Robert Service

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Robert Service

Robert Service (1947 – vivente), storico e accademico britannico.

Storia della Russia nel XX secolo[modifica]

Incipit[modifica]

Nessuna potenza imperiale alla vigilia della prima guerra mondiale era più detestata in Europa della Russia zarista. Intere generazioni di democratici aborrivano la dinastia dei Romanov: né il Kaiser Guglielmo, né l'imperatore asburgico Francesco Giuseppe erano detestati quanto Nicola II. In Russia vigeva la più rigida repressione dei partiti politici e dei sindacati e solo nel 1905 Nicola II concesse suo malgrado, dopo mesi di tumulti rivoluzionari, l'elezione di un parlamento (Duma). Quando questo si riunì, l'anno seguente, si rivelò incapace di far fronte alla monarchia. Manipolando la nuova Costituzione a proprio vantaggio, l'imperatore sciolse poi la seconda Duma e ritoccò le leggi elettorali per farne eleggere una terza più compiacente.

Citazioni[modifica]

  • La Nep aveva salvato il regime bolscevico, ma aveva anche introdotto gravi motivi di instabilità nel sistema sovietico. Il principio del profitto privato si scontrava con gli obiettivi della pianificazione centrale. Gli uomini della Nep, i funzionari di partito, i contadini agiati, i professionisti e gli artisti iniziavano silenziosamente ad affermarsi, mentre riaffioravano le aspirazioni nazionaliste, regionaliste e religiose, e anche le arti e le scienze offrivano prospettive culturali diverse da quelle del bolscevismo. La società sovietica ai tempi della Nuova politica economica era un agglomerato di contraddizioni e di esiti imprevedibili, di fallimenti e opportunità, di aspirazioni e delusioni. (Parte prima, cap. VII, p. 171)
  • Tutti i dirigenti bolscevichi erano convinti assertori dello Stato monopartitico e monoideologico, dell'arbitrio legalizzato e della violenza come legittimi strumenti di governo, del centralismo amministrativo. Ne Lenin né gli altri dirigenti bolscevichi usavano questi termini, ma con le parole e i fatti mostravano il loro impegno. L'ipotesi che l'ordine bolscevico sarebbe stato più umano se Lenin non fosse morto è difficilmente conciliabile con questa gamma di principi affermatisi col bolscevismo. (Parte prima, cap. VIII, p. 176)
  • Tra questa «gente del passato» (bjvšie ljudi), come erano definiti le persone che erano stati influenti prima della rivoluzione d'Ottobre, [con il primo piano quinquennale del 1928-1932] l'odio per il bolscevismo era acceso. Molti contadini e operai condividevano lo stesso sentimento. E Stalin si era procurato un numero incalcolabile di nuovi nemici all'interno del partito. La collettivizzazione, la dekulakizzazione, i processi dimostrativi nelle città e il sistema dei lavori forzati aveva inferto sofferenze pari a quelle subite durante la guerra civile. (Parte seconda, cap. IX, p. 210)
  • Nel 1933 quasi un milione di cittadini sovietici languiva nei campi di lavoro e nelle colonie dell'OGPU[1], e altri milioni di loro erano nelle prigioni, nei campi di deportazione e nelle aree di nuovo insediamento coatto. Perciò il Grande terrore degli anni 1937-38 non fu un fulmine a ciel sereno, ma il peggioramento di una tempesta che stava già infuriando.
    Cionostante il Grande terrore non avrebbe avuto luogo se non fosse stato per la personalità e le idee di Stalin. Era lui a guidare la macchina punitiva di Stato contro tutti quelli da lui identificati come «elementi antisovietici» e «nemici del popolo». (cap. XI, pp. 231-232)
  • Stalin riconosceva di non poter dominare solo con il terrore, e cercava sistematicamente il consenso delle varie élite nel governo, nel parito, nell'esercito e nella polizia segreta. I privilegi e il potere dei funzionari vennero confermati e la dignità delle istituzioni accresciuta. Mantenendo la distanza fra governanti e governati, Stalin sperava di prevenire lo scoppio dell'opposizione popolare. Per di più, cercava di accrescere il suo rapporto personale con l'etnia russa rafforzando una forma di nazionalismo russo insieme al marxismo-leninismo, e coltivava la propria immagine di capo la cui posizione al timone dello Stato sovietico era vitale per la sicurezza militare del paese e per il suo sviluppo economico. (Parte terza, cap. XVI, p. 336)
