Amleto

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

1leftarrow.pngVoce principale: William Shakespeare.

"The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark" di William Shakespeare, prima pubblicazione in edizione in-quarto del 1603.

Amleto (The Tragical History of Hamlet, Prince of Denmark), tragedia shakespeariana scritta probabilmente tra il 1600 e l'estate del 1602.

Incipit[modifica]

Goffredo Raponi[modifica]

Notte fonda. FRANCESCO è al suo posto di guardia; BERNARDO entra e gli va incontro.
Bernardo – Chi vive là?
Francesco – Di' chi sei tu, piuttosto.
Bernardo – Viva il re!
Francesco – Sei Bernardo!
Bernardo – Lui.
Francesco – Puntuale. Mezzanotte è battuta proprio adesso.
Bernardo – Va' a letto, va'.
[William Shakespeare, Amleto, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Carlo Rusconi[modifica]

Elsinoro. – Piattaforma dinanzi alla Fortezza.
Francisco di guardia. Entra Bernardo e va verso di lui.
Bernardo. Chi è là?
Francisco Rispondete a me; fermatevi, e dite chi siete.
Bernardo. Viva lungamente il re!
Francisco Bernardo?
Bernardo. Desso.
Francisco Venite con molta esattezza alla vostr'ora.
Bernardo. Son battute in questo momento le dodici; va a letto, Francisco.
[Guglielmo Shakespeare, Amleto, traduzione di Carlo Rusconi, Edoardo Sonzogno Editore, Milano, 1882]

Luigi Squarzina[modifica]

Elsinore. Piattaforma sul castello.
Entrano Bernardo e Francesco, due sentinelle.

Bernardo: Chi è là?
Francesco: Fermo dove sei! La parola: fatti conoscere.
Bernardo: Lunga vita al re.
Francesco: Bernardo?
Bernardo: Lui.
Francesco: Sei molto puntuale.
Bernardo: È mezzanotte suonata. Vattene a letto, Francesco.
[William Shakespeare, Amleto, traduzione di Luigi Squarzina, Newton, 1990]

Citazioni[modifica]

