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Aldo Cazzullo

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Aldo Cazzullo nel 2009

Aldo Cazzullo (1966 – vivente), giornalista italiano.

Citazioni di Aldo Cazzullo[modifica]

  • Aldo Laghi si chiamava in realtà Giulio Bolaffi. Imprenditore (era il Bolaffi dei francobolli), ufficiale degli alpini, fu tra i primi a salire in montagna, nelle valli di Lanzo. Grande organizzatore, comandante coraggioso, salvò centinaia di ebrei, sconfisse i tedeschi in campo aperto.[1]
  • Ancora oggi, alla voce Jeanne Calment, Wikipedia parla della «donna più vecchia del mondo», senza fare cenno all'inchiesta dei russi e ai dubbi che ha sollevato in tutto il mondo. Forse perché in gioco non c'è soltanto l'orgoglio sciovinista francese, ma il sogno dell'umanità di vivere in eterno, o comunque senza un limite prestabilito. Insomma: non sporchiamo questa bella storia con la verità.[2]
  • [Su Alberto Arbasino] Anticomunista e avversario del politicamente corretto senza essere di destra. Pronto a intervenire nel dibattito civile senza essere di sinistra.[3]
  • Conosco bene Napoli. La frequento perché mi piace. È una città dall'identità fortissima. Sabato sono stato al centro storico, ho visitato per l'ennesima volta quella meraviglia del Cristo velato. E voglio però evidenziare un pericolo: bisogna stare attenti a non trasformare quella zona di Napoli in uno show-room, in un salotto turistico. Non amo l'oleografia, però l'identità è una cosa e l'oleografia un’altra. Il centro storico di Napoli ha il suo fascino perché c'è ancora il popolo. Senza popolo, diventa un'altra cosa. Napoli non deve perdere la sua anima, è un pericolo che scorgo.[4]
  • Dopo il Risorgimento ci fu al Sud una guerra civile, con atrocità da ambo le parti, a lungo taciute; ma non erano piemontesi contro patrioti. Erano le milizie della borghesia meridionale e ovviamente l'esercito italiano, che difendevano l'unità faticosamente raggiunta contro un'alleanza reazionaria di nostalgici dei Borbone e del potere temporale del clero, oltre a briganti in senso tecnico.[5]
  • Elémire Zolla aveva fama di sciamano. Di sicuro, ne aveva l'aspetto. Alto, calvo, baffi bianchi, occhi intensi. Non era travestito da santone, come certi patetici personaggi. Ma aveva una sua forza interiore. Torinese, cresciuto negli ambienti razionalisti [...], se n'era allontanato al punto da diventare il più acuto studioso italiano della letteratura e della filosofia hindu.[6]
  • Fatta questa constatazione, i russi guastafeste e dissacratori si sono messi a indagare. Jeanne Calment aveva perso solo due centimetri di statura: impossibile. Le immagini televisive la mostrano mentre si alza da sola dalla sedia: impossibile (qualche volta, del resto, fatichiamo ad alzarci pure noi cinquantenni). La pelle del suo volto era grinzosa, ma non quanto avrebbe dovuto se l'età dichiarata fosse stata autentica. Altri dettagli non tornavano. L'archivio di Jeanne, con i suoi documenti, è stato distrutto. E il certificato di morte della figlia Yvonne, ufficialmente uccisa dalla pleurite nel 1934, non si trova. Da qui l'ipotesi: di pleurite sarebbe morta in realtà la vera Jeanne Calment; e la figlia avrebbe preso il suo posto, per non pagare le esose tasse di successione. Yvonne Calment sarebbe quindi morta a 99 anni: un'età ragguardevole; ma non certo un record.[2]
  • Fiume maschio, nell'iconografia delle fontane (femmine invece la Dora e altri affluenti). Ma nell'immaginario degli italiani l'idea del Po non si lega tanto al corso d'acqua, quanto ai popoli che ne abitano le rive.[7]
  • Il meglio d'Italia sono i ragazzi che non piagnucolano, si mettono in gioco, vanno all'estero, imparano altre lingue, studiano, vincono borse di studio, lavorano. Il percorso di Fabrizia Di Lorenzo è stato interrotto dal terrorismo islamista a Berlino; quello di un'altra ragazza della sua generazione, Valeria Solesin, si era spezzato un anno prima al Bataclan. Ma tante altre italiane seguiranno il loro esempio. Anziché denigrarle, il governo farebbe bene a creare le condizioni affinché chi lo desidera possa tornare in patria.[8]
