Roberto Calasso

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Roberto Calasso, 1991

Roberto Calasso (1941 – vivente), scrittore italiano.

L'ardore[modifica]

Incipit[modifica]

Erano esseri remoti, non solo dai moderni ma dai loro contemporanei antichi. Distanti non già come un'altra cultura, ma come un altro corpo celeste. Così distanti che il punto da cui vengono osservati diventa pressoché indifferente. Che ciò avvenga oggi o cento anni or sono, nulla di essenziale cambia. Per chi è nato in India alcune parole, alcuni gesti, alcuni oggetti potranno suonare più familiari, come un invincibile atavismo. Ma sono lembi dispersi di un sogno di cui si è annebbiata la vicenda.

Citazioni[modifica]

  • Ben poco di tangibile rimane dell'epoca vedica. Non sussistono edifici, né monconi di edifici, né simulacri. Al più, qualche frusto reperto nelle teche di alcuni musei. Edificarono un Partenone di parole: la lingua sanscrita, poiché saṃskṛta significa «perfetto». (p. 21)
  • Né l'Egitto, né la Mesopotamia, né la Cina, né tanto meno la Grecia (con la sua provocatoria mancanza di testi liturgici) possono offrire qualcosa di neppur lontanamente paragonabile al corpus vedico, per il rigore dell'impianto formale, l'esclusione di ogni quadro temporale – storico, annalistico –, l'invadenza della liturgia, infine per la raffinatezza, foltezza e capziosità dei collegamenti interni, fra le varie parti del Corpus. (p. 29)
  • Degli inni del Ṛgveda si dice che furono visti dai ṛṣi. Perciò i ṛṣi possono essere definiti «veggenti». Videro gli inni come si vede un albero o un fiume. (p. 131)
  • Se da Brahma discende l'ordine e l'autorità sacerdotale, Śiva è la perpetua certezza che a un certo punto quell'ordine verrà abbattuto, che non reggerà all'urto di una qualche forza che sussiste al di là del rito. (p. 136)
  • Dal Ṛgveda alla Bhagavad Gītā si elabora un pensiero che non riconosce mai un soggetto singolo, ma presuppone al contrario un soggetto duale. Così è perché duale è la costituzione della mente: fatta di uno sguardo che percepisce (mangia) il mondo e di uno sguardo che contempla lo sguardo rivolto al mondo. La prima enunciazione di questo pensiero si ha con i due uccelli dell'inno 1, 164 del Ṛgveda: «Due uccelli, una coppia di amici, sono aggrappati allo stesso albero. Uno di loro mangia la dolce bacca del pippala; l'altro, senza mangiare, guarda». Non c'è rivelazione che vada oltre questa, nella sua elementarità. E il Ṛgveda la presenta con la limpidezza del suo linguaggio enigmatico. La costituzione duale della mente implica che in ciascuno di noi abitino e vivano perennemente i due uccelli: il Sé, ātman, e l'Io, aham. (p. 157)
  • L'India comincia e finisce con qualcosa che solo all'inizio del Novecento – e per la via imprevista della logica – è diventato centrale anche in Occidente, quando vennero scoperti i paradossi della teoria degli insiemi. (p. 161)
  • L'Io si sovrappone al Sé così perfettamente che può nasconderlo. Di fatto, è ciò che avvenne durante il corso della filosofia occidentale. Che non si preoccupò mai di dare un nome al Sé, ma scelse sempre come osservatorio l'Io, anche se così lo chiamò solo in epoca tarda, con Kant. Prima, era l'indubitabile soggetto, la prima persona del Cogito di Descartes. Per Sanatkumāra, invece, l'Io è l'ostacolo più temibile, quello che può precludere per sempre l'accesso al Sé. (p. 167)
  • Il Ṛgveda, dopo tutto, può anche essere letto come l'esempio più grandioso – e anche convincente – di poesia simbolista; mentre le Upaniṣad, lo riconobbe subito Schopenhauer, possono essere lette come un primo testo metafisico. Ma i Brāhmaṇa non erano né poesia né filosofia. (p. 189)
  • La scuola dello Yajur Veda Bianco si differenzia da quella dello Yajur Veda Nero innanzitutto perché separa nettamente i mantra – o «formule» in versi, spesso ricavate dal Ṛgveda – dalla parte di commento al rituale, che è in prosa. Non sappiamo né possiamo ricostruire quali motivi fossero all'origine di quella divaricazione. (p. 192)
  • È indubbio comunque che nelle Upaniṣad si assiste a un tendenziale deprezzamento della conoscenza attraverso le opere e a una parallela esaltazione di una conoscenza scissa da ogni atto. È la prima gnosi, modello di ogni altra. Ma sarebbe ingenuo e incongruo pensare che agli autori dei Brahmana tale distinzione non fosse già chiara, quasi fossero superstiziosi artigiani liturgici, ignari di metafisica. (p. 196)
  • Dire che una certa erba «è la forza» suona davvero più incomprensibile delle parole di Gesù all'ultima cena, quando dice che un pezzo di pane è il suo corpo e il vino è il suo sangue? Dire «Prajapati è il pensiero» è più incongruo che parlare di un verbo che si è fatto carne? È plausibile che «il nostro modo di pensare» sia così arido e squallido da non includere in sé, almeno in una qualche misura, il pensare per immagini? (p. 202)
