Samuel Noah Kramer

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Samuel Noah Kramer (1897 – 1990), storico statunitense.

I sumeri alle radici della storia[modifica]

  • A Sumer, un buon millennio prima che gli Ebrei componessero i primi libri della Bibbia e i Greci l'Iliade e l'Odissea, troviamo già tutta una fiorente letteratura comprendente miti ed epopee, inni e lamentazioni, e numerose raccolte di proverbi, favole e saggi. Non è affatto utopistico predire che il recupero e la ricostruzione di quest'antica letteratura per tanto tempo rimasta nell'oblio si riveleranno come uno dei maggiori contributi del nostro secolo alla conoscenza dei primordi della storia. (p. 11)
  • Enki era non solo il dio dell'acqua ma anche quello della saggezza, ed era soprattutto lui ad occuparsi delle attività della terra, d'accordo con Enlil, il quale si limitava a tracciare i piani generali, lasciando i particolari dell'esecuzione a Enki, spirito fertile, nel tempo stesso ardito e saggio. (p. 96)
  • I Sumeri, come pensavano che i grandi dei si comportassero in modo virtuoso, così credevano che questi stessi dei nel dare avvio alla civiltà umana vi avessero introdotto ugualmente il male, la menzogna, la violenza e l'oppressione. E la lista dei me, questi principi inventati dagli dei per far funzionare senza urti il cosmo, comprendeva non soltanto la «verità», la «pace», la «bontà», la «giustizia», ma anche la «menzogna», la «discordia», la «lamentela», il «terrore sacro». (p. 104)
  • I saggi sumeri credevano e insegnavano che le sventure dell'uomo sono il risultato dei suoi peccati e delle sue cattive azioni e che nessun uomo è esente da colpevolezza. Per essi, come si è visto, non esisteva esempio di sofferenza umana ingiusta e immeritata; bisogna sempre biasimare, dicevano, l'uomo, mai gli dei. Malgrado tutto, più di un Sumero, nel momento dell'avversità, doveva essere tentato di porre in dubbio la lealtà e la giustizia degli dei. (p. 110)
  • I Sumeri avevano dunque una visione pessimistica dell'uomo e del suo avvenire. A dir vero sentivano nostalgia della sicurezza e, come noi, desideravano essere liberi dalla paura, dalla povertà e dalla guerra. Ma non credevano a un futuro migliore del presente, pensavano anzi che gli uomini fossero stati felici un tempo, in un remotissimo passato. (p. 115)
  • Gli animali - né c'è da stupirsene - sostennero una parte importante negli scritti sapienziali sumerici. [...] La frequenza con cui appaoino i vari rappresentanti di questo bestiario, quale almeno è possibile giudicare sulla base del materiale di cui disponiamo, è già di per sé assai istruttiva. Il cane, presente in 83 favole e proverbi, è al primo posto, seguito dal bue domestico e dall'asino. Vengono poi la volpe, il maiale e, ma solo in sesta posizione, la pecora domestica immediatamente seguita dal leone, dal bue selvatico (Bos primigenius), specie oggi estinta, dalla capra domestica, dal lupo, ecc. (p. 124)
  • Nel caso del lupo sembra che i Sumeri siano stati colpiti soprattutto dalla sua rapacità. [...] L'animale meglio tratteggiato sembra sia stato la volpe. I proverbi sumerici ne fanno un essere vanesio, che sia a parole che coi fatti cerca di esagerare la propria importanza. (p. 126)
  • La volpe sumerica non ha alcun punto in comune con l'animale abile e astuto del folclore europeo, pur somigliando per parecchi tratti alla volpe esopica (in particolare nella favola La volpe e l'uva). (p. 127)
  • [Sulla mangusta] Come ai giorni nostri ancora nell'Iraq, i Mesopotamici l'addomesticavano nell'antichità per dar la caccia ai topi. Invece di spiare la preda con la pazienza e la circospezione del gatto, la mangusta si lancia fulmineamente sulla sua vittima e questa tattica faceva una grande impressione ai Sumeri. (p. 127)
  • [Sul leone asiatico] Dalle massime e dalle favole risulta che esso prediligeva le regioni cespugliose e le boscaglie. Tuttavia due favole, abbastanza oscure e dal testo assai incompleto, gli assegnano come habitat la prateria. Siccome la boscaglia gli assicurava un rifugio impenetrabile, l'uomo fu costretto a rendersi edotto dei suoi costumi per difendersi da esso. [...] Per lo più il leone figura come la bestia predatrice per eccellenza e le sue vittime preferite sono la pecora, la capra e il «maiale di bosco». (pp. 127-128)
  • I Sumeri non esercitarono ovviamente un'influenza diretta sugli Ebrei, essendo scomparsi assai prima dell'apparire di questi ultimi. Ma non c'è il minimo dubbio che essi abbiano influenzato in profondità i Cananei, predecessori degli Ebrei in Palestina. Così si spiegano le numerose analogie rilevate tra i testi sumerici e alcuni libri della Bibbia. (p. 146)
