Don DeLillo

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Don DeLillo (1936 – vivente), scrittore statunitense.

Americana[modifica]

Incipit[modifica]

E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno. Le luminarie sormontavano scintillanti le porte dei negozi. I venditori di caldarroste spingevano i carretti fumanti. Di sera, la folla in strada era immensa e il fragore del traffico saliva a trasformarsi in un'ondata di piena. I Babbi Natale della Quinta Avenue scampanellavano con una delicatezza strana e quasi dolente, come a spargere sale su un taglio di carne guasta. In tutti i negozi risuonavano musichette, canti e osanna natalizi, e le trombe dell'Esercito della Salvezza diffondevano i lamenti marziali di antiche legioni cristiane. L'effetto sonoro in quel luogo e in quel momento era bizzarro, fragore di piatti e rullare di tamburi, come un rimprovero impartito a dei bambini per un peccato imperdonabile, e la gente era infastidita.
[Don DeLillo, Americana, traduzione di Marco Pensante, Il saggiatore]

Citazioni[modifica]

  • Era una di quelle feste talmente noiose che ben presto la noia diventa argomento principale di conversazione. Dove ci si sposta da un gruppetto all'altro e si sente la stessa frase almeno dieci volte: «Sembra di stare in un film di Antonioni». Con la differenza che le facce non sono altrettanto interessanti. (pag. 6)
  • Qualsiasi film vedessimo era invariabilmente un grande capolavoro. Merry ne parlava per due giorni, poi lo dimenticava per il resto della vita. Non avevamo tempo per ricordare niente, perché c'era sempre qualcosa di nuovo e straordinario in arrivo: un altro film, un altro bar o ristorante, un negozio d'abbigliamento per uomo, una boutique, una stazione sciistica, una casa in riva al mare, un gruppo rock. (pag. 39)
  • Avevo imparato il significato di una porta chiusa, che l'amicizia era una moneta fuori corso e che era importante mentire anche quando non ce n'era bisogno. Parole e significato erano sempre in contrasto. Le parole non dicevano mai quello che dicevano, e neppure il contrario. Avevo imparato una lingua nuova, e ben presto ne dominai le regole più essenziali. (pag. 41)
  • L'America assisteva al risveglio della primavera e la campagna ritrovava la sua gloria, almeno quel poco di campagna che riuscivamo a vedere oltre il fumo e i tabelloni pubblicitari. Nulla al mondo è più emozionante dei primi giorni di un lungo viaggio su quattro ruote in direzione delle fauci bramose di un paese straordinario e inquieto. (pag. 120)

Body Art[modifica]

Incipit[modifica]

Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C'è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei. Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla regnatela agitata dal vento.
[Don DeLillo, Body Art, traduzione di Marisa Caramella, Giulio Einaudi editore]

Citazioni[modifica]

  • In passato, ha abitato i corpi di adolescenti, predicatori fondamentalisti, una donna ultracentenaria, che viveva di yogurt e, performance davvero memorabile, un uomo incinto. Ma in questa opera la sua arte è oscura, lenta, difficile e a volte tormentosa. E non è mai il tormento grandioso di nobili immagini e ambienti. È un tormento che ha a che fare con me e con voi. Quello che inizia come solitaria alterità diventa familiare e addirittura personale. Ha a che fare con chi siamo quando non stiamo recitando chi siamo.

Cosmopolis[modifica]

Incipit[modifica]

Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro, cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell'alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole.
[Don DeLillo, Cosmopolis, traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi]

Citazioni[modifica]

  • Con gli scarti della gente si potrebbe costruire una nazione.
  • Tutto è qualche settimana appena. Tutto è questione di giorni. La vita è fatta di minuti.
  • Non c'era nessun posto in cui volesse andare, niente a cui pensare, nessuno ad attenderlo. Come poteva muovere un passo in una direzione se tutte le direzioni si equivalevano?

