Salvator Gotta

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Salvator Gotta (1887 – 1980), scrittore italiano.

I giganti innamorati[modifica]

Incipit[modifica]

Simone Langhe tratto tratto si volgeva dal divano ove stava seduto, accanto all'autista, accennava con gesti rapidi della mano al passaggio fuggente oltre i vetri dell'automobile e gridava alle sue figliuole:
– Guardate! Guardate! – Entusiasta.
Germaine, seduta accanto a Dino D'Orea sullo strapuntino, e Zosi, seduta nel divano posteriore accanto a Pia, assentivano del capo per significare che guardavano, sì, sì, guardavano e ammiravano quel paesaggio fuggente: dossi di montagne folte di pini, baratri a strapiombo oltre l'orlo della strada in salita, mandre pascolanti su verdi prati in declivo, balzar d'acque candide giù per dirupi, casolari, ponticelli sul torrente, una chiesina sul versante in ombra, una cima nevosa profilata sul cielo, nello sfondo della valle.

Citazioni[modifica]

  • Non v'è alpinista che non sosti, in silenzio religioso, ove è un segno messo a ricordo perenne d'un morto in montagna. I morti della montagna sopravvivono nel luogo ove sono caduti. (p. 20)

Il nome tuo[modifica]

Incipit[modifica]

Mrs. Elisabeth, distesa sul letto, supina, le braccia ignude piegate sul cuscino, le mani sotto la nuca nascoste entro la massa copiosa dei capelli disciolti, fissava un brutto fregio del soffitto, la bocca ferma socchiusa, il volto sgombro di pensieri. Pareva non udisse le parole che Giorgio Lerici le rivolgeva ininterrottamente da mezz'ora, mentr'egli si vestiva, nella camera attigua e più in là dallo stanzino di toeletta, quasi gridando, ed ora mentre si pettinava, dritto davanti allo specchio dell'armadio.

Citazioni[modifica]

  • Si vive in tempi difficili! E si decade giorno per giorno! (p. 40)
  • «Io non sapevo... Certo non pensai
    che quando soli, s'è marciato assai
    nella bufera incontro ad una sorte,
    oltre la gioia ed oltre anche la morte,
    non si dovrebbe ritornare mai
    » (p. 122)

Il piccolo alpino[modifica]

Incipit[modifica]

La mattina del 24 dicembre 1914, un piccolo gruppo di persone saliva su per la strada del Gran San Bernardo.
Quelle persone erano il signor Michele Rasi, bell'uomo forte e robusto, di una quarantina d'anni, la signora Ebrica sua moglie e suo figlio Giacomino, un ragazzetto di dieci anni, bruno, tozzo, coraggioso camminatore.

Citazioni[modifica]

  • L'anima dei montanari è rude e taciturna; le sue espressioni di gioia e quelle del suo dolore non sono mai clamorose: l'entusiasmo appare di rado sui volti chiusi e duri. Raramente la gente di montagna compie dei gesti impulsivi che possano destare, in chi vede, ammirazione o sdegno. Ma essa obbedisce a un senso del dovere con serenità pacata e tenace, ferrea nel sacrificio, costante nel lavoro, incorruttibile nel rispetto alle migliori tradizioni, alla fede dei padri, all'amore per la Patria. (p. 26)

La più bella novella del mondo[modifica]

Incipit[modifica]

La valle dell'orco
Fra le quattro grandi strade che per valli e pianure portano le popolazioni canavesane ad Ivrea, capoluogo della loro antichissima regione, una ve n'ha che nasce da un gran prato chiuso fra bianche e vaste montagne. Ivi le borraccine e i còlchici vivono col sole d'agosto, quando le mandre sonagliano dall'alba al tramonto ed i ricchi forestieri imbacuccati di lana, cercano la solitudine, ma ne patiscono, a sera, la guazza e la malinconia.

