Lorenzo Guadagnucci

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Lorenzo Pancioli Guadagnucci (1963 – vivente), giornalista italiano.

Citazioni di Lorenzo Guadagnucci[modifica]

  • Io ho smesso di mangiare animali nel 1987, ma sono diventato vegano solo il primo gennaio 2011, eppure non ho cambiato le mie motivazioni: quando decisi di passare al vegetarismo, lo feci perché non volevo contribuire all'uccisione di animali. [...] fingevo di non sapere che la produzione di latte e uova è parte della stessa catena di sfruttamento e morte che produce la carne. Non andavo fino in fondo nei miei pensieri e nelle mie scelte [...]. Quando diventi vegetariano, i familiari e gli amici si preoccupano per la tua salute e tu cominci a sentirti diverso; sai che ogni invito a pranzo comporterà la necessità di spiegare i motivi per cui non mangi carne e così via. Alla fine i più si fermano lì e non osano andare oltre: dire no a tutto ciò che comporta sfruttamento e morte per gli animali, quindi latte, uova, lana eccetera. Sembra impossibile, una cosa da estremisti e asociali. Ma bisogna ricordare che estremisti e asociali erano definiti i vegetariani fino a poco tempo fa; ora che il vegetarismo è più diffuso e accettato, quest'etichetta è passata a stigmatizzare i vegani. [...] In realtà credo che l'unico modo per essere davvero vegetariani, cioè rispettosi degli animali, sia la scelta vegan e spero che presto il termine vegetariano torni ad indicare un'alimentazione a base vegetale e non lacto-ovo-vegetariana come avviene ora.[1]

Restiamo animali[modifica]

Incipit[modifica]

"Hai presente una tonnara?" Era il 24 luglio 2001 e risposi con queste parole alla domanda iniziale della mia prima volta da intervistato. Ero in automobile con Sandro e Olga, miei amici e giornalisti come me. Erano passati a prendermi a Genova, arrivando da Milano, per portarmi a casa dai miei genitori a Pescia, in Toscana, dopo due giorni trascorsi in stato d'arresto all'ospedale Galliera. Ero finito lì, ricoverato d'urgenza, dopo il pestaggio alla scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001, al termine della manifestazione contro gli "Otto Grandi" riuniti nella città. Olga, all'epoca, lavorava per il quotidiano online Il Nuovo e durante il viaggio mi intervistò. Il caso del giornalista del Resto del Carlino pestato a sangue e arrestato come membro del Black Bloc faceva indubbiamente notizia. Olga mi chiese di descrivere che cos'era avvenuto dentro la scuola e io evocai l'immagine della tonnara.

Citazioni[modifica]

