Victor Hugo

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Victor Hugo

Victor-Marie Hugo (1802 – 1885), drammaturgo, poeta e romanziere francese.

Citazioni di Victor Hugo[modifica]

  • Ah! Non insultate mai la donna che cade! Chissà sotto quale fardello quella povera anima soccombe![1]
Ah! n'insultez jamais une femme qui tombe! Qui sait sous quel fardeau la pauvre âme succombe!
  • Alla zampa di ogni uccello che vola è legato il filo dell'infinito.[2]
  • Amare è la metà di credere. (da Que nous avons le dout en nouns, in Canti del crepuscolo)[3]
  • C'è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo, e questa è un'idea il cui momento è ormai giunto.
On résiste à l'invasion des armées; on ne résiste pas à l'invasion des idées.[4]
  • Chi dà ai poveri presta a Dio.
Qui donne aux pauvres, prête à Dieu.[5]
  • Dio è l'invisibile evidente.[6]
  • Dio s'è fatto uomo. Il diavolo s'è fatto donna.
Dieu s'est fait homme; soit. Le diable s'est fait femme![7]
  • [Riferendosi a La Palingenesi di Mario Rapisardi] Ho letto, signore, il vostro nobile poema. Siete un precursore...[8]
J'ai lu, monsieur, votre noble pòeme. Vous ètes un prècurseur...
  • Il Settecento è Voltaire.[9]
  • Inferno cristiano, di fuoco. Inferno pagano, di fuoco. Inferno musulmano, di fuoco. Inferno hindu, in fiamme. A credere nelle religioni, Dio è un rosticciere.
Enfer chrétien, du feu. Enfer païen, du feu. Enfer mahométan, de feu. Enfer hindou, des flammes. À en croire les religions, Dieu est né rôtisseur. (da Œuvres complètes, vol. 12, Le club français du livre, p. 1552)
La popularité, c'est la glorie en gros sous.
  • Ne lascio e dei migliori.[12]
J'en passe et des meilleurs.
  • Qualche volta ho avuto contemporaneamente nelle mie mani la mano guantata e bianca che sta in alto e la grossa mano nera che è in basso, e vi ho sempre riconosciuto soltanto un uomo. Dopo che tutto questo mi è passato davanti io dico che l'umanità ha un sinonimo: eguaglianza; e che sotto il cielo vi è una cosa soltanto davanti alla quale dobbiamo inchinarci: il genio; ed una soltanto davanti alla quale dobbiamo inginocchiarci: la bontà.[13]
  • Se Dio non avesse fatto la donna, | non avrebbe fatto il fiore.[14]
  • Siete voi il mio demonio o il mio angelo? Non lo so, ma io sono vostra schiava![15]
  • Signori, l'uomo è divino. Dio non aveva fatto che l'acqua, ma l'uomo ha fatto il vino!
Seigneurs, l'homme est divin. Dieu n'avait fait que l'eau, mais l'homme a fait le vin![16]
  • Sovente muta la donna e ben pazzo è colui che in lei confida; sovente la donna non è che piuma al vento.
Souvent femme varie, | Bien fol est qui s'y fie! | Une femme souvent | N'est qu'une plume au vent![17]

Attribuite[modifica]

On ne chicane pas le génie.

I miserabili[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

En 1815, M. Charles-François-Bienvenu Myriel était évêque de Digne. C'était un vieillard d'environ soixante-quinze ans ; il occupait le siège de Digne depuis 1806.

Quoique ce détail ne touche en aucune manière au fond même de ce que nous avons à raconter, il n'est peut-être pas inutile, ne fût-ce que pour être exact en tout, d'indiquer ici les bruits et les propos qui avaient couru sur son compte au moment où il était arrivé dans le diocèse. Vrai ou faux, ce qu'on dit des hommes tient souvent autant de place dans leur vie et souvent dans leur destinée que ce qu'ils font. M. Myriel était fils d'un conseiller au parlement d'Aix ; noblesse de robe. On contait que son père, le réservant pour hériter de sa charge, l'avait marié de fort bonne heure, à dix-huit ou vingt ans, suivant un usage assez répandu dans les familles parlementaires. Charles Myriel, nonobstant ce mariage, avait, disait-on, beaucoup fait parler de lui. Il était bien fait de sa personne, quoique d'assez petite taille, élégant, gracieux, spirituel ; toute la première partie de sa vie avait été donnée au monde et aux galanteries.[20]

I traduzione[modifica]

Nell'anno 1815, Carlo Francesco Benvenuto Myriel era vescovo di Digne. Vecchio di settantacinque anni occupava quella sede dal 1806. E quantunque possa sembrare inutile, non essendo un particolare necessario al nostro racconto, per non peccare di precisione, vogliamo ripetere le chiacchiere e i giudizi che correvano sul di lui conto, quando si trovava appunto al governo della sua diocesi. Tanto più che il vero o il falso attribuito agli uomini nella loro vita e nel loro destino, pesa quanto le opere loro. Il signor Myriel era figlio di un consigliere del parlamento di Aix; nobiltà dogata. Parlando di lui dicevano che il padre, tenendolo per erede del proprio ufficio, e seguendo la consuetudine delle famiglie dei membri del parlamento, lo avesse consigliato senz'altro al matrimonio a diciotto anni. Ma Carlo Myriel, nonostante il matrimonio, non aveva potuto evitare certi discorsi sul suo conto. Di persona ben fatta, se bene piuttosto piccola, elegante, gentile, spiritoso, egli aveva speso tutta la prima gioventù nei piaceri del mondo e nelle galanterie.
[Victor Hugo, I miserabili, traduttore non citato, Casa Editrice Esperia, 1862.]

