Michela Marzano

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Maria Michela Marzano (1970 – vivente), filosofa italiana.

Michela Marzano
  • Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all'uomo, tanto più l'uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. [...] Si tratta di uomini che non accettano l'autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l'uccidono. Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del "declino dell'impero patriarcale". Come se la violenza fosse l'unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso. Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l'amore si dissolve e sparisce. [1]
  • Come sa bene chi per lavoro identifica i dilemmi morali e cerca di scioglierli avanzando principi, valori e norme morali, ogni dilemma, per definizione, è drammatico, disperato, senza sbocco. Quando si è confrontati ad un dilemma morale, si sbaglia sempre e comunque; quale che sia la decisione che si prenda, si finisce sempre con il rimpiangere quello che si è detto o fatto.[2]
  • Non è il lavoro, però, che uccide e distrugge; ciò che uccide e distrugge è lo sfruttamento del lavoro, lo sfruttamento della miseria, lo sfruttamento della disperazione ossia, tutto ciò che avviene quando l'unica cosa che conta è la massimizzazione del profitto economico, quell'egoismo assoluto che non ha più niente a che vedere con l'interesse ben compreso di cui ci parlava già Adam Smith e che porta alla massimizzazione del bene comune.[3]

Sii Bella e Stai Zitta[modifica]

Incipit[modifica]

L'estate scorsa mi sono dovuta arrendere all'evidenza: la regressione delle donne italiane non è solo un mito, una storia che si racconta all'estero per mettere in cattiva luce il nostro paese. È una realtà. Una realtà triste che emerge non solo quando si leggono i giornali o si guarda la televisione, ma anche e soprattutto quando si discute con la gente, si osservano i comportamenti che gli uomini e le donne hanno nella vita quotidiana, si assiste al ritorno di discorsi maschilisti e retrogradi.

Citazioni[modifica]

