Ezio Mauro

Ezio Mauro (1948 – vivente), giornalista italiano.
Citazioni di Ezio Mauro
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Citazioni in ordine temporale.
- L’estate italiana dei suicidi [dell'anno 1993] sarà ricordata come una delle stagioni più drammatiche del dopoguerra. Muore in carcere il campione dell’impresa pubblica, Gabriele Cagliari, e tre giorni dopo gli risponde lo sparo di Raul Gardini, campione di un’impresa privata che ha sfidato il grande mistero della chimica di Stato, fino a ripiegare sconfitto davanti al terzo interlocutore: i signori dei partiti, regolatori e padroni degli anni Ottanta. I due epiloghi, umanamente pietosi e politicamente feroci, ci dicono che quegli anni e quel potere sono finiti davvero, ma per dirlo scelgono la strada estrema del suicidio. Quasi che non si potesse sciogliere altrimenti l’ultima dipendenza da quell’epoca.[1]
- Nel momento più acuto dello scontro sociale, con i sindacati divisi e il governo all'attacco della Cgil, scoppia il caso delle lettere di Marco Biagi, cento giorni dopo l'assassinio del giuslavorista da parte delle Brigate Rosse. [...] Nei testi c'è l'angoscia lucida e disperata di un uomo che si sente bersaglio del terrorismo, che riceve telefonate minatorie, che teme di fare la fine di Massimo D'Antona: e che vede revocata la sua scorta senza un motivo spiegabile, "per ragioni che ignoro", come scrive impotente [...]. È un documento terribile. Mentre si susseguono le telefonate anonime, informatissime sui suoi spostamenti e sulla sua inermità , Biagi si preoccupa per l'angoscia in cui vive la sua famiglia, e chiede a tutti di aiutarlo a portare avanti il suo lavoro, ripristinando la protezione: invano. [...] L'angoscia di un uomo che si sentiva ed era condannato a morte, merita considerazione e rispetto, e il governo e la polizia non hanno avuto né l'una né l'altro, lasciando Biagi solo. Oggi le parole del professore devono far riflettere tutti, a partire dal sindacato e dal governo, troppo spesso abituati nel loro linguaggio a scambiare gli avversari per nemici.[2]
- Arriviamo al punto finale. Perché è evidente che a partire dalla concezione della Nato, alla nuova fratellanza con Putin, all'isolazionismo protezionista americano, al primitivo immaginario europeo di Trump, è lo stesso concetto di Occidente che uscirà modificato, menomato e probabilmente manomesso da quest'avventura. E l'Occidente, come terra della democrazia delle istituzioni e della democrazia dei diritti, è ciò che noi siamo, o almeno ciò che vorremmo essere.[3]
- Se la sovranità nazionale è più ristretta e meno forte della dimensione dei problemi e della loro potenza, allora si vive da apolidi a casa propria, con l'impossibilità effettiva di esercitare il diritto di cittadinanza. Diciamo di più: poiché il pendolo tra la tutela e i diritti oscilla sempre nella storia dello Stato moderno, il cittadino più inquieto oggi sarebbe anche disposto a cedere quote minori della sua libertà in cambio di quote crescenti di garanzia securitaria, com'è avvenuto altre volte in passato, dovunque.[3]
- Aggiungiamo pure Berlusconi, che mentre cercava l'amnistia ha trovato per strada l'amnesia degli italiani e si spaccia per Cavour, ma in realtà ha scosso per primo i muri maestri del sistema con la legislazione ad personam, il conflitto di interessi, la compravendita di parlamentari, la confisca totale del mercato televisivo del consenso. Avremo un perimetro completo dell'antisistema, che ci porta a un inevitabile paradosso democratico: anche se non lo sa, tocca alla sinistra di governo difendere il pensiero liberale, vero nemico dei due populismi.[4]
- Mutando partner internazionali come in una quadriglia, passando da Adenauer a Orban, scambiando Putin per Roosevelt, preferendo Erdogan a Merkel, Salvini e Di Maio stanno in effetti accompagnando l'Italia fuori dalla collocazione internazionale della sua tradizione, senza assumersi la responsabilità di questo passaggio, delle sue ragioni e delle conseguenze davanti al Parlamento, muto e inconsapevole.[5]
