Paul-Louis Courier

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Paul-Louis Courier

Paul-Louis Courier (1772 – 1825), scrittore, libellista e grecista francese.

Lettere di un polemista[modifica]

I. Al signor Chlewski a Tolosa[modifica]

Roma, 8 gennaio 1799
  • Il pane non è più nel novero delle cose che qui si vendono. Ciascuno tiene per sé quel tanto che se ne può avere a rischio della propria vita. Conoscete il motto panem et circenses: i romani fanno oggi a meno di tutti e due e di molte altre cose. (p. 25)
  • I monumenti a Roma non sono meglio trattati del popolo. La colonna Traiana è tuttavia press'a poco come l'avete vista, e i nostri curiosi che apprezzano solamente ciò che si può portare via e vendere, fortunatamente non vi fanno alcuna attenzione. D'altronde, i bassorilievi di cui è ornata non sono a tiro di sciabola, e così resteranno. Diversa è la sorte delle sculture di Villa Borghese e di Villa Pamphili, che presentano figure simili al Deifobo di Virgilio. Piango ancora un grazioso Ermes fanciullo, che avevo visto intero, vestito e incappucciato con una pelle di leone, e con su le spalle una piccola clava. Era, come vedete, un Cupido che trafuga le armi di Ercole, un pezzo di finissima fattura, e greco, se non mi inganno. Non ne resta che la base, sulla quale ho scritto con una matita: Lugete, Veneres Cupidinesque, e i frammenti dispersi, che farebbero morire di dolore Mengs e Winckelmann se avessero avuto la disgrazia di vivere abbastanza da assistere a questo spettacolo. (pp. 25-26)

IV. A M.N.[modifica]

Piacenza, …maggio 1804
  • Infatti che significa, dimmi… un uomo come lui, Bonaparte, soldato, capo dell'esercito, primo capitano del mondo, volere che lo si chiami maestà? Essere Bonaparte, e farsi sire!
    Il aspire à descendre: ma no, crede di salire eguagliandosi ai re. Egli ama più un titolo che un uomo. Povero uomo, le sue idee sono al di sotto della sua fortuna. Non dubitavo finché non vidi dare a Borghese la sorella più piccola, e credere che Borghese lo onorasse. (p. 29)

XVII. Al signor*** Ufficiale d'artiglieria, a Napoli[modifica]

Morano, 9 marzo 1806
  • Battaglia! amici miei, battaglia! Ho poca voglia di raccontarvela. Preferirei mangiare che scrivere; ma il generale Reynier, scendendo da cavallo, domandava il calamaio. Dimenticano che si muore di fame: eccoli tutti a scarabocchiare; ed io come loro, fuori di me. (p. 47)
  • I Napoletani volevano battersi oggi, ma era solo un capriccio. Se ne vanno e ci lasciano i loro cannoni, che hanno ucciso alcuni uomini del 1º fanteria leggera, per colpa di uno stupido: sai chi è. Ti racconterò alcuni particolari quando ci rivedremo. Non avendo artiglieria (i nostri pezzi da montagna sono una beffa) in giornate come queste, tanto per non annoiarmi, faccio l'aiutante di campo; triste mestiere con certa gente. Quando, ad esempio, mi portano gli ordini di Reynier, per prima cosa bisogna capire Reynier, poi farsi capire dall'altro, essere insomma interprete di due uomini, di cui uno si spiega poco, l'altro ancora meno; ti assicuro, tutta la mia capacità non basta.
    Debbono aver ucciso mille e duecento o mille e cinquecento Napoletani, gli altri corrono, e noi corriamo domani dietro a loro, mio malgrado (anche se ho poca voglia). (p. 47-48)