  • Specialmente dopo l'11 settembre 2001, nel nuovo clima geopolitico segnato dalla cosiddetta "guerra al terrorismo", i diritti umani sono stati strumentalizzati per azioni belliche e manovre di potere, senza alcun pudore. Hanno così perso tutta la loro purezza, la loro radicalità. Mi sono persuaso che occorre andare più a fondo e studiare le strutture del potere e del dominio per capire che cosa sono i diritti, che cos'è davvero l'eguaglianza, a prescindere dai confini di specie. Ed ecco che scoprirsi e sentirsi fratelli di tutti gli oppressi, a cominciare dai più oppressi fra gli oppressi, ossia gli (altri) animali, è un'illuminazione. La parola liberazione assume nuovi e straordinari significati. (p. 10)
  • Pensavo alla penosa condizione di quei grandi pesci chiusi in un piccolo specchio di mare da un sistema di reti e di barche; pensavo a quei tonni terrorizzati che si dibattono in mezzo al sangue, finché non vengono arpionati brutalmente dai pescatori, uno per uno, senza alcuna possibilità di fuga. L'impotenza e la disperazione di quei pesci, caduti nell'ingegnosa e crudele trappola tesa dai pescatori, mi hanno sempre impressionato. (p. 13)
  • Credo di aver capito, insomma, che battersi per i diritti animali non è, come pensavo un tempo, un lusso o una forma di dedizione e di impegno civico lodevole ma tutto sommato minore, bensì una lotta, se inquadrata in chiave antispecista e nonviolenta, che ha un enorme potenziale come fattore di cambiamento, sia in senso politico, sia per la vita dei singoli individui. (p. 18)
  • Non penso che sia una perdita di tempo, o comunque una stravaganza, impegnarsi per aiutare o salvare anche un singolo individuo non umano. Perché in quell'individuo, in quel momento, è contenuta per intero la lotta che merita d'essere intrapresa anche per tutti gli altri. (p. 19)
  • In verità l'alimentazione vegana è un'esplorazione continua. A me ha dato la spinta a sperimentare cose nuove in cucina, a curiosare nei libri di ricette e a mettermi ai fornelli [...]. La cucina tradizionale italiana, a ben vedere, è ricchissima di specialità vegane de facto e molte altre pietanze sono "veganizzabili" usando un po' di fantasia: è una specie di gioco che sta diventando appassionante. (p. 24)
  • Mi domando quand'è che ho cominciato a mutare opinione, a correggere il mio sguardo viziato dall'assimilazione passiva del discorso corrente. Il punto d'inizio è probabilmente un libro. [...] Era Se niente importa di Jonathan Safran Foer [...].
    Se niente importa è un libro morale, un'inchiesta viva sul senso della vita e delle proprie scelte. (p. 25)
  • La nascita della Vegan Society è insomma ammantata di romanticismo e di spirito visionario. Qualcuno potrebbe dire che non è scevra da un pizzico di follia: ma dopotutto, negli stessi anni, la nonna di Jonathan Safran Foer, affamata e priva di tutto, rifiutava l'offerta di un piatto di cibo non kosher, perché "se niente importa"... (pp. 32-33)
  • Da Pitagora in poi, la storia del vegetarismo è fatta da personaggi eccentrici, da anticonformisti e utopisti politici. Tutti hanno puntato a un rinnovamento morale e sociale della società, pur nella diversità degli accenti e dell'impegno. (p. 33)
  • Il mahatma Gandhi è stato forse il primo importante attivista e grande riformatore ad attribuire una dimensione politica al vegetarismo, seguito dal nostro Aldo Capitini, filosofo e uomo politico rimasto ai margini della corrente principale della storia politica del Novecento, ma oggi imprescindibile. (p. 34)
  • Un tempo si diceva: sei vegetariano o "addirittura" vegano? Attento alla salute. Oggi il discorso è capovolto: mangi carne? Attento alla salute. (p. 35)
  • L'utopia – si sa – serve a indirizzare l'azione. Indica il cammino; e mettersi in marcia è già un cambiare l'ordine delle cose. Oltretutto la lotta quotidiana per avvicinarsi a quel progetto di società, può significare moltissimo per i nostri fratelli animali, i più oppressi fra gli oppressi: nelle tappe di un percorso graduale, può arrivare la salvezza per innumerevoli individui, altrimenti costretti a vite brevi e come pure macchine da macello o da vivisezione. (p. 41)