  • Nel giro di pochi giorni, ho avuto la sensazione che la progressiva riduzione della donna a corpo-immagine fosse accompagnata da un'involuzione ancora più grave, da un contrattacco pesantissimo contro l'uguaglianza e la libertà per le quali le donne si erano tanto battute negli anni Sessanta e Settanta. È come se la sola alternativa al modello maschilista della donna-immagine fosse quella difesa da una certa ideologia reazionaria.
  • Troppo spesso i filosofi si nascondono dietro un linguaggio incomprensibile e tecnico. Per alcuni di loro, è un modo per restare trincerati in una torre d'avorio senza più confrontarsi con la vita, con le aspirazioni e le frustrazioni delle persone; con la vita di tutti i giorni; con la loro stessa esistenza corporea. [...] Quando si perde, in nome della scientificità, il contatto con la realtà, allora il sapere diventa sterile. Non serve più. Se non a confortarsi dietro l'idea che gli «altri» non possono capire e... peggio per loro!
  • Nonostante lo spirito degli anni Sessanta e Settanta, con la sua cultura dell'uguaglianza e dei diritti, sia ancora tra noi, lo sguardo che molti uomini italiani hanno sulle donne, e che molte giovani finiscono per interiorizzare, non corrisponde affatto alle speranze di quegli anni. Sono le stesse conquiste femminili che sembrano messe in discussione. Non solo a causa della mercificazione del corpo della donna, che viene messa in scena dalle immagini pubblicitarie o nella pornografia contemporanea, o a causa di altre rappresentazioni degradanti della condizione femminile, veicolate dalla televisioni e in particolare dagli spettacoli di intrattenimento. Ma anche a causa di un'ideologia retrograda che vorrebbe spostare l'orologio indietro.
  • Per rifiutare la sudditanza al potere maschile bisognerebbe prima di tutto riconoscere questa come forma di sudditanza. [...] Sebbene nessun essere umano possa essere trattato come uno schiavo senza soffrirne, accade spesso che ci si sottometta volontariamente a una forma di schiavitù quando non si è avuta la possibilità di conoscere altro. L'abitudine ci fa accettare l'inaccettabile.
  • Per secoli, si è valorizzata la razionalità come caratteristica distintiva dell'essere umano. Per secoli, si è sostenuto che le capacità argomentative delle donne fossero inferiori rispetto a quelle degli uomini. Per secoli, si è preteso che, a differenza dell'uomo, capace per sua natura di contribuire allo sviluppo della vita pubblica e all'organizzazione della società, la donna dovesse accontentarsi del ruolo di moglie e di madre, per essere l'angelo del focolare obbediente e sottomesso. Non è un caso che l'obiettivo principale del femminismo e di molte intellettuali consista, ancora oggi, nel decostruire queste immagini stereotipate della femminilità e della mascolinità, per permettere una buona volta alle donne di avere accesso non solo a un'uguaglianza formale, ma anche e soprattutto all'uguaglianza sostanziale: gli uomini e le donne devono godere degli stessi diritti; pur essendo diversi, gli uomini e le donne hanno lo stesso valore e la stessa dignità.
  • Più il tempo passa, più sono convinta che questa smaterializzazione progressiva della donna, come unica via d'accesso all'uguaglianza, sia un'impasse. Non mi sembra che l'esistenza oggettiva di una differenza sessuale implichi automaticamente la svalutazione della donna e la supremazia maschile. Al contrario, proprio quando si rinuncia alla differenza per conformarsi a un modello unico d'umanità si rischia di rinunciare definitivamente a tutto ciò che ci rende uniche e insostituibili.
  • Ho imparato a utilizzare il mio corpo in un certo modo perché sono immersa in un mondo «sessuato», in cui tutto contribuisce a insegnarmi ciò che è un uomo e ciò che è una donna. E allora? Devo per questo concludere che è più interessante «fare», indipendentemente dalla mia identità di donna, piuttosto che «essere» donna in tutto quello che faccio? Perché, per essere considerata uguale agli uomini, dovrei rinunciare alla mia specificità, a ciò che mi caratterizza come donna?
  • Nel momento in cui tutto diventa frutto di una costruzione, il corpo finisce col diventare un «niente», una sorta di composto chimico che si scioglie nel solvente delle critiche. La porta si spalanca allora di fronte alla possibilità stessa di negare qualsiasi ruolo alla realtà. Non ci si accontenta più solo di denunciare la dominazione maschile – che vede nel corpo delle donne un oggetto a disposizione degli uomini –, ma si arriva addirittura a negare che il corpo delle donne sia diverso da quello degli uomini.