XVIII. Alla signora***[modifica]

Reggio Calabria, 15 aprile 1806
  • Noi trionfiamo correndo, e se ci siamo fermati qui è perché la terra ci è mancata. Ecco, direi, un regno conquistato in gran velocità, e voi dovreste essere contenta di noi. Ma io no, non sono soddisfatto. Tutta l'Italia non è nulla per me, se non vi aggiungo la Sicilia. Dico così, per sostenere il mio tono da conquistatore; detto fra noi, me ne infischio che la Sicilia paghi le tasse a Giuseppe o a Ferdinando. Su questo punto sarei anche disposto a transigere, a patto che mi fosse permesso di percorrerla a mio agio; ma essere così vicino, e non poterci mettere il piede, non è una presa in giro? Da dove siamo, infatti, la vediamo, come dalle Tuileries voi vedete il quartiere Saint-German; il Canale non è certo più largo, eppure non si sa come passarlo. Lo credereste? se non mancasse che il vento: sacrificheremmo un'Ifigenia come Agamennone. Grazie a Dio, ne abbiamo d'avanzo. Ma neppure una barca, e questo è il guaio. Le avremo, si dice; finché avrò questa speranza non rimpiangerò mai, credetelo, i luoghi dove vivete, anche se li amo molto. Voglio vedere la patria di Proserpina, e sapere un po' perché il diavolo ha preso moglie in questo paese. Non ho alcuna esitazione, tra Siracusa e Parigi; per babbeo che sia, preferisco Aretusa alla fontana degli Innocenti. (p. 49)

XXIII. Al signor*** Ufficiale d'artiglieria, a Cosenza[modifica]

Crotone, 25 giugno 1806
  • È un istinto di natura, si nasce servi. Gli uomini sono vili e pusillanimi, insolenti, alcuni per la bassezza di tutti, aborriscono la giustizia, il diritto, l'eguaglianza; ciascuno vuole essere, non padrone, ma schiavo e cliente. Se non ci fossero al mondo che tre uomini, si organizzerebbero. L'uno farebbe la corte all'altro, lo chiamerebbe Monsignore, e insieme costringerebbero il terzo a lavorare per loro. Questo è tutto. (p. 58)

XXVI. Al signor*** Ufficiale d'artiglieria, a Napoli[modifica]

Scigliano, 21 agosto 1806
  • Ora ascoltatemi, voi che ripetete che non facciamo nulla; impiccammo un cappuccino a San Giovanni in Fiore, e una ventina di poveri diavoli che avevano più l'aspetto di carbonai che d'altro. Il cappuccino, uomo di spirito, parlò francamente a Reynier. Reynier gli diceva: «Avete predicato contro di noi»; egli si difese adducendo ragioni che mi sembravano abbastanza plausibili. Vedendoci partire come persone che non dovevano più ritornare, aveva predicato per coloro che prendevano il nostro posto. Poteva fare diversamente? Ma, se li si ascoltasse, non si impiccherebbe nessuno. (p. 62)

XXIX. Al signor de Sainte-Croix[modifica]

Mileto, 2 ottobre 1806
  • [Nella battaglia di Maida] Gli Inglesi ci hanno provocati e a buon mercato, non credo che il bilancio dei morti sia di cinquanta uomini. Fu lo scorso 4 luglio. Il combattimento durò dieci minuti e in dieci minuti perdemmo un terzo dei nostri (circa 2.000 uomini), la nostra artiglieria, i nostri bagagli, magazzini, tesoro, amministrazione, insomma, tutto ciò che si può perdere. La Calabria intera si sollevò e prese contro di noi le armi che sciaguratamente avevamo lasciato. (p. 65)
  • La nostra situazione era triste. Non potevamo andare più avanti, quando incontrammo Massena che veniva dall'assedio di Gaeta. Allora ritornammo sui nostri passi, formando l'avanguardia di questa piccola armata e portando agli insorti la più spregevole delle guerre. Ne uccidiamo pochi, ne prendiamo ancora meno. La natura del paese, la conoscenza del luogo, fanno sì che, anche sorpresi, ci sfuggano facilmente, non viceversa. Quelli che acciuffiamo li impicchiamo agli alberi; quando ci prendono loro ci bruciano il più dolcemente possibile. (pp. 65-66)

LXXXIX. Al signor Akerblad a Roma[modifica]

Firenze, 5 dicembre 1809
  • Seguivo un generale, che da molto mi ero abituato a considerare un buon uomo e mio amico, e lo credevo tale per sempre; ma divenne un conte. Quale metamorfosi! del buon uomo nessuna traccia, e dell'amico più notizie; invece al suo posto un protettore: non lo avrei mai creduto, se non ne fossi stato testimone, ci passasse tanta differenza tra un uomo e un conte. Seppi accortamente sottrarmi alla sua alta protezione, ed eccomi quasi libero e felice tanto quanto lo si può essere. (p. 131)