  • L'osservazione più cinica che potrebbe fare uno specista coerente [...] è proprio questa: gli animali meritano ciò che facciamo loro, perché non sono in grado di opporsi, non riescono a ribellarsi, a battersi per la loro stessa dignità. È il principio di sopraffazione, ed è la spiegazione più convincente dell'oppressione animale, del consumo di massa delle loro carni: li segreghiamo, li violentiamo, li smontiamo in apposite istituzioni totali (allevamenti e macelli), semplicemente perché possiamo farlo. Non vi sono motivazioni morali da accampare. È tutto qui. È tremendamente tutto qui: una questione di sopraffazione. Una sopraffazione accettata con indifferenza: le strutture di dominio alimentano l'ideologia specista, banalizzano la violenza, possono contare sul conformismo sociale. (p. 41)
  • Singer è l'autore di Liberazione animale, il libro più importante degli ultimi decenni nel filone animalista. Impossibile prescinderne. Vi è esposta una riflessione densissima su tutte le implicazioni morali poste dalla pretesa umana di disporre della vita degli animali, pretesa che per Singer non ha alcun fondamento etico. Proprio Singer introduce nella discussione il concetto di "specismo", cioè l'idea che la specie umana sia "naturalmente" sovraordinata alle altre: potremmo dire che lo specismo è un'altra faccia del razzismo. La differenza è cioè utilizzata per giustificare la discriminazione, la quale trova la sua reale radice nei rapporti di forza, nella concreta relazione di potere. Liberazione animale, uscito nel 1975 e continuamente ristampato, ha segnato uno spartiacque, aprendo la stagione dell'animalismo contemporaneo, che oggi comprende un filone – l'antispecismo – che a Singer deve molto, ma che è andato ben oltre le sue concezioni utilitariste. (pp. 44-45)
  • Regan è tuttora un attivista di base, oltre che un teorico del movimento: ha un approccio pragmatico e una forte spinta all'azione. (p. 46)
  • Ogni agnello è un individuo che può suscitare empatia e tenerezza, se preso come tale: ciascuno di noi lo sa, per esperienza diretta o semplicemente per immedesimazione. Ne arriva un'eco addirittura sui giornali, proprio nei giorni che precedono la Pasqua, con le immancabili notizie sugli agnelli sfuggiti al mattatoio e ritrovati su un prato o per strada. Ogni volta c'è chi se ne prende cura, dà loro un nome e fa conoscere ai cronisti l'edificante storia del condannato a morte che trova la salvezza grazie a un casuale benefattore. (p. 67)
  • Poi ci sono i maiali, [...] ho finalmente capito quanto noi umani siamo simili a loro: dev'essere per questo che sono tanto disprezzati dalla cultura specista prevalente. Li sentiamo così vicini, e così netto, accanto a loro, è il rischio di percepire la nostra stessa animalità, che li allontaniamo con lo strumento della denigrazione, dell'umiliazione fisica e simbolica. (p. 91)
  • [Con le galline è] facile intuirne il godimento mentre fanno i bagni di sabbia e ho anche notato quanto siano curiose. Quando entri nel loro ambiente si avvicinano per capire di che si tratta e pare che conversino fittamente fra loro per commentare la novità. (p. 94)
  • Il maiale che cantava alla luna [...] è una lettura imperdibile. Masson vi racconta qual è la natura autentica degli animali che siamo abituati a considerare merce-cibo, quindi galline, maiali, mucche, capre e pecore. Il racconto procede per aneddoti e storie concrete, attraverso la visita diretta a rifugi per animali e le testimonianze di persone che con loro convivono e li conoscono bene. È un testo pieno di sorprese [...]. (p. 95)
  • Si insiste sui "modelli animali", dicono gli scienziati contrari alla vivisezione, nonostante l'impossibilità di applicare automaticamente alla specie umana i risultati osservati su altre specie, e si lesinano i fondi per la ricerca applicata che non fa uso di animali. Una potente lobby, soprattutto farmaceutica, si oppone a ogni cambiamento che potrebbe compromettere affari oggi assai lucrosi, contando sulla complicità e l'ignavia della classe medico-scientifica. (p. 106)
  • L'emancipazione umana e la liberazione animale possono andare di pari passo. L'una e l'altra si rafforzano vicendevolmente. Sono in fondo la stessa cosa, la stessa lotta. (p. 136)
  • [Luigi Lombardi Vallauri] È un formidabile conferenziere, con il physique du rôle del guru. Asciutto, aspetto ascetico, ma anche uomo curioso di tutto e di notevole prontezza: adora stupire il suo interlocutore, fa spesso sfoggio di erudizione ma trova il modo di inserire scherzi e battute anche nei discorsi più dotti. Si piace, ma non dà mai l'impressione d'essere solo concentrato su se stesso. (pp. 150-151)