E. De Mattia[modifica]

Nel 1815, monsignor Charles-François-Bienvenu Myriel era vescovo di Digne. Era un vecchio di circa settantacinque anni; occupava la sede di Digne dal 1806.
Benché questo particolare non entri affatto in ciò che ci proponiamo di raccontare, tuttavia ci pare utile, non fosse che per amor d'esattezza, accennare qui ai giudizi e alle voci corse sul suo conto quando era arrivato nella diocesi. Vero o falso che sia, ciò che si dice degli uomini ha tanta importanza nella loro vita e soprattutto nel loro destino quanta ne hanno le loro azioni. Myriel era figlio d'un consigliere al parlamento di Aix: nobiltà di toga, dunque. Si diceva di lui che suo padre, contando di lasciargli in eredità la carica, l'avesse ammogliato per tempo, a diciotto o vent'anni al più, seguendo l'usanza invalsa nelle famiglie parlamentari. Charles Myriel, nonostante il matrimonio, aveva fatto molto parlare di sé, a quanto dicevano. Di bell'aspetto sebbene un po' piccolo, elegante, simpatico, intelligente, dedicò tutta la prima parte della sua vita alle galanterie del secolo.
[Victor Hugo, I miserabili, traduzione di E. De Mattia, Newton Compton editori, 2004.]

Gastone Toschi[modifica]

Nel 1815, Carlo Francesco Benvenuto Myriel era vescovo di Digne. Era un vecchio di circa settantacinque anni; occupava la sede di Digne dal 1806.
Benché questo particolare non entri affatto in ciò che ci proponiamo di raccontare, tuttavia ci pare utile, non fosse che per amor d'esattezza, far cenno qui del rumore e delle voci che eran corse sul suo conto quando era arrivato nella diocesi.
[Victor Hugo, I miserabili, traduzione di Gastone Toschi, Bietti, 1966.]

Renato Colantuoni[modifica]

Nel 1815, era vescovo di Digne monsignor Charles François Bienvenu Myriel, un vecchio di circa settantacinque anni, che occupava quel seggio dal 1806.
Sebbene questo particolare abbia poco a che fare con ciò che racconteremo, non sarà forse inutile, sia pure solo per essere del tutto precisi, accennare qui alle voci ed ai discorsi che correvano sul suo conto, nel momento in cui era arrivato nella diocesi. Vero o falso che sia, quel che si dice degli uomini occupa spesso altrettanto posto nella loro vita, e soprattutto nel loro destino, quanto quello che fanno. Monsignor Myriel era figlio d'un consigliere del parlamento d'Aix: nobiltà di toga, dunque. Si raccontava di lui che suo padre, nell'intenzione di fargli ereditare la propria carica, gli aveva dato moglie prestissimo, secondo una consuetudine abbastanza diffusa tra le famiglie dei membri del parlamento. Malgrado quel matrimonio, si diceva, Charles Myriel aveva fatto molto parlare di sé. Ben fatto nella persona, sebbene di statura alquanto piccola, elegante, simpatico e intelligente, aveva speso tutta la prima parte della sua vita e nel bel mondo e negli intrighi amorosi.
[Victor Hugo, I miserabili, a cura di Renato Colantuoni, Garzanti, 1981.]

Citazioni[modifica]