XCI. Al signor Renouard a Parigi[modifica]

Firenze, 3 marzo 1810
  • Ho ricevuto, signore, le vostre due lettere relative alla macchia d'inchiostro. Non vedo più il signor Fauchet; ma ho forti dubbi che volesse entrare per niente in questa faccenda. E d'altronde ciascuno evita di compromettersi col canagliume. È il solo nome che si possa dare a gente di questa risma che abbaia contro di noi. Per quel che mi riguarda non me accorgo nemmeno. Le gazzette d'Italia sono molto oscure, e non possono farvi né gran bene né gran male. Infatti non consentirò che vi impicchino per me, e sono sempre pronto a gridare: Me, me, adsum qui feci. Dichiarerò, come vedrete, che io da solo ho fatto la fatale macchia, e non ho avuto complici. (p. 133)

XCVII. Al signor Lamberti a Milano[modifica]

Roma, 9 maggio 1810
  • La macchia d'inchiostro sul manoscritto è poca cosa, e le sciocchezze messe in giro sui giornali non meritano che Renouard si inquieti tanto. Un foglio di carta che mi serviva nel volume per segnare il punto della scoperta si è trovato, non so come, imbrattato sotto d'inchiostro, ed essendosi incollato al foglietto, ne ha cancellato una ventina di parole in quasi altrettante righe: questo il fatto. Ma il bibliotecario, un certo Furia, è inconsolabile, né mi perdona la piccola scoperta in un manoscritto che ebbe a lungo tra le mani, e di cui ha anche pubblicato diversi estratti: di qui la rabbia. (p. 137)

CXX. Alla signora de Salm a Parigi[modifica]

Albano, 29 aprile 1811
  • Ho passato, contro la mia intenzione, l'inverno a Roma, molto dolcemente, vi assicuro, senza fuoco, senza freddo, senza noia (lontanissimo dall'annoiarmi), e grazie a Dio senza amici. Sì, signora, ho presso in uggia l'amicizia come la medicina, e il tutto per esperienza. Non sono però né più pessimista né più misantropo; al contrario, voglio vivere come tutti; ma non d'amicizia, per favore; Signori, niente amici; non sono più stupido. (p. 163)
  • Quando dico niente amicizia, capite benissimo cosa voglio dire. Parlo al genere umano, di cui ho da lamentarmi; parlo tra me e me, come il servo di Molière. Un antico diceva: Miei amici, non vi sono più amici. S'ingannava? se da allora tale genia è riapparsa? Spetta a voi, signora, illuminarci su questo punto. Se ve ne sono amici, grazie a voi. (p. 164)

Inventiva e invettiva nell'ottocento francese[modifica]

Prima lettera al redattore del «Censeur»[modifica]

Véretz, 10 luglio 1819

  • Voi compatite molto noi altri contadini ed avete ragione, nel senso che la nostra sorte potrebbe esser migliore. Noi dipendiamo da un sindaco e da una guardia campestre, che si arrabbiano facilmente. L'ammenda e la prigione non sono delle bagatelle. Ma pensate, Signore, che in altri tempi uno di noi l'uccidevano per cinque soldi parigini. Era la legge. Ogni nobile che avesse ucciso un villano doveva gettare cinque soldi sulla fossa del morto. Ma le leggi magnanime non si eseguono mai e la maggior parte delle volte ci uccidevano per niente. Oggi un sindaco spende sette soldi e mezzo di carta bollata solo per mettere in prigione l'uomo che lavora, e i giudici se ne occupano. (p. 26)
  • Ogni cosa ha il suo progresso. Ai tempi di Montaigne, un contadino, che il suo signore voleva uccidere, si azzardò a difendersi. Tutti ne furono sorpresi; soprattutto il signore, che non se l'aspettava, e Montaigne, che lo racconta. Questo zotico presagiva i diritti dell'uomo. Fu impiccato, cosi doveva essere. Non bisogna precorrere il tempo. (p. 27)
  • Sotto Luigi XIV si scoprì che un contadino è un uomo, o meglio questa scoperta, fatta da tempo nei chiostri dalle giovani religiose, solo allora si diffuse e all'inizio parve una fantasticheria di queste buone suore, come racconta La Bruyère. Per delle ragazze chiuse in convento, dice, un contadino è un uomo. Con ciò egli testimonia quanto quest'opinione gli sembri strana. Ora essa è comune e, su questo punto, molti la pensano proprio come le religiose, senza averne le stesse ragioni. Si ritiene abbastanza in generale che i contadini siano degli uomini. Di qui a trattarli come tali, ce ne passa. (p. 27)