- Negli ultimi giorni pulsioni fasciste clandestine e segnali facinorosi pubblici si sono intrecciati, costringendo la destra politica a renderne conto. Giorgia Meloni ha risolto la questione spiegando che questi atti danneggiano la destra, come se fosse questo il problema, mentre è evidente che la destra è danneggiata dalla sua indulgenza, insidiata dalla sua ambiguità.[6]
- Il virus [COVID-19] ha fatto politica, attaccando le istituzioni e costringendo il meccanismo burocratico e regolamentare di Bruxelles a stravolgere se stesso fuoriuscendo dai parametri e dai controlli per inventarsi una nuova missione: la ricostruzione, finanziata con gli Eurobond, la mutualizzazione del debito tra i diversi Paesi, cioè una misura straordinaria che soltanto pochi anni fa era impensabile e che cambia il volto dell’Unione.[7]
- Non c'è [...] soltanto un'ossessione difensiva di sicurezza nella pretesa di Putin di ricreare intorno alla Russia un'area d'influenza che tenga a distanza i missili e gli uomini della Nato. C'è l'inseguimento della dimensione imperiale su cui in realtà si regge il patto autoritario tra ogni Capo del Cremlino e il suo popolo, perennemente orfano e pretendente di quell'aura di potere sovrano allargato: o per estensione territoriale, o per egemonia politica, o per preminenza culturale, o addirittura per destino della storia. Quel mandato che diventa missione assegnata dalla Russia a se stessa, rispondendo nel caso dell'Ucraina a una vocazione naturale e a un vincolo metafisico che Putin non ha avuto esitazione a definire "spirituale".[8]
- Non rimpiange il comunismo, la bandiera rossa, la falce e il martello: ma la solidità del comando che quella dottrina conferiva a Mosca, l'autorità che quello stendardo portava con sé, la differenza originaria e perpetua che quel simbolo attribuiva alla Russia, dandole la potestà di rappresentare l'altra metà del mondo, nella lunga contesa bipolare con l'Ovest. Putin non ha bisogno dell'investitura bolscevica per esercitare un dominio assoluto sul Paese, garantito da un metodo autoritario che ha raso al suolo ogni opposizione, concentrando direttamente sulla sua persona l'esercizio del potere assoluto.[9]
- Qui sta – nel piccolo spazio della vicenda italiana – addirittura qualcosa di universale, che consente a Bella ciao di diventare un canto che non ha confini e non ha fraintendimenti, si può intonare a qualsiasi latitudine perché parla a tutti i popoli proprio della semplicità radicale di un assoluto: l'opposizione e la lotta contro il sopruso dell'occupazione straniera e l'abuso di un potere dispotico ai danni della libertà.[10]
- Meloni è atlantista, a differenza di Salvini: ma entrambi possono dire di essere occidentali? Non è la Nato che definisce quell’identità (se mai la difende), ma la democrazia dei diritti e la democrazia delle istituzioni, nate dalle costituzioni ispirate ai valori liberali. Resta dunque un dubbio, capitale: il giorno dopo il voto, se vince questa destra, ci sveglieremo ancora occidentali?[11]
- Non per caso Mussolini appena arrivato al potere recide quel nodo che tiene insieme solidarietà, organizzazione, tutela, passione in un'embrionale proiezione inevitabilmente politica, e dopo aver devastato e incendiato in soli due mesi del 1921 59 Case del Popolo, 119 Camere del lavoro, 197 cooperative, 83 Leghe contadine, il 19 aprile del 1923 abolisce per decreto la festa del Primo Maggio.[12]
- Questo è il vero obiettivo della destra estrema che ci governa: cancellare l’imprinting che la Resistenza, con la lotta armata al fascismo e al nazismo, ha dato alla democrazia italiana riconquistata, alla Costituzione che la traduce in principi, regole e valori, alle istituzioni che coerentemente ne derivano. Una Repubblica disossata, senza più una spina dorsale costruita nella lotta per il recupero della libertà, neutralizzata negli ideali, liberata dal mito fondatore della democrazia che spodesta la dittatura e recupera il concetto di Patria nello spirito della Costituzione.[13]