  • Talvolta zappava la terra del giardino, talvolta leggeva e scriveva; e queste due specie di occupazione le chiamava con una sola frase <<coltivare il giardino>>. <<L'anima è un giardino>>, diceva. (I, I, V)
  • La collera può essere pazza e assurda e si può essere irritati a torto; ma si è indignati solo quando, in fondo, si ha ragione per qualche aspetto. (I, II, VII; 1981)
  • [...] non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini: vi sono soltanto cattivi coltivatori. (I, V, III; 1981)
  • Far il poema della coscienza umana, foss'anco d'un sol uomo, del più infimo fra gli uomini, sarebbe come fondere tutte le epopee in un'epopea superiore e definitiva. La coscienza è il caos delle chimere, delle cupidigie e dei tentativi, la fornace dei sogni, l'antro delle idee di cui si ha vergogna; è il pandemonio dei sofismi, è il campo di battaglia delle passioni. Penetrate, in certe ore, attraverso la faccia livida d'un uomo che sta riflettendo, guardate in quell'anima, in quell'oscurità; sotto il silenzio esteriore, vi sono combattimenti di giganti come in Omero, mischie di dragoni ed idre e nugoli di fantasmi, come in Milton, visioni ultraterrene come in Dante. Oh, qual abisso è mai quest'infinito che ogni uomo porta in sé e col quale confronta disperatamente la volontà del cervello e gli atti della vita! (I, III, VII; 1981)
  • La tirannia segue il tiranno. È una sventura per un uomo lasciar dietro di sé una tenebra che abbia la sua forma. (Parte II, Libro I, Cap. IV)
  • La liberazione non è la libertà; si esce dal carcere, ma non dalla condanna. (II, I, IX; 1981)
  • Dire quella parola e poi morire: cosa v'è di più grande? Poiché voler morire è morire e non fu colpa di quell'uomo se, mitragliato, sopravvisse.
    Colui che ha vinto la battaglia di Waterloo non è Napoleone messo in rotta, non è Wellington, che alle quattro ripiega e alle cinque è disperato, non è Blücher che non ha affatto combattuto; colui che ha vinto la battaglia di Waterloo è Cambronne. Poiché fulminare con una parola simile il nemico che v'uccide, significa vincere.
    Dar questa risposta alla catastrofe, dire siffatta cosa al destino, dare codesta base al futuro leone, gettar codesta ultima battuta in faccia alla pioggia della notte, al muro traditore d'Hougomont, alla strada incassata d'Ohain, al ritardo di Grouchy e all'arrivo di Blücher; esser l'ironia nel sepolcro, fare in modo di restar ritto dopo che si sarà caduti, annegare in due sillabe la coalizione europea, offrire ai re le già note latrine dei cesari, fare dell'ultima delle parole la prima, mescolandovi lo splendore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo col martedì grasso, completare Leonida con Rabelais, riassumer questa vittoria in una parola impossibile a pronunciare, perder terreno e conquistare la storia, aver dalla sua, dopo quel macello, la maggioranza, è una cosa che raggiunge la grandezza eschilea.
    La parola di Cambronne fa l'effetto d'una frattura: la frattura d'un petto per lo sdegno, il soverchio dell'agonia che esplode. (II, I, XV; 1981)
  • Waterloo è una battaglia di primo ordine, vinta da un capitano di secondo. (II, I, XVI; 1981)
  • Se volete rendervi conto di quello che è la rivoluzione, chiamatela Progresso; ma se volete rendervi conto di quello che significa progresso, chiamatelo Domani; ora, il Domani compie irresistibilmente l'opera sua, e la comincia oggi, arrivando sempre al suo scopo, nei modi più strani. (II, I, XVII; 1981)
  • Sappiamo che esiste una filosofia che nega l'infinito. C'è anche una filosofia classificata patologicamente, che nega il sole. Questa filosofia si chiama cecità. (Parte II, Libro VII, Cap. VI)
  • L'uomo giusto aggrotta le ciglia, ma non sorride mai d'un sorriso cattivo. Comprendiamo la collera, non la malignità. (Parte II, Libro VII, Cap. VII)
  • Uno scettico che si unisce a un credente, è qualcosa di semplice come la legge dei colori complementari. Quello che ci manca ci attira. Nessuno ama la luce come il cieco. Il nano adora il tamburo maggiore. Il rospo fissa sempre gli occhi al cielo; perché? Per veder volare l'uccello. (Parte III, Libro IV, Cap. I)
  • Leggeva ad alta voce, parendole così di capir meglio. Leggere ad alta voce significa affermare a se stessi la propria lettura. Ci sono persone che leggono a voce altissima e sembrano dare a se stessi la parola d'onore di quel che leggono. (Parte III, Libro V, Cap. V)
  • Il complimento è un po' come il bacio attraverso il velo, la voluttà pur nascondendovisi vi mette la sua dolce punta! (III, VIII, I; 1988)
  • Il riso è il sole, che scaccia l'inverno dal volto umano. (II, VIII, IX; 1981)
  • V'era sulla piazza principale di Corinto una statua scolpita da Silanione e catalogata da Plinio: rappresentava Epistato. Chi era Epistato? L'inventore dello sgambetto. Ciò riassume la Grecia e la gloria. (III, IV, IV; 1981)
  • Umanità significa identità: tutti gli uomini sono fatti della stessa argilla; nessuna differenza, almeno quaggiù, nella predestinazione; la medesima ombra prima, la medesima carne durante, la medesima cenere dopo. Ma l'ignoranza mescolata all'impasto umano lo rende nero incurabile penetrando nell'interno dell'uomo vi diventa il male. (III, VII, II; 1981)
  • Sia detto alla sfuggita, il successo è una cosa piuttosto lurida; la sua falsa somiglianza col merito inganna gli uomini. (IV, III, XII; 1981)
  • Così la pigrizia è madre: ha un figlio, il furto, e una figlia, la fame. (IV, VII, II; 1981)
  • [...] se fosse dato ai nostri occhi terreni di vedere nella coscienza altrui, si giudicherebbe molto più sicuramente un uomo da quel che sogna, che da quel che pensa. (III, V, V; 1981)
  • Non ci sono regressi di idee, come non ci sono regressi di fiumi. Ma coloro che non vogliono avvenire ci pensino bene. Dicendo di no al progresso, non condannano l'avvenire, ma loro stessi. Si procurano una triste malattia; si inoculano nel passato. C'è un modo solo di rifiutare il Domani, è morire. (Parte IV, Libro VII, Cap. IV)
  • Una delle magnanimità delle donne è cedere. L'amore giunto all'altezza in cui è assoluto, si combina con non so quale accecamento del pudore. Ma quanti pericoli correte, o anime nobili! Spesso voi date il cuore, noi prendiamo il corpo. Il cuore vi rimane, e voi lo guardate fremendo nell'ombra. L'amore non ha mezzi termini; o perde, o salva. Tutto il destino umano è questo dilemma. Questo dilemma, perdita o salvezza, non c'è fatalità che lo ponga più inesorabile dell'amore. L'amore è vita, quando non è la morte. Culla e anche sepolcro. Lo stesso sentimento dice sì e no al cuore umano. (Parte IV, Libro VIII, Cap. I)