  • La colpa commessa da Enki col mangiare le otto piante di Ninhursag fa pensare al peccato di cui si macchieranno Adamo e Eva col mangiare il frutto dell'albero della scienza. (p. 149)
  • Si vede Dio formare la prima donna, la madre di tutti i viventi, da una costola di Adamo (Genesi, II, 2). Perché una costola? Se si ammette l'ipotesi di un influsso della letteratura sumerica - e questo poema di Dilmun e di altri simili - sulla Bibbia, le cose si fanno chiare. Nel nostro poema una delle parti malate del corpo di Enki è per l'appunto una «costola». Ora, in sumerico costola si dice: ti. La dea creata per guarire la costola di Enki è chiamata Ninti, «La Signora della costola». Ma la parola sumerica ti significa pure «far vivere». Gli scrittori sumeri, giocando sulle parole, giunsero a identificare «La Signora della costola» con la «Signora che fa vivere». Questo calembour letterario, uno dei primi in ordine di tempo, passò nella Bibbia, dove perdette naturalmente il suo valore, poiché in ebraico i termini che significano «costola» e «vita» non hanno nulla in comune. (p. 150)
  • L'uccisione del Drago è un tema che si ritrova nella mitologia della maggior parte dei popoli. In Grecia specialmente, dove abbondavano le leggende dedicate agli dei e agli eroi, non c'era quasi personaggio del mito che non avesse ucciso il suo drago; tra essi Eracle e Perseo, per non ricordare che i più famosi. In epoca cristiana sono stati i santi a compiere quest'impresa, come dimostrano la storia di san Giorgio e tutte quelle analoghe. Solo i nomi dei personaggi e le circostanze variano secondo i paesi e le leggende. Ma donde provengono tutti questi racconti? Poiché l'uccisione del Drago era un tema familiare nella mitologia sumerica sin dal III millenio a.C., è legittimo supporre che le leggende greche, al pari di quelle che si vedono ricomparire agli inizi del cristianesimo, siano nate a Sumer. (p. 189)
  • [Sull'Epopea di Gilgamesh] L'opera trae la sua forza poetica dal tema principale: l'angoscia dell'uomo di fronte alla morte e la possibilità per l'uomo di sublimarla procurandosi una gloria immortale. (p. 192)
  • [Sull'Epopea di Gilgamesh] Il suo eroe è un uomo reale, che ama e odia, piange e gioisce, lotta e piomba nell'abbattimento, spera e conosce la disperazione. Certo vi compaiono anche degli dei; e in verità Gilgamesh stesso, a giudicare dal linguaggio e dai temi mitologici adoperati, è un dio di terz'ordine e, insieme, un uomo; ma è l'uomo Gilgamesh che domina l'azione del poema. Gli dei e la loro attività costituiscono soltanto lo sfondo, la cornice in cui si inscrive il dramma dell'eroe. Ed è proprio quel che c'è di umano in queste scene a conferir loro un significato duraturo e una dimensione universale. Le tendenze e i problemi che vi si vedono affiorare sono comuni agli uomini di tutti i paesi e di tutti i tempi: il bisogno di amicizia, il senso della fedeltà, la volontà di fama e di gloria, l'amore dell'avventura e delle nobili imprese, la paura della morte, soprattutto, che domina tutti gli altri temi insieme all'irresistibile desiderio dell'immortalità. (p. 198)
  • [Su Gilgameš] È un personaggio irrequieto, indomito, che non sopporta rivali e opprime i suoi sudditi. Ha appetiti sessuali davvero degni di Rabelais, ed è proprio per soddisfarli che si mostra quanto mai tirannico. (p. 199)
  • [Su Enkidu] Quest'essere primitivo ignora tutto della civiltà e vive nudo tra le bestie selvagge delle pianure. È un animale piuttosto che un uomo. Tuttavia è lui il destinato a domare il carattere arrogante di Gilgamesh e a disciplinarne la mente. (p. 199)
  • [Su Gilgameš] Per quanto lo riguarda, desidera procurarsi una gloria duratura, farsi un nome, non vivere una vita che potrebbe esser lunga ma del tutto priva di eroismo. (p. 200)
  • Quando fu composta quest'opera? [...] Un confronto fra il testo di questa versione in babilonese antico e quello della versione assira che noi possediamo conferma che il poema, nella forma a noi conosciuta, era già assai diffuso sin dalla prima metà del 11 millennio a.C. Risolta tale questione, vediamo ora come affrontare il problema, ben più delicato, ben più importante anche per il sumerologo, delle fonti dell'Epopea di Gilgamesh. A dir vero, basta esaminare superficialmente il testo per accorgersi che quest'opera babilonese - vale a dire redatta da Semiti e in una lingua semitica - rivela in molti punti origine sumerica e non semiticia, e ciò nonostante la sua antichità. (p. 202)

Bibliografia[modifica]

  • Samuel Noah Kramer, I sumeri alle radici della storia, traduzione di Enzo Navarra, Newton Compton editori, 1979.

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