- [Sul vertice Russia-Stati Uniti del 2025] Chi cercava la tregua in Alaska, con un cessate il fuoco per fermare le bombe e preparare un vero negoziato tra Russia e Ucraina verso la pace, ha trovato l’impero. Si è mostrato per la prima volta a viso scoperto nel summit di tre ore tra Donald Trump e Vladimir Putin, in questo tramonto politico di una lunga stagione che porta il nome di democrazia. L’impero americano che parla per sé, fa solo ciò che gli conviene, non riconosce i valori e gli ideali di una tradizione di libertà, punta sui diritti della forza piuttosto che sulla forza del diritto e si considera sciolto dai vincoli di ogni alleanza. E l’impero russo, che recupera dal passato zarista e bolscevico lo spirito di potenza, la grandeur perduta, la politica come dominio, il territorio come protezione, l’abuso come supremazia. I due imperatori si sono riconosciuti a vicenda, compiacendosi e intendendosi, e hanno gettato le basi per una relazione bilaterale che può dare risultati sul piano economico, commerciale e persino sul controllo degli armamenti. Ma questo patto a due appare incapace di controllare la guerra d’Ucraina, che era la vera posta in gioco sotto gli occhi di tutto il mondo, dopo che il marketing politico della Casa Bianca e del Cremlino aveva fatto crescere a dismisura le attese per un miracolo trumpiano. Trump torna dal vertice con le mani vuote. Putin è già ripartito per Mosca con il bottino pieno.[14]
- [Sul vertice Russia-Stati Uniti del 2025] L’assenza di Zelensky, in un vertice che aveva al centro la crisi ucraina, è un altro punto per il capo del Cremlino. Nel nuovo ordine mondiale, solo gli imperatori hanno l’autorità, la perizia e dunque l’autorizzazione per sbrogliare i nodi del mondo, anche se li hanno costruiti con le loro mani e persino se riguardano la sovranità altrui. La sedia vuota di Zelensky è un’umiliazione storica e politica per l’Ucraina, ma è soprattutto la conferma che la neo-logica imperiale determina scelte imperialiste, elevando gli imperatori al ruolo di plenipotenziari del mondo e riducendo tutti gli altri soggetti al rango di sudditi e vassalli. Lo stesso trattamento riservato a Zelensky ha escluso dalla discussione con Putin l’Unione Europea e i leader dei principali Paesi del nostro continente. Anzi, per la prima volta un presidente americano ha parlato di noi come di una categoria anomala, sopravvissuta alla storia, ancora alle prese con gli ideologismi della democrazia e del diritto: «gli europei», un mondo a parte distinto da quell’identità congiunta nell’Occidente che faceva di Europa e America una comunità di destino all’insegna (spesso tradita, e tuttavia sempre riconfermata) della libertà e dei diritti.[14]
repubblica.it, 23 novembre 2025.
- Non è vero che non c'è nulla di nuovo nel "piano americano" per la pace in Ucraina scritto da Russia e Stati Uniti alle spalle di Kiev. Gli inviati speciali del Cremlino e della Casa Bianca, Witkoff e Dmitriev, che hanno soppiantato i ministri degli Esteri (come se l'intesa tra i due presidenti fosse una forma sopraelevata e onnipotente della politica, cancellando la diplomazia), nella bozza d'intesa scritta a Miami hanno raccolto tutte le richieste di Putin per risolvere quelle che il leader russo chiama "le cause profonde del conflitto": e Trump le ha accettate pur di incassare una fine qualsiasi delle ostilità. Il problema è che la bozza è nata fuori da qualsiasi negoziato, in cui contano certo i rapporti di forza sul campo, ma pesano anche i ruoli diversi dell'aggressore e dell'aggredito, e le rispettive responsabilità: e soprattutto, i due contendenti discutono direttamente del loro destino, senza che uno dei due lo trovi stabilito dall'altro, d'intesa con il presunto arbitro che gli impone di firmarlo, con le spalle al muro.
