comportano anche i paesi Arabi, ad eccezione della stessa Arabia, che è maggiormente arretrata. La Persia sta volgendosi indietro, verso i periodi pre-islamici, per la propria ispirazione culturale. Dappertutto la religione indietreggia in secondo piano ed il nazionalismo appare in vesti aggressive. (pp. 485-486)
  • La gente che non conosce Gandhiji personalmente ed ha soltanto letto i suoi scritti è incline a pensare che egli sia un tipo sacerdotale, estremamente puritano, dalla faccia lunga, un calvinista che perseguiti la gioia, qualcosa simile ai «preti in veste nera che fanno la ronda». Ma i suoi scritti non gli rendono giustizia, egli è molto più grande di ciò che egli scrive, e non è affatto giusto citare ciò che egli ha scritto per criticarlo. Egli è esattamente il contrario del tipo del prete calvinista. Il suo sorriso è delizioso, la sua risata contagiosa, e da lui irradia la sensazione di una straordinaria leggerezza di cuore. In lui c'è qualcosa di infantile che affascina assai quando egli entra in una stanza porta con sé un soffio d'aria fresca, che aerea l'atmosfera.
    Egli è uno straordinario paradosso. Suppongo che, in una certa misura, tutti gli uomini eccezionali lo siano. Per anni mi sono scervellato in questo problema perché, con tutto il suo amore e la sua sollecitudine per i reietti, egli sia tuttavia favorevole ad un sistema che inevitabilmente provoca l'esistenza degli oppressi e li aumenta, perché, con tutta la sua passione per la non-violenza, egli sia favorevole ad una struttura sociale e politica che si basa completamente sulla violenza e sulla coercizione. (p. 528)
  • I Cattolici si volgono a considerare il dodicesimo ed il tredicesimo secolo, lo stesso periodo che altri chiamano «l'era delle tenebre», come l'epoca d'oro della Cristianità, in cui i santi fiorivano, ed i sovrani cristiani salpavano per combattere nelle Crociate, e sorgevano le cattedrali gotiche. Quella fu l'epoca, secondo loro, «della vera democrazia cristiana che venne allora realizzata sotto il controllo delle corporazioni medioevali più pienamente di quanto sia stato mai fatto prima o dopo di allora». I Mussulmani ricordano con nostalgia la «democrazia dell'Islam», sotto i primi Califfi, e la loro sorprendente carriera di vittorie. Gli Hindu pensano la stessa cosa dei periodi dei Veda ed Epico, e sognano un «Rama Raj». E ciononostante tutta la storia ci dice che le grandi masse del popolo vivevano in una profonda miseria in quei giorni lontani, e scarseggiavano di viveri e del minimo necessario per la vita. Negli strati più elevati, ben poca gente poteva abbandonarsi alla vita spirituale, avendo gli agi ed i mezzi di farlo, ma per gli altri è difficile immaginarli nell'atto di compiere qualcosa di diverso della lotta per il minimo necessario per vivere. Ad una persona che sta morendo di fame è inutile parlare di progresso spirituale e culturale, i suoi pensieri saranno concentrati sul vitto e sul modo di procurarselo. (p. 532)
  • È desiderabile o possibile per noi arrestare il funzionamento delle macchine su larga scala nel nostro paese? Gandhiji ha detto ripetutamente di non essere contrario alle macchine come tali, sembra solo che egli pensi che esse siano fuori posto nell'India di oggi. Ma possiamo noi sopprimere le industrie-base, come quelle metallurgiche, od anche le industrie più leggere che già esistono?
    È ovvio che non possiamo farlo. (p. 540)
  • Penso ancora una volta a quel paradosso vivente che è Gandhiji.
    Con tutto il suo acuto intelletto e la sua passione per il miglioramento dei reietti e degli oppressi, perché egli sostiene un sistema che è chiaramente in decadenza e che crea questa miseria e queste disparità? Egli cerca una via d'uscita, è vero, ma non è questa via verso il passato, chiusa e sbarrata? E nel contempo egli benedice tutti i relitti del vecchio ordine, che si ergono, come degli ostacoli, sulla via del progresso, gli Stati feudali, i grandi zamindar e taluqadar, l'attuale sistema capitalista. (p. 541)
  • Odio intensamente la violenza eppure io stesso ne sono pieno e, consciamente o inconsciamente, sono spesso tentato di usare la forza contro gli altri. E vi può essere una coercizione maggiore di quella della coercizione psichica di Gandhiji che riduce molti dei suoi intimi seguaci e colleghi allo stato di stracci mentali? (p. 553)
  • La democrazia significa in effetti la coercizione della minoranza da parte della maggioranza. (p. 558)
  • Il mondo intero si trova oggi nella morsa di varie crisi, ma la maggiore di esse è la crisi dello spirito. Questo è vero in modo speciale in oriente perché i recenti mutamenti in Asia sono stati più rapidi che altrove e l'adattamento è doloroso. (p. 564)
  • Quel che la religione dice può essere buono o cattivo, ma il modo in cui lo dice, e vuole che lo crediamo, non porta certamente a una valutazione razionale di alcun problema. (p. 564)
  • È curioso come Gandhiji renda schiave le menti altrui e poi si stupisca della incapacità della gente. (p. 569)
  • Forse le mie radici sono ancora in parte del diciannovesimo secolo, e sono stato troppo influenzato dalla tradizione umanistica liberale per uscirne del tutto. La base borghese mi segue, ed è naturalmente fonte di irritazione per molti comunisti. Non mi piace il dogmatismo, né l'uso degli scritti di Carlo Marx o di qualsiasi altro libro come di una Rivelazione che non si può criticare, non mi piacciono l'irreggimentazione e le cacce all'eresia che sembrano caratteristiche del Comunismo moderno. Non mi piacciono nemmeno molte cose accadute in Russia, e specialmente l'eccessivo uso della violenza in tempi normali. (p. 605)
  • Mi sembra che l'intero valore del Marxismo stia nella sua assenza di dogmatismo, nell'accento posto su un determinato modo di vedere e di accostare, e nella sua attitudine all'azione. Quel modo di vedere ci aiuta a comprendere i fenomeni sociali dei nostri tempi, e ci addita la via dell'azione e dei superamenti. (p. 606)
  • È difficile essere pazienti con molti Comunisti, essi hanno sviluppato un metodo particolare di irritare gli altri. Ma sono gente aspramente provata e, al di fuori dell'Unione Sovietica, debbono lottare contro enormi difficoltà. Ho sempre ammirato il loro grande coraggio e la loro capacità di sacrificio. (p. 606)
  • La sfida del Fascismo e del Nazismo era in essenza la sfida dell'imperialismo. Erano fratelli gemelli, con questa variante, che l'imperialismo funzionava all'estero con colonie e dipendenze, mentre il Fascismo e il Nazismo funzionavano allo stesso modo anche nella madrepatria. (p. 618)

