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Gabriel García Márquez

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Gabriel García Márquez nel 1984
Medaglia del Premio Nobel
Medaglia del Premio Nobel
Per la letteratura (1982)

Gabriel José de la Concordia García Márquez (1927 – 2014), scrittore, giornalista e saggista colombiano.

Citazioni di Gabriel García Márquez

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  • Aveva sentito dire che la gente non muore quando deve, ma quando vuole...[1]
  • Il bisogno ha la faccia di cane.[2]
  • Il problema del matrimonio è che finisce ogni notte dopo aver fatto l'amore, e deve essere ricostruito ogni mattina prima di colazione.[3][4]
  • Il problema nella vita pubblica è saper superare la paura, il problema nel matrimonio è saper superare la noia.[5][4]
  • Il segreto per invecchiare bene è aver fatto un patto di onestà con la solitudine.[6][4]
  • Il tempo passa senza far rumore.[7]
  • L'interpretazione della nostra realtà con schemi che non ci appartengono contribuisce soltanto a renderci sempre più sconosciuti, sempre meno liberi, sempre più solitari.[8]
  • La letteratura è nata quel giorno che Giona è tornato a casa e ha raccontato alla moglie che aveva fatto tardi perché era stato inghiottito da una balena.[3][4]
  • La letteratura di fiction la inventò Giona nel momento in cui convinse sua moglie che era tornato a casa con tre giorni di ritardo perché lo aveva inghiottito una balena.
La literatura de ficción la inventó Jonás cuando convenció a su mujer de que había vuelto a casa con tres días de retraso porque se lo había tragado una ballena.[9]
  • La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.[10]
  • Mi sono reso conto che la forza invincibile che muove il mondo non è tanto l'amore felice, ma l'amore non corrisposto.[4]
  • Osservò all'improvviso che la sua bellezza si era disfatta e che ora gli faceva male fisicamente come un tumore o come un cancro. Sì, bisognava abbandonare la bellezza in un luogo qualunque; all'angolo di una strada, in un cantuccio suburbano, o abbandonarla nel guardaroba di un ristorante di seconda classe come un vecchio cappotto inservibile.[11]
  • Niente racconta di più di una persona del modo in cui muore.[6][4]
  • Non avrei barattato il piacere della mia sofferenza con nessun'altra cosa al mondo.[5][4]
  • Non credo in Dio, ma lo temo.[5][4]
  • Non è vero che le persone smettono di inseguire i sogni perché invecchiano, diventano vecchi perché smettono d’inseguire sogni.[6][4]
  • Preferiamo una tomba in Colombia che una cella negli Stati Uniti.[12]
  • Sai, Rossana è la donna più intelligente che io abbia conosciuto e che ti capiterà di conoscere al mondo, lasciamola lavorare.[13]
  • Stavamo passando l'estate nell'isola di Pantelleria, all'estremo sud della Sicilia, e non credo che esista al mondo un luogo più consono per pensare alla Luna.
    Ricordo come in un sogno le pianure interminabili di roccia vulcanica, il mare immobile, la casa dipinta a calce fin negli scalini, dalle cui finestre si vedevano nella notte senza vento i fasci luminosi dei fari dell'Africa. Esplorando i fondali addormentati intorno all'isola [...] avevamo recuperato un'anfora con ghirlande pietrificate che dentro aveva ancora i residui di un vino immemore corroso dagli anni, e avevamo fatto il bagno in una gora fumante le cui acque erano così dense che si poteva quasi camminarvi sopra.
    Io pensavo con una certa nostalgia premonitrice che così doveva essere la Luna. Ma lo sbarco di Armstrong aumentò il mio orgoglio patriottico: Pantelleria era meglio.[14]
  • Tutti gli esseri umani hanno tre vite: una pubblica, una privata e una segreta.[4]
  • [...] una delle belle frustrazioni della mia vita è il non essere rimasto a vivere per sempre in questa città infernale. Mi piace la sua gente, alla quale mi sento molto simile, mi piacciono le sue donne tenere e coraggiose, e mi piace la sua follia senza limiti e il suo senso sperimentale della vita. Poche cose mi piacciono a questo mondo quanto il colore dell'Avila al tramonto. Ma il prodigio più grande di Caracas è che in mezzo al ferro e l'asfalto e agli ingorghi di traffico che continuano ad essere uno solo e sempre lo stesso da 20 anni, la città conserva ancora nel suo cuore la nostalgia della campagna. Ci sono sere di sole primaverile in cui si odono le cicale più che le auto, e si dorme al piano numero quindici di un grattacielo di vetro sognando con il canto delle rane e il pistone dei grilli, e ci si sveglia in albe assordanti, ma sempre purificate dagli ottoni di un gallo. È il rovescio dei racconti di fate: la felice Caracas.
[...] una de las hermosas frustraciones de mi vida es no haberme quedado a vivir para siempre en esa ciudad infernal. Me gusta su gente, a la cual me siento muy parecido, me gustan sus mujeres tiernas y bravas, y me gusta su locura sin límites y su sentido experimental de la vida. Pocas cosas me gustan tanto en este mundo como el color de Ávila al atardecer. Pero el prodigio mayor de Caracas es que en medio del hierro y el asfalto y los embotellamientos de tránsito que siguen siendo uno solo y siempre el mismo desde hace 20 años, la ciudad conserva todavía en su corazón la nostalgia del campo. Hay unas tardes de sol primaveral en que se oyen más las chicharras que los trenes, y uno duerme en el piso número quince de un rascacielos de vidrios soñando con el canto de las ranas y el pistón de los grillos, y se despierta en una albas atronadoras, pero todavía purificadas por los cobres de un gallo. Es el revés de los cuentos de hadas: la feliz Caracas.[15]

Cent'anni di solitudine

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Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
[Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine, traduzione di Enrico Cicogna, Mondadori, 1982.]