  • Certe feste malsane indeboliscono il popolo e lo trasformano in plebe, la quale, come il tiranno, vuole dei buffoni. (Parte V, Libro VI, Cap. I)
  • La signora Vergine, pei campi andando e per Dio piangendo, incontra san Giovanni: 'Da dove venite, signor san Giovanni?' 'Vengo dall'Ave Salus.' 'Non avete visto il buon Dio, per caso?' 'È sull'albero della croce, piedi appesi e mani inchiodate, in capo un bianco cappellino di spine.' Chi la dirà tre volte alla sera e tre volte al mattino, guadagnerà alla fine il paradiso. (V; 1981)
  • Morire non è nulla; non vivere è spaventoso. (Jean Valjean; V, IX, V; 1981)
  • I geni, nelle inaudite profondità dell'assurdo e della storia pura, situati per così dire al di sopra dei dogmi propongono le loro idee a Dio. La loro preghiera offre audacemente la discussione. La loro adorazione interroga. Questa è la religione diretta, piena d'ansietà e di responsabilità per chi ne tenta l'erta. (vol. I, 1862, p. 76)
  • La meditazione umana non ha limiti. A suo rischio e pericolo, analizza e misura il suo proprio abbigliamento. Si potrebbe quasi dire che per una specie di reazione splendida, essa abbagli la natura; il mondo misterioso che ne circonda rende ciò che riceve; è probabile che i contemplatori siano contemplati. (vol. I, 1862, p. 76)
  • La natura unisce qualche volta alle nostre azioni effetti e spettacoli con una specie di prefazione cupa e intelligente, come se volesse farci riflettere. (vol. I, 1862, p. 131)
  • Chiacchiere da mensa e discorsi d'amore sono inafferrabili; i discorsi d'amore sono nubi, le chiacchiere da mensa sono fumi. (vol. I, 1862, p. 170
  • L'ostilità è aperta ovunque vi sia una bella donna. (vol. I, 1862, p. 176)
  • Sapete chi era Aspasia, signore?... Quantunque ella vivesse in un'epoca in cui le donne non avevano ancora un'anima, era un'anima; un'anima color rosa e porpora, più ardente del fuoco, più fresca dell'aurora. Aspasia era creatura in cui i due estremi della donna s'univano; era la prostituta dea. Socrate più Manon Lescaut. Aspasia fu creata nel caso fosse necessitata una meretrice a Prometeo. (vol. I, 1862, p. 179)
  • Gli esseri i più feroci, sono disarmati quando s'accarezzano i loro figli. (vol. I, 1862, p. 190)
  • – Amici miei, ricordatevi questo; non vi sono né cattive erbe, né uomini cattivi; ma vi sono dei cattivi coltivatori. (vol. I, 1862, p. 208)
  • – Cento lire, – pensò Fantina, – Ma dove posso trovare un mestiere da guadagnare cento soldi al giorno?... Via vendiamo il resto!...
    E la sventurata divenne prostituta.
    ...
    Che cos'è questa storia di Fantina?
    È la società che compra una schiava.
    Da chi? Dalla miseria, dalla fame, dal freddo, dall'isolamento, dall'abbandono, dall'abbiezione. Mercato doloroso. Un'anima per un pezzo di pane. La miseria offre, la società accetta. La santa legge di Gesù Cristo governa la nostra civiltà, ma non vi entra ancora; si dice che la schiavitù è scomparsa dalla civiltà europea. È un errore. Esiste sempre: ma non gravita più che sulla donna e si chiama prostituzione. Gravita sulla donna, vale a dire sulla grazia, sulla debolezza, sulla bellezza, sulla maternità. E questo non è certo una delle minor vergogne dell'uomo. (vol. I, 1862, p. 236)
  • C'è uno spettacolo più grandioso del mare, ed è il cielo, c'è uno spettacolo più grandioso del cielo, ed è l'interno di un'anima. (vol. I, 1862, p. 274)
  • La vita è una brutta istituzione di non so chi. Non dura nulla e non vale nulla. Ci si rompe il collo a vivere. (2004, p. 452)
  • La felicità è un vecchio fondale dipinto da una sola parte. (2004, p. 452)
  • Lo scontro delle giovani menti fra loro, ha questo di ammirevole, che mai si può prevedere la scintilla né indovinare lo sprazzo di luce! (2004, p. 456)
  • L'anima aiuta il corpo e in certi momenti lo solleva. È l'unico uccello che sostenga la sua gabbia. (2004, p. 464)
  • Il giovane ricco ha cento distrazioni brillanti e grossolane, corse di cavalli, caccia, tabacco, gioco, buoni pranzi e tutto il resto; occupazioni della parte bassa dell'anima a danno della parte alta e delicata. Il giovane povero stenta a procacciarsi il pane ; mangia, e quando ha mangiato non ha più che la meditazione. (2004, p. 466)
  • Le nostre chimere sono quelle che ci assomigliano di più. (2004, p. 471)
  • [...] l'unico pericolo sociale è l'ignoranza. (2004, p. 489)
  • La commiserazione ha e deve avere la sua curiosità. (2004, p. 503)
  • È permesso guardare la sventura a tradimento per soccorrerla. (2004, p. 503)
  • Le città al pari delle foreste, hanno antri in cui si nasconde tutto ciò che esse hanno di più cattivo e di più terribile.
    Solo che, nella città, ciò che si nasconde così è feroce, immondo e misero, cioè brutto; nelle foreste, ciò che si nasconde è feroce, selvaggio e grande, cioè bello. Tana per tana, quella delle bestie è preferibile a quella degli uomini. Le caverne sono meglio dei tuguri. (2004, p. 503)
  • La borghesia è semplicemente quella parte di popolo che è contenta. (2004, p. 559)
  • Fino a quando esisterà, per colpa delle leggi e dei costumi, una condanna sociale che, in piena civiltà, crea artificialmente degli inferni e complica con una fatalità umana il fato ch'è divino; fino a quando non saranno risolti i tre problemi del secolo: la degradazione dell'uomo per colpa dell'estrema povertà, la corruzione della donna per colpa della fame, l'atrofia del fanciullo per colpa delle tenebre; fino a quando, in certi ambienti, sarà possibile l'asfissia sociale; in altre parole, e secondo un punto di vista ancor più esteso, fino a quando vi saranno sulla terra ignoranza e miseria, i libri come questo non potranno non essere inutili. (Hauteville-House, primo gennaio 1862; dalla premessa dell'autore alla prima edizione; 1966)
  • Il ramo, quando una mano si approssima per staccarne un fiore freme e sembra nel medesimo tempo voler sfuggire a volersi offrire. Il corpo umano ha un simile fremito quando arriva l'istante in cui le dita misteriose della morte vogliono cogliere l'anima. (1966, p. 236)
  • Non c'è nulla di più funebre dell'arlecchino in cenci. (1968 p. 253)
  • La spaventosa livellatrice dell'infimo, la vergogna, era passata su quelle fronti; giunti a quel grado d'abbassamento, tutti subivano le ultime trasformazioni nelle ultime profondità; e l'ignoranza, mutata in ebetismo, era identica all'intelligenza mutata in disperazione. Non v'era possibilità di scelta tra quegli uomini che apparivano allo sguardo come l'elite del fango (1968 p. 255)