  • Fra i popoli dell'Urss si sforzava di identificare se stesso con l'etnia russa. In privato parlava la sua lingua madre con quelli della sua cerchia che venivano dalla Georgia; e anche la sua defunta moglie Nadežda Allilueva aveva antenati georgiani. Organizzava le sue cene con un'ospitalità georgiana (anche se questa non prevedeva il lancio di pomodori sugli invitati come a volte accade). Ma pubblicamente le sue origini lo imbarazzavano dopo una guerra che aveva rafforzato la coscienza di sé e l'orgoglio dei russi. E la sua biografia faceva allusione solo una volta alla nazionalità di suo padre. (Parte terza, cap. XVI, p. 337)
  • Tutti i gruppi nazionali soffrivano, ma alcuni soffrivano più degli altri. Le culture di Estonia, Lettonia e Lituania - che erano state solo recentemente riconquistate - vennero distrutte. Lo stesso accadde ai moldavi di lingua rumena; nel loro caso, persino la lingua venne fatta a pezzi: dapprima fu fornita di un alfabeto cirillico poi il suo vocabolario dovette prendere a prestito parole russe, in modo da distinguerlo fortemente da quello rumeno. La lingua ucraina veniva insegnata sempre meno ai bambini di lingua madre ucraina nella Rsfr. Ancora più sinistra fu l'esperienza di un filologo che fu imprigionato solo per aver constatato che alcune lingue ugro-finniche avevano più declinazioni del russo. La storiografia divenne anche più imperialista. Šamil, il capo della ribellione del Caucaso settentrionale contro lo zarismo nel XIX secolo, venne dipinto inequivocabilmente come un reazionario. Chiunque, vivo o morto, da tempo immemorabile, si fosse opposto allo Stato russo era passabile di denuncia. (Parte terza, cap. XVI, p. 338)
  • La sua versione dell'identità nazionale russa era una miscela talmente particolare di tradizioni da risultare virtualmente una sua invenzione. La quintessenza della Russia, per Stalin, era semplicemente un catalogo delle sue personali predilezioni: militarismo, xenofobia, industrialismo, urbanesimo e gigantomania. (Parte terza, cap. XVI, p. 340)
  • La persecuzione degli scienziati era accompagnata dalla continua promozione di personaggi eccentrici. Negli anni quaranta [del Novecento], lo pseudo scienziato Lysenko sostenne di aver sviluppato germogli di grano che potevano crescere all'interno del Circolo polare artico. Le sue maniere burbere attraevano Stalin. Il risultato fu il disastro della biologia professionale: qualsiasi rifiuto di piegarsi alle ipotesi di Lysenko veniva punito con l'arresto. (Parte terza, cap. XVI, p. 340)
  • [Su Ivan il Terribile] Secondo Stalin, Ejzenštejn non aveva sottolineato abbastanza che il terrore dello zar Ivan contro l'aristocrazia era giustificato; invitò Ejzenštejn a «mostrare che era necessario essere spietati». Il regista intimidito - soffriva già di un disturbo cardiaco cronico - chiese maggiori dettagli; ma Stalin rispose soltanto, con falsa modestia: «Non le sto dando delle istruzioni, esprimo solo i commenti di uno spettatore». Ejzenštejn fu profondamente spaventato da questa conversazione. Morì pochi mesi dopo. (Parte terza, cap. XVI, p. 341)
  • [Su Nikita Sergeevič Chruščёv] I suoi colleghi notarono il paradosso che il politico che denunciava il culto dell'individuo fosse all'incessante ricerca di prestigio personale. Non passava giorno senza che la sua foto apparisse sui giornali. (Parte terza, cap. XVII, p. 369)
  • Assaporò la grandezza dell'autorità suprema dalla metà degli anni cinquanta ed era deliziato quando suo nipote gli chiedeva: «Nonno, chi sei? Lo zar?». Gli piacevano anche la vodka e le barzellette volgari e scoppiava in rozzi scatti d'ira. Un segretario del partito più attento non avrebbe detto ai politici occidentali: «Vi seppelliremo!». E nessun leader sovietico del 1960 avrebbe battuto una scarpa sul proprio banco alle Nazioni Unite per interrompere un discorso del primo ministro Harold Macmillan. Durante il suo periodo al potere, si divertiva moltissimo. Adorava i regali e riceveva scienziati nella sua dacia. Pur non essendo mai stato un grande lettore, chiedeva ad autori famosi di leggergli le loro opere ad alta voce. Si riteneva un pensatore con inclinazioni pratiche. (Parte terza, cap. XVII, pp. 370-371)