  • Tutto che vive deve morire, passando dalla natura all'eternità. (Regina: atto I, scena II; 1882, p. 16)
  • Oh! Così questa troppo solida carne potesse fondersi, dimoiare e dissolversi in rugiada: o che l'Eterno non avesse stabilito la sua legge contro l'uccisione di sé! O Dio! o dio! come tediosi, vieti, insipidi e non profittevoli sembrano a me tutti gli usi di questo mondo! Come l'ho a schifo! O schifo! è un giardino non sarchiato che va in seme; piantacce andate in rigoglio e grossolane lo posseggono tutto. Che si dovesse venire a questo! Morto da soli due mesi! anzi, non da tanto, nemmeno due: un re così eccellente: ch'era, rispetto a questo, quel ch'è Iperione a un satiro; così amorevole per mia madre, che non poteva permettere che i venti del cielo visitassero troppo rudemente la sua faccia. Cielo e terra! debbo io ricordare? ebbene, ella pendeva da lui, come se il desiderio si fosse accresciuto di ciò di cui si pasceva; e pure, entro un mese! Ch'io non ci pensi: Fragilità, il tuo nome è donna! Un mesetto! prima che fossero vecchie quelle scarpe con le quali ella seguì il corpo del mio povero padre, come Niobe, tutta lacrime, ebbene lei proprio lei – o Dio! una bestia, a cui manca il discorso della ragione, avrebbe pianto più a lungo – sposata a mio zio, il fratello di mio padre, ma non più simile a mio padre che io ad Ercole. Entro un mese! prima ancora che il sale di quelle inique lagrime avesse lasciato il rossore nei suoi occhi gonfi, ella si è sposata. Oh, malvagia fretta, accorrere così lestamente a lenzuola incestuose! Non è bene e non può venire a bene; ma spezzati, mio cuore, perché io debbo frenare la lingua! (Amleto: atto I, scena II)
  • Fai maturare la tua ammirazione per un poco. (atto I, scena II)
  • Ama tutti, credi a pochi e non far del male a nessuno. (Polonio a Lerte: atto I, scena III)
Niente fonti!
Le citazioni di questo paragrafo non sono sostenute da un'indicazione precisa delle fonti.
Se conosci la fonte di una di queste puoi migliorare la voce inserendola.
Nuove citazioni senza fonte saranno cancellate.
  • Quanto ad Amleto e alla corte che ti fa, considerala galanteria, capriccio, una viola nella primavera della giovinezza, precoce ma non durevole, dolce ma non costante, nient'altro che un profumo e lo svago di un minuto... (Laerte ad Ofelia: atto I, scena III)
  • Basta una stilla di male per gettare un'ombra infamante su qualunque virtù. (atto I, scena IV, vv. 38-40)
The dram of eal | Doth all the noble substance of a doubt | To his own scandal.
  • Spiriti e voi, ministri delle Grazie, difendeteci. Che tu sia spirito di salvezza o dannazione, che tu porti aliti di paradiso o miasmi d'inferno, che le tue intenzioni siano malvage o pietose, tu vieni con un aspetto così pronto alle risposte che io ti parlerò, ti chiamerò Amleto, re, padre, danese regale, rispondimi! (Amleto: atto I, scena IV)
  • C'è del marcio in Danimarca. (Marcello a Orazio: atto I, scena IV)
  • Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia. (Amleto: atto I, scena V; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Niente è buono o cattivo se non è tale nel nostro pensiero. (Amleto: atto II, scena II)
Il buono e il cattivo dipendono dal pensiero di chi li rende tali.
  • Il diavolo ha il potere di comparire agli uomini in forme seducenti e ingannatorie. (Amleto: atto II, scena II)
  • La brevità è l'anima del senno, e il parlar troppo un fronzolo esteriore. (Polonio: atto II, scena II)
  • Questa è follia, se pure c'è del nesso. (Polonio: atto II, scena II)
  • Tutto il mondo n'è una [prigione], allora. (Rosencrantz: atto II, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e tuttavia ritenermi Re di uno spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni. (Amleto: atto II, scena II, vv. 255-257[1])
Starei in un guscio di noce e mi reputerei re di uno spazio infinito. (traduzione di Carlo Rusconi, Edoardo Sonzogno Editore)
Io potrei viver confinato in un guscio di noce, e tuttavia ritenermi signore d'uno spazio sconfinato. (traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
I could be bounded in a nutshell, and count myself a king of infinite space.
  • Dubita che le stelle siano fuoco, dubita che il sole si muova, dubita che la verità sia mentitrice, ma non dubitare mai del mio amore. (Polonio legge versi di Amleto: atto II, scena II)
  • [A Ofelia] Mentre passeggi, leggi questo libro. | L'ostentazione d'un tale esercizio | può dar colore alla tua solitudine... | Troppo spesso noi siamo biasimati | in questo, ma è provato, arciprovato: | viso compunto e atteggiamento pio | riescono ad addolcire il diavolo.[2] (Polonio: atto III, scena I; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • To be, or not to be, that is the question: | Whether 'tis nobler in the mind to suffer | The slings and arrows of outrageous fortune, | Or to take arms against a sea of troubles, | And, by opposing, end them. To die, to sleep… | No more, and by a sleep to say we end | The heartache and the thousand natural shocks | That flesh is heir to: 'tis a consummation | Devoutly to be wished. To die, to sleep. | To sleep, perchance to dream. Ay, there's the rub, | For in that sleep of death what dreams may come | When we have shuffled off this mortal coil | Must give us pause. There's the respect | That makes calamity of so long life, | For who would bear the whips and scorns of time, | Th'oppressor's wrong, the proud man's contumely, | The pangs of despis'd love, the law's delay, | The insolence of office, and the spurns | That patient merit of th'unworthy takes, | When he himself might his quietus make | With a bare bodkin? Who would fardels bear, | To grunt and sweat under a weary life, | But that the dread of something after death, | The undiscovered country from whose bourn | No traveller returns, puzzles the will, | And makes us rather bear those ills we have | Than fly to others that we know not of? | Thus conscience does make cowards of us all, | And thus the native hue of resolution | Is sicklied o'er with the pale cast of thought, | And enterprises of great pitch and moment | With this regard their currents turn awry, | And lose the name of action. (Amleto: atto III, scena 1)