Citazioni da altre edizioni[modifica]

  • Un uomo duramente provato non si volta mai indietro a guardare; sa che la cattiva sorte lo segue sempre, passo passo.
  • La giovinezza è la stagione delle pronte suture e delle cicatrici rapide; a quell'età le facce parlano apertamente e la parola è inutile: ci sono giovani di cui si potrebbe dire che la loro fisionomia discorre.
  • Tutta la storia non è che una lunga ripetizione: un secolo plagia l'altro.
  • Un uomo non è un pigro, se è assorto nei propri pensieri; esistono un lavoro visibile ed uno invisibile.
  • Al mattino scrivo bigliettini amorosi, la sera scavo fosse: questa è la vita, paesano. (Gribier, il becchino)
  • I tempi primitivi sono lirici, i tempi antichi sono epici, i tempi moderni sono drammatici.
  • Nessuno sa mantenere un segreto meglio di un bambino.
  • La suprema felicità della vita è essere amati per quello che si è o, meglio, di essere amati a dispetto di quello che si è.
  • È dall'ironia che comincia la libertà.
  • Dalla conchiglia si può capire il mollusco, dalla casa l'inquilino.
  • Ride il bimbo quando ammazza.
  • Sono i libri che un uomo legge, quelli che lo accusano maggiormente.
  • La solitudine crea persone d'ingegno o idioti.
  • Il coraggio non teme il delitto e l'onestà non teme l'autorità.

I lavoratori del mare[modifica]

Incipit[modifica]

L'Atlantico rode le nostre scogliere. La pressione della corrente del polo deforma la nostra costa occidentale. La muraglia che noi abbiamo sul mare è minata; l'acqua travolge nugoli di sassi; i nostri porti si riempiono di sabbia e di pietre; le foci dei nostri fiumi s'ingorgano. Ogni giorno un lembo di terra normanna si stacca e sparisce nei flutti.