Citazioni su Jawaharlal Nehru[modifica]

  • A grandi linee, l'ideologia di Nehru può essere definita un paziente, moderato illuminismo pratico, non alieno dal compromesso con le tradizioni storiche, lo spirito e la cultura induisti, ma ostile alle loro degenerazioni e insofferente della loro staticità. (Alberto Ronchey)
  • Guardi, sebbene fosse contro il principio del Pakistan, io ho sempre ammirato quell'uomo. In gioventù ne fui addirittura sedotto. Solo più tardi compresi che era un incantatore con molti difetti, vanitoso, spietato, e che non aveva la classe di uno Stalin o di un Churchill o di un Mao Tse-tung. (Zulfiqar Ali Bhutto)
  • Il rispetto di varie culture, tradizioni e religioni (l'India conta più musulmani del Pakistan, nato come paese islamico) è stata la principale virtù del governo laico di Jahawarlal Nehru e dei suoi successori. (Bernardo Valli)
  • In realtà, fu Nehru e non Gandhi a condurre il proprio paese all'indipendenza, anche al prezzo spaventoso della divisione. Per decenni, una solida alleanza fra le sinistre laiche inglesi e indiane aveva posto le basi, e alla fine vinto la battaglia, per la liberazione dell'India. Non c'era mai stato alcun bisogno che una figura religiosa oscurantista imponesse il suo ego su tale processo, ritardandolo e distorcendolo. (Christopher Hitchens)
  • Mio padre era un santo. Era la cosa più vicina a un santo che si possa trovare in un uomo normale. Perché era così buono. Così incredibilmente, insopportabilmente buono. (Indira Gandhi)
  • Morto il Mahatma Gandhi (assassinato nel '48) nei mesi successivi all'indipendenza, di cui si celebrerà in agosto il cinquantesimo anniversario, Jahawarlal rappresentò per il mondo il volto nobile dell'India. Un volto elegante, leggermente ironico, distaccato, nei lineamenti e nelle espressioni. Il solo atteggiamento esterno possibile, in un uomo interiormente passionale, che doveva governare con mano di ferro un paese come l'India. Egli rimane una delle rare figure di politico intellettuale riuscito. Amico devoto di Gandhi, non ne seguì ovviamente i princìpi una volta arrivato al potere. Non poteva certo governare il subcontinente secondo la dottrina della non violenza, né puntare sulla sola agricoltura nel secolo dell'industrializzazione. Ma seppe anzitutto dare e conservare la democrazia, sia pure imperfetta, in una terra che oggi conta un miliardo di esseri umani. (Bernardo Valli)
  • Nehru governò l'India per diciassette anni, e fondò una dinastia parlamentare. Era un capo popolare, anche se non molto capace. Fece del suo meglio per far funzionare il parlamento dell'India, il Lok Sabha, e vi trascorreva molto tempo, ma era troppo autocratico per permettere lo sviluppo di una vera autonomia di governo: dominava come padrone incontrastato, e ammetteva compiaciuto: «Credo che se me ne andassi si verificherebbe un disastro». (Paul Johnson)
  • Nel suo mestiere lo sorreggeva solo una cieca fiducia nell'India: lo preoccupava in modo così ossessionante il futuro dell'India. (Indira Gandhi)
  • Non mi pare, infatti, che si possa fondare l'educazione alla pace senza la preliminare disposizione a pagarla, eventualmente, a caro prezzo; e questo mi pare che fosse uno dei limiti della politica di Nehru, certamente non gandhiano, che voleva essere neutralista senza avere disposto una coscienza e un'adeguata preparazione nel suo Stato a ciò che il neutralismo significa. (Aldo Capitini)

Note[modifica]

  1. Citato in Bernardo Valli, Colonie. La cattiva coscienza dell'Occidente, la Repubblica, 16 dicembre 2005.

Bibliografia[modifica]

  • Jawaharlal Nehru, Autobiografia, traduzione di Pietro Canepa, Feltrinelli, 1955.

Voci correlate[modifica]

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