Citazioni

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  • Lo zingaro veniva deciso a restare nel villaggio. Era stato nella morte, effettivamente, ma era tornato perché non aveva potuto sopportare la solitudine. (1968, p. 57)
  • Chiedeva di lui ai morti di Riohacha, a quelli che arrivavano dalla palude, e nessuno lo informava, perché Macondo fu un villaggio sconosciuto ai morti finché arrivò Melquíades e lo indicò con un puntino nero sulle variopinte mappe della morte. (2005, p. 70)
  • "Hoc est simplicissimum," disse José Arcadio Buendía, "Homo iste statum quartum materiae invenit." (2005, p. 75)
  • "Dimmi una cosa, compare: per cosa combatti?".
    "Per cosa vuoi che sia, compare, "rispose il colonnello Gerineldo Márquez, "per il grande Partito Liberale."
    "Fortunato tu che lo sai, "rispose lui. "Io, da parte mia, soltanto ora mi rendo conto che sto combattendo per orgoglio." (2005, p. 117)
  • Nella scuola semidistrutta dove aveva provato per la prima volta la sicurezza del potere, a pochi metri dalla stanza dove aveva conosciuto l'incertezza dell'amore, Arcadio trovò il ridicolo formalismo della morte. (1968, p. 129)
  • Era più alto di quando se n'era andato, più pallido e ossuto, e manifestava i primi sintomi di resistenza alla nostalgia. (1968, p. 166)
  • Ma Rebeca era ormai al sicuro da qualsiasi vanità. (1968, p. 167)
  • L'ebbrezza del potere cominciò a decomporsi in raffiche di disagio. (1968, p. 176)
  • Non immaginava che era più facile cominciare una guerra che finirla. (1968, p. 180)
  • Fece allora un ultimo sforzo per cercare nel suo cuore il luogo dove gli si erano putrefatti gli affetti, e non poté trovarlo. (1968, p. 183)
  • Era arrivato alla fine di ogni speranza, più in là della gloria e della nostalgia della gloria. (1968, p. 186)
  • Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine. (1968, p. 210)
  • Attraversò un deserto giallo dove l'eco ripeteva i pensieri e l'ansietà provocava miraggi premonitori. (1968, p. 218)
  • "Sto dicendo" disse, "che sei di quelle che confondono il cazzo con l'equinozio". (Amaranta a Fernanda: 1968, p. 220)
  • Amaranta pensava a Rebeca, perché la solitudine le aveva selezionato i ricordi, e aveva incenerito gli intorpidenti mucchi di mondezza nostalgica che la vita aveva accumulato nel suo cuore, e aveva purificato, magnificato e eternizzato gli altri, i più amari. (1968, p. 229)
  • Forse, non solo per farla capitolare ma altresì per scongiurarne i pericoli, sarebbe bastato un sentimento tanto primitivo e semplice come l'amore, ma quella fu l'unica cosa che non venne in mente a nessuno. (1968, p. 244)
  • Non si muore quando si deve, ma quando si può. (Il colonnello Aureliano Buendía a Ursula: 1968, p. 252)
  • Ma la nuova scoperta che il tempo bastava per far tutto senza che fosse necessario rinunciare ai bordelli, gli diede la forza di tornare nella stanza di Melquìades. (1968, p. 400)
  • Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente, consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai. (1968, p. 412)
  • L'immagine di Remedios, [...], gli rimase ficcata in qualche parte del corpo a fargli male. Era una sensazione fisica che quasi gli dava fastidio nel camminare, come una pietruzza nella scarpa.
  • Fece costruire a sua moglie una stanza da letto senza finestre in modo che i pirati dei suoi incubi non avessero da dove entrare.
  • Era convinta che le porte erano state inventate per chiuderle, e che la curiosità per quello che succedeva nella strada era cosa da donnacce.
  • Una ruota giratoria che avrebbe continuato a ronzare fino all'eternità, se non fosse stato per il logorio progressivo e irrimediabile dell'asse.
  • Fu piuttosto un sordo sentimento di rabbia che a poco a poco si dissolse in una delusione solitaria e passiva, simile a quella che aveva provato nei tempi in cui era rassegnato a vivere senza donna.
  • Solo sei mesi più tardi Aureliano seppe che il dottore lo aveva rinnegato come uomo d'azione, definendolo un sentimentale senza avvenire, con un carattere passivo e una definita vocazione solitaria.
  • Smarrito nella solitudine del suo immenso potere, cominciò a perdere la rotta.
  • "Il migliore amico," soleva dire allora, "è quello che è appena morto."
  • Il colonnello Aureliano Buendìa grattò per parecchie ore, cercando di romperla, la dura crosta della sua solitudine.
  • Aveva dovuto promuovere 32 guerre, e aveva dovuto violare tutti i suoi patti con la morte e rivoltarsi come un maiale nel letamaio della gloria, per scoprire con quasi quarant'anni di ritardo i privilegi della semplicità.
  • Pensò confusamente, intrappolato alla fine nel morso della nostalgia, che forse se l'avesse sposata sarebbe stato un uomo senza guerra e senza gloria, un artigiano senza nome, un animale felice.
  • Ma la sua buona intenzione fu frustrata dall'inflessibile intransigenza di Rebeca, alla quale erano stati necessari molti anni di sofferenza e di miseria per conquistare i privilegi della solitudine, e non era disposta a rinunciarvi in cambio di una vecchiaia turbata dai falsi incanti della misericordia.
  • Intuí che egli non aveva fatto tante guerre per idealismo, come tutti credevano, né aveva rinunciato per stanchezza alla vittoria imminente, come tutti credevano, ma che aveva vinto e perso per lo stesso motivo, per pura e peccaminosa superbia. Arrivò alla conclusione che quel figlio, per il quale lei avrebbe dato la vita, era semplicemente un uomo interdetto all'amore.
  • Ma che l'una e l'altra azione erano state una lotta a morte tra un amore smisurato e una codardia invincibile e finalmente aveva trionfato il timore irrazionale che Amaranta aveva avuto sempre per il proprio tormentato cuore.
  • La vita le si esauriva nel ricamo del sudario. Si sarebbe detto che ricamava durante il giorno per disfare il lavoro di notte, e non con la speranza di sconfiggere in quel modo la solitudine, ma tutto al contrario, per sostenerla.
  • La necessità di sentirsi triste si andava trasformando in lei in un vizio a mano a mano che la devastavano gli anni. Si umanizzò nella solitudine.
  • In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti così tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall'amore e dalla solitudine dell'amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra.
  • "Sono tutti così", disse lei, senza meravigliarsi. "Pazzi dalla nascita."
  • Il primo della stirpe è legato ad un albero e l'ultimo se lo stanno mangiando le formiche.
  • Scostatevi, vacche, che la vita è breve.
  • "Cosa ti aspettavi?" sospirò Ursula. "Il tempo passa." "Così è," ammise Aureliano, "ma non tanto."
  • Nella furia del suo tormento cercava inutilmente di provocare i presagi che avevano guidato la sua gioventù lungo sentieri di pericolo fino al desolato ermo della gloria.
  • Non riusciva a capire come mai aveva avuto bisogno di così tante parole per descrivere la guerra, quando ne bastava solo una: paura.
  • Le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.
  • L'aria aveva una densità ingenua, come se l'avessero appena inventata.
  • Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente.
  • Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d'amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell'uomo.
  • Non può piovere per tutta la vita. (Aureliano Secondo: 2010, p. 337)
  • La prima volta che si videro da soli [...] lui la trascinò senza misericordia ad uno stato animale che la lasciò estenuata. Ci mise un po' di tempo ad accorgersi che anche quella era una forma di dolcezza, e fu allora che perse la pace, e non viveva altro che per lui...

Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.

Cronaca di una morte annunciata

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Il giorno che l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d'uccelli. «Sognava sempre alberi, – mi disse Plácida Linero, sua madre, 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. – La settimana prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli», mi disse. Plácida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni di suo figlio, né negli altri sogni con alberi che lui le aveva riferito nei giorni che precedettero la sua morte.

Stavano cominciando a far colazione quando videro entrare Santiago Nasar inzuppato di sangue che portava tra le mani il grappolo delle proprie viscere. Poncho Lanao mi disse: «Quello che non ho mai potuto dimenticare fu il terribile odore di merda». Ma Argénida Lanao, la figlia maggiore, raccontò che Santiago Nasar camminava con la prestanza di sempre, misurando bene i passi, e che il suo volto di saraceno con i ricci sconvolti era più bello che mai. Nel passare di fronte alla tavola sorrise a tutti, e proseguì, attraverso le camere da letto, fino all'uscita posteriore della casa. «Restammo paralizzati dallo spavento» mi disse Argénida Lanao. Mia zia Wenefrida Márquez stava squamando una alosa nel patio della sua casa, dall'altra parte del fiume, e lo vide scendere le scalinate del vecchio molo cercando con passo fermo la direzione di casa sua.
"Santiago, figlio mio" gli gridò, "che ti succede!"
Santiago Nasar la riconobbe.
"È che mi hanno ammazzato, piccola Wene" disse.
Inciampò sull'ultimo scalino, ma si rialzò subito. «Ebbe persino cura di scuotersi con la mano la terra che gli era rimasta sulle trippe» mi disse mia zia Wene. Poi entrò in casa per la porta posteriore, che stava aperta dalle sei, e crollò ventre a terra in cucina.

Diatriba d'amore contro un uomo seduto

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  • E se non lo trovo [un nuovo amore], non importa. Preferisco la libertà di rimanere per sempre a cercarlo che l'orrore di sapere che non esiste un altro che io possa amare come ne ho amato solo uno in questa vita. Sai chi? Te stronzo.
  • Niente assomiglia tanto all'inferno quanto un matrimonio felice.
  • Se c'è una cosa per cui il giorno del Giudizio Universale dovranno condannarti è che hai avuto l'amore in casa e non hai saputo riconoscerlo.
  • Non tollero più che tu sia così simpatico, merda!