  • In certo modo, allora, la figura di Rudra e poi di Śiva, in cui Rudra si trasforma, è la più radicale critica al sacrificio che si manifesti nel mondo degli dèi. Ma è una critica che non distrugge, anzi alla fine ribadisce, espandendo ancora l'area del sacrificio a un tutto che ingloba in sé ogni residuo. (p. 264)
  • Rudra è la più possente obiezione al mondo sacrificale dei Veda. Lo accompagna come un'ombra, ne sorveglia il disgregarsi. Nell'Età Nera quella paziente, nobile opera di edificatori sacrificali non sarà più attuabile, allora Rudra l'innominato diventerà il sempre nominato Śiva, multiforme già nei nomi, dominatore di ogni culto. Perché solo Śiva, oscuro come era oscuro l'arciere primordiale, l'innominato Rudra, somiglia all'oscurità del tempo. Solo Śiva può assorbire nel proprio tessuto il tempo, anche il tempo che uccide senza rimedio. (p. 320)
  • […] Śiva è anche colui che più di ogni altro è suscettibile al desiderio, che lo esaspera continuamente, che lo spinge all'estremo, che gli è affine nelle sue vene – al punto che talvolta si può pensare che Śiva sia il desiderio, che Śiva sia Kāma. (p. 320)
  • L'uomo è l'unico essere del regno animale ad aver abbandonato la sua natura, se per natura si intende il repertorio di comportamenti del quale ogni specie appare provvista fin dalla nascita. (p. 351)
  • Ogni pratica sacrificale, sotto ogni cielo, implica il rapporto con l'invisibile, però mai come nell'India dei ritualisti vedici quel rapporto è stato dichiarato, celebrato, studiato fin nei particolari minimi, fino a includere il movimento dei mignoli. (p. 366)
  • Erede di Rudra in un altro eone, Śiva mantiene un rapporto stretto con l'antilope. Usa sedersi su una pelle di antilope nera. A parte il serpente, l'antilope è l'unico animale che Śiva tenga a contatto con il suo corpo. Nei bronzi la si incontra spesso fra le dita della mano del dio, pronta a lanciarsi nella corsa. Quando Śiva vaga nella foresta come mendico, spesso un'antilope gli si avvicina e alza la testa verso di lui, che le offre foglie con la mano sinistra, mentre la destra regge una ciotola che è il teschio di Brahmā. (p. 379)
  • Dioniso travolgeva nell'ebbrezza e usava il sarcasmo verso chiunque gli si opponesse. Non proclamò mai di sostenere la parola vera. Era come se la parola si mescolasse al suo corteo fra Menadi e Satiri, ma senza troppo farsi notare. Dioniso era intensità allo stato puro, che attraversava e scardinava ogni ostacolo, senza soffermarsi sulla parola, vera o falsa che fosse. (p. 412)
  • A fronte di questo, lo Śatapatha Brāhmaṇa offre l'immagine di un mondo costituito soltanto dal religioso e apparentemente privo di curiosità e di interesse per tutto ciò che tale non sia. Come lo intendono i Brāhmaṇa, il religioso pervade ogni minimo gesto – e invade anche tutto ciò che è involontario e accidentale. Per i ritualisti vedici, un mondo che non avesse tali caratteri sarebbe apparso insensato, esattamente come per i lettori di oggi sono così spesso apparsi i loro testi. L'incompatibilità fra le due visioni è totale. (p. 419)
  • Applicare la nozione occidentale di «simbolo» al mondo vedico condurrebbe rapidamente a una condizione di generale insignificanza per eccesso di significati. E di fatto non esiste in sanscrito una parola che corrisponda con precisione a «simbolo» (p. 419-420)
  • Gli dèi abitano là dove sempre hanno abitato. Ma sulla terra si sono perdute certe indicazioni che si possedevano su quei luoghi. O non si sa più ritrovarle in vecchi fogli abbandonati e dispersi. (421)
  • La religione del nostro tempo, all'interno della quale anche la cristianità o l'Islam sono immense enclaves, è la religione della società. Suo araldo non del tutto consapevole fu Emile Durkheim, che cristallizzò la dottrina in un libro del 1912, Les Formes élémentaires de la vie religieuse. Dove, più che delle forme elementari della vita religiosa, si trattava della trasformazione della società in religione di se stessa. Ma il fatto che la religione della società non voglia definirsi e riconoscersi come tale appartiene alla sua natura. Il suo modo di agire è assimilabile a quello della religione di un tempo: pervasivo, onnipresente, come l'aria che si respira. (p. 440-441)
  • Ci si può chiedere, alla fine: quale rilevanza può avere ciò che si legge nel Veda, visto che non ha più alcun legame con quella che è la vita corrente nella società secolare? Nessuna, si direbbe. Ma anche la meccanica quantistica non corrisponde in alcun modo alla vita corrente, mentre la fisica newtoniana ha finito per diventare il modello stesso del senso comune. E forse per questo si dovrà pensare che la meccanica quantistica sia irrilevante? Il Veda potrebbe essere assimilabile a una microfisica della mente più che ad altre categorie (pensiero arcaico o magico o selvaggio o altre formule del genere, ormai inerti). (p. 450)
  • Un mito è una biforcazione in un ramo di un immenso albero. Per capirlo occorre avere una qualche percezione dell'intero albero e di un alto numero delle biforcazioni che vi si celano. Quell'albero non c'è più da lungo tempo, asce ben affilate l'hanno abbattuto. (p. 450-451)

