Piero Bevilacqua

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Piero Bevilacqua (1944 – vivente), storico, scrittore e saggista italiano.

  • [Oggi è bollato come radicale ed estremista chi sostiene] la prospettiva di una società sobria, che ponga fine al consumismo smisurato, alla bulimia distruttiva di territorio e risorse, all'affanno della crescita infinita, alla mortificazione dell'umana operosità ridotta a merce, alla competizione senza quartiere, alla dissipazione nel lavoro e nel consumo del nostro tempo di vita.[1]

La mucca è savia[modifica]

Incipit[modifica]

L'inverno tra il 2000 e il 2001, con cui si è avviato il nuovo millennio, non è stata una stagione né trionfante, né magnifica, né progressiva per le popolazioni dell'Europa. Esse hanno dovuto assistere, sgomente, a un paradossale e umiliante spettacolo. Uno dei continenti più ricchi della Terra si è come immiserito di schianto: il cibo, l'alimentazione, la pratica più elementare dell'esistenza è diventata d'improvviso insicura, rischiosa. La Bse, l'encefalopatia spongiforme bovina, la malattia che rende folli gli animali e li conduce a rapida morte, si è andata diffondendo come una nuova peste in tutti gli allevamenti d'Europa. Partita dal Regno Unito alla metà degli anni ottanta, la nuova e sconosciuta malattia aveva qui inferto i segni più devastanti del suo passaggio. Almeno 180 000 capi ufficialmente abbattuti. Ma soprattutto, a partire dal 1996, la certezza – tra lo sgomento generale e lo scorno del mondo medico che aveva fino ad allora negato la possibilità – che la malattia si trasmetteva all'uomo.

Citazioni[modifica]

  • Le stalle e i pollai industriali non costituiscono più dei luoghi di allevamento: sono, di fatto, degli ospedali zootecnici per la produzione di latte e carne su larga scala. Gli animali non sono infatti allevati: più precisamente essi vengono intensivamente ingrassati in una condizione di patologia permanentemente controllata. Ormoni, vitamine, auxinici, appetizzanti, antibiotici, coloranti, antiparassitari, disinfettanti, conservanti, urea, chemioterapici sono gli ingredienti chimici quotidiani di questa industria ospedaliera della carne. Com'è possibile che da animali in permanente cura medica non si producano rischi per la salute dei loro umani consumatori? (p. XIII)
  • Agli inizi del secolo scorso i polli rinchiusi in grandi pollai venivano devastati dalle malattie o morivano in massa per mancanza di moto e di luce. A lungo l'industria ha dovuto arrendersi agli imperativi della vita. Solo la scoperta e l'introduzione farmacologica delle vitamine ha permesso di superare almeno parte di quegli inconvenienti. Ma sono stati gli antibiotici, all'indomani della seconda guerra mondiale, a consentire di trasformare i pollai in una fabbrica concentrazionaria di carne bianca e le stalle dei bovini in luogo medico di ingrassamento e di produzione massiva di latte. (pp. XIV-XV)
  • E le farine animali – destinate ad accelerare la crescita e la lattazione – sono potute diventare più a buon mercato non solo tramite l'incenerimento di bestie morte per le più varie malattie, ma anche attraverso la trasformazione in farina di zoccoli, peli, penne, interiora, sangue, ossa, rifiuti, scarti industriali ecc. Il contenimento dei costi e la possibilità della competizione, dunque, assecondando le logiche dominanti del mercato, si possono conseguire solo attraverso un'ulteriore degradazione dell'allevamento animale. In questa direzione si muove l'«ulteriore progresso» del settore. È questo il grande traguardo finale dell'economia di mercato? Trasformare il luogo di produzione delle carni per la ricca Europa in area di riciclaggio dei rifiuti? (p. XVII)
  • L'alimentazione europea può diventare sicura e salubre solo grazie a un'agricoltura non contaminata, riconoscendo alla natura le sue autonome capacità produttive – messe in ombra da un distruttivo titanismo tecnologico – e bandendo progressivamente, ma rapidamente, i veleni chimici dalle campagne. [...] E gli allevamenti animali dovranno cessare di essere ciò che essi sono in larghissima parte diventati: luoghi di pena e di inimmaginabile sofferenza per milioni di esseri viventi. Nessuna civiltà del passato era arrivata agli orrori dei nostri giorni. Eppure la nostra, senza ombra di dubbio, rappresenta la società meno soggetta a penuria alimentare. È la più opulenta che sia mai apparsa nella storia. Sulla groppa dei paradossi non si dura a lungo. (pp. XIX-XX)
  • L'agricoltura chimica e gli allevamenti intensivi nelle condizioni che abbiamo esaminato producono merci ampiamente oltre le possibilità del loro consumo. Ma il paradosso non appare in tutta la sua solare assurdità se si dimentica che smaltire le produzioni in eccesso è una operazione che costa. Un autore tedesco ha ricordato che nel 1985 la Cee spendeva circa 40 miliardi di marchi «per le sovvenzioni, il deposito, e la distruzione sia delle montagne di carne e burro prodotte, sia per i giganteschi laghi di latte»[2]. Così il contribuente è chiamato a sostenere dapprima una agricoltura insalubre ed eccedentaria, e poi i costi suppletivi per la distruzione dei suoi prodotti. (p. 125)
  • Che cos'è l'agricoltura biologica e biodinamica dei nostri anni, peraltro in straordinaria espansione, soprattutto in Italia, se non un'altra strada, un'alternativa produttiva in cammino con notevoli possibilità di competizione e di affermazione? Dalla sua parte non sta soltanto l'indiscutibile e universalmente riconosciuta superiorità dei suoi prodotti. Superiorità in termini di caratteristiche organolettiche dei frutti e delle verdure, di salubrità, di potere vitaminico, di ricchezza minerale e forza biologica, come gli esperimenti condotti nelle aziende biodinamiche hanno mostrato già a partire dagli anni venti del Novecento. Ma dalla sua parte stanno risultati economici positivi già sperimentalmente acclarati. (p. 129)
  • In realtà i prodotti biologici risultano spesso oggi più costosi degli equivalenti industriali, per la limitatezza dell'offerta, dovuta alle dimensioni ancora ristrette delle produzioni organiche. Spesso per alcune colture, liberati dall'obbligo di intensive concimazioni, dalla necessità di continue lavorazioni del terreno, da ripetuti interventi antiparassitari, gli agricoltori biologici hanno minori costi aziendali e potrebbero vendere a prezzi ancora più contenuti rispetto ai loro concorrenti. Come in certi ambiti locali, del resto, avviene. (p. 130)
  • L'agricoltura biologica non è un ritorno al passato, la semplice nostalgia dell'«agricoltura della nonna». Come abbiamo visto essa è figlia di un diverso percorso della scienza contemporanea. Ad essa oggi deve essere fornita la possibilità di proseguire nella sua ricerca fondamentale: combinare l'attività produttiva con il rispetto degli equilibri naturali, chiamando la natura a fare la sua parte, a cooperare con costi sempre più ridotti nella creazione di beni e prodotti. Un vecchio e nuovo sapere, dunque, che guardi al mondo fisico, certo, con finalità utilitarie, ma che ne riconosca la complessità e la indivisibilità, in grado di valutarlo quale patrimonio collettivo dell'umanità, da conservare, valorizzare e tramandare alle prossime generazioni. (pp. 132-133)
  • Il pensiero ambientalista non è un fenomeno religioso, ma il risultato della ricerca scientifica non asservita alle potenze dominanti. (p. 136)