L'amore ai tempi del colera

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Era inevitabile: l'odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato d'urgenza a occuparsi di un caso che per lui aveva smesso di essere urgente già da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e suo avversario di scacchi più compassionevole, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro d'oro.
Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.
Ma era lì. Voleva trovare la verità, e la cercava con un'ansia appena paragonabile al terribile timore di trovarla, sospinta da un vento incontrollabile più imperioso della sua alterigia congenita, più imperioso persino della sua dignità: un supplizio affascinante.

[Gabriel García Márquez, L'amore ai tempi del colera, traduzione di Angelo Morino, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano]

Citazioni

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  • <<Fermina>> le disse, <<ho atteso questa occasione per oltre mezzo secolo, e adesso voglio ripeterle ancora una volta il giuramento della mia fedeltà eterna e il mio amore perenne>>. Fermina Daza si sarebbe creduta davanti a un pazzo, se non avesse avuto motivo per pensare che in quell'istante Florentino Ariza era ispirato dalla grazia dello Spirito Santo. Il suo impulso immediato fu di maledirlo per la profanazione della casa quando era ancora caldo nella tomba il cadavere del marito. Ma glielo impedì la dignità della rabbia. <<Vattene>>, gli disse. <<E non farti mai più vedere negli anni di vita che ti rimangono>>. Rispalancò la porta che aveva cominciato a chiudere, e concluse: <<Che spero siano molto pochi>>.
  • Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello. (C. M. Valentinetti)
  • «Ricco no» disse, «sono un povero con soldi, che non è la stessa cosa.» (C. M. Valentinetti)
  • ...la ragazzina alzò gli occhi per vedere chi stava passando davanti alla finestra, e quello sguardo casuale fu l'origine di un cataclisma d'amore che mezzo secolo dopo non era ancora terminato.
  • Non era immaginabile la quantità di cose che lasciavano gli uomini dopo l'amore. Lasciavano vomiti e lacrime, il che le sembrava comprensibile, ma lasciavano pure molti enigmi dell'intimità: pozze di sangue, impiastri di escrementi, occhi di vetro, orologi d'oro, dentiere, reliquiari con riccioli dorati, lettere d'amore, di affari, di condoglianze: lettere di tutto. Qualcuno tornava a cercare le sue cose perdute, ma per la maggior parte rimanevano lì, e Lotario Thugut le metteva sottochiave, pensando che prima o poi quel palazzo caduto in disgrazia, con le migliaia di oggetti personali dimenticati, sarebbe diventato un museo dell'amore.
  • Doveva insegnarle a pensare all'amore come a uno stato di grazia che non era un mezzo per nulla, bensì un'origine e un fine in sé. (A. Morino)
  • Così pensava a lui senza volerlo, e quanto più pensava a lui più le veniva rabbia, e quanto più le veniva rabbia tanto più pensava a lui, finché non fu qualcosa di così insopportabile che le travolse la ragione. (A. Morino)
  • Un uomo sa quando sta diventando vecchio perché comincia ad assomigliare a suo padre.
  • Jeremiah de Saint-Amour amava la vita con una passione senza senso, amava il mare e l'amore, amava il suo cane e lei, e a mano a mano che il giorno si era avvicinato aveva ceduto alla disperazione, come se la sua morte non fosse stata una decisione sua ma un destino inesorabile. (A. Morino)
  • Prima si godette il piacere istantaneo della fragranza di giardino segreto della sua orina purificata dagli asparagi tiepidi. (A. Morino)
  • ...il cuore le si frantumò quando vide il suo uomo supino nel fango, già morto in vita, ma che resisteva ancora un ultimo minuto al colpo di coda della morte affinché lei avesse il tempo di arrivare. Riuscì a riconoscerla nel tumulto attraverso le lacrime del dolore irripetibile di morirsene senza di lei e la guardò l'ultima volta per sempre con gli occhi più luminosi, più tristi e più riconoscenti che lei gli avesse mai visto in mezzo secolo di vita in comune, e riuscì a dirle con l'ultimo respiro: «Solo Dio sa quanto ti ho amata».
  • «Avrò tutto il tempo che vorrò per riposare quando sarò morto, ma questa eventualità non rientra ancora nei miei progetti.»
  • Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.
