Guerra in Bosnia ed Erzegovina

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Il Parlamento bosniaco in fiamme (a sinistra); Ratko Mladić all'aeroporto di Sarajevo durante l'assedio; soldato norvegese ONU a Sarajevo.

Citazioni sulla guerra in Bosnia ed Erzegovina.

Citazioni[modifica]

  • Avremmo potuto fermare tutto questo, possiamo ancora farlo [...] tutto sommato, noi in occidente abbiamo effettivamente dato un segnale di conforto all' aggressore. (Margaret Thatcher)
  • Benché tutti i gruppi che presero parte alla carneficina bosniaca commisero violazioni dei diritti umani, fu la milizia serba, fornita dell'arsenale più potente, a macchiarsi dei crimini di gran lunga più efferati. (Madeleine Albright)
  • Dobbiamo usare la forza per distruggere le capacità militari serbe prima che la guerra si estenda a tutti i Balcani. (Sali Berisha)
  • [È un] campo di sterminio o qualcosa di simile, pensavo che non ne avremmo mai più dovuti vedere in Europa (perché) non è degno d'Europa, non è degno dell'Occidente e non è degno degli Stati Uniti [...] Questo sta accadendo nel cuore dell'Europa e non abbiamo fatto il necessario per fermarlo. Si trova nella sfera di influenza europea. Se ne dovrebbe prendere coscienza in ambito europeo. [...] Siamo poco più che complici del massacro. (Margaret Thatcher)
  • La città di Sarajevo, in prevalenza musulmana, era accerchiata e bombardata giorno e notte. Altrove in Bosnia-Erzegovina, specie lungo il fiume Drina, intere città erano sottoposte a massacri e saccheggi in quella che i serbi stessi definivano «pulizia etnica». A rigor di termini, sarebbe stato più esatto parlare di «pulizia religiosa». Milošević era un burocrate ex comunista riciclato come nazionalista xenofobo, e la sua crociata antimusulmana, in realtà una copertura per l'annessione della Bosnia a una «Grande Serbia», fu condotta da milizie non ufficiali, operanti sotto il suo «rinnegabile» controllo. In queste bande, costituite di fanatici religiosi, spesso benedetti da preti e vescovi ortodossi, confluirono talvolta «volontari» di fede ortodossa provenienti dalla Grecia e dalla Russia. Esse si misero d'impegno a cancellare ogni testimonianza della civiltà ottomana, come nel caso particolarmente atroce di Banja Luka, allorché vennero fatti saltare con la dinamite parecchi minaretti storici; questo atto di barbarie non fu il frutto di una battaglia, ma venne perpetrato durante un cessate il fuoco. (Christopher Hitchens)
  • La guerra che si combatte oggi in Bosnia-Erzegovina non è altro che la continuazione della Seconda guerra mondiale, ma questa volta senza i comunisti, senza i partigiani. (Milovan Gilas)
  • Quando anni prima avevo viaggiato in Iugoslavia ero rimasta piacevolmente colpita dalla grande cura che veniva riservata al patrimonio artistico, nonché dalla coesistenza, spesso all'interno di una stessa città, di chiese cattoliche e ortodosse mescolate a una o più moschee. Adesso invece i luoghi di culto erano stati danneggiati e la Biblioteca nazionale di Sarajevo, con la sua collezione di libri rari di epoca ottomana, era stata bombardata e distrutta da un incendio. (Madeleine Albright)
  • Sarebbe stato assai più corretto se la stampa e la televisione avessero riportato che «oggi, forze cristiano-ortodosse hanno ripreso il bombardamento di Sarajevo», o che «ieri, milizie cattoliche hanno fatto crollare lo Stari Most». Ma la terminologia confessionale era riservata solo ai «musulmani», anche se i loro massacratori ce la mettevano tutta a distinguersi adornando le bandoliere di grosse croci ortodosse o i calci dei fucili con immagini della Vergine Maria. Dunque, ancora una volta, la religione avvelena ogni cosa, incluse le nostre facoltà di discernimento. (Christopher Hitchens)
  • Un cecchino di Sarajevo si lascia intervistare in una stanza quasi buia. Mi sembra incredibile: è una donna. Una donna che spara a un bambino di sei anni? Perché?
    "Tra ventanni ne avrebbe avuti ventisei", è la risposta che l'interprete traduce.
    Il freddo diventa più intenso, fa freddo dentro. L'intervista finisce lì, non c'è altra domanda possibile. (Gino Strada)