- L'impressione è che Trump chiami pace quella che in realtà è una resa, con condizioni capestro che l'Ucraina ha sempre rifiutato. Ma oggi tutto congiura contro Kiev: la fatica di una resistenza armata eroica che dura da tre anni, la spaccatura occidentale tra Europa e America, le faglie nel sostegno dell'Unione europea, il lavorio russo per minare la coesione del Paese, la debolezza di Zelensky che venerdì ha rivolto al suo popolo un appello drammatico all'unità, "in uno dei momenti più difficili della nostra storia" con il Paese sottoposto a una pressione senza precedenti: "Possiamo trovarci davanti a una scelta cruciale, tra la perdita della nostra dignità e la perdita di un partner fondamentale". Un'ammissione esplicita della strettoia in cui si trova oggi l'Ucraina e che Zelensky affronterà da solo, chiedendo al suo popolo di essere consapevole del momento: dopo la sfida della guerra, ecco la sfida della pace.
- Stiamo assistendo a un esperimento a cuore aperto, e il cuore è quello dell'Europa. Perché il piano americano ispirato dal Cremlino reintroduce nel mezzo del vecchio continente il concetto di "sovranità limitata", con cui la dottrina Breznev teorizzava il vincolo sovietico permanente sulle decisioni dei Paesi satelliti dell'Urss, e di conseguenza il potere egemone dello Stato-guida. L'Ucraina sarà esattamente questo, un Paese a sovranità limitata, in un'Unione di Stati liberi, di democrazia sovrana. Ecco che il cerchio della storia russa si chiude — se il piano diventerà realtà — con la vera vittoria di Putin: il restauro della logica imperiale che la Russia aveva smarrito con la caduta del Muro, la sconfitta nella guerra fredda, la dissoluzione dell'Urss.
repubblica.it, 31 gennaio 2025.
- Improvvisamente, e senza che la Casa Bianca potesse prevederlo, i fatti di Minneapolis si trasformano da segno di onnipotenza e impunità sovrana a spia di una crisi del potere, davanti all'America che guarda e non può fingere di non vedere. Il segnale è doppio. Prima di tutto la gravità di quanto è accaduto, l'esecuzione da parte dell'Ice — con dieci colpi di pistola — di un cittadino senza alcuna colpa o imputazione, un delitto di polizia assorbito dall'amministrazione come una variabile difettosa nella forsennata routine della repressione dei migranti irregolari, un errore d'eccesso statisticamente compatibile con quel 65 per cento in più registrato negli arresti dell'ultimo anno. Ma subito dopo, anzi insieme, quei fatti sono la prova tangibile, esemplare della menzogna del potere di fronte al popolo, defraudato di verità allo scopo non soltanto di proteggere i colpevoli ma di negare i fatti, perché nella loro evidenza non formino un pensiero critico.
- Sul primo punto, proprio l'irragionevolezza dell'omicidio di Alex Pretti svela il vero carattere dell'Ice come polizia ideologica, con un obiettivo politico e non di governo: ingigantire la figura del migrante come principale nemico interno riplasmando la percezione del pericolo, reindirizzando la paura sociale e ridefinendo la gerarchia di reati e sanzioni, fino a trasformare l'irregolarità da condizione amministrativa in colpa identitaria.
- Naturalmente c'è una vittima, in questa operazione: la verità, che cessa di essere un obiettivo, un vincolo e un valore perché non è più intesa come la misura delle cose e, grazie a questo criterio, come il punto di riferimento comune per le azioni dei cittadini, l'unico elemento di garanzia nelle diverse interpretazioni e nelle opposte rappresentazioni della realtà. Ma la verità è scaduta, non è più commerciabile, ha perso peso e valore, è stata banalizzata, svuotata e infine neutralizzata, moltiplicata fino a confonderla, così che il cittadino non la distingue più, non la pretende e quando se la trova davanti non le crede.