  • Il Po è terra contesa e mito politico sin dalla classicità. Generazioni di invasori vi hanno abbeverato i cavalli, fino a Napoleone che invitava l'Armée a pregustare le delizie della «più fertile pianura della terra»; ed era un reduce napoleonico il capostipite della saga familiare raccontata da Bacchelli nel Mulino del Po.[7]
  • Io credo che sia ora di superare questa contrapposizione tra Nord e Sud, che poi non ha ragione d'esistere. A Torino metà della popolazione è meridionale. I miei figli hanno la nonna di Potenza. All'estero l'Italia è considerata una grande Napoli. Identificano l'Italia con il mare, il sole, la pizza, la musica. Forse non a tutti i napoletani piacerà sentirselo dire ma Napoli è la città che meglio esprime l'identità italiana, è un'Italia al quadrato. Napoli riguarda tutti noi, ci chiama in causa. Sarebbe ora di smettere di ragionare con il "noi" e "loro".[4]
  • La richiesta di giustizia, che sale dalle famiglie delle vittime dei preti pedofili in America e non solo, deve trovare una risposta. E la Chiesa stessa in passato non ha fatto tutto il possibile per punire e prevenire, preferendo talora sopire e troncare. Ma, se c'è un Papa che non si è nascosto nel silenzio e nell'imbarazzo, ma ha denunciato con forza i crimini e l'omertà, quello è papa Ratzinger. La sua «Lettera ai cattolici d'Irlanda» è il documento più coraggioso che il Vaticano abbia prodotto al riguardo nella sua storia.[9]
  • Le professoresse di lettere sono il fondamento su cui si basa questo paese.[10]
  • [Su Jeanne Calment] Nata nel 1875, era già moglie ai tempi del caso Dreyfus, mamma quando il generale De Gaulle andava alle elementari, nonna prima della crisi del 1929. Lei palesemente ci aveva preso gusto, si era calata nella parte: raccontava di essere stata ai funerali di Victor Hugo, di aver conosciuto Van Gogh – «sporco e malaticcio» –, di aver ballato con Joséphine Baker. Le furono tributati funerali solenni. Il presidente della Repubblica, che era allora Jacques Chirac, ebbe parole affrante per la «nonna della patria».[2]
  • Non si combatteva più in terra straniera, per conquistare montagne dal nome slavo, il Matajur e il Kuk, per avanzare in campagne dove non si sentiva una parola in italiano, per prendere città italianissime — Trento e Trieste — in cui però nessuno era mai stato. Si combatteva la guerra di casa, per difendere una patria giovane, per impedire che anche alle altre donne venisse fatto quello che stavano subendo le friulane e le venete al di là del Piave e del Grappa. Una guerra che ai nostri nonni, fanti contadini abituati a badare alla terra e alla famiglia, risultava quasi naturale. Se non giusta, inevitabile. Fu la vera nascita della nazione.[11]
  • Poi venne la Lega. Il Dio Po, come da titolo del saggio di Gian Antonio Stella. Eridano Bossi, ultimogenito del capo. La gita secessionista in battello. Il rito dell'ampolla – accostata da qualche volenteroso al Sacro Graal – riempita a Pian del Re e svuotata nella laguna di Venezia (la Serenissima all'apparenza con il Po non c'entra, ma nel 1599 con opera ciclopica ne deviò il corso per evitare l'insabbiamento di Chioggia e rubare una via d'acqua ai papalini di Ferrara).[7]
  • Questa del 7 maggio 2017 [elezione presidenziale di Emmanuel Macron] resterà una notte storica. Perché ha dimostrato che l'Europa in fondo esiste, crede in se stessa, passa la fiaccola alle nuove generazioni; e ha ancora una chance per evitare l'autodistruzione.[12]
  • Raoul Casadei – poi affiancato dal figlio Mirko – era il nostro piccolo Charles Trenet, che al malamore degli chansonnier contrapponeva la gioia di un cuore che fa bum-bum.[13]
  • «Sorellanza» è la parola chiave per le Donne che sfidano la tempesta, titolo del libro. Con il calore umano ben noto al pubblico, Myrta Merlino ne ha raccolto le storie, componendo un racconto a più voci della condizione femminile, e di come l'Italia abbia affrontato e battuto la pandemia grazie a infermiere e cassiere, giovani impiegate e nonne, fornaie e commesse di Amazon, croniste e ostetriche.[14]
  • Villarbasse cascina fatale | nella vasta pianura padana | chi si ferma a guardar le tue mura | presto un segno di croce si fa.[15]

Il risveglio di Genova

Corriere della Sera, 12 ottobre 2022.