Citazioni[modifica]

  • L'alba ha una sua misteriosa grandezza che si compone d'un residuo di sogno e d'un principio di pensiero.
  • L'inaccessibile aggiunto all'impenetrabile, l'impenetrabile aggiunto all'inespigabile; ecco che cos'è il cielo.
  • La notte – chi scrive queste parole lo ha già detto altrove – è lo stato proprio e normale della creazione di cui facciamo parte. Il giorno, breve nella durata come nello spazio, non è che una misura stellare.
  • Non v'è un posto definito dove appoggiare lo spirito.
  • I pertinaci sono i sublimi. Chi è soltanto audace non ha che un impulso; chi è soltanto valoroso non ha che un temperamento; chi è soltanto coraggioso non ha che una virtù; l'ostinato nel vero ha la grandezza.
  • Quasi tutto il segreto delle anime grandi si racchiude in questa parola: perseverando.
  • La perseveranza è, rispetto al coraggio, ciò che è la ruota rispetto alla leva; il perpetuo rinnovarsi del punto di appoggio.
  • Tutto sta nell'andare alla meta, sia essa sulla terra, sia essa nel cielo: nel primo caso si è Colombo, nel secondo Gesù.
  • La croce è folle; da ciò la sua gloria.
  • Non lasciar discutere la propria coscienza, né disarmare la propria volontà; è così che si ottiene la sofferenza, è così che si ottiene il trionfo.
  • Nell'ambito dei fatti morali, il cadere non esclude il librarsi. Dalla caduta sorge l'ascesa.
  • I mediocri si lasciano sconsigliare dall'ostacolo specioso; i forti no. Morire è la loro alea, conquistare è la loro certezza.
  • Il disdegno delle obiezioni ragionevoli genera quella sublime vittoria sconfitta che si chiama il martirio.
  • Niente eguaglia la timidezza dell'ignoranza se non la sua temerità. Quando l'ignoranza si mette a osare, essa ha in sé una bussola. Quella bussola è l'intuizione del vero, più chiara talvolta in uno spirito semplice che in uno spirito complicato. L'ignoranza è una fantasticheria e la fantasticheria curiosa è una forza. Sapere, a volte sconcerta e spesso sconsiglia. Gama, sapendo, avrebbe indietreggiato di fronte al Capo delle Tempeste. Se Cristoforo Colombo fosse stato buon cosmografo, non avrebbe scoperto l'America. Se Galvani fosse stato un perfetto scienziato e avesse saputo che cos'è il 'movimento di ritorno', senza dubbio il sussulto della rana morta non avrebbe risvegliato la sua curiosità, non sarebbero state inventate quelle leggi meravigliose alle quali si è dato il nome di 'galvanismo'; il secondo uomo che salì sul Monte Bianco fu uno scienziato, Saussure, il primo fu un pastore, Balma. Tali casi, diciamolo sorvolando, sono eccezioni che non menomano affatto la scienza, la quale resta la regola. L'ignorante può trovare; lo scienziato solo inventa.

[Victor Hugo, I Lavoratori del Mare, traduzione, introduzione e note di Giacomo Zanga, BMM, 1954.]

Citazioni da altre edizioni[modifica]

  • Il pensatore vuole, il sognatore subisce. (traduzione Di Vittorio Orazi)
  • Il vero pilota è il marinaio che naviga sul fondo più che alla superficie. (traduzione Di Vittorio Orazi)
  • La solitudine unendosi alle anime semplici, le complica.
  • Un punto microscopico brilla, poi un altro, poi un altro: è l'impercettibile, è l'enorme. Questo lumicino è un focolare, una stella, un sole, un universo; ma questo universo è niente. Ogni numero è zero di fronte all'infinito. L'inaccessibile unito all'impenetrabile, l'impenetrabile unito all'inesplicabile, l'inesplicabile unito all'incommensurabile: questo è il cielo.

Il Novantatré[modifica]

Incipit[modifica]

Negli ultimi giorni del maggio 1793, uno dei battaglioni parigini inviati in Bretagna agli ordini di Santerre stava esplorando il temuto bosco della Saudraie, nei pressi di Astillé. Il battaglione non contava più di trecento uomini. La guerra, condotta con tanto accanimento, l'aveva decimato. Dopo i fatti d'armi delle Argonne, di Jemmapes e di Valmy, gli effettivi del primo battaglione parigino erano scesi da seicento volontari a ventisette, quelli del secondo a trentatré e quelli del terzo a cinquantasette. Epico periodo di lotte sanguinose!

[Victor Hugo, Il Novantatré, traduzione di Oete Blatto, Biblioteca Economica Newton, Roma, 2004. ISBN 88-8289-976-4.]

Citazioni[modifica]