  • Gli sembrava così bella, così seducente, così diversa dalla gente comune, che non capiva perché nessuno rimanesse frastornato come lui al rumore ritmico dei suoi tacchi sul selciato della via, né si sconvolgessero i cuori con l'aria dei sospiri dei suoi falpalà, né impazzissero tutti d'amore al vento della sua treccia, al volo delle sue mani, all'oro del suo ridere.
  • ...non lo guardò, non interruppe il ricamo, ma la sua decisione socchiuse una porta da cui entrava un mondo intero.
  • Non appena aveva finito di farlo lei lo aggrediva senza dargli il tempo di nulla, anche sullo stesso divano dove aveva appena finito di spogliarlo, e solo di tanto in tanto a letto. Gli si metteva sotto, e si impadroniva di tutto lui per tutta lei, chiusa dentro se stessa, brancicando a occhi chiusi nel suo assoluto buio interiore, avanzando di qui, indietreggiando, correggendo il suo percorso invisibile, cercando un'altra via più intensa, un altro modo di spingersi avanti senza naufragare nella maremma di mucillagine che le fluiva dal ventre, domandandosi e rispondendo a se stessa con un ronzio da grossa mosca nel suo gergo natale dov'era quel qualcosa nelle tenebre che solo lei conosceva e desiderava solo per lei, finché non soccombeva senza aspettare altri e precipitava da sola nel suo abisso con un'esplosione giubilante di vittoria totale che faceva tremare il mondo. (A. Morino)
  • Florentino Ariza rimaneva esausto, incompleto, a galleggiare nella pozza di sudore di entrambi, ma con l'impressione di non essere che uno strumento per godere. (A. Morino)
  • Fino ad allora l'aveva sorretto la finzione che il mondo fosse quello che passava, passavano i costumi, la moda: tutto meno lei. Ma quella sera vide per la prima volta in modo consapevole come stesse passando la vita di Fermina Daza, e come passasse la sua stessa vita, mentre lui non faceva altro che aspettare. (A. Morino)
  • Era convinto che una donna che se la fa con un uomo una volta continuerà a farsela con lui ogni volta che lui lo voglia, purché sappia sempre intenerirla. (A. Morino)
  • Nell'ozio riparatore della solitudine, invece, le vedove scoprivano che il modo onorevole di vivere era alla mercé del corpo, mangiando solo per fame, amando senza mentire, dormendo senza doversi fingere addormentate per sfuggire all'indecenza dell'amore ufficiale, infine padrone del diritto a un letto intero per loro sole dove nessuno contendesse la metà del lenzuolo, la metà dell'aria da respirare, la metà della notte, finché il corpo non si saziava di sognare i propri sogni, e si svegliava da solo. (A. Morino)
  • ...una tenera zaffata di merda umana, calda e triste, rimestava nel fondo dell'anima la certezza della morte.
  • Era un pappagallo spelacchiato e maniaco, che non parlava quando glielo chiedevano bensì nelle occasioni più impensate, ma allora lo faceva con una chiarezza e un uso della ragione non molto comuni negli esseri umani.
  • ... aveva sentito un'urgenza irresistibile di ricominciare da capo la vita con lui per dirsi tutto quello che non si erano detti, e di rifare bene qualsiasi cosa avessero fatto male nel passato. Ma dovette arrendersi all'intransigenza della morte.
  • ... i sintomi dell'amore sono gli stessi del colera.
  • Né lui né lei avevano vita per nulla di diverso che pensare all'altro...
  • ... perché mai avrebbe ammesso la realtà che Florentino Ariza, nel bene o nel male, era l'unica cosa che le fosse accaduta nella vita.
  • ... gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma che la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé.
  • È incredibile come si possa essere tanto felici per così tanti anni, in mezzo a tante baruffe, a tante seccature, cazzo, senza sapere in realtà se è amore o se non lo è.
  • ... lo spaventò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.
  • Lei era così abbagliante da sembrare l'unica in mezzo alla folla. (A. Morino)
  • Nel corso degli anni entrambi arrivarono, seguendo vie diverse, alla conclusione saggia che non era possibile vivere altrimenti, né amarsi altrimenti: nulla a questo mondo era più difficile dell'amore. (A. Morino)
  • «Noi uomini siamo poveri schiavi dei pregiudizi» [...] «Invece, quando una donna decide di andare a letto con un uomo, non esiste ostacolo che non superi, né fortezza che non abbatta, né considerazione morale che non sia disposto a mettere da parte: non c'è Dio che valga.» (A. Morino)
  • «Sto per compiere cent'anni, e ho visto cambiare tutto, persino la posizione degli astri nell'universo, ma non ho ancora visto cambiare nulla in questo paese» (A. Morino)