  • Clavarino [Carlo, presidente esecutivo di Aon, il colosso delle assicurazioni] ha fatto restaurare palazzo Spinola: una meraviglia da restare senza fiato, con soffitti alti quattordici metri interamente affrescati, un lampadario da quasi quattro metri di diametro e mille candele, e tele di Rubens, Van Dyck, Tintoretto, Luca Cambiaso e altri maestri del Rinascimento.
  • [...] un palazzo che riserva sorprese a ogni angolo, tra cui una libreria che si apre con un congegno e rivela una camera da letto. Dettaglio non casuale: palazzo Spinola è uno dei Palazzi dei Rolli, patrimonio dell'Unesco, detti anche la Reggia repubblicana.
  • Poiché Genova non aveva un Palazzo reale, l'imperatore e i grandi della corte di Spagna e delle altre famiglie regnanti venivano ospitati, a seconda del loro rango, nei palazzi di quella che oggi è via Garibaldi e nelle viuzze attorno: il sistema era codificato, proprio come oggi gli hotel da una a cinque stelle (la camera nascosta dalla libreria era naturalmente a cinque stelle). E a scrivere e illustrare la «guida» ai Palazzi dei Rolli fu il più grande pittore del tempo: Pietro Paolo Rubens. [...] Alcuni tra i Palazzi dei Rolli sono abitati dalla stessa famiglia da cinque secoli, come i Pallavicini e i Cattaneo.

Mussolini il capobanda[modifica]

Incipit[modifica]

Cent’anni fa, in questi stessi giorni, la nostra patria cadeva nelle mani di una banda di delinquenti, guidata da un uomo spietato e cattivo. Un uomo capace di tutto; persino di far chiudere e morire in manicomio il proprio figlio, e la donna che l’aveva messo al mondo.

Oggi in Italia ci sono gli estimatori di Mussolini: pochi, ma non pochissimi. Troppi. Poi ci sono gli antifascisti convinti: molti, ma non moltissimi. E poi c’è la maggioranza. Che crede, o a cui piace credere, in una storia immaginaria, consolatoria, autoassolutoria.

La storia più o meno è questa: fino al 1938 Benito Mussolini le aveva azzeccate tutte; e tutti gli italiani erano fascisti. Certo, il Duce aveva avuto la mano pesante con gli oppositori; ma insomma quando ci vuole ci vuole; in fondo non ha ammazzato nessuno, o quasi. Amante delle arti e delle donne, bonificatore di paludi, demolitore di anticaglie e costruttore di nuovi quartieri: un capo pieno di virtù. Peccato solo la sbandata per Hitler, le leggi razziali, la guerra fatta per raccogliere «qualche migliaia di morti» ed essere ammessi al tavolo della pace. Peccato, davvero.

Citazioni[modifica]