Processo a un liberale (libelli)[modifica]

Petizione alle due Camere (1816)[modifica]

  • Signori,
    io sono della Touraine, e dimoro a Luynes sulla riva destra della Loire, terra già grossa, che, per l'abolizione dell'editto di Nantes, scemò sino a mille abitanti, e certamente tra poco sarà ridotta a zero per nuove angherie, se la vostra prudenza non ci mette riparo. (p. 13)
  • Il giorno venticinque di marzo, proprio a mezzaquaresima, ad un'ora dal mattino, che tutti dormivano, quaranta birri entrano in città venendo dalla locanda, dove prima s'erano fermati per pigliar il loro partito, ordinar tutto, e intendersi del loro bisogno; ed in sull'albeggiare si sparpagliarono per le case. Luynes, Signori miei, appena è la metà del palazzo reale, e non ci volea di molto per invaderlo. (p. 15)
  • Dopo una lunga scena di tumulto e di strida, dieci solo furono acciuffati. Condussero via que' poverini; e i loro parenti e i figlioli li avrebbero accompagnati, se l'autorità l'avesse conceduto. (pp. 15-16)
  • Tutti que' poverini catturati, come v'ho narrato, furono condotti a Tours, e lì chiusi in carcere. Poi, dopo alquanti giorni, si disse a loro ch'erano riguardati come bonapartisti; ma non si volle condannarli per questo, né tampoco processarli. Furono invece rimandati altrove con buona ragione; giacché vo' che sappiate, signori, che tra gli accusatori e i giudici, che dovevano condannarli come bonapartisti, que' poverini erano i soli che né avevano prestato giuramento di fedeltà a Bonaparte, né uccellato ai suoi favori, né fatto professione di devozione alla sacra persona di lui. (p. 17)
  • Ecco chi sono quelli che ci accusano di essere bonapartisti. Per me io non incolpo né denunzio chicchessia, perché non aspiro a ufizj e non odio nessuno; sostengo però, che non c'è ragione onde s'abbia a catturare così dieci persone a Luynes o centomila a Parigi, che poi è lo stesso. Tra gli abitanti di Luynes non si troverebbero, a ricercarli, dieci ladri conosciuti o dieci omicidi; e mi sembra così vero, che m'è più presto creduto che detto: dunque saranno dieci nemici del re, dieci uomini pericolosi per lo Stato quelli a cui si toglie la libertà. Sí, Signori, a cento leghe da Parigi, in una borgata fuor di mano, sconosciuta, che neppur è luogo di passaggio, a cui si arriva per mezzo di strade difficilissime, a Luynes ci ha dieci cospiratori, dieci nemici dello Stato e del re, dieci uomini da metter sotto chiave; e tutto ciò con la massima diligenza. (p. 18)
  • Signori, io non vi darò la noja di narrarvi tutti gli ammennicoli dell'inquisizione che dura ancora, e di cui appena so qualche bagatella: mi restringo a dire soltanto, che di quei primi dieci incarcerati, due furono condannati alla deportazione (giacché bisogna che l'autorità non abbia mai torto), due sono ancora in carcere, e sei furono rimandati alle case loro, ridotti i piú alla mendicità, infermi e affatto incapaci di rimettersi ai lavori. (p. 19)
  • Se è dovere de' legislatori di prevenire i delitti, vogliate metter termine, Signori, a queste dissenzioni. È necessario che la vostra prudenza e la bontà del re restituiscano a questo paese la tranquillità che ha perduta.
    Parigi, ai 10 di dicembre del 1816

Lettera IX[modifica]