  • Aveva una personalità eccentrica e autoritario. Eppure le sue parziali riforme dell'ordine sovietico erano probabilmente il massimo che i suoi stretti collaboratori e il resto dei gruppi dirigenti avrebbero allora tollerato. I sostenitori dell'ordine esistente erano troppo potenti, abili e sicuri per qualsiasi altra trasformazione più radicale. (Parte terza, cap. XVII, p. 376)
  • Questo fautore del comunismo in realtà non avrebbe mai accettato l'egualitarismo comunista ed era così abituato ai lussi della sua carica che era incapace di riconoscere la propria ipocrisia. (Parte terza, cap. XVIII, p. 392)
  • Era un leader complesso. Era al tempo stesso stalinista e antistalinista, un comunista convinto e un cinico, un pusillanime dedito all'autoincensamento e uno scontroso filantropo, un guastafeste e un pacificatore, un collega stimolante e un fastidioso tiranno, un uomo di Stato e un politico privo di spessore intellettuale. Le sue contraddizioni erano il risultato di una personalità straordinaria e di una vita di esperienze fuori dal comune.
    Eppure si deve anche riconoscere che le sue eccentricità erano anche dovute alle enormi e conflittuali pressioni su di lui. Contrariamente ai suoi successori, voleva cercare una risposta con soluzioni a lungo termine. Ma le soluzioni tentate non bastavano a rinnovare il tipo di Stato e di società che aveva abbracciato. Le riforme erano attese da lungo tempo. I suoi successi politici, economici e culturali erano un grande miglioramento rispetto a Stalin. Ma non rispondevano più alle necessità del paese. (Parte terza, cap. XVIII, p. 396)
  • Eduard Ševardnadze rimase l'unico componente non slavo dell'organismo dirigente. Il Politburo in pratica era un club di slavi. (Parte quarta, cap. XXIII, p. 479)
  • [Sulla dissoluzione dell'Unione Sovietica] Cadeva nell'oblio uno Stato che aveva provocato tremori politici all'estero sin dalla sua creazione negli anni venti. Uno Stato i cui confini erano approssimativamente gli stessi di quelli dell'Impero russo e la cui popolazione abbracciava uno spropositato numero di nazionalità, religioni e concezioni del mondo. Uno Stato che aveva costruito una potente struttura industriale negli anni trenta e che aveva sconfitto la Germania nella seconda guerra mondiale. Uno Stato che diventò una superpotenza in grado di eguagliare gli Stati Uniti quanto a capacità militare alla fine degli anni settanta. Uno Stato il cui ordine politico ed economico aveva incarnato una categoria cruciale nel lessico del pensiero del XX secolo. Dagli inizi del 1992, questo Stato non esisteva più. (Parte quarta, cap. XXVI, p. 532)
  • I costi del potere sovietico superavano di gran lunga i suoi benefici. Lo Stato di Lenin e di Stalin brutalizzò la politica in Russia per decenni. È vero che i comunisti fecero enormi passi in avanti in economia e in campo sociale rispetto a quelli compiuti da Nicola II; ma è anche vero che rafforzarono certe caratteristiche dello zarismo che avevano proclamato di voler estirpare. Crebbe l'odio tra le differenti nazionalità. Si approfondì l'alienazione politica e diminuì il rispetto sociale per la legge. La dittatura frantumò inoltre la società in tanti piccoli segmenti e spazzò via tutte le forme associative che si opponevano alla volontà dello Stato centrale. Il risultato fu una massa di cittadini intimiditi cui poco interessava il benessere dei vicini di casa. L'egoismo divenne ancor più endemico di quanto non avvenga nel capitalismo. E quando lo Stato era arrivato a un passo dal divorare il resto della società, divenne meno efficiente nello stimolare la cooperazione alle sue politiche. In breve, esso fallì nel suo tentativo di integrare la società cercando di impedire che la società realizzasse da sola la sua integrazione. (Parte quarta, cap. XXVII pp. 573-574)
  • Quei gruppi fondati sulla politica, sulla religione o sulla nazionalità che erano stati per lungo tempo sottomessi e intimiditi non avevano obiettivamente alcun interesse a preservare lo status quo. La decisione di Gorbačëv di eliminare lo Stato monopartitico, l'autocrazia ideologica, il potere arbitrario, l'amministrazione ultracentralizzata e un'economia prevalentemente in mano allo Stato era destinata a far sì che questi gruppi entrassero in conflitto con la sua politica. L'unica sorpresa è come mai egli non lo previde dall'inizio. (Parte quarta, cap. XXVII p. 575)