L'uomo che cade[modifica]

Incipit[modifica]

Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità. Camminava verso nord tra calcinacci e fango e c'erano persone che gli correvano accanto tenendosi asciugamani sul viso o giacche sulla testa. Avevano fazzoletti premuti sulle bocche. Avevano scarpe in mano, una donna gli corse accanto, una scarpa per mano. Correvano e cadevano, alcuni, confusi e sgraziati, fra i detriti che scendevano tutt'intorno, e qualcuno cercava rifugio sotto le automobili.
[Don DeLillo, L'uomo che cade, traduzione di Matteo Colombo, Einaudi, 2009. ISBN 9788806199593]

Citazioni[modifica]

  • Si fermò davanti allo sbarramento e guardò dentro la foschia, vide i frammenti di filigrana ritorta che erano gli ultimi resti ancora in piedi, un rimasuglio scheletrico della torre in cui aveva lavorato per dieci anni. I morti erano ovunque, nell'aria, tra le macerie, sui tetti vicini, nei venti che soffiavano dal fiume. Si posavano con la cenere e piovevano sulle finestre lungo ogni strada, sui suoi capelli e sui vestiti. (p. 27)
  • Aveva sentito parlare di lui, un artista performativo noto come L'uomo che cade. Era apparso diverse volte, la settimana prima, senza preavviso, in vari punti della città, appeso a questa o quella struttura, sempre a testa in giù, con indosso giacca e pantaloni, una cravatta e scarpe eleganti. Richiamava alla memoria, naturalmente, quei momenti assoluti nelle torri in fiamme, quando la gente era precipitata, o era stata costretta a saltare. (p. 35)
  • Interessante, no? Dormire con tuo marito, una donna di trentotto anni e un uomo di trentanove, e mai un sospiro di sesso. Lui è il tuo ex marito, che ufficialmente non è mai stato davvero ex, lo sconosciuto che hai sposato in un'altra vita. Lei si vestiva e si svestiva, lui la guardava e non la guardava. Questo sì che era strano. (p. 37)
  • Mai più se ne sarebbe ricordato, se non ne avesse parlato lei. Non significa niente, pensò. E invece non era così. Qualunque cosa fosse successa a quell'uomo, si collocava al di fuori del fatto che entrambi l'avessero visto, in punti diversi della discesa, eppure in un certo senso era importante, in maniera indefinibile, che l'uomo fosse stato conservato in quei ricordi incrociati, portato giù, fuori dalla torre e in quella stanza. (p. 59)
  • «Esiste un certo tipo d'uomo, un archetipo, per i suoi amici maschi è un modello di affidabilità, tutto ciò che un amico dovrebbe essere, alleato e confidente, uno che presta soldi, dà consigli, fedele e tutto quanto, ma che per le donne è un incubo. Un incubo fatto essere umano. Più una donna gli si avvicina, più per lui diventa chiaro che non è uno dei suoi amici maschi. E più le cose per lei si fanno difficili. Keith è così. L'uomo che stai per sposare è così». (p. 61)

Rumore bianco[modifica]