  • Lei [Annamaria Rivera] sostiene che i gatti sono in grado di dare molti insegnamenti a noi umani. Che il confronto con loro permette, ad esempio, di relativizzare i punti di vista e di renderci così meno arroganti, meno sicuri di essere nel giusto. E aggiunge, Annamaria, un'osservazione che non avevo mai sentito né mi era mai venuta in mente: tratti tipici dei gatti, da prendere in grande considerazione, sono la flessibilità e il senso del limite. I gatti sono animali "situazionali": si adattano agli ambienti e alle circostanze e assumono ruoli e comportamenti secondo le situazioni. (pp. 168-169)
  • E poi – ecco una cosa che ammiro in loro – non portano rancore. Per quanto tu possa fargli un torto, quale che sia, sarà dimenticato poco dopo: che grande virtù, in mezzo a tanti permalosi, rancorosi e narcisisti! (p. 169)
  • [Annamaria Rivera è] una studiosa ma anche una militante, con una lunga esperienza e un ruolo determinante nella nascita del movimento antirazzista in Italia. (p. 170)
  • [La rabbia e l'orgoglio è] un testo italiano recente, esempio concreto di neorazzismo, ma che è stato apprezzato e diffuso per il suo presunto coraggio nel dire le cose come stanno (secondo la vile retorica corrente) [...], che Annamaria Rivera cita per la metafora zoologica applicata dalla giornalista fiorentina alle persone di fede musulmana che la ossessionavano: "Orinano nei battisteri [...] si moltiplicano come topi". (pp. 173-174)
  • In Italia, viene da pensare, un'etnografia dei mattatoi è probabilmente inconcepibile. Praticamente nulla si sa di quel che avviene nelle centinaia di macelli esistenti, se non quel che riescono a documentare i gruppi animalisti che vi compiono incursioni clandestine. Gli allevamenti e i mattatoi sono autentiche istituzioni totali tenute fuori dallo sguardo del resto della società. Ogni informazione è coperta, non c'è nemmeno la mediazione del ceto giornalistico, anch'esso bandito da simili luoghi, se non per riprese e servizi embedded, a vantaggio delle aziende che gestiscono la segregazione e la morte degli animali e quindi, come si preferisce dire nella neolingua dello specismo, "producono carne". (pp. 181-182)
  • Tamaro è un'intellettuale che ha facile accesso ai grandi media, dal Corriere della sera ai periodici di matrice cattolica, e ogni anno, nel periodo di Pasqua, propone di festeggiare la ricorrenza con menu vegetariani. Una scelta di rottura, accolta però dalle varie testate – quando è accolta – come pura espressione di testimonianza e quindi con un certo autocompiacimento per la propria disponibilità e apertura mentale, ma nella certezza di poter ignorare quel che Tamaro dice. (p. 211)
  • Il garante milanese [Valerio Pocar], se potesse, chiuderebbe certamente i mattatoi e anche le macellerie, ma non può farlo e dovrà accontentarsi di rafforzare i controlli [...]. (p. 201)
  • Aldo Capitini è stato fra gli uomini politici più incompresi del nostro Paese. Antifascista slegato dai grandi partiti di massa, introdusse in Italia il tema della nonviolenza, senza essere davvero capito. Era considerato un eccentrico, un politico anomalo a metà strada fra filosofia e religione. Tuttora si pensa spesso alla nonviolenza come a un'opzione politica rinunciataria, di esclusione del conflitto, o come a un'espressione ideale priva di effetti pratici, una sorta di aspirazione che si sa irraggiungibile. E invece Capitini scriveva nonviolenza in unica parola proprio per distinguerla dalla semplice assenza di violenza. Il cardine della nonviolenza è l'insoddisfazione per lo stato di cose esistente, la tensione a battersi contro l'ingiustizia dovunque essa sia, e a farlo con metodi che prefigurano quel che verrà dopo, quindi senza violenza, diffidando delle gerarchie, allargando quanto più possibile la partecipazione e lo sviluppo etico-religioso della personalità umana. (pp. 242-243)
  • La battaglia solitaria di Capitini a me sembra un potente incoraggiamento ad agire, a farlo sempre e comunque, in qualsiasi contesto. (p. 251)
  • Le cattive abitudini, lo stanco conformismo, l'indifferenza per i nostri fratelli animali, si possono sconfiggere a partire da sé stessi ma senza chiudersi in sé stessi, anzi aprendosi agli altri, diventando testimoni concreti di un'ansia di giustizia. (p. 252)

Note[modifica]

  1. Dall'intervista di Lorenzo Strisciullo, Intervista a Lorenzo Guadagnucci, mangialibri.com, 2013.

Bibliografia[modifica]

  • Lorenzo Guadagnucci, Restiamo animali: Vivere vegan è una questione di giustizia, Terre di mezzo, Milano, 2012. ISBN 978-88-6189-224-8

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