Citazioni[modifica]

  • Si chiama Locana il borgo dei magnín; la fortuna è lontana e per raggiungerla lungo è il cammin. (p. 8)
  • Faticar ramigando non è grave se per compenso si può riposare sul trave presso la porta di casa, all'ombra della cimasa dorata di tramonto. (p. 9)
  • «Bella lavanderina che lavi i fazzoletti | per i poveretti, fa' un salto; fanne un altro, | fa' la riverenza, fa' la penitenza. | Ora in su, ora in giù. | Da' un bacio a chi vuoi tu» [...]
    Questa è la filastrocca della lavanderina, che lava i fazzoletti per i poveretti. (p. 52-53)
  • Per Natale, mi han regalato un bell'album colorato. Dice una scritta sul frontespizio:
    «Volta il foglio, bel bambino, vedrai Lucia che fila il lino. |Ecco Lucia che fila il lino, volta il foglio, vedrai Martino. | Ecco Martino che monta a cavallo, volta il foglio, vedrai il gallo. | Ecco il gallo che canta la mattina, volta il foglio, vedrai la gallina. | Ecco la gallina che fa le ova, volta il foglio, vedrai il serpente boa. | Ecco il serpente boa che striscia per terra, volta il foglio, vedrai la guerra.» (p. 65- 67)
  • L'opera poetica del Cena tocca tutta la gamma della trascendenza spirituale accorata, tormentata, dolorosa che tenne vivi gli "spiriti buoni" in uno dei più tristi periodi della storia dell'anima italiana.

Ottocento[modifica]

Incipit[modifica]

Il giorno 10 di novembre dell'anno 1858 ebbe luogo l'inaugurazione della strada ferrata di Ivrea.
La Dora Baltea, «giornale amministrativo-statistico-letterario della Divisione» aveva pubblicato che il treno sarebbe partito dalla stazione di Porta Susa a Torino alle ore undici della mattina e sarebbe arrivato verso l'una pomeridiana, «all'incirca». Pur tuttavia, fin dalle prime ore di quel brumoso 10 novembre, la piccola città capitale del Canavese fu animata da un insolito trambusto. Carri, carrette d'ogni forma e dimensione, agresti trabiccoli antiquati e fiammanti carrozze padronali, veicoli trainati da ronzini, da mucche, da muli, da somarelli e da scalpitanti puledri, portarono in città molta popolazione del contado. Le osterie della periferia, ove sboccano le strade della Valle d'Aosta, della Valle dell'Orco, e quelle della piana verso Torino e verso il Vercellese, apersero i loro battenti assai prima dell'ora solita. I caffè della Piazza di Città, e soprattutto il Caffè Vasario, punto d'arrivo delle diligenze, all'alba erano già gremiti.

Citazioni[modifica]

  • Costantino rivelò fin dagli anni dell'infanzia e dell'adolescenza una spiccatissima vivacità di carattere e di intelligenza. La prima volta che fece parlare di sé aveva dodici anni: giocando alla guerra, con una fionda tolse un occhio a suo fratello Michelangelo. A sedici anni, studente di liceo, scrisse in versi un Epitaffio d'amore che, pubblicato sulla Dora Baltea di Ivrea, destò un certo scandalo nella cittadinanza e tanto più nell'ambiente dei professori: la poesia era stata giudicata riprovevole perché «pervasa di erotismo sensuale realisticamente cinico e macabro». (cap. 2, p. 20)
  • [...], nei salotti ove mercè i buoni uffici del Colleretto[1], veniva ammesso, Il Nigra si faceva notare e riusciva a primeggiare, non soltanto per l'originalità del suo ingegno e la prontezza del suo spirito, ma anche per le sue innate doti di signorilità. La natura l'aveva pure favorito di prestanza e di bellezza fisica non comuni. Alto di statura, snello e forte, con un viso dai tratti fini e regolari, era ricco di fascino soprattutto con le donne che usava trattare ora con sicurezza spavalda, ora con improvvisa dolcezza accorata, maschio e delicato insieme, caustico ed ironico, fantasioso e sensuale. (cap. 2, p. 22)

Note[modifica]

  1. Il conte Pietro di Colleretto.

Bibliografia[modifica]

  • Salvator Gotta, I giganti innamorati, Casa Editrice Baldini & Castoldi, Milano 1943.
  • Salvator Gotta, Il nome tuo, Casa Editrice Baldini & Castoldi, Milano 1927.
  • Salvator Gotta, Il piccolo alpino, Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
  • Salvator Gotta, La più bella novella del mondo (e altre memorie e storie), SEI, Torino 1962.
  • Salvator Gotta, Ottocento, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1960.

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