  • I selvaggi hanno dei vizi. È per mezzo di questi che li conquista più tardi la civiltà. (1973)
  • Lo spirito nutre, l'intelligenza vivifica. Tra la nutrice che allatta e il precettore che insegna vi è analogia. Talvolta, quest'ultimo è padre più del genitore stesso, come la nutrice è madre più della madre vera. (II, I, III, 2004, p. 102)
  • Tale era quella smisurata Convenzione, campo trincerato del genere umano attaccato da tutte le tenebre nello stesso tempo, notturni falò di un esercito di idee assediate, immane bivacco di spiriti su un versante abissale. Nella storia, nulla di paragonabile a questo gruppo, insieme senato e plebaglia, conclave e trivio, areopago e piazza pubblica, tribunale e imputato. (II, III)[21]
  • Storia e leggenda sono accomunate da una stessa finalità: tratteggiare l'uomo eterno attraverso gli uomini caduchi. (III, I, I, 2004, p. 151)
  • Il filosofo è prudente nel muovere una condanna, perché sa che ogni grande problema contiene degli elementi oscuri, perché sa che, al pari delle nuvole, i problemi non si agitano senza proiettare delle ombre. (III, I, I, 2004, p. 152)
  • I vasti orizzonti generano le idee complesse, i piccoli orizzonti le idee ristrette. (III, I, VI, 2004, p. 163)
  • Il silenzio che accompagna un tormento interiore è inesprimibile. Non esiste conforto per una madre che soffre. La maternità non conosce limiti e ragionamenti. La madre è sublime perché è tutta istinto. L'istinto materno è divinamente animale. La madre non è donna, ma femmina. (III, II, VI, 2004, p. 188)
  • Il sentimento non abbisogna di luce come il ragionamento, ma lo supera in potenza. (III, VI, II, 2004, p. 286)
  • «L'armonia cela sempre un'illusione».
    «Quanta ve n'è nella vostra algebra».
    «Io vorrei l'uomo euclideo».
    «E io lo preferirei creato da un Omero».
    Il sorriso severo di Cimourdain volle richiamare il giovane [Gauvain] alla realtà.
    «Poesia. Devi diffidare dai poeti».
    «Conosco questi consigli. Diffida del soffio, del raggio, del profumo, diffida dei fiori, diffida delle costellazioni».
    «Tutto ciò non ci ha mai procurato cibo».
    «E che cosa ne sapete voi? Anche l'idea è nutrimento». (III, VII, V, 2004, p. 303)
  • «L'utopia deve accettare il giogo della realtà, deve essere inquadrata nei fatti. Ogni idea astratta deve trasformarsi in un'idea concreta; ciò che ogni idea perde in bellezza, lo acquista in utilità; viene rimpicciolita, ma è più efficace. Bisogna soprattutto che il diritto si faccia legge e quando il diritto è divenuto legge si palesa assoluto. Per me, questo è ciò che io definisco il possibile».
    «Il possibile è molto più vasto».
    «Eccoti ancora una volta nell'utopia».
    «Il possibile è una creatura alata che volteggia eternamente su di noi».
    «Bisogna catturarla».
    «Sì, ma viva». (III, VII, V, 2004, pp. 305-306)
  • Ecco il mio motto: progresso costante. Se Dio avesse voluto che l'uomo indietreggiasse, gli avrebbe messo un occhio dietro la testa. Noi guardiamo sempre dalla parte dell'aurora, del bocciolo, della nascita. (III, VII, V, 1973)
  • Non si è eroi contro il proprio paese. (p. 56 ed. Mondadori)
  • C'è nel giorno un'ora serena che si potrebbe definire assenza di rumore, è l'ora serena del crepuscolo. (p. 66 ed. Mondadori)
  • Cimourdain apparteneva al novero di coloro che hanno una voce dentro di sé e che l'ascoltano. Sono uomini che paiono distratti; nient'affatto: sono attenti. (p. 102 ed. Mondadori)
  • Al pari del cielo l'uomo può avere una nera serenità; basta che qualcosa dentro di lui faccia notte. [...] Ciò che fa notte dentro può lasciare in noi le stelle. (p. 99 ed. Mondadori)
  • Biasimare o lodare gli uomini a causa dei risultati equivale press'a poco a lodare o biasimare le cifre a causa del totale. Ciò che deve passare passa, ciò che deve spirare spira. L'eterna serenità non è turbata da simili aquiloni. Al di sopra delle rivoluzioni, la verità e la giustizia dimorano come il cielo stellato al di sopra delle tempeste. (p. 154 ed. Mondadori)

L'uomo che ride[modifica]

Incipit[modifica]

Ursus e Homo erano legati da una stretta amicizia.
Ursus era un uomo, Homo era un lupo. Le loro indoli si erano trovate d'accordo. Era stato l'uomo a battezzare il lupo. Probabilmente egli si era scelto da se stesso anche il proprio nome, e avendo trovato Ursus adatto a se stesso, aveva trovato Homo adatto alla bestia. Questi due associati, l'uomo e il lupo, trovavano il guadagno nelle fiere, nelle feste parrocchiali, e in tutti gli angoli delle strade dove i passanti si aggruppavano, per il bisogno che la gente prova dappertutto di ascoltare delle fandonie e di bearsi della vista del ciarlatano.
Il lupo, docile e sottomesso, riusciva simpatico alla folla. Assistere ad uno spettacolo di addomesticamento è sempre una cosa piacevole, e il vederne sfilare dinanzi tutte le varietà è la nostra suprema gioia. Per questo vi è sempre tanta gente sul passaggio dei cortei reali.
[Victor Hugo, L'uomo che ride, traduzione di L. Rossi, Editrice Lucchi, 1967.]