Da Véretz, ai 10 di marzo del 1820

  • Signore,
    La stampa è quella che manda il mondo a precipizio. La lettera stampata è causa che si assassini la gente fin dalla creazione; e Caino, certamente leggeva i giornali del paradiso terrestre. Non bisogna dubitarne punto; i ministri lo dicono: e i ministri non dicono bugie, soprattutto dalla bigoncia. (p. 31)
  • Tanto, non ci è piú che un modo di governare; soprattutto dopo che un altro emissario dell'inferno se n'è venuto con quest'altro ritrovato, di distribuire ogni mattina a venti o trentamila associati un foglio dove si legge tutto quello che gli uomini dicono e pensano e i disegni dei governanti, e i timori de' governati. Se tale abuso continuasse che cosa potrebbesi piú fare in corte che non fosse poi riveduto, considerato, vagliato, criticato, giudicato? Il pubblico s'impaccerebbe di tutto, vorrebbe ficcare in tutto le sue zampe, rivedere i conti di depositeria, tener gli occhi aperti sull'alta polizia, e burlarsi della diplomazia. All'ultimo, la nazione farebbe camminare innanzi il governo, a mo' di cocchiere pagato per condurci non già dove e com'egli vuole, ma dove noi si ha voglia di andare, e per la strada che meglio ci accomoda: cosa orribile a solo pensarla, contraria al dritto divino ed alle capitolari (pp. 33-34)

Semplice discorso di Paolo Luigi Courier[modifica]

Vignajolo della Chavonnière,
ai membri del Consiglio della Comune di Véretz, nel Compartimento d'Indre e Loire, a proposito d'una sottoscrizione consigliata da S.E. il Ministro degli Interni per la compra di Chambord
(1821)
  • Se noi avessimo quattrini da sprecare, i nostri debiti pagati, rabberciate le nostre strade, soccorsi i nostri poverelli, e prima la nostra chiesa (ché Dio anzi tutto) ammattonata, ricoperta e invetriata; se avanzasse, dico, una somma da potersi spendere fuori da questo comune, sarei d'avviso, amici miei, che s'avesse a contribuire co' nostri vicini a rifare il ponte a Sant'Avertino; perché, scorciandoci di una buona lega il trasporto delle nostre derrate al mercato di Tours, ne agevolerebbe il baratto, e crescerebbe il prezzo e il frutto delle nostre terre qua intorno: questo io credo che saria il miglior uso da fare del nostro soperchio, quando ne avanzerà. Ma comprare Chambord pel duca di Bordeaux la non me entra; né m'entrerebbe, quando pure avessimo di che pagarlo; parendo a me il negozio cattivo per lui, cattivo per noi, cattivo per Chambord. Spero ve ne persuaderete, se mi starete attenti: gli è giorno di festa, e c'è tempo per ciarlare. (p. 43)
  • Ciò che gli accomoda per regnare, non sono mica castelli; e l'amor nostro, senza di cui non è corona che non pesi: ecco qua di che ha bisogno; e se piglia quelli, non può aver quest'altro. (p. 44)
  • La virtú pare che abbia i suoi confini; e la maggiore altezza, aggiunta da pochi, mostra una certa misura. Per esempio Catone e Washington ci hanno fatto vedere fin dove può arrivare il piú bello e nobile di tutti i sentimenti, l'amor di patria e di libertà: piú innanzi non si può andare. Ma l'ultimo gradino della viltà chi lo conosce? Oh! non mi venite a parlare di coloro i quali propongono di comperar castelli pei principi, di aggiungere una nuova guardia alla vecchia, giacché si può scendere anche piú giú; ed essi stessi domani avranno in pronto un trovato nuovo da disgradarne quegli altri. (p. 54)
  • Imperciocché, figuratevi in corte... Qui non ci ha né donne né fanciulli; e possiamo dirle. Statemi a sentire: la corte è un luogo onesto, se volete; ma pure... è un luogo singolare. Della corte d'oggi io ne so poco, so però (e chi nol sa?) quella di Luigi XIV, la corte per eccellenza, il modello di tutte, di cui ci ha tante cronache, che se ne sa oggi i fatti come accaddero allora, giorno per giorno. C'è da andare in visibilio a sapere, a mo' d'esempio, come s'usava colle donne... non so se mi spiego. Si pigliavano, si lasciavano, o, se tornava, ci si acconciava alla meglio. Le donne però non erano di tutti, così in confuso, ciascuno la sua, e poi... anche la moglie. (pp. 54-55)
  • Insomma, siccome per noi altri poveri diavoli non c'è, non ci fu, né ci sarà che una sola via di far fortuna, il lavoro; così pe' nobili ce n'è una sola, ed è... diciamolo pure, poiché bisogna chiamarla col suo nome, la prostituzione. È vero che anche la gente del volgo si ajuta di essa qualche volta, quando mette il piede in corte; ma, a parlar chiaro, non le frutta molto. (pp. 56-57)
  • Oh che pietà, che disgrazia! O voi legislatori scelti dai prefetti, prevenite tanta sciagura, fate leggi, impedite che il mondo non muoja! Togliete, perdio, le terre ai coltivatori e la fatica all'artigiano per mezzo di buoni privilegj, di buone corporazioni: presto, se no l'industria campestre e domestica usurperà ogni cosa, caccerà da per tutto l'antica e nobile barbarie. Sentite? D'ogni parte esclamano: perché tardate? chi vi trattiene? Il popolo? la patria? l'onore? Suvvia! non vedete lì impieghi, danari, commende e il barone di Frimont? (p. 61)