  • L'amore ci aiuta a sviluppare un'identità sufficientemente sicura da poter essere affidata alle cure e alla protezione di un'altra persona. (cap. VII, p. 37)
  • Chi lo sa che cosa ho voglia di fare? Chi lo sa che cosa ha voglia di fare in genere la gente? Come si fa a esserne sicuri? Non è tutta una questione di chimica cerebrale, di segnali che vanno avanti e indietro, di energia elettrica nella corteccia? Come si fa a sapere se una cosa è esattamente ciò che si vuole fare, oppure soltanto una qualche specie di impulso nervoso nel cervello? Una minuscola attività secondaria ha luogo da qualche parte, in un punto privo di importanza dentro uno degli emisferi cerebrali, ed ecco che di punto in bianco mi viene voglia di andare nel Montana, oppure no. Come faccio a sapere se ho veramente voglia di andarci e non sono soltanto un po' di neuroni che fanno fuoco, o qualcosa del genere? Magari capita soltanto un lampo, per caso, nel midollo e di punto in bianco eccomi lí nel Montana, dove scopro che in realtà non avevo nessunissima voglia di andarci. Se non sono in grado di controllare quello che mi succede nel cervello, come faccio a essere sicuro di quello che avrò voglia di fare fra dieci secondi, per non parlare di quest'estate e del Montana? È tutta questione di attività cerebrale, per cui non si sa che cosa dipenda dalla propria persona e che cosa da un neurone che ha appena fatto fuoco o magari cilecca. (Heinrich: cap. X, pp. 57 sg.)
  • I medici perdono interesse nei confronti di coloro che si contraddicono. È un timore che informa da lungo tempo i miei rapporti con i medici, quello che perdano interesse nei miei confronti, che ordinino all'infermiera di far passare altri prima di me, che diano per scontata la mia morte. (cap. XVI, p. 94)
  • La famiglia è la culla della disinformazione mondiale. Nella vita di famiglia dev'esserci qualcosa che genera gli errori di fatto. L'eccesso di vicinanza, il rumore e il calore dell'essere. Forse anche qualcosa di piú profondo, come il bisogno di sopravvivere. Murray sostiene che siamo creature fragili, circondate da un mondo di fatti ostili. I fatti minacciano la nostra felicità e sicurezza. Piú a fondo investighiamo nella natura delle cose, piú incerta può sembrar diventare la nostra struttura. Il processo famigliare tende a escludere il mondo. Piccoli errori diventano capitali, le finzioni proliferano. Io gli replico che ignoranza e confusione non possono essere le forze motrici che stanno dietro la solidarietà famigliare. Che idea, che sovversione! Lui mi chiede perché mai, allora, le unità famigliari piú forti si trovano nelle società meno sviluppate. Il non sapere è lo strumento della sopravvivenza, sostiene. Magia e superstizione si ossificano a diventare la poderosa ortodossia di clan. La famiglia è piú forte là dove è piú probabile che la realtà oggettiva venga malintesa. Che teoria spietata, dico. Ma lui insiste che è vera. (cap. XVII, p. 102)
  • Possano i giorni essere senza meta. Le stagioni scorrano. Non si prosegua l'azione secondo un piano. (cap. XIX, p. 122)
  • Le persone in gamba non pensano mai alle vite che schiantano, proprio per il fatto di essere in gamba. (Jack Gladney: cap. XXX, p. 274)
  • Che cosa ci guadagno, a dormire? Si arriva a un età in cui ogni minuto di sonno è un minuto in meno per fare qualcosa di utile. (Vernon Dickey: cap. XXXIII, p. 306)

[Don DeLillo, Rumore bianco (White Noise, 1985), traduzione di Mario Biondi, Einaudi, Torino, 1999. ISBN 880617391X]

Underworld[modifica]

Incipit[modifica]

Parla la tua lingua, l'americano, e c'è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza. È un giorno di scuola, naturalmente, ma lui non c'è proprio, in classe. Preferisce star qui, invece, all'ombra di questa specie di vecchia carcassa arrugginita, e non si può dargli torto – questa metropoli di acciaio, cemento e vernice scrostata, di erba tosata ed enormi pacchetti di Chesterfield di sghimbescio sui tabelloni segnapunti, con un paio di sigarette che sbucano da ciascuno. Sono i desideri su vasta scala a fare la storia. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell'anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell'invisibile nonsoché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita.
[Don DeLillo, Underworld, traduzione di Delfina Vezzoli, Einaudi, Torino, 1999]

Citazioni[modifica]

E mi piaceva che la storia qui non circolasse a piede libero. Qui la segregavano, la storia visibile. La ingabbiavano, la fondevano e la brunivano, la conservavano in musei e piazze e in parchi commemorativi. Il resto era geografia, tutto spazio, luci e ombre, e un indicibile calore incombente. (p. 118)

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