Memoria delle mie puttane tristi

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L'anno dei miei novant'anni decisi di regalarmi una notte d'amore folle con un'adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai.

Citazioni

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  • Sapevo che non sarebbe mai diventato amore, ma l'attrazione satanica che esercitava su di me era così ardente che cercavo di trovare sollievo in qualsiasi femminella mi trovassi davanti.
  • Il mondo avanza. Si, gli dissi, avanza, ma girando intorno al sole.
  • Maledizione, pensai, com'è sleale il rossore!
  • Mi venne da pensare che una delle piacevolezze della vecchiaia sono le provocazioni che si permettono le amiche giovani che ci credono fuori servizio.
  • La mia unica spiegazione è che così come i fatti reali si dimenticano, alcuni che non si sono mai prodotti possono anche inserirsi tra i ricordi come se fossero stati.
  • Perché mi hai conosciuta così vecchio? Le risposi la verità: L'età non è quella che si ha ma quella che si sente.
  • [...]e constatavamo per l'ennesima volta che chi non canta non può neppure immaginare cosa sia la felicità di cantare.
  • L'autista mi avvertì: Attenzione, professore, in quella casa ammazzano. Gli risposi: Se è per amore non importa.
  • Grazie a lei affrontai per la prima volta il mio essere naturale mentre trascorrevano i miei novant'anni. Scoprii che l'ossessione che ogni cosa fosse al suo posto, ogni faccenda a suo tempo, ogni parola nel suo stile, non era il premio meritato di una mente in ordine, ma tutto il contrario, un intero sistema di simulazione inventato da me per nascondere il disordine della mia natura. Scoprii di non essere disciplinato per virtù, ma per reazione alla mia negligenza; di sembrare generoso per nascondere la mia meschinità, di passare per prudente solo perché sono malpensante, di essere arrendevole per non soccombere alle mie collere represse, di essere puntuale solo perché non si sappia quanto poco mi importa del tempo altrui.
  • [...] e lì presi coscienza che la forza invincibile che ha spinto il mondo non sono gli amori felici bensì quelli contrastati.
  • "Ne prenda atto: i pazzerelli tranquilli anticipano l'avvenire."
  • [...] la fama è una signora molto grassa che non dorme con te, ma quando ti svegli è sempre lì a guardarti ai piedi del letto.
  • Il sesso è la consolazione che si ha quando l'amore non basta.
  • Così iniziai a capire che non obbediva ai miei ordini, ma aspettava l'occasione per farmi piacere.
  • Cominciai a leggerle Il piccolo principe di Saint Exupéry, un autore francese che il mondo intero ammira più dei francesi.
  • Passai anche una settimana senza togliermi la tuta da meccanico né di giorno né di notte, senza farmi un bagno, senza radermi, senza lavarmi i denti, perché l'amore mi aveva insegnato troppo tardi che ci si rassetta per qualcuno, ci si veste e ci si profuma per qualcuno, e io non avevo mai avuto qualcuno per farlo.
  • Fui felice di risponderle la verità affinché non vi credesse: Ammalato d'amore. Lei disse: Peccato che non lo sia per me! Io le ricambiai la cortesia: Non ne sia così sicura.
  • Ho sempre sostenuto che la gelosia ne sa più della verità.
  • È impossibile non finire per essere come gli altri credono che uno sia.
  • [...] e sostenni il suo sguardo con un coraggio di cui non mi ero mai creduto capace.
  • Non morire senza aver provato la meraviglia di scopare con amore.
  • A partire da allora cominciai a misurare la vita non per anni ma per decenni. Quello dei cinquanta era stato decisivo perché avevo preso coscienza che quasi tutti erano più giovani di me. Quello dei sessanta era stato il più intenso per il sospetto che non avessi più tempo per sbagliarmi. Quello dei settanta era stato temibile per una certa eventualità che fosse l'ultimo.
  • C'era una stella sola e limpida nel cielo color di rose, un battello lanciò un addio sconsolato, e sentii in gola il nodo gordiano di tutti gli amori che avrebbero potuto essere e non erano stati.
  • L'ispirazione non dà preavvisi.

Dell'amore e di altri demoni

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Un cane cenerognolo con una stella sulla fronte irruppe nei budelli del mercato la prima domenica di dicembre, travolse rivendite di fritture, scompigliò bancarelle di indios e chioschi della lotteria, e passando morse quattro persone che si trovavano sul suo percorso. Tre erano schiavi negri. L'altra fu Sierva Marìa de Todos los Angeles, figlia unica del marchese di Casalduero, che si era recata con una domestica mulatta a comprare una filza di sonagli per la festa dei suoi dodici anni.

Citazioni

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  • «Nel frattempo,» disse Abrenuncio «suonatele musica, riempite la casa di fiori, fate cantare gli uccelli, portatela a vedere i tramonti sul mare, datele tutto quanto può farla felice.» Si congedò con uno svolazzo del cappello per aria e la sentenza latina di rigore. Ma questa volta la tradusse in onore del marchese: «Non c'è medicina che guarisca quello che non guarisce la felicità».
  • Nessun pazzo è pazzo se ci si adatta alle sue ragioni.
  • Lui l'aveva detto: «Vivo spaventato di essere vivo».
  • Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l'amore poteva tutto. «È vero,» le rispose lui «ma farai bene a non crederci.»
  • «Le idee non sono di nessuno» disse. Disegnò in aria con l'indice una serie di cerchi continui, e concluse: «Volano lì in giro, come gli angeli.»
  • L'incredulità resiste più della fede, perché si sostenta dei sensi.
  • «Sono convinto che sia stato un ordine di Dio» concluse. «Vuole dire che ha ritrovato la fede» disse Abrenuncio. «Non si smette mai di credere del tutto» disse il marchese. «Il dubbio persiste.»
  • «Non ho la forza per contrastare la volontà di Dio.» «Allora se la faccia venire» disse Abrenuncio. «Forse un giorno Dio gliene sarà riconoscente.»
  • Le confessò che non passava un istante senza pensare a lei, che tutto quanto mangiava o beveva aveva il sapore di lei, che la vita era lei a ogni ora e ovunque, come solo Dio aveva il diritto e il potere di esserlo, e che il godimento supremo del suo cuore sarebbe stato morire con lei.
  • Gli disse che l'amore era un sentimento contro natura, che dannava due sconosciuti ad una dipendenza meschina e insalubre, tanto più effimera quanto più intensa.

Incipit di alcune opere

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Foglie morte

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D'improvviso, come se un turbine avesse piantato le radici nel centro del villaggio, arrivò la compagnia bananiera incalzata dalle foglie morte. Era un frascame ravvolto, riottoso, formato dalle mondezze umane e materiali degli altri villaggi; stoppie di una guerra civile che sembrava sempre più remota e irreale. Il frascame era implacabile. Tutto contaminava col suo ravvolto odore accalcato, odore di secrezione a fior di pelle e di recondita morte. In meno di un anno riverso sul villaggio le macerie di numerose catastrofi anteriori a se stesso, seminò per le strade il suo composito carico di mondezza. E quella mondezza, precipitosamente, al ritmo attonito e imprevisto della bufera, andava selezionandosi, individualizzandosi, fino a trasformare ciò che era stato un vicolo con un fiume a un'estremità e un recinto per i morti all'altra, in un villaggio diverso e complesso, fatto con la mondezza degli altri villaggi.