Citazioni su Courier[modifica]

  • Paolo Luigi Courier, vignaiuolo della Turenna e membro della Legion d'onore, sapeva dare colpi di penna che erano come colpi di spada; mi piacerebbe avere il polso di Paolo Luigi per dare qualche buon colpo di penna: una "petizione alle due Camere" per i salinari di Regalpetra per i braccianti per i vecchi senza pensione per i bambini che vanno a servizio. (Leonardo Sciascia)
  • [Stendhal] In Rome, Naples, et Florence en 1817 dice di trovarsi ad Ancona il 27 maggio e a Loreto il 30. In Rome, Naples, et Florence en 1817 del 1826, alla data 29 maggio 1817, dice di trovarsi a Reggio Calabria. La verità è che dai primi di maggio alla fine di luglio di quel 1817 se ne stette a Parigi. A Reggio Calabria non andò quell'anno, né mai andrà. La sua visione, dalle finestre dell'albergo di Reggio, delle case di Messina; il suo desiderio di attraversare quel braccio di mare e di arrivare in Sicilia – l'ottica, insomma, e lo stato d'animo, sembrano provenire da una lettera, che probabilmente non gli era ignota, di Paul Louis Courier (del 15 aprile 1806, appunto da Reggio): "Noi la vediamo come dalle Tuileries voi vedete il faubourg Saint-Germain; il canale non è, in fede mia, più largo; e tuttavia abbiamo difficoltà ad attraversarlo. Lo credereste? Se soltanto mancasse il vento, noi faremmo come Agamennone: sacrificheremmo una fanciulla. Grazie a Dio, ne abbiamo in abbondanza. Ma non abbiamo una sola barca, ecco il guaio. Ci dicono che arriveranno; e fino a quando avrò questa speranza, credetemi, signora, che non volgerò lo sguardo indietro, verso i luoghi dove voi abitate, anche se tanto mi piacciono. Voglio vedere la patria di Proserpina, e sapere perché il diavolo ha preso moglie proprio in quel paese". (Leonardo Sciascia)
  • Ufficiale dell'esercito, grecista raffinato, scrittore di pamphlets, Courier è un "minore", che compare regolarmente nelle storie della letteratura francese e nelle storie del pensiero politico per il suo stile, serrato e purissimo, e per il suo liberalismo disincantato, incline alla democrazia e attento alle microsituazioni. (Incipit presentazione in Inventiva e invettiva nell'ottocento francese, p. 19)
  • Egoista, anarchico, solitario fino alla misantropia, l'ellenista Courier è della stessa generazione di Stendhal, ma senza tinte romantiche. Laclos, che morì generale a Taranto, gli somiglia forse di più. (Arrigo Cajumi, prefazione a Processo a un liberale, p. 7)
  • In fondo, il nostro autore era il prototipo del liberale-anarchico, ossia dell'individualista che proclama: meno il Governo s'impiccia di noi, meglio è. (Arrigo Cajumi, prefazione a Processo a un liberale, p. 7)
  • Chi comincia a leggere Courier, e noi che l'abbiamo familiare, porge l'orecchio a discorsi di tutti i giorni, ascolta faccenduole che sembran triviali: il permesso di ballare, di andare a caccia, il sindaco prepotente, i gendarmi, i prefetti. Piano piano si sale: i ministri, la «congregazione», i nobili, e infine il re, il papa, la politica internazionale, le grandi potenze. A uno a uno, Courier li tira dentro la rete, tocca le questioni piú gravi: libertà, inviolabilità del domicilio, diritto di associazione e di stampa, giustizia, guerre, alleanze. Il buon dio di Voltaire, la natura, la società, e persino i dogmi, fanno la loro comparsa. Con quell'aria sorniona, di chi dice e non dice, le sue frasi sono frecce, ed entran nella carne. Courier parte dal popolo, è un terreno fermo. E confronta i suoi costumi con quelli delle classi alte, dei beati possidenti, della Corte. (Arrigo Cajumi, prefazione a Processo a un liberale, p. 9)