Le nozze di Cadmo e Armonia[modifica]

Incipit[modifica]

Sulla spiaggia di Sidone un toro tentava di imitare un gorgheggio amoroso. Era Zeus. Fu scosso da un brivido, come quando i tafani lo pungevano. Ma questa volta un brivido dolce. Eros gli stava mettendo sulla groppa la fanciulla Europa. Poi la bestia bianca si gettò in acqua, e il suo corpo imponente ne emergeva abbastanza perché la fanciulla non si bagnasse. Lo videro in molti. Tritone, con la sua conchiglia sonora, rispose al mugghio nuziale. Europa, tremante, si teneva aggrappata a uno dei lunghi corni del toro. Li vide anche Borea, mentre fendevano le acque. Malizioso e geloso, fischiò alla vista di quei seni acerbi che il suo soffio scopriva. Atena arrossì spiando dall'alto il padre cavalcato da una donna. Anche un marinaio acheo li vide, e allibì. Era forse Teti, curiosa di vedere il cielo? O una Nereide soltanto, e per una volta vestita? O Poseidone ingannatore aveva rapito un'altra ragazza?

Citazioni[modifica]

  • Il gesto mitico è un'onda che, nell'infrangersi, disegna un profilo, come i dadi gettati formano un numero. Ma ritirandosi accresce nella risacca la complicazione indominata, e alla fine la commistione, il disordine, da cui nasce un ulteriore gesto mitico. Perciò il mito non ammette sistema.
  • Le figure del mito vivono molte vite e molte morti, a differenza dei personaggi del romanzo, vincolati ogni volta a un solo gesto.
  • Le storie non vivono mai solitarie: sono rami di una famiglia, che occorre risalire all'indietro e in avanti.

Bibliografia[modifica]

  • Roberto Calasso, L'ardore, Adelphi, 2010.
  • Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1988.

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