    • Essere, o non essere, ecco la questione: | se sia più nobile nella mente soffrire | i colpi di fionda e i dardi dell'oltraggiosa fortuna | o prendere le armi contro un mare di affanni | e, contrastandoli, porre loro fine. Morire, dormire… | nient'altro, e con un sonno dire che poniamo fine | al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali | di cui è erede la carne: è una conclusione | da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. | Dormire, forse sognare. Sì, qui è l'ostacolo, | perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire | dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale | deve farci esitare. È questo lo scrupolo | che dà alla sventura una vita così lunga. | Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, | il torto dell'oppressore, la contumelia dell'uomo superbo, | gli spasimi dell'amore disprezzato, il ritardo della legge, | l'insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo | che il merito paziente riceve dagli indegni, | quando egli stesso potrebbe darsi quietanza | con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli, | grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa, | se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte, | il paese inesplorato dalla cui frontiera | nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà | e ci fa sopportare i mali che abbiamo | piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti? | Così la coscienza ci rende tutti codardi, | e così il colore naturale della risolutezza | è reso malsano dalla pallida cera del pensiero, | e imprese di grande altezza e momento | per questa ragione deviano dal loro corso | e perdono il nome di azione.
    • Essere o non essere, questo è il problema. È forse più nobile soffrire, nell'intimo del proprio spirito, le pietre e i dardi scagliati dall'oltraggiosa fortuna, o imbracciar l'armi, invece, contro il mare delle afflizioni, e combattendo contro di esse metter loro una fine? Morire per dormire. Nient'altro. E con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore, e le mille offese naturali di cui è erede la carne! Quest'è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire per dormire. Dormire, forse sognare. È proprio qui l'ostacolo; perché in quel sonno di morte, tutti i sogni che possan sopraggiungere quando noi ci siamo liberati dal tumulto, dal viluppo di questa vita mortale, dovranno indurci a riflettere. È proprio questo scrupolo a dare alla sventura una vita così lunga! Perché, chi sarebbe capace di sopportare le frustate e le irrisioni del secolo, i torti dell'oppressore, gli oltraggi dei superbi, le sofferenze dell'amore non corrisposto, gli indugi della legge, l'insolenza dei potenti e lo scherno che il merito paziente riceve dagli indegni, se potesse egli stesso dare a se stesso la propria quietanza con un nudo pugnale? chi s'adatterebbe a portar cariche, a gèmere e sudare sotto il peso d'una vita grama, se non fosse che la paura di qualcosa dopo la morte – quel territorio inesplorato dal cui confine non torna indietro nessun viaggiatore – confonde e rende perplessa la volontà, e ci persuade a sopportare i malanni che già soffriamo piuttosto che accorrere verso altri dei quali ancor non sappiamo nulla. A questo modo, tutti ci rende vili la coscienza, e l'incarnato naturale della risoluzione è reso malsano dalla pallida tinta del pensiero, e imprese di gran momento e conseguenza, devìano per questo scrupolo le loro correnti, e perdono il nome d'azione. (traduzione di Gabriele Baldini)
  • Pur se tu sia casta come il ghiaccio e pura come la neve, non sfuggirai alla calunnia. Vattene in convento. (Amleto: atto III, scena I)
  • I commedianti non son capaci di tener segreti; dicono tutto. (Amleto: atto III, scena II)
  • Spesso dalle intenzioni sue l'uomo è sviato. Tutti i nostri propositi dipendono dalla memoria: se nascendo quindi sono robusti, poi si indeboliscono. Acerbo il frutto sta ben saldo al ramo; maturo, da sé cade, senza scuoterlo. (attore Re: atto III, scena II)
  • Come avete potuto smettere di nutrirvi di questa montagna di neve, per pascervi invece di questo moro? Ah, non avete occhi? (Amleto: atto III, scena IV)
  • Sono costretto ad essere crudele per essere pietoso... (Amleto: atto III, scena IV; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Debbo essere crudele solo per esser giusto.
  • O Vergogna, dov'è il tuo rossore? (atto III, scena IV)
  • Un uomo può pescare con il verme che ha mangiato un re e mangiare il pesce che ha mangiato quel verme. (Amleto: atto IV, scena III)
  • Sappiamo ciò che siamo, ma non sappiamo ciò che potremmo essere. (Ofelia: atto IV, scena V)
  • Narra con esattezza di me e della mia causa. (atto V, scena II)
  • [Ultime parole] Io muoio, Orazio... Sento che il veleno | s'impadronisce di tutto il mio spirito. | Ormai più non mi resta tanta vita | da sentir le notizie d'Inghilterra; | ma profetizzo che su Fortebraccio | cadrà la scelta; a lui, in suo favore | va il mio voto morente. Digli questo, | insieme al più e il meno degli eventi | qui succedutisi... Il resto è silenzio. (Amleto: Atto V, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
O, I die, Horatio; | the potent poison quite o'er-crows my spirit: | I cannot live to hear the news from England; | but I do prophesy the election lights | on Fortinbras: he has my dying voice; | so tell him, with the occurrents, more and less, | which have solicited. The rest is silence.
  • Buona notte, dolce principe. E voli d'angelo t'accompagnino cantando al tuo riposo. (Orazio ad Amleto appena morto: atto V, scena II)

Citazioni su Amleto[modifica]

  • La si direbbe l'opera di un selvaggio ubriaco. (Voltaire, 1768)
  • Amleto è stato generalmente considerato come la tragedia delle tragedie shakespeariane, quella in cui il poeta ha messo più di sé stesso, ha dato la sua filosofia, e ha riposto la chiave delle altre tutte. Ma, a parlar con rigore, nell'Amleto lo Shakespeare ha messo sé stesso né più né meno che nelle altre tutte, cioè la poesia. (Benedetto Croce)

Note[modifica]

  1. Citato in Aa. Vv., Lo spazio dei limiti, FrancoAngeli, Milano, 2006, p. 302. ISBN 88-464-6819-8
  2. Citato in V per Vendetta.

Bibliografia[modifica]

  • Guglielmo Shakespeare, Amleto, traduzione di Carlo Rusconi, Edoardo Sonzogno Editore, Milano, 1882.
  • William Shakespeare, Amleto, traduzione originale di Goffredo Raponi.
  • William Shakespeare, Amleto, traduzione, introduzione e note di Gabriele Baldini, B.U.R., 1975.
  • William Shakespeare, Amleto, traduzione di Luigi Squarzina, Newton, 1990.

Altri progetti[modifica]