  • Ciò che conta non è solo essere ascoltata, ma esserlo in quanto donna. Fino a quando l'unico modo per essere accettate e riconosciute uguali agli uomini sarà quello di negare la nostra differenza e fare come se tutti fossimo identici, noi donne non avremo vinto la nostra lotta per l'uguaglianza. Ci sarà sempre qualcuno che rifiuterà valore e dignità a chi non è «perfettamente identico».
  • Senza un preliminare riconoscimento dell'altro, la maternità non esiste. La procreazione è un atto relazionale, un processo lungo e complesso che implica l'esistenza di un dialogo, seppur silenzioso, tra il futuro bambino e la madre all'interno del corpo materno. Se il riconoscimento non avviene, questo dialogo silenzioso non comincia, ed è difficile pensare che un dialogo mai nato possa instaurarsi in seguito. Ciò che, invece, è certo è che non si può imporre a una donna di portare avanti una gravidanza con la scusa che «avrebbe dovuto pensarci prima».
  • La legalizzazione dell'aborto non obbliga nessuna donna ad abortire se non lo vuole. Non obbliga nessuno a considerare l'aborto moralmente legittimo. Permette solo a tutte coloro che non possono, o non vogliono, portare avanti una gravidanza di farlo nelle migliori condizioni, senza «pagare» un prezzo eccessivo per una scelta che, lo ripeto, non è mai banale. Al contrario, coloro che vogliono criminalizzare l'aborto non solo cercano di imporre agli altri la loro concezione del mondo e della morale, ma sono anche «indifferenti» di fronte alle tragiche conseguenze che potrebbe avere, per molte donne, il fatto di tornare a praticare l'aborto clandestino.
  • Nel caso dell'aborto, ogni donna sa che il problema non riguarda solo il suo corpo, ma anche una «relazione impossibile» con un figlio che, per motivi spesso diversi, non si vuole o non si è in grado di avere. Lo difendo soprattutto perché la legalizzazione dell'aborto è l'unica possibilità che esiste, in uno stato civile, per garantire il rispetto delle donne. Non solo perché la vita di una donna – che esiste, vive, soffre, agisce – è infinitamente più preziosa di quella di un essere che non è ancora nato; ma anche perché sono convinta che non basta vivere perché la propria vita abbia un senso.
  • La maternità non è né una necessità né una maledizione. È un'esperienza straordinaria che permette alla donna, nel momento in cui decide di diventare madre, di ricomporre la famosa divisione tra corpo e anima, senza che per questo il desiderio femminile si identifichi con il desiderio di maternità. Durante una gravidanza, il tempo biologico si impone al tempo biografico, ma non lo cancella mai completamente. Il corpo della donna diventa uno spazio in cui la madre e il nascituro entrano in relazione. La donna ha la possibilità di vivere una condizione del tutto particolare: da un lato, si identifica con il suo corpo che si trasforma; dall'altro, se ne allontana, talvolta fino al punto di estraniarsene. I movimenti interni non sono più solo i suoi movimenti. Appartengono a un'altra creatura che comincia a vivere. Sono i confini stessi del corpo materno che si aprono.
  • Per certi aspetti, non esistono parole che suonino vere per descrivere la maternità. Non si tratta di una condizione naturale, né di un bisogno socialmente indotto. [...] Durante la gravidanza non è solo il corpo della donna che si trasforma, ma anche il suo immaginario. E, all'interno di questo immaginario, il figlio viene spesso caricato di molte aspettative. La maternità non è solo l'avventura di una donna; coinvolge sempre anche gli altri: i nonni, il padre, e, naturalmente, il bambino che nascerà e che ha il diritto, a sua volta, di essere accudito e riconosciuto pienamente.
  • Nei video a luci rosse il ruolo della donna è estremamente codificato. La donna è là per incarnare alla lettera l'Afrodite volgare di cui parlavano gli antichi greci, cioè una specie di icona della femminilità animale, la donna corrotta e corruttrice di cui l'uomo sembrerebbe aver bisogno per soddisfare le proprie voglie sessuali. A differenza dell'Afrodite celeste, la moglie o la compagna degna di diventare madre dei suoi figli, l'Afrodite volgare può essere trattata come un semplice gingillo.
