Mario Vargas Llosa

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Medaglia del Premio Nobel
Premio Nobel
Per la letteratura (2010)
Mario Vargas Llosa, 1985

Jorge Mario Pedro Vargas Llosa (1936 – vivente), scrittore, giornalista, drammaturgo e politico peruviano naturalizzato spagnolo.

  • [Riferendosi a Il pesce nell'acqua del 1993] Quando traduci i fatti in parole, li modifichi: inevitabile. Il narratore ha libertà assoluta quando scrive. È un suo diritto. La fiction, appunto.[1]
  • [Riferendosi alla cultura occidentale] Il suo merito più significativo, quello che, forse, costituisce un «unicum» nell'ampio ventaglio delle culture mondiali e che le ha consentito più volte di risorgere dalle proprie rovine quando pareva condannata a morte certa, è stata la capacità di fare autocritica.[2]
  • La democrazia è un evento che, solitamente, provoca sbadigli nei paesi in cui esiste uno stato di diritto e i cittadini godono di libertà di movimento e d'espressione e d'un sistema giudiziario al quale potersi rivolgere in caso d'aggressione.[2]
Le Case d'Angolo di Fëdor Dostoevskij, Corriere della sera, 18 luglio 2010
  • Fëdor Dostoevskij visse in tante case e in tanti luoghi diversi – non si fermò mai per più di tre anni nello stesso posto – ed ebbe sempre l'ossessione di avere appartamenti ad angolo, con le finestre affacciate sulle due strade e vicino a una chiesa, in modo da poter ascoltare le campane, una musica che acquietava il suo spirito.
  • [Fëdor Dostoevskij] La sua stessa vedova o qualcuno in visita riuscì a fermare l'orologio dello scrittoio nello stesso istante della sua morte: le otto e trentotto della sera. L'orologio è ancora lì, centotrent'anni dopo, a segnare l'ora funesta. Lo seppellirono nel cimitero Tichvin, del monastero di Aleksandr Nevskij, alla periferia di San Pietroburgo. È un luogo ameno, e la tomba di Dostoevskij, circondata di alberi e fiori, con una bella statua che riflette fedelmente i suoi lineamenti austeri e il suo sguardo profondo e febbrile, confina con quelle di altri esponenti del genio creativo russo: Rimskij-Korsakov, Aleksandr Borodin, Modest Musorgskij, Il'ic Cajkovskij, Glinka.
  • L'ultima volta che vidi Gergiev, a Salisburgo, aveva i capelli lunghi e una barba di diversi giorni; oggi ha i capelli corti e si rade, ma mentre dirige l'orchestra continua a essere un posseduto, che va sempre oltre la partitura, un essere sotterraneo, connesso con le profondità inquietanti dell'abisso umano, capace di trasformare un concerto o un' opera in una cerimonia geniale e agghiacciante.

Storia di Mayta[modifica]

Incipit[modifica]

Correre di mattina lungo il molo di Baranco, quando l'umidità della notte impregna ancora l'aria e rende i marciapiedi scivolosi e lucidi, è un buon modo per cominciare la giornata. Il cielo è grigio, anche d'estate, perché il sole non compare sul quartiere prima delle dieci, e la foschia rende impreciso il limite delle cose, il profilo dei gabbiani, il pellicano che attraversa in volo la linea frantumata della scogliera. Il mare ha un aspetto plumbeo, verde scuro, fumante, adirato, con macchie di spuma e onde che avanzano sempre alla stessa distanza verso la spiaggia. Talvolta una barchetta di pescatori si dimena fra le scosse; talaltra una raffica di vento scosta le nuvole e compaiono in lontananza La Punta e le isole terrose di San Lorenzo e del Frontón. È un paesaggio bello, a patto di fissare lo sguardo sugli elementi e gli uccelli. Perché quanto ha fatto l'uomo, invece, è brutto.

Citazioni[modifica]

  • Neppure l'amicizia viene prima della rivoluzione per un rivoluzionario. [...] La prima cosa è la rivoluzione. Poi, tutto il resto. (p. 70)
  • Hai mai conosciuto quegli uomini che in vecchiaia scoprono il sesso e la religione? Diventano ansiosi, ardenti, instancabili. (p. 167)
  • L'autentico rivoluzionario è logico e freddo, non un sentimentale. (p. 177)
  • In questa società ci sono certe regole, certi pregiudizi e tutto quello che non vi si adatta sembra anormale, un delitto o una malattia. (p. 196)

Incipit di alcune opere[modifica]

La città e i cani[modifica]

"Quattro," disse il Giaguaro.
Al chiarore incerto che il globo di luce diffondeva nel locale, attraverso le poche sfaccettature di vetro non ancora coperte di sudiciume, le espressioni dei visi si rilassano: il pericolo era passato per tutti, salvo che per Porfirio Cava. I dadi erano immobili, bianchi contro il suolo sporco, e segnavano tre e uno.
"Quattro," ripeté il Giaguaro. "Chi è?"
"Io," mormorò Cava. "Avevo detto quattro."
"Muoviti," replicò il Giaguaro. "Lo sai, la seconda a sinistra."