  • Ma per essere efficace, ascoltato, temuto, bisogna che la penna sia acuminata, e Courier, degno continuatore degli enciclopedisti settecenteschi, ebbe il coraggio di battagliare, fino alla prigione inclusa. Questi vecchi liberali, eran gente di fegato, saldi nelle opinioni, punto paurosi dei governi; dicevan la loro a re e preti; una razza che bisogna rinsanguare, dopo tanta molliccia viltà della borghesia del secol nostro. Per ciò, occorre leggerli, diffonderne le opere, tener da conto l'esempio, ch'essi diedero, in tempi non facili. (Arrigo Cajumi, prefazione a Processo a un liberale, p. 11)
  • Durante il fascismo, due autori confortavano principalmente me e qualche altro solitario: Courier e Hugo (col Napoleone il piccolo, La storia di un delitto, I castighi); furon libri che imparammo quasi a memoria, e che Piero Gobetti voleva ristampare. Anche Luigi Einaudi rileggeva assiduamente Paul-Louis, di cui è grande estimatore. Il nostro Presidente, vignaiuolo, ha delle buone ragioni per gustar l'uomo della Chavonnière; giornalista, ha sempre avuto per guida «beaucoup de raison et beaucoup d'humanité», le due doti che Anatole France riconosceva a Paul-Louis. Mi sarà lecito dedicargli questa ristampa? (Arrigo Cajumi, prefazione a Processo a un liberale, p. 12)
  • Paolo Luigi Courier descrive nelle sue lettere gli episodi quotidiani di questa guerra di parte, che aveva finito col prendere dai due lati un carattere atroce. «Figuratevi», egli dice, «sul pendio di qualche collina, lungo le rocce ornate come vi ho già detto, un distaccamento di un centinaio dei nostri, in disordine. Si marcia alla ventura, non si ha cura di nulla. Prendere delle precauzioni, stare attenti, perché? Da più di otto giorni non si sono avute truppe massacrate in questa zona. Alla base della collina scorre un ripido torrente che bisogna attraversare per giungere sull'altra salita: parte della fila è già in acqua, parte di qua e di là. Tutto a un tratto da diversi punti spuntano mille contadini, banditi, forzati, evasi, disertori, comandati da un suddiacono, bene armati, eccellenti tiratori; fan fuoco sui nostri, prima di esser visti; gli ufficiali cadono per primi; i più fortunati muoiono sul posto; gli altri, per qualche giorno, servono di balocco ai loro carnefici».
    «Intanto il generale, colonnello o capo, non importa di qual grado, che ha fatto partire questo distaccamento senza pensare a nulla, senza sapere, quasi sempre, se il passaggio era libero, edotto della sconfitta, si vendica sui villaggi vicini; v'invia un aiutante di campo con 500 uomini. Si saccheggia, si viola, si sgozza, e quelli che sfuggono, vanno ad ingrossare la banda del suddiacono». (François Lenormant)

Bibliografia[modifica]

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