Jovan Divjak[modifica]

  • Avevamo visto cosa era accaduto in Slovenia e in Croazia. Ma non avremmo mai pensato che lo stesso sarebbe accaduto a Sarajevo, una città multinazionale, né al resto della Bosnia.
  • Chi ha assediato Sarajevo e mi chiamava e mi chiama traditore è lui un traditore, un traditore del genere umano.
  • Ci furono diverse ragioni che resero possibile la vittoria della nostra resistenza. Innanzitutto a Belgrado sottovalutarono le capacità difensive della città. Diedero per scontato che tutti i serbi residenti a Sarajevo, all'epoca il 33% del totale, avrebbero abbandonato la città. Ma questo avvenne solo in piccola parte e moltissimi serbi si unirono alla resistenza.
  • I sarajevesi non si limitarono a difendere la propria città ma anche un'idea di convivenza che qui si respira da sempre. Chi è moralmente determinato a difendersi è più forte di chi attacca. Gli uomini hanno difeso la città ma sono state le donne a salvarla, lo dico senza alcuna retorica. Nonostante tutto ebbero il coraggio di far nascere i bambini in quell'inferno, di lavorare negli ospedali, di mandare avanti le scuole. Mentre i mariti e i figli erano al fronte, furono loro a custodire la voglia di vivere di questa città.
  • La verità è che Sarajevo si salvò innanzitutto moralmente. Perché chi è moralmente determinato a difendersi è più forte di chi attacca. Gli abitanti si misero a difesa non solo della propria città, ma di un’idea di convivenza che a Sarajevo si respirava da sempre. Per anni i nazionalisti cercarono di convincere gli jugoslavi che la convivenza tra le varie nazionalità era impossibile, che era necessario separarsi. In molte zone, specie quelle rurali, queste idee attecchirono, ma a Sarajevo no. Nella coscienza dei sarajevesi era assurda un'idea del genere.
  • Serbi e croati presero il tracciato del fiume Neretva e dissero: noi di qua, voi di là. Si volevano spartire il Paese. E i bosniaci nemmeno li considerarono. Ancora oggi la Bosnia dipende molto, troppo dalle decisioni di Belgrado e Zagabria. Per non dire degli errori fatti a suo tempo, prima della guerra, dal presidente Izetbegovic. Il primo partito nazionalista post-jugoslavo è stato quello bosniaco-islamico. Il referendum per l’indipendenza arrivò troppo presto e fu organizzato male. Si sapeva che serbi e croati erano la minoranza. Non si è provato a convincerli prima del voto, ma a sconfiggerli. Il quadro di partenza era quello. E oggi i serbi in Parlamento votano contro il riconoscimento del genocidio di Srebrenica.

Alija Izetbegović[modifica]