Il generale nel suo labirinto

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José Palacios, il suo domestico più antico, lo trovò che galleggiava sulle acque depurative della vasca da bagno, nudo e con gli occhi aperti, e credette che fosse annegato. Sapeva che era uno dei suoi molti metodi per meditare, ma lo stato di estasi in cui giaceva alla deriva sembrava quello di chi non appartiene più a questo mondo. Non si azzardò ad avvicinarsi, ma lo chiamò con voce sorda secondo l'ordine di svegliarlo quando non fossero ancora le cinque per mettersi in marcia alle prime luci. Il generale emerse dalla malía, e vide nella penombra gli occhi azzurri e diafani, i capelli crespi color scoiattolo, la maestà impavida del suo maggiordomo di tutti i giorni che reggeva in mano la ciotola dell'infuso di papavero con gomma arabica.
[Gabriel García Márquez, Il generale nel suo labirinto, trad. di Angelo Morino, Mondadori, 1989]

L'autunno del Patriarca

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Durante il fine settimana gli avvoltoi s'introdussero nella casa presidenziale, fiaccarono a beccate le maglie di filo di ferro delle finestre e smossero con le ali il tempo stagnato nell'interno, e all'alba del lunedì la città si svegliò dal suo letargo di secoli con una tiepida e tenera brezza di morto grande e di putrefatta grandezza.

La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata

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Il terzo giorno di pioggia avevano ammazzato tanti granchi dentro casa, che Pelayo dovette attraversare il suo cortile allagato per buttarli nel mare, perché il bambino aveva passato la notte con e caldane e si pensava fosse a causa del fetore. Il mondo era triste fin dal martedì. Il cielo e il mare erano una stessa cosa di cenere, e le sabbie della spiaggia, che in marzo sfolgoravano come polvere di mica, si erano trasformate in una broda di fango e di molluschi putrefatti. La luce era così moscia a mezzogiorno che, mentre Pelayo stava tornando a casa dopo aver buttato via i granchi, gli costò fatica vedere ciò che si moveva e si lamentava in fondo al cortile. Dovette avvicinarsi molto prima di scoprire che era un uomo molto vecchio, che era rovesciato bocconi nella fangaia, e nonostante i suoi sforzi non poteva sollevarsi, perché glielo impedivano le sue enormi ali.

La mala ora

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Padre Angel si sollevò con uno sforzo solenne. Si stropicciò le palpebre con le ossa delle mani, scostò la zanzariera di tulle e restò seduto sulla stuoia spelacchiata, assorto per un attimo, il tempo indispensabile per rendersi conto di essere vivo e per ricordare la data e il suo riscontro nel martirologio. "Martedì quattro ottobre" pensò; e disse a voce bassa: «San Francesco d'Assisi».

Nessuno scrive al colonnello

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Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.
Mentre aspettava che l'infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni – da quando era finita l'ultima guerra civile – il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano.

Notizia di un sequestro

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Prima di salire sull'automobile si guardò alle spalle per essere sicura che nessuno la controllava. Erano le sei e trentacinque. Aveva fatto buio un'ora prima, il Parco Nazionale era male illuminato e gli alberi senza foglie avevano una sagoma spettrale contro il cielo fosco e triste, ma non sembrava che ci fosse nulla da temere. Maruja si sedette dietro l'autista, malgrado il suo rango, perché l'aveva sempre ritenuto il posto più comodo. Beatriz salì dall'altra parte e si sedette alla sua destra. Erano in ritardo di quasi un'ora sul solito programma, ed entrambe avevano un aspetto stanco dopo un pomeriggio soporifero con tre riunioni dirigenziali. Soprattutto Maruja, che la notte prima aveva dato una festa a casa sua e non era riuscita a dormire più di tre ore. Distese le gambe gonfie, chiuse gli occhi con la testa appoggiata allo schienale, e impartì l'ordine consueto:
«A casa, per favore.»

Vivere per raccontarla

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Mia madre mi chiese di accompagnarla a vendere la casa. Era arrivata quel mattino a Barranquilla dal paese lontano dove viveva la famiglia e non aveva la minima idea su come trovarmi. Domandando qui e là fra i conoscenti, le indicarono di cercarmi nella libreria Mondo o nei caffè lì accanto, dove mi recavo due volte al giorno a chiacchierare con i miei amici scrittori. Chi glielo disse l'avvertì: «Ci stia attenta perché sono dei pazzi scatenati». Arrivò a mezzogiorno in punto. Si fece strada col suo andare lieve fra i tavoli carichi di libri in mostra, mi si piantò davanti, guardandomi negli occhi col sorriso malizioso dei suoi giorni migliori, e prima che io potessi reagire, mi disse:
«Sono tua madre.»