  • La guerra era insita nel fascismo e nella testa di Mussolini fin dal primo giorno. Il fascismo nasce con la guerra e muore (purtroppo non del tutto) con la guerra. L’idea della violenza come levatrice della storia, della guerra come modo di imporre una nazione su un’altra, e una razza sull’altra, accompagna il fascismo dalla sua nascita alla sua morte (apparente). Il germe del fascismo è già negli spaventosi massacri della prima guerra mondiale – «trincerocrazia!» ringhia il Duce –, e nei torbidi dei primi anni del dopoguerra, segnati dagli scioperi rossi e dalla durissima reazione nera. (p. 12)
  • Il caso – ma forse non il caso – volle che tra i più accaniti resistenti alla barbarie naziste ci fosse un generale francese, Charles de Gaulle. La persona che amava di più al mondo, sua figlia Anne, era affetta dalla sindrome di Down. Morì a vent’anni, tra le braccia dei genitori. Allora de Gaulle e la moglie Yvonne fondarono un istituto dove venissero accolti e seguiti bambini come quelli che i nazisti sopprimevano. È utile ricordarlo; perché la scelta tra il nazifascismo e la democrazia non è una scelta tra destra e sinistra, ma tra civiltà e barbarie. (pp. 15-16)
  • Nel 1942 Benito Albino muore. […] Mussolini sapeva che Benito Albino era sepolto vivo in manicomio? Gli si può attribuire l’atrocità di aver fatto sopprimere il proprio stesso figlio? Non ci sono prove. Ma la maggioranza dei ricercatori che si sono occupati di questa storia afferma categoricamente di sì. La polizia di Mussolini era al suo personale servizio, lo informava di ogni dettaglio della vita privata dei gerarchi, di amici e nemici: difficilmente avrebbe taciuto al Duce notizie di suo figlio. E difficilmente l’apparato repressivo del fascismo avrebbe disobbedito alla richiesta di commettere un delitto. Fosse anche quello di eliminare, o di lasciar morire, un ragazzo innocente. ( Cap. Uno «Toglietemeli di torno» Storia di Ida Dalser e di Benitino)

Possa il mio sangue servire[modifica]

Incipit[modifica]

«Babbo adorato, il tuo unico figlio si allontana da te. Non perderti d’animo e accetta quest’ultimo volere di Dio. Ti raccomando la mamma: anche per lei devi essere forte. Muoio con la grazia di Dio e con tutti i conforti della nostra religione. Nel momento supremo Tu sarai nel mio cuore e sul mio labbro. Arrivederci, Babbo, ti stringo a me nel virile abbraccio degli uomini forti e chiedo la tua benedizione. Babbo adorato, se la mia vita fu serena e facile io lo devo a Te, che mi hai guidato col tuo amore, col tuo lavoro, col tuo esempio. Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra terra a essere onorata e stimata nel mondo intero. Prego i miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura. Con la coscienza sicura d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta. Possa il mio grido di “Viva l’Italia libera” sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l’avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice. Franco Balbis Torino, 5 aprile 1944.»

Citazioni[modifica]

  • La Resistenza per Emanuele [Artom] è uno sbocco naturale. Dopo i primi mesi con i garibaldini, nel gennaio 1944 si unisce agli azionisti della Val Pellice, di cui diventa commissario politico. Passa di banda in banda, batte la Val Germanesca, marcia per intere notti, partecipa ai combattimenti. All'apparenza è la persona meno adatta alla guerriglia: fragile, timido, maldestro, un «primo della classe» cresciuto in un mondo di libri, cultura e discussioni, oggi si direbbe un nerd. (cap. XXII, p. 372)
  • Il 25 marzo [1944] Artom, che si trova con Franco Momigliano, Ugo Sacerdote, Gustavo Malan e Ruggero Levi, è raggiunto da una pattuglia di SS italiane che risale la montagna: gli altri riescono a fuggire, lui cade a terra sfinito; Ruggero Levi, un altro giovane partigiano torinese, si ferma per non lasciarlo solo. I due amici vengono portati nelle carceri di Luserna San Giovanni. Un fascista, a cui Emanuele ha salvato la vita, lo denuncia come ebreo. I «ragazzi di Salò» e i tedeschi lo sottopongono a spaventose torture. Semisvenuto per le percosse, per umiliarlo lo caricano a forza sul dorso di un mulo. gli mettono una scopa sotto il braccio, un cappellaccio in testa, e con il volto tumefatto lo fotografano ed esibiscono come trofeo di guerra. L'immagine appare sul settimanale bilingue «Der Adler», diffuso in Italia, con la didascalia: «Bandito ebreo catturato». (cap. XXII, pp. 374-375)
  • Il 31 marzo [1944] Emanuele Artom è trasferito alle nuove di Torino, dove muore il 7 aprile a causa delle sevizie. Due suoi compagni di prigionia sono costretti a seppellirlo di notte in un bosco presso Stupinigi. Il corpo dell'uomo che sarebbe forse diventato uno tra i più importanti intellettuali italiani del dopoguerra non sarà mai ritrovato. (cap. XXII, p. 375)

Viva l'Italia[modifica]

Incipit[modifica]