  • Anche i musulmani hanno commesso crimini di guerra. [...] Soldati del nostro esercito potrebbero avere sulla coscienza un centinaio di morti se si fa il bilancio degli avvenimenti di Kazan, Celebici, Bugojno e Grabovica.
  • I crimini ci sono stati, ma quanti? Qualcuno si potrà irritare di questa domanda ma un crimine è un crimine sia che si uccida un solo uomo, sia che se ne uccidano mille. Il Corano dice che chi uccide un uomo è come se uccidesse l'intera umanità.
  • La comunità internazionale ha sbagliato strategia fin dall'inizio: perchè sono stati bloccati i convogli di aiuti militari che ci stavano giungendo alla frontiera nord-occidentale? Perchè invece sono stati consentiti invii di armi lungo le strade orientali consentendo a Belgrado di fornire sostegno militare ai serbi in Bosnia? La tragedia poteva essere evitata se l'Occidente non avesse rifiutato di aiutarci o almeno di autodifenderci. Nelle presenti condizioni ci ritroviamo con le mani legate dietro la schiena.
  • La guerra continuerà finché i serbo-bosniaci non ci renderanno tutti i territori dove in precedenza viveva una popolazione in maggioranza musulmana: il 33,3 per cento offertoci non è accettabile.
  • La guerra in Bosnia Erzegovina non era evitabile, nemmeno se fossimo rimasti in quella Jugoslavia. Sarebbe iniziato sicuramente uno scontro serbo-croato sul nostro territorio, e anche così il paese sarebbe stato devastato, la gente sarebbe morta e i bosgnacchi sarebbero diventati carne da cannone tra i due belligeranti.
  • La mia strategia mirava alla salvaguardia della Bosnia Erzegovina come paese nella sua interezza. Questa è stata una costante di tutte le mie azioni ed esistono centinaia di fatti che lo provano, sia nelle trattative di pace che sono durate tutto il tempo della guerra, sia in tutti i miei interventi, a cominciare da quelli presso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite fino ai discorsi fatti all'estero. Per l'integrità della Bosnia Erzegovina abbiamo rischiato molto, abbiamo accettato un governo straniero, un doloroso protettorato sul paese, che ad oggi colpisce soprattutto i bosgnacchi. Non abbiamo mostrato un egoismo nazionale, volevamo la Bosnia. Questa è stata la strategia e, quando la strategia è giusta, sul piano tattico molto è concesso e quindi anche sondare i reali propositi degli altri.
  • Quello che sta succedendo nel mio paese è il frutto della debolezza occidentale: né più né meno. L'Occidente ha reagito con una risposta cosiddetta umanitaria, pensando di curare una malattia grave con dei tranquillanti.
  • Uccidere non è stata una politica deliberata dei responsabili bosniaci, né civili né militari. Avevamo un fronte di 1200 chilometri che abbiamo tenuto per 1200 giorni. Erano necessari enormi sforzi per impedire che fossero commessi crimini in un periodo così lungo.

Radovan Karadžić[modifica]

  • In Bosnia fummo costretti a una «guerra santa» contro i fondamentalisti che volevano trasformare il Paese in una Repubblica islamica.
  • Quando ho offerto la mia soluzione alla questione bosniaca, che era poi la soluzione serba, cioè una divisione indolore della Bosnia e uno spostamento incruento della popolazione secondo i confini etnici, i rappresentanti delle altre etnie e la comunità internazionale non hanno compreso. Se mi avessero ascoltato, ci sarebbe stato meno spargimento di sangue, meno case distrutte e bruciate.
  • Questa è stata una guerra civile, non un’aggressione esterna; durante tre anni e mezzo di conflitto ci furono vittime civili e militari tra tutti i gruppi etnici ma, in proporzione, il tasso più alto è stato tra i serbi.
  • Se sarà sferrato un solo bombardamento aereo Nato contro postazioni serbe, non vi saranno più negoziati. La guerra divamperà su tutti i fronti, la Bosnia precipiterà nel caos e sarà una catastrofe.
  • Tra le vittime di etnia serba ci sono stati tantissimi civili, in particolare bambini, anziani e donne in quantità notevolmente superiore che negli altri due gruppi. Molti villaggi serbi senza difese sono stati interamente rasi al suolo ed ogni abitante ucciso, i serbi al contrario non hanno mai compiuto atti simili, nessun centro abitato a maggioranza serba situato in territorio croato-musulmano è sopravvissuto oltre il mese di settembre del 1992, mentre nella parte serba della Bosnia erano invece presenti numerosi villaggi e quartieri i cui residenti erano cittadini unicamente musulmani. Nell’esercito serbo era anche presente un’unità composta da soli musulmani che combattevano non “per i serbi” ma “assieme ai serbi” per i comuni valori europei di democrazia e secolarismo.
  • Un particolare capitolo di questa crisi è la stampa; è stato preparato in maniera estremamente meticolosa un sistema di “demonizzazione” e stigmatizzazione dei serbi, ed è stato così esemplare che, in futuro, chiunque sarà in grado di prevedere cosa può succedere ad una nazione che venga trattata nello stesso modo.