Explicit[modifica]

La Russia del ventesimo secolo è stata prodiga di sorprese. Un solo paese ha prodotto Lenin, Chruščëv e Gorbačëv; ha anche allevato Šostakovič, Achmatova, Kapitsa, Sacharov e Pavlov. La sua gente comune, dai dolenti abitanti dei gulag ai fieri soldati dell'Armata rossa che avevano sconfitto Hitler, è divenuta simbolo dei momenti fondamentali della storia dei nostri tempi. La Russia è passata attraverso due guerre mondiali, la guerra civile, una violenta trasformazione economica, la dittatura e il terrore. Diventò, e poi cessò di essere, una superpotenza. Era stata un impero in larga misura agricolo e analfabeta, e oggi è istruita, industriale e privata dei suoi domini di confine. La «Russia» non ha smesso di cambiare per tutto il secolo. Sarebbe infondato pensare che la sua capacità di sorprendere se stessa, i suoi vicini e il mondo si sia esaurita.

Compagni[modifica]

Incipit[modifica]

I semi del comunismo moderno germogliarono molto tempo prima del XX secolo. Il termine invece è stato inventato tardi, e solo negli anni Quaranta dell'Ottocento il suo uso si diffuse ampiamente in francese, tedesco e inglese, denotando sempre un desiderio di sradicare le fondamenta della società per ricostruirla completamente. I comunisti sono sempre stati molto convinti degli scopi che si prefiggevano, e nel loro costante odio per l'ordine di cose esistente hanno preso di mira soprattutto lo Stato e l'economia.