  • Tutto è molto più complicato e problematico, però, quando, invece di capire che l'essere umano è un misto di bontà e di cattiveria, si cresce con la convinzione che gli «oggetti» del mondo si classificano in «oggetti buoni» e «oggetti cattivi». Perché, in fondo, è questo tipo di meccanismo che domina quando, diventati adulti, gli uomini si sentono obbligati a credere che esistano due categorie di donne: le madonne e le puttane.
  • L'autostima non risolve tutti i problemi, e non è un'insufficiente autostima a causare l'emarginazione femminile. Al contrario, proprio perché vengono messe al margine e costantemente svalutate, le donne hanno difficoltà a stimarsi.
  • Il circolo vizioso nel quale si trovano oggi molte donne è sempre lo stesso: hanno difficoltà a imporsi agli altri, nel campo affettivo come in quello lavorativo, ma sono invece bravissime a colpevolizzarsi e a scoraggiarsi quando incontrano delle difficoltà o quando sono criticate. [...] Se gli uomini smettessero di criticare e cominciassero a incoraggiare le donne, però, perderebbero parte di quel potere che cercano in tutti i modi di mantenere e si darebbero, quindi, da soli – almeno dal loro punto di vista – la «zappa sui piedi». È a noi donne che spetta imparare a fare a meno del riconoscimento degli uomini e aiutarci vicendevolmente per cominciare a riconoscere il valore di quello che facciamo e di quello che siamo.
  • Finché non cesseranno di percepirsi come le vedono gli uomini, le donne non potranno fondare su sé stesse l'autostima. [...] Per ritrovare fiducia in sé stessa, la donna non può semplicemente «deciderlo» o «imporselo». Deve pian piano imparare a non dipendere dallo sguardo dell'uomo; a non sentirsi bella solo quando un uomo glielo dice; a non sentirsi brava solo quando il capoufficio o il professore la approva.
  • A differenza delle ragazze che, con le mestruazioni, si trovano velocemente a confrontarsi con un aspetto particolare della propria femminilità, i ragazzi fanno più fatica a capire che significhi esattamente diventare uomini. La costruzione della «virilità» dipende molto dall'ambiente culturale e sociale al quale appartengono i giovani. In alcuni ambienti, ad esempio, i ragazzi imparano che, per diventare uomini, devono dar prova di arroganza, violenza, disprezzo per le donne. La virilità diventa allora un bene prezioso che si deve proteggere contro tutti gli attacchi che possano provenire dai deboli, dalle «femminucce», dagli omosessuali. La virilità, segno distintivo dell'uomo solo quando dimostra l'inferiorità delle donne, spinge questi giovani allo sbando a scagliarsi contro tutti coloro che la «sprecano». Non è un caso che gli attacchi più violenti contro gli omosessuali vengano proprio da coloro che disprezzano la donna e la considerano inferiore all'uomo.
  • Barbie era la nostra icona. Il suo successo dipendeva dal suo corpo perfetto, indipendentemente dal mestiere e dall'età. Barbie era sempre impeccabile e sublime. Barbie era sempre eterosessuale e sposata. Barbie era sempre felice e vincente. La vita rappresentata nel mondo delle Barbie era, dunque, mitica e irraggiungibile. Le bambine della mia generazione sono cresciute con la convinzione che tutto fosse possibile e che bastasse «volere» per «potere». Barbie ci riusciva; perché non dovevamo riuscirci anche noi? In fondo, bisognava solo imparare a «controllarsi»: controllare il corpo, controllare le emozioni, controllare i bisogni.
  • In una società in cui il messaggio predominante è che ogni donna può (e deve) modellare il suo destino, autodeterminarsi e dare forma alla sua identità, molte ragazze si sono sentite prigioniere di un'ingiunzione terribile: se vuoi riuscire nella vita devi controllarti, diventare quello che gli altri si aspettano da te, essere impeccabile, anche a costo di sacrifici e rinunce dolorose.
  • Il problema delle donne che soffrono di anoressia non è la fame. Perché in realtà le anoressiche [...] hanno sempre fame. Una fame enorme. Una fame che le perseguita costantemente, proprio perché non «possono» e non «devono» mangiare. Il vero problema dell'anoressia è il sentimento di onnipotenza che nasce quando si ha la sensazione di poter controllare tutto, anche la fame. Nel loro corpo emaciato, le anoressiche sfidano la morte, proprio mentre la portano in giro come una medaglia da mostrare; sfidano i desideri, negando i bisogni primari del corpo, proprio mentre il desiderio non riesce più a emergere; sfidano le norme sociali per sentirsi libere, proprio mentre costruiscono da sole un sistema di leggi intransigenti che non possono mai trasgredire.