Il presidente rivolto agli accusati dice: “Avete nulla da aggiungere in vostra difesa?” Il generale Perotti si alza: ”Se il capitano Balbis e il tenente Geuna hanno responsabilità, essi lo debbono esclusivamente all’obbedienza prestatami. Chiedo che se ne tenga conto.” Il tenente Geuna si alza e dice: ”Voglio dire che quello che ho fatto l’ho fatto di mia spontanea volontà e non per istigazione del generale Perotti, e siccome io sono scapolo mentre il generale Perotti è padre di tre figli, chiedo al tribunale di voler dare al generale la pena dell’ergastolo che è stata chiesta per me, e a me la morte.” Il generale Perotti si alza e grida: ”Viva l’Italia! ” Gli imputati rispondono: ”Viva l’Italia! ” Il tribunale si ritira.

Citazioni[modifica]

  • Einaudi era già il migliore economista di Torino quando una mattina del 1919 gli entrò nello studio una matricola dell'università, figlio di un droghiere, che gli chiese un articolo per la sua rivista, specificando di non poter pagare. Einaudi accettò e fu anche grazie a lui che l'allievo divenne Piero Gobetti, liberale antifascista morto esule a 25 anni dopo essere stato aggredito dagli sgherri del regime [fascista]. (Il duce buono e i partigiani cattivi)
  • Sino all’ultimo, Pio IX sarà nemico giurato dell’unità nazionale, del liberalismo, della democrazia. Quando, nel 2000, verrà fatto santo, in un paese distratto e dimentico solo la voce del cattolicissimo Francesco Cossiga si alzerà a dire che il Vaticano ha fatto un torto all’Italia. (I due Giuseppe)
  • I ribelli furono braccati con ogni mezzo, nelle città e sulle montagne. La loro storia non è di battaglie vittoriose, gloriosi scontri in campo aperto, finali lieti. È storia di fughe nel fango, appostamenti nella notte, sganciamenti senza speranza. Come nelle pagine di Beppe Fenoglio, che racconta battaglie perdute in partenza e fughe a perdifiato che di rado terminano con la salvezza. Più spesso vengono la cattura, le torture, la morte. E l’esibizione del cadavere, di fronte ai genitori, ai parenti, ai compaesani. (I centomila martiri)

Note[modifica]

  1. Da I partigiani in convento. Una storia di resistenza, Corriere della Sera, 23 febbraio 2018.
  2. a b c Da Il mistero della longevità (e la bisnonna del mondo), Corriere della Sera, 25 aprile 2021.
  3. Da In politica sto sempre fuori dai cori Berlusconi? Arricchisce amici e nemici, Corriere della Sera, 18 aprile 2005.
  4. a b Dall'intervista di Massimiliano Gallo, Intervista a Cazzullo: «Napoli è la città che meglio esprime l'identità italiana, la rivalità Nord-Sud è anacronistica», ilnapolista.it, 4 aprile 2017.
  5. Da Nordisti e sudisti litigano, ma in fondo sono d'accordo, Corriere della Sera, 11 marzo 2017.
  6. Da Doppio anniversario in casa Einaudi, Messaggero di sant'Antonio, n. 1290, gennaio 2012.
  7. a b c Da Il grande fiume politicamente conteso, Corriere della Sera, 17 giugno 2007.
  8. Da I segnali di ripresa e quegli italiani modello per tutti, Corriere della Sera, 30 dicembre 2016, p. 26.
  9. Da L'ingiustizia di un'accusa, Corriere.it, 14 settembre 2011.
  10. Dalla puntata del 5 ottobre 2023 di Quante storie, Rai3.
  11. Da Piave, il riscatto che salvò l'Italia dopo la disfatta di Caporetto, Corriere.it, 11 novembre 2017.
  12. Da La sfida giovane di Macron a pessimismo e populismo, Corriere della Sera, 8 maggio 2017.
  13. Da Un simbolo della rinascita, Corriere della Sera, 14 marzo 2021.
  14. Da Fabiana, Monica e le altre che non si arrendono (nel nome della sorellanza). L'autrice: una nuova leadership femminile è possibile., Corriere della Sera, 20 ottobre 2021.
  15. Da Aldo Cazzullo e Vittorio Messori, Il mistero di Torino, Mondadori, 2014.

Bibliografia[modifica]

  • Aldo Cazzullo, Viva l’Italia, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2010.
  • Aldo Cazzullo, Possa il mio sangue servire, RCS Libri S.p.A., Milano, 2015.

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