Citazioni[modifica]

  • L'idea che gli errori del marxismo furono scoperti solo dopo che esso fu messo alla prova come strumento di potere è frutto di una falsa credenza. Anche nella Prima Internazionale che avevano contribuito a fondare, Marx ed Engels erano state figure controverse. Avevano rivolto e ricevuto attacchi da ogni parte, e il loro preteso rigore intellettuale era stato fortemente contestato. Ciò che stupisce è che tanti marxisti ignorarono l'entità del danno. Per i suoi seguaci il marxismo era diventato un infallibile complesso di dottrine, una sorta di religione politica. (Parte prima, cap. III, p. 47)
  • Il congresso fondativo della Terza Internazionale, nel marzo del 1919, rappresentò per Lenin l'avverarsi di un sogno. La nuova organizzazione divenne nota anche come Internazionale comunista (o Komintern), per dare un chiaro segno che i suoi obiettivi erano più radicali di quelli che erano stati perseguiti dalla Seconda Internazionale. Al I congresso presero parte cinquantadue delegati, in rappresentanza di venticinque paesi, convinti che la «rivoluzione socialista europea» fosse vicina. (Parte seconda, cap. IX, p. 134)
  • Angelo Tasca, un comunista italiano che pensava con la propria testa, descrisse Stalin come il «portabandiera della controrivoluzione». (Parte terza, cap. XV, pp. 212-213)
  • Nonostante non avesse alcuna preparazione nelle scienze naturali, [Stalin] emanò decreti sulla genetica. Favorì lo scienziato ciarlatano Trofim Lysenko, che stava tentando di coltivare una nuova specie di grano esponendo i semi al freddo dell'inverno russo, sulla base dell'ipotesi che le piante si potessero adattare pressoché a ogni condizione, acquisendo nuove caratteristiche e trasmettendole alle generazioni successive. Questo tipo di approccio alle scienze naturali aveva un'analogia con quello che Stalin pensava dell'umanità e del suo potenziale di trasformazione. (Parte terza, cap. XV, p. 228)
  • Gli eventi cecoslovacchi[2] furono alla base di quella che venne definita la «dottrina» Brežnev. L'Unione Sovietica si arrogava il diritto di imporre l'ordine comunista in Europa orientale, e soltanto al Cremlino spettava il potere di giudicare quando quell'ordine fosse in pericolo. Brežnev fece capire che la sistemazione territoriale e politica raggiunta dopo la seconda guerra mondiale sarebbe stata mantenuta saldamente in piedi, e che l'Occidente era tenuto a rispettare la dottrina. (Parte quinta, cap. XXXII, p. 485)
  • Gorbačëv era un tipico «sovietico», che pensava che i cittadini assennati dovessero assimilare i valori dell'Unione Sovietica indipendentemente dal loro retroterra nazionale, e presumeva sconsideratamente che la cultura russa dovesse essere il nucleo dell'identità sovietica. (Parte sesta, cap. XXXVIII, p. 574)
  • Non si sottolineerà mai abbastanza che nel XX secolo non è stato solo il comunismo a macchiarsi di crimini disumani. Nel Terzo Reich Adolf Hitler perpetrò lo sterminio di milioni di ebrei, rom, omosessuali, malati di mente. Nessun comunista partecipò al genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994. La contaminazione con il napalm delle foreste vietnamite e cambogiane è stata provocata dall'aviazione statunitense. Lo stesso capitalismo non ha certo avuto ricadute completamente positive dal punto di vista sociale e ambientale. (Parte sesta, cap. XL, p. 605)

Note[modifica]

  1. Ob'edinënnoe gosudarstvennoe političeskoe upravlenie (Direzione politica di Stato generale), polizia segreta del regime sovietico fino al 1934.
  2. Nell'agosto del 1968 l'intervento di truppe sovietiche e di altri paesi del Patto di Varsavia pose fine alla "primavera di Praga".

Bibliografia[modifica]

  • Robert Service, Compagni. Storia globale del comunismo nel XX secolo (Comrades. A World History of Communism), traduzione di David Scaffei, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008. ISBN 978-88-420-8543-0
  • Robert Service, Storia della Russia nel XX secolo (A History of Twentieth-Century Russia), traduzione a cura della Spell srl, Editori Riuniti, Roma, 1999. ISBN 88-359-4802-9

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