La felicità della democrazia
[modifica]Per rassicurarci, potremmo cominciare col dire che la "cosa-democrazia" diventa rilevante quando la "parola-democrazia" non è più in discussione. Siamo una democrazia giovane ma ormai consolidata e non revocabile. Non si può ragionevolmente credere che oggi qui, in mezzo all'Europa, qualcuno sia capace di attentare al sistema democratico. Dunque si può ragionare senza rischi e senza ambiguità sul funzionamento delle nostre istituzioni e del meccanismo democratico. Potremmo dire che finalmente la società non si accontenta più di avere la democrazia, non le basta contemplarla, come un orizzonte statico di riferimento, immutabile: pretende di misurarla nel suo divenire. C'è per fortuna un'autonomia della società anche rispetto alle regole di funzionamento del sistema che, nel momento in cui vengono riconosciute, sono anche valutate e giudicate. E c'è per fortuna una vitalità della democrazia che si muove e muta insieme con la società che le dà forma. Non si tratta di una fede immobile o, peggio, di un'ideologia. Altrimenti sarebbe inutile misurarla nel tempo.
Citazioni
[modifica]- L'equivoco è nei concetti. La democrazia non ha bisogno di qualcuno che agisca "per il popolo" in quanto il popolo è sovrano. O meglio: se il popolo è sovrano, agire per il popolo sta nel mandato dei rappresentanti, non nella loro discrezionalità. Mi pare che qui stia anche l'insidia di un altro concetto, quello della cosiddetta "democrazia compassionevole", che sostituisce la benevolenza individuale e dei gruppi sociali alle strutture dello Stato-benessere, la carità al welfare e ai diritti. Com'è evidente, la beneficenza non ha bisogno della democrazia. Ma in democrazia, la solidarietà sociale ha bisogno di qualcosa di più della beneficenza. Insomma, la forma democratica pretende una sostanza democratica. (p. 26)
L'uomo bianco
[modifica]Preannunciata dalla musica molto alta, con i Disturbed che uscivano dalle casse e sembravano martellare proprio lui con i timbri dell'hard rock ("Are you ready? We see you"), l'auto risaliva piano via dei Velini e il sabato mattina impigrito di Macerata, quel 3 febbraio 2018, giorno di san Biagio. Con i finestrini abbassati, l'uomo guardava i due marciapiedi, a destra e a sinistra, rallentava dovunque vedeva persone muoversi da lontano, sole o in gruppo. Faceva così da qualche chilometro, come se cercasse qualcosa, o aspettasse qualcuno, o avesse un appuntamento in città, nelle strade, nelle piazze, nei giardini e poi, svoltando, davanti ai bar del centro. L'andatura dell'Alfa 147 nera era sempre la stessa, lui non aveva fretta. Non doveva arrivare da nessuna parte, doveva solo trovare quel che stava braccando, senza sapere quando e dove lo avrebbe incontrato.
Note
[modifica]- ↑ Da Orgoglio e mistero, La Stampa, 24 luglio 1993.
- ↑ Da Un caso politico, repubblica.it, 28 giugno 2002.
- ↑ a b Da L'Occidente che va in minoranza, repubblica.it, 1º febbraio 2017.
- ↑ Da Che cosa tocca alla sinistra, rep.repubblica.it, 1º marzo 2018.
- ↑ Da Orban, Salvini e la bandiera nera sovranista del governo italiano, rep.repubblica.it, 29 agosto 2018.
- ↑ Da Scontri a Roma, la destra e i suoi fantasmi, repubblica.it, 11 ottobre 2021.
- ↑ Da Europa, ora riscriviamo il Patto, repubblica.it, 31 ottobre 2021.
- ↑ Da La crisi in Ucraina e il fronte dell'Est, repubblica.it, 20 febbraio 2022.
- ↑ Da Se si rompe la Storia, repubblica.it, 13 marzo 2022.
- ↑ Da La responsabilità del 25 aprile, repubblica.it, 24 aprile 2022.
- ↑ Da Cosa ci aspetta se vince la destra, repubblica.it, 18 settembre 2022.
- ↑ Da Primo Maggio, parte la sfida per l’egemonia sociale, repubblica.it, 30 aprile 2023.
- ↑ Da Dall’Italicus alla strage di Bologna, la memoria insidiata, repubblica.it, 4 agosto 2024.
- ↑ a b Da La tenaglia che i due imperi chiamano pace, repubblica.it, 17 agosto 2025.
Bibliografia
[modifica]- Gustavo Zagrebelsky ed Ezio Mauro, La felicità della democrazia, Editori Laterza, 2011.
- Ezio Mauro, L'uomo bianco, Feltrinelli, 2018.
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