Prometeo e l'aquila[modifica]

Incipit[modifica]

Prometeo se ne stava come sempre, incatenato ai piedi e ai polsi, con la schiena poggiata allo sperone della montagna. La lunga barba si sollevava dal petto nel soffio del vento, come mossa dal suo respiro. Spuntando da una cortina di nuvole, nel fondo della valle, la massa del sole cominciava la sua solita ascesa incendiando l'orizzonte. C'erano ancora neve e ghiaccio poco lontano dai suoi piedi, ma l'erba, che si era fatta spazio negli ultimi giorni, diventava sempre più verde. Girò il capo di qua e di là per destarsi del tutto, e ne osservò l'avanzare alla base della roccia, tutto intorno a lui. E anche sulle altre cime, tra gli speroni erti e scavati, ancora gonfi di ombre, macchie di muschio bucavano la neve. Ne sentiva un confortante sollievo. Inattesa consolazione che saliva dentro il suo corpo. Ma subito si rammentò che era la solita sensazione che provava ogni volta, tutti gli anni. Era sempre come se l'arrivo della primavera potesse cambiare qualcosa del suo stato.

Citazioni[modifica]

  • Ci vuole ben altro che il becco di un'aquila per intimorire Prometeo. (Prometeo: p. 8)
  • Fortuna? Ma noi la domiamo la fortuna! La stringiamo nelle nostre mani, come il manico di una frusta. (Prometeo: p. 20)
  • La Terra è dura, comanda fatica. Se non si scava a fondo il Vento trascina via i semi. Se li mangiano gli Uccelli. (Aquila: p. 27)
  • Il Grande Respiro di Gaia ormai va fuggendo nelle lande più remote della Terra, insieme alle Anime della foresta. (Aquila: p. 28)
  • La ricchezza aumenta il numero dei padroni, Prometeo, e quello dei servi, che devono accrescerla. (Aquila: p. 32)
  • Non tutti sono capaci di comandare. Gran parte degli Umani preferisce eseguire ordini, piuttosto che affannarsi a governare gli altri. (Prometeo: p. 32)
  • Aquila. Ma prima le Capre si muovevano libere in branchi. Esploravano con i loro passi le boscaglie, e per loro sempre nuovo era il colore delle erbe. Non comprendi, Prometeo? Battevano senza comandi il loro sentiero-di-Vita e morivano ciascuna secondo il proprio destino. Soltanto ad esse apparteneva la Vita. E la Morte.
    Prometeo. Ma gli Uomini ora le riparano dai geli dell'inverno, le proteggono dai lupi che irrompono nelle greggi dalle montagne. Non devono più patire il sole rovente in cerca di cibo nei pascoli arsi. Sono gli Uomini che glielo procurano. (p. 33)
  • Prometeo. Gli Uomini hanno fame, uccello. O chiunque tu sia. Non dovrebbero mangiarle, le bestie?
    Aquila. Possono sfamarsi senza sopprimere altre Creature-che-provano-dolore. (p. 34)
  • Gli Uomini possono scegliere. Non sono nati per divorare le membra del Cervo. (Aquila: p. 34)
  • Quando uccidete anche la più piccola delle Creature il lamento della Grande Nutrice è lungo e corre per tutta la Terra, ma voi ormai non potete più udirlo. (Aquila: p. 35)
  • I lupi e le iene attaccano in branco, ma per spartirsi una preda. (Prometeo: p. 74)

Note[modifica]

  1. Da Elogio della radicalità; citato in Lorenzo Guadagnucci, Restiamo animali: Vivere vegan è una questione di giustizia, Terre di mezzo, Milano, 2012, p. 35. ISBN 978-88-6189-224-8
  2. Da M. Schneider, Nove motivi per adottare l'allevamento agricolo ecologico e consono alle esigenze della specie, in M. Rist e I. Schragel, Allevamento etologico dei bovini, Edagricole, Bologna, 1996, p. 95.

Bibliografia[modifica]

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Opere[modifica]