Citazioni su Gabriel García Márquez

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  • Gli intellettuali che rendono omaggio al tiranno [Fidel Castro] e lo chiamano per nome vengono di solito da Paesi democratici nei quali si dichiarano molto critici verso il potere, ma basta che il potere sia assoluto perché tanta ribalderia si trasformi in riverenza. (Antonio Muñoz Molina)
  • La gamma del suo pensiero è globale, e basta leggere uno dei suoi libri per rendersene conto. (Michail Gorbačëv)
  • Se c'è qualcosa di fittizio, piuttosto, è la Colombia da cartolina illustrata che spacciano autori come García Marquez, vecchi d'anni e di mente. Gente che per cercare la Letteratura volta le spalle alla vita. Hanno diffuso un mucchio di stereotipi: una volta una ragazza norvegese mi ha chiesto come mai scopavo così male per essere un latino. Senza contare che molti, all'estero, sono convinti che noi parliamo con le mucche. Invece solo lui ci parla, García Marketing. L'ho chiamato così una volta, perché ha trovato la formula perfetta del libro che vende. Anche da noi, intendiamoci, ma non certo a quelli della mia generazione. La mia generazione vive per il 70% nelle città e ha gli stessi problemi, gli stessi sogni, la stessa musica di chi sta in qualsiasi altra metropoli europea o americana. Noi, in quella Colombia rurale e folcloristica, non ci riconosciamo. Davanti alla TV, nei cinema, abbiamo assorbito come tutti il mito americano e ci stiamo sforzando di metabolizzarlo. (Efraim Medina Reyes)
  • Subito dopo l'Oscar, da Cecchi Gori, con cui ero d'accordo per il film seguente, arrivò un fax speciale per me. Era un fax di Gabriel Garcia Marquez. Cito a memoria: Caro Giuseppe, Nuovo Cinema Paradiso è il film che io avrei voluto fare se fossi riuscito a diventare regista. Se un giorno dovessi passare da Città del Messico, sappi che a casa mia si fanno degli ottimi spaghetti al pomodoro. Vienimi a trovare quando vuoi. (Giuseppe Tornatore)
  • Un piccolo colombiano di commovente sensibilità. Prima frequentava solo alberghetti di quarta categoria; il successo lo cambiò. Lo incontrai a Cuba con Castro: si occupava di cinema e viveva come un tycoon hollywoodiano, tra lampade Tiffany e telefoni bianchi; il trionfo del kitsch. (Inge Feltrinelli)

Note

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  1. Da Il mare del tempo perduto (1961), Mondadori, 1983.
  2. Da La mala ora.
  3. a b Citato in Gerald Martin, Gabriel García Márquez: A Life.
  4. a b c d e f g h i j Citato in Dieci frasi celebri di Gabriel García Márquez, Internazionale.it, 18 aprile 2014.
  5. a b c Da L'amore ai tempi del colera.
  6. a b c Da Memoria delle mie puttane tristi.
  7. Da La mala ora, p. 163.
  8. Dal discorso La solitudine dell'America Latina durante la cerimonia di consegna del premio nobel, 8 dicembre 1982; in La solitudine dell'America Latina, IlPost.it, 17 aprile 2014.
  9. (ES) Da La fatiga del metal: el Novel colombiano ofrece su visión personal de Clinton antes y despues del "caso Mónica Lewinsky", elpais.com, 24 gennaio 1999.
  10. Da Vivere per raccontarla.
  11. Da Occhi di cane azzurro.
  12. Da Notizia di un sequestro, p. 29.
  13. Citato in Gianni Riotta, García Márquez, siamo tutti a Macondo, Lastampa.it, 18 aprile 2014.
  14. Da Venticinquemila milioni di chilometri quadrati senza un solo fiore in Taccuino di cinque anni, traduzione di Angelo Morino, Edizioni Mondadori, 2010, p. 57. ISBN 8852016015
  15. (ES) Da Memoria feliz de Caracas, elespectador.com/, 7 marzo 1982.

Bibliografia

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  • Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine (Cien años de soledad, 1967), traduzione di Enrico Cicogna, Feltrinelli, 196816.
  • Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine, traduzione di Enrico Cicogna, Mondadori, 1982 (Oscar Mondadori, 2010, anteprima su Google Libri).
  • Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine (Cien años de soledad, 1967), traduzione di Enrico Cicogna, Feltrinelli 2005. ISBN 9788807830099
  • Gabriel García Márquez, Cronaca di una morte annunciata, traduzione di Dario Puccini, Einaudi, 1999.
  • Gabriel García Márquez, Dell'amore e altri demoni, traduzione di Angelo Morino, Mondadori.
  • Gabriel García Márquez, Diatriba d'amore contro un uomo seduto, traduzione di A. Morino, Mondadori 2007. ISBN 8804573082
  • Gabriel García Márquez, Foglie morte, traduzione di Angelo Morino, Mondadori. ISBN 9788804450986
  • Gabriel García Márquez, L'amore ai tempi del colera, traduzione di Angelo Morino, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
  • Gabriel García Márquez, L'amore ai tempi del colera, traduzione di C. M. Valentinetti, Mondadori.
  • Gabriel García Márquez, L'autunno del patriarca, traduzione di Enrico Cicogna, Mondadori, 1983.
  • Gabriel García Márquez, La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata, traduzione di Enrico Cicogna, Mondadori, 1983.
  • Gabriel García Márquez, La mala ora, traduzione di Enrico Cicogna, Mondadori, 1983.
  • Gabriel García Márquez, Memoria delle mie puttane tristi, traduzione di Angelo Morino, Mondadori 2004. ISBN 9788804544753
  • Gabriel García Márquez, Nessuno scrive al colonnello, traduzione di Enrico Cicogna, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
  • Gabriel García Márquez, Notizia di un sequestro, traduzione di Angelo Morino, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 1998.
  • Gabriel García Márquez, Vivere per raccontarla, traduzione di A. Morino, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 2000.

Voci correlate

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Opere

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