La guerra della fine del mondo[modifica]

L'uomo era alto e così magro che sembrava sempre di profilo. La sua pelle era scura, le ossa sporgenti e gli occhi ardevano di un fuoco perpetuo. Calzava sandali da pastore e la tunica viola che gli ricadeva sul volto rammentava l'abito di quei missionari che, di tanto in tanto, si recavano nei villaggi del sertão a battezzare folle di bambini e a sposare coppie irregolari. Era impossibile conoscerne l'età, la provenienza, la storia, ma c'era qualcosa nel suo aspetto quieto, nelle sue abitudini frugali, nella sua imperturbabile serietà che, prima ancora che cominciasse a dar consigli, attraeva la gente.

Pantaleón e le visitatrici[modifica]

"Sveglia, Panta," dice Pochita. "Sono già le otto. Panta, Pantita".
"Già le otto? Accidenti, che sonno ho," sbadiglia Pantita. "Mi hai cucito il gallone?"
"Signorsì, tenente," si mette sull'attenti Pochita. "Oh, scusa, capitano. Finché non mi abituo continuerai a essere un tenentino, amore. Sì, fatto, è splendido. Ma alzati una buona volta. Il tuo appuntamento non è alle?"
"Alle nove, sì," si insapona Pantita. "Dove ci manderanno, Pocha? Passami l'asciugamano, per favore. Tu dove credi, tesoro?"
"Qui, a Lima," contempla il cielo grigio, i balconi, le macchine, i passanti Pochita. "Ah, mi viene l'acquolina in bocca: Lima, Lima, Lima".
"Te lo sogni, Lima mai, che speranze," si guarda nello specchio, si annoda la cravatta Panta. "Se fosse almeno una città come Trujillo o Tacna, sarei già felice".

Explicit di alcune opere[modifica]

La città e i cani[modifica]

"Continuerai a fare la vita di sempre?" chiese il Giaguaro.
"Vuoi dire se continuerò a rubare?" Higueras il secco fece una smorfia. "Suppongo di sì. Sai perché? Perché il lupo perde il pelo ma non il vizio, come diceva il Culepe. Per ora, farò meglio ad andarmene da Lima."
"Sono tuo amico," disse il Giaguaro. "Avvisami, se posso darti una mano."
"Certo che puoi darmela," disse il secco. "Pagami da bere. Non ho più un soldo."

Pantaleón e le visitatrici[modifica]

"La guarnigione di Pomata, hanno bisogno di un intendente," tira le tende, chiude a chiave gli armadi, riordina le scrivanie, prende una valigetta il colonnello López López. "Invece del Rio delle Amazzoni avrà il lago Titicaca".
"E invece del caldo della foresta, il freddo degli altipiani delle Ande," apre la porta, lascia passare gli altri il generale Victoria.
"E invece delle visitatrici, lama e vigogne," si mette il chepì, spegne la luce, tende una mano il Tigre Collazos. "Lei è proprio un tipo strano, Pantoja. Sì, adesso può andare".
"Brrrr, che freddo, che freddo!" rabbrividisce Pochita. "Dove sono i fiammiferi? Dov'è quella dannata candela? Com'è orribile vivere senza luce elettrica. Panta, sveglia, sono già le cinque. Non capisco perché devi andare di persona a controllare la colazione dei soldati, pignolo. È molto presto, muoio di freddo. Ahi, idiota, mi hai graffiata di nuovo con quel braccialetto. Perché non te lo togli di notte? Ti ho detto che sono le cinque, sveglia Panta".

Note[modifica]

  1. Citato in Corriere della Sera, 17 settembre 1994.
  2. a b Da Occidente. L'agonia del paradiso, La Stampa, 18 aprile 2004.

Bibliografia[modifica]

  • Mario Vargas Llosa, La città e i cani (La ciudad y los perros), traduzione di Enrico Cicogna, Einaudi Tascabili, 1998. ISBN 8806147749
  • Mario Vargas Llosa, La guerra della fine del mondo (La guerra del fin del mundo), traduzione di Angelo Morino, Einaudi, Torino, 1983. ISBN 978-88-06-17736-2
  • Mario Vargas Llosa, Le Case d'Angolo di Fëdor Dostoevskij, traduzione di Francesca Buffo.
  • Mario Vargas Llosa, Pantaleón e le visitatrici (Pantaleón y las visitadoras), traduzione di Angelo Morino, Einaudi, Torino, 2001. ISBN 8806158481
  • Mario Vargas Llosa, Storia di Mayta (Historia de Mayta), traduzione di Angelo Morino, Rizzoli, Milano, 1985. ISBN 8817678805

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]