  • Difendere un'idea – e battersi perché possa un giorno trionfare – è diventato il simbolo dell'incapacità di adattarsi al mondo e al futuro. Le idee non hanno più nessun valore. Siamo in un mondo pragmatico, dove solo i «fatti» contano, a prescindere dai mezzi che si sono utilizzati per arrivare ai propri scopi. E anche i «fatti», in fondo, contano relativamente, perché basta negare ciò che si è fatto, magari alla televisione davanti a milioni di telespettatori, per convincere gli altri che non si è fatto nulla. [...] È il trionfo di «tutto e il contrario di tutto», reso possibile dal fatto che si cresce con l'illusione che non si è mai del tutto responsabili, nel caso qualcosa possa non andare per il verso giusto.
  • Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all'uomo, tanto più l'uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende aggressivo, brutale, volgare. [...] Si tratta di uomini che non accettano l'autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al loro volere. Esercitano la violenza (da quella verbale a quella fisica e sessuale) per paura di perdere il loro potere: il loro atteggiamento viene percepito come «normale»; fa parte del copione della virilità cui in genere aderiscono profondamente.
  • Paradossalmente, il «declino dell'impero patriarcale» va di pari passo con l'aumento delle violenze contro le donne. L'emancipazione della donna non porta ancora all'equilibrio sperato. Il bisogno dell'uomo di dimostrare la propria superiorità prende al contrario forme estremamente inquietanti. Dietro lo stupro c'è quasi sempre il bisogno di umiliare la donna, la volontà di lasciare una traccia di sé su quest'essere che si continua a considerare inferiore.
  • Quanto più il tempo passa, tanto più si assiste, in Italia, a un attacco sistematico contro le conquiste femministe. Che si tratti delle rappresentazioni degradanti dei media o del linguaggio sessista utilizzato in politica, il risultato è sempre lo stesso: ridimensionare la donna, ricordandole come il suo posto «naturale» sia accanto all'uomo, zitta e consapevole della superiorità maschile. In fondo, il sistema della politica e il sistema televisivo si intrecciano a meraviglia e riflettono una visione molto precisa dei ruoli di genere. L'uso della parola spetta agli uomini. Le donne devono limitarsi a essere belle e tacere.
  • Il problema degli insulti, dei cosiddetti «discorsi dell'odio» (hate speech), è complesso. Il fenomeno è stato analizzato da alcune femministe americane che, decostruendo i meccanismi di dominazione maschile, hanno puntato il dito sul circolo vizioso dell'hate speech che assegna alle donne un ruolo ben determinato da cui non possono più uscire. Tutte coloro che osano rivendicare ad alta voce l'uguaglianza dei diritti civili non sono prese sul serio: le loro rivendicazioni sono immediatamente discreditate e si utilizza contro di loro non l'argomentazione, ma l'arma subdola dell'insulto che le fa tacere. [...] Quando si urla a una donna a una donna che è una «troia», a un omosessuale che è un «frocio» o a una persona di colore che è uno «sporco negro», lo si fa perché l'altro poi non possa rispondere. Quello che conta non è l'argomento che si utilizza. Nell'offesa non c'è nessun argomento, nessuna idea, nessuna razionalità. Il fine è sempre lo stesso: ferire l'altro perché taccia.
  • La vera lotta, per le donne italiane, consiste oggi nel lavorare sui «contenuti» e non più solo sui «contenitori» dell'uguaglianza, impegnandosi perché cambino l'atteggiamento e la mentalità maschili. L'emancipazione della donna non ha ancora portato all'equilibrio sperato perché gli uomini, nella gran maggioranza, non vogliono rinunciare ai loro privilegi.
  • La possibilità di rompere il «soffitto di cristallo» è legata alla necessità, per le donne, di imparare a «fare rete». Dobbiamo pian piano arrivare a costruire un sistema di relazioni al femminile che diventi una risorsa per tutte. Un sistema che permetta di uscire dalla «gabbia invisibile» in cui molte di noi ancora si trovano, perché la tendenza a cedere alle pressioni sociali è sempre forte. [...] Finché le donne accetteranno come un dato di fatto di vivere una «doppia giornata» e non lotteranno, «facendo rete», perché la mentalità degli uomini cambi, nessuna legge potrà mai sbarazzarle dal «soffitto di cristallo» che continua a discriminarle. La libertà conquistata negli anni Sessanta e Settanta non basta più. Per renderla effettiva e accedere all'uguaglianza, bisogna riscoprire il valore della solidarietà.