Bernardo Valli[modifica]

  • [Sugli abitanti di Sarajevo] Per loro le incursioni della Nato sono la mano tesa dell'Occidente a lungo disperatamente aspettata. Sono la promessa di una vita normale, anche se le bombe serbe continuano a piovere sulla città. Ma al di là della tragedia umana, Sarajevo ha assunto negli ultimi tre anni e mezzo un grande valore. È stata il simbolo concreto di una società in cui convivevano musulmani, cattolici (croati) e ortodossi (serbi). Nella tempesta alimentata dai due grandi nazionalismi balcanici, i cui epicentri sono Zagabria e Belgrado, la città assediata ha saputo restare sostanzialmente fedele ai suoi principi, malgrado le passioni e gli imperativi militari.
  • Sarajevo era il principale ostaggio dei Serbi. La città era demoralizzata, sfiancata, angosciata dall'idea di affrontare un nuovo inverno senza luce, senza nafta, sotto il tiro dei cecchini e degli artiglieri serbi, appostati sulle montagne come sulle scalinate di un anfiteatro.
  • Sulla soglia del quarto inverno d'assedio, quella città, simbolo insanguinato del nostro secolo, comincia a intravedere uno spiraglio. Non ci si può stupire e ancor meno ci si può indignare se la breccia viene aperta, scavata con il ferro e il fuoco. Per spegnere la violenza insensata degli assedianti era ed è indispensabile la violenza della ragione. La coscienza l'invocava da un pezzo, ma c'è voluto un bel po' di tempo perché si creassero le condizioni per un impiego razionale, giusto della forza vera. L'Europa incerta, divisa, non ne aveva i mezzi. L'America li aveva ma non era disposta a correre rischi. Sarajevo ha pagato duramente il prezzo della lunga esitazione dell'Occidente, sorpreso dalla crisi nell'ex Jugoslavia mentre era nel mezzo del guado tra la guerra fredda e il postcomunismo. Sarebbe meglio, sarebbe più nobile poter dire che il sangue delle vittime del mercato coperto di Sarajevo, schizzato sui nostri teleschermi lunedì, ha fatto traboccare il vaso del sopportabile, e che per questo sono decollati i bombardieri della Nato.

Demetrio Volcic[modifica]

  • In Bosnia si consuma una guerra che ha insieme elementi di secessione e di scontro tra gruppi etnici.
    La Bosnia si trova in una situazione estrema per altre dimensioni che possono attenuare o inasprire un conflitto: popolazioni estremamente battagliere, memorie storiche pesanti, una configurazione sfavorevole del terreno con lunghe esperienze di guerriglia.
  • La gente muore senza motivo. Non è una guerra, perché non sono colpiti gli obettivi militari, ma non è nemmeno una battaglia di trincea. È soltanto una violenza gratuita e indiscriminata, assassinio. In Bosnia la guerra probabilmente finirà quando saranno finiti i musulmani.
  • Lo stupro di circa 20.000 donne musulmane era sistematico, e fa parte di una politica deliberata, volta a creare attraverso la pulizia etnica lo spazio per la «grande Serbia». Lo stupro è uno strumento cosciente demoralizzazione della gente.

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