Enrico Nencioni

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Enrico Nencioni (1837 – 1896), poeta, critico letterario e traduttore italiano.

Citazioni di Enrico Nencioni[modifica]

  • [Jean Paul] [...] la personificazione dell'umorismo... Fantasia di una incomparabile ricchezza ed esuberanza, egli scherza con gli astri e coi fiori, piange sui sepolcri delle nazioni e sopra un rosignolo accecato, sogna sogni tremendi in cui Cristo annunzia ai morti che non c'è Dio, e descrive la toilette di una fiorista che si sposa.[1]

Saggi critici di letteratura inglese[modifica]

  • L'opera di Browning fu ingegnosamente paragonata ad un grande edificio gotico con una curiosa e felice mistura di Rinascimento italiano. L'Italia, un'aura, un calore e un colore italiano compenetra e contrassegna i venti volumi di Browning. Alcuni dei suoi principali capolavori sono di origine o di argomento italiano, qua pensati, qua scritti in tutto o in parte. La nostra pittura, la nostra musica, il nostro Risorgimento, rivivono nelle maravigliose pagine del poeta. (pp. 48-49)
  • Vernon Lee, come artista appartiene più alla scuola critica francese che a quella inglese. Essa ha più analogia, più affinità elettive col Taine e col Michelet, che con qualunque insigne critico inglese; benché un accento Ruskiniano vi si faccia talvolta sentire, malgrado l'autrice... Come il Michelet, Vernon Lee ha la immaginazione simpatica, la facoltà di rianimare e rievocare personaggi ed epoche spente, di vivificare le più aride e astratte teorie con la luce della poesia e col calore dell'entusiasmo. Pur nonostante l'Inglese si rivela a ogni tratto, anche quando sostiene delle cause che hanno aria di paradossi, nella logica e serrata concatenazione degli argomenti, nello scrupolo delle investigazioni, nella importanza data a esperienze o impressioni personali, nella solida architettura della composizione, e in una vena di umorismo talora benigno e indulgente, talora caustico ed aggressivo.(p. 78)
  • Byron nato con ingegno piuttosto unico che raro, servo e vittima delle sue indomate passioni, è forse il più subiettivo di tutti i poeti. Come L'Alfieri, non intese e non rese che sé; Byron Aroldo, Byron Lara, Byron Manfredo, Byron Don Giovanni, ecc. Originale sempre e sempre sincero anche nelle monotone pitture delle sue tempeste interiori, misantropo e violento; poi tenero, soave e patetico, la sua poesia è un'azione continua, una vera epopea individuale. (pp. 128-129)
  • Shelley, sublime utopista, visionario entusiasta, vagheggiò e adorò fin dall'infanzia un mondo ideale e edennico; credé al trionfo immancabile e definitivo di una religione d'Amore universale, di fraternità, di eguaglianza. Ma volendo, nella sua commovente semplicità e sincerità, uniformare alle sue idee la sua vita, passò d'errore in errore, di dolore in dolore, ma sempre puro, sempre buono, sempre grande e sempre infelice. L'arte fu la sua unica consolazione, la natura il suo asilo. (pp. 130-131)
  • Roma è la città unica, urbs et orbis che simboleggia e comprende le cose più disparate. Vi sono in Roma cinque o sei Rome, che hanno il loro carattere particolare e i loro speciali ammiratori e visitatori. Winckelmann e Overbeck, Goethe e Châteaubriand, Shelley e Lamartine, Byron e Veuillot, l'hanno adorata con eguale entusiasmo. Dall'Apollo di Belvedere, ai graffiti e ai mosaici Bizantini; dal semplice altare scavato nel tufo delle Catacombe, alle magnificenze liturgiche di San Pietro; dal palazzo dei Cesari, dal Colosseo e dalle Terme, alle Chiese dei Gesuiti e ai palazzi e alle fontane del Bernini; dalla desolata e pittoresca solitudine della Campagna, ai parterres ricamati e agli alberi pettinati delle Ville principesche; esistono in Roma i più spiccati contrasti. È la città dialettica per eccellenza. Essa concilia tutte le espressioni della storia e della vita, nella solenne unità della sua grandezza e nella infinita malinconia delle sue memorie. (p. 187)
  • Vi è in Roma focolare e alimento per tutte le gradazioni e i caratteri della devozione cristiana: dalla primitiva e severa fede degli apostoli e dei martiri, dall'ascetismo ardente e visionario del medio-evo, alle regolate e disciplinate devozioni degli Exercitia, e alle tenerezze mistiche della Filotea. La fede di Châteaubriand e quella del ciociaro vi sono egualmente appagate: a breve distanza, possono qui inginocchiarsi il puritano e il gesuita: chiunque s'inchina alla Croce, ha in Roma una patria. Aggiungete, che il rituale cattolico qui dispiegato in tutta la sua immensa varietà e in tutta la sua pittoresca magnificenza, tocca il cuore del credente, e colpisce l'occhio dell'artista. Dalla messa cantata nella Sistina, alla tragica tumulazione di un cappuccino, che galleria di quadri viventi offre la Roma cattolica! (p. 196)
  • Una vivente espressione della Roma divota io l'ebbi, venti anni fa, in una visita che feci allo studio del pittore Overbeck. Disegnava quel giorno un cartone di soggetto evangelico – la vocazione di San Matteo. Non scorderò mai quella figura tedesca, severa ed ascetica; in perfetta armonia con le linee un po' dure, ma caste e spirituali dei suoi disegni. Mi parve un Santo di Alberto Durero[2], o della vecchia scuola senese. Egli ci illustrò il suo cartone in tono quasi compunto, ma nobile nell'accento e nel gesto. Aveva un lungo soprabito nero, i capelli lunghi raccolti dietro le orecchie sotto una papalina di velluto. I suoi occhi verdi-grigi mi rammentaron quelli di San Luca di Velasquez. Fu gentile con tutti i numerosi visitatori: ma in special modo con un povero cappuccino che pareva proprio mortificato di tanto onore.... e che non sapendo come corrispondervi in miglior modo, offrì al pio artista una presa di tabacco. Overbeck accettò, e gli sorrise con un sorriso fine di prete e d'artista – degno di esser notato da Sterne. (pp. 197-198)
  • Il poeta della gran Guerra Americana, è Walt Whitman.
    Se il genio non fosse, com'è, una straordinaria e meravigliosa conciliazione di ragione e di immaginazione, di fantasia e di euritmia, in uno stesso intelletto; se bastasse il divus afflatus la visione infinita, l'entusiasmo umanitario, Walt Whitman potrebbe collocarsi accanto ai pochi poeti sovrani. E nonostante i suoi difetti, non so chi potrebbe contrastargli in America il primato della poesia. (pp. 208-209)

Note[modifica]

  1. Da L'umorismo e gli umoristi, [1884], ristampato in Saggi critici di letteratura italiana, Firenze, 19112; citato in Vittorio Santoli, La letteratura tedesca moderna, con un'analisi della letteratura contemporanea di Marianello Marianelli, Sansoni/Accademia, Firenze/Milano, 1971, p. 218.
  2. Albrecht Dürer.

Bibliografia[modifica]

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