  • I giorni che ho attraversato fanno parte della mia storia. Le gioie che ho conosciuto mi hanno costruito. Senza il passato, che si scrive inevitabilmente sul mio corpo, non sarei quella che sono. Cancellare qualunque segno che il tempo iscrive sul nostro corpo significa, in fondo, cancellare anche la nostra memoria. Significa l'oblio, il non voler sapere, il non voler mostrare. Significa sottovalutare l'importanza dell'esperienza, illudendosi che l'immediatezza sia l'unico valore degno di essere riconosciuto. Non si può volere al tempo stesso «essere» ed «essere stati», avere settant'anni e comportarsi come quando se ne avevano quaranta.
  • Essere dalla parte delle donne non significa sognare un mondo in cui i rapporti di dominio possano finalmente capovolgersi per far subire all'uomo ciò che la donna ha subito per secoli. Essere dalla parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria, in cui essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza. Non perché essere uomo o donna sia la stessa cosa, ma perché sia gli uomini sia le donne sono esseri umani che condividono il meglio e il peggio della condizione umana. L'obiettivo della donna non è quello di dominare l'uomo, dopo essere stata dominata per secoli, ma di lottare perché si esca progressivamente da questa logica di dominio, senza dimenticare che, nonostante tutto, l'essere umano è (e resterà sempre) profondamente ambivalente.
  • Ci sono due valori cui non sono disposta a rinunciare: la libertà e l'uguaglianza. Nessuno può imporre agli altri la sua concezione della vita, le sue idee, le sue credenze. Anche se la libertà non è mai assoluta [...], ognuno deve poter scegliere come condurre la sua vita, senza costrizioni o intimidazioni. Solo quando si è liberi ci si può assumere la responsabilità delle proprie scelte, dei propri atti e delle loro conseguenze: la libertà è il cardine dell'autonomia personale; ciò che permette a ogni persona di diventare attore della propria vita. Al tempo stesso, però, perché la libertà non resti un valore astratto, è necessario organizzare le condizioni adatte al suo esercizio, prima tra le quali l'uguaglianza. Se non ho gli stessi diritti che hanno gli altri e se non ho la possibilità materiale di farli valere, automaticamente non posso essere libera di scegliere ciò che voglio fare o di realizzare ciò che desidero.
  • Alla libertà come «non interferenza», la famosa libertà da, della tradizione filosofica liberale si deve aggiungere la libertà come «non dominazione», la libertà di, quella libertà effettiva che permette a ognuno di partecipare alla «cosa pubblica», senza subire le conseguenze di discriminazioni intollerabili sulla base del sesso, dell'orientamento sessuale, del colore della pelle o della fede religiosa.
  • Nascondendo ciò che copre, il velo, per definizione, riesce contemporaneamente a «mostrare» e a «distogliere lo sguardo». Da questo punto di vista, è in genere utilizzato per proteggersi dalla vista degli altri, per sottrarsi alla logica della vergogna. Per mostrarsi e farsi vedere, bisogna volerlo: permettere allo sguardo altrui di posarsi su di noi senza ferirci. Il velo può allora essere un riparo per colei che lo porta, a patto, però, di non chiudersi mai completamente. Se serve a proteggere il mistero del corpo, deve anche lasciar intravedere qualcosa: gli occhi, una caviglia, una ciocca di capelli. Il rischio, altrimenti, è quello di diventare un «sudario».

Bibliografia[modifica]

  • Michela Marzano, Sii Bella e Stai Zitta. Perché l'Italia di oggi offende le donne, Mondadori, 2010. ISBN 978-88-04-60194-4

Note[modifica]

  1. Da la Repubblica, 14 luglio 2010.
  2. Citato in Camera dei deputati – XVII Legislatura – Resoconto stenografico dell'Assemblea – Seduta n. 49 di martedì 9 luglio 2013 – Seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 61, recante nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute e del lavoro nell'esercizio di imprese di interesse strategico nazionale (A.C. 1139-A).
  3. Citato in Camera dei deputati – XVII Legislatura – Resoconto stenografico dell'Assemblea – Seduta n. 49 di martedì 9 luglio 2013 – Seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 61, recante nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute e del lavoro nell'esercizio di imprese di interesse strategico nazionale (A.C. 1139-A).

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