Citazioni[modifica]

  • L'indietreggiare nel senso inverso dei nostri vizî, ci conduce ai vizî opposti. (1967, p. 106)
  • Lo star troppo sulla difensiva indica sempre un segreto desiderio d'attacco. (1967, p. 106)
  • Chi è selvaggio non è severo. (1967, p. 106)
  • Non è una cosa facile divenire un gentiluomo perfetto. (1967, p. 107)
  • Gli impieghi di corte sono come le macchie d'olio: tendono sempre ad allargarsi. È così che il portiere è diventato cancelliere e il palafreniere è diventato constabile. (1967, p. 116)
  • A Corte, chi dice fiducia dice intrigo, e chi dice intrigo dice avanzamento. (1967, p. 116)
  • L'invidia è una buona stoffa per confezionare una spia. (1967, p. 117)
  • La spia va a caccia per conto d'altri, come il cane; l'invidioso va a caccia per conto proprio, come il gatto. (1967, p. 117)
  • Un io feroce: ecco l'invidioso. (1967, p. 117)
  • Per la donna il momento in cui non può più contare gli anni a primavere, ma comincia a contarli a inverni, è irritante. È come un sordo rancore contro gli anni che non si possono togliere. (1967, p. 124)
  • L'orrore della legge fa la maestà del giudice. (1967, p. 192)
  • Il silenzio davanti alla giustizia è una specie di ribellione. Lesa giustizia è lesa maestà. (1967, p. 191)
  • Tutti i vizi [...] presuppongono tutti i delitti. Chi non confessa niente confessa tutto. Chi tace alle domande del giudice è di fatto mentitore e parricida. (1967, p. 191)
  • Io sono un giovane girovago che rappresento delle buffonate nelle fiere e nei mercati. Io sono l'Uomo che ride. È corsa a vedermi tutta la gente. Noi stiamo nei Tarrinzeau-field. Sono quindici anni che io esercito la mia professione onestamente. Fatemi la grazia di farmi uscire di qui, signor giudice. Non bisogna abusare della debolezza degli infelici. Abbiate compassione d'un uomo il quale nonha fatto nulla, e ch'è senza protezione e senza difesa. Voi avete dinanzi un povero saltimbanco.
    – Io ho dinanzi a me – disse lo sceriffo – lord Fermain Clancharlie, barone di Clancharlie e Hunkerville, marchese di Corleone in Sicilia, pari d'Inghilterra.
    E dopo essersi alzato indicando a Gwynplaine il suo seggiolone, lo sceriffo aggiunse:
    – Milord, Vostra Signoria voglia avere la degnazione di sedersi. (1967, p. 194).
  • La cosa che in questo mondo può essere più orrida è la gioia. (1967, p. 204)
  • Che un uomo, sia pure dotato della più gran fermezza ed energia, cada in deliquio ad un'improvvisa percossa della fortuna, non deve meravigliare. Si uccide un uomo con l'imprevisto come un bue con la mazza. (1967, p. 206)
  • Il destino, quando apre una porta, ne chiude un'altra. Dati certi passi avanti, non è possibile tornare indietro. (1967, p. 210)
  • Il commettere delitti non toglie che si abbiano dei vizi. (1967, p. 228)
  • La donna nuda è una donna armata. (1967, p. 237)
  • Nel centro della tela, nel posto ove suole stare il ragno, Gwynplaine vide una cosa formidabile e magnifica: una donna nuda.
    Non assolutamente nuda. Questa donna era vestita e vestita dalla testa ai piedi. Indossava una camicia lunghissima, come le stole d'angeli nei quadri di santi, ma così sottile che sembrava bagnata, Donde un incirca di donna nuda, più fervido e pericoloso che la nudità assoluta.
    La tela d'argento trasparente era una tenda. Fermata soltanto in alto, essa poteva essere sollevata. Separava la sala di marmo, ch'era una sala da bagno, da una camera, ch'era una camera da letto. Questa camera, piccolissima, era una specie di grotta tutta specchi. Ovunque cristalli veneziani, aggiustati poliedricamente, congiunti da bacchette dorate, riflettevano il letto ch'era nel centro. Su quel letto, d'argento come la toeletta e il canapè, era sdraitata la donna. Ella dormiva.
    Dormiva col capo supino. Coi piedi respingeva le coltri, come il succubo sopra al quale aleggia il sogno.
    Il suo guanciale di trine era caduto a terra sul tappeto. Fra la sua nudità e lo sguardo dell'uomo, erano due ostacoli: la camicia e la tenda di velo d'argento. Due trasparenze. La camera, più alcova che camera, era illuminata lievemente dal riflesso della sala da bagno.
    Forse la donna non aveva pudore, e la luce invece ne aveva ancora.
    Il letto era senza colonne, né cortinaggio, né cielo, così che la donna, aprendo gli occhi, poteva vedersi riflessa mille volte nuda negli specchi che aveva sopra il capo.
    Una veste da camera di magnifica seta della Cina era gettata sulla sponda del letto.
    Oltre il letto, in fondo all'alcova, era forse una porta, nascosta, segnata da uno specchio piuttosto grande, sul quale eran dipinti pavoni e cigni.
    Al capezzale del letto era fermato un leggio d'argento ad aste girevoli, ed a fiaccole fisse, sul quale si poteva vedere un libro aperto, che in cima alle pagine aveva questo titolo a letteroni rossi: Alcoranus Mahumedis.
    Gwynplaine non scorgeva nessuna di queste cose. La donna: ecco quello che vedeva. (1967, p. 236)
  • Quando straripiamo sul male più che non appoggiamo sul bene, quella parte di noi che è sospesa sulla colpa finisce col vincere e precipita. (1967, p. 238)
  • Regola: Non estirpate i vizi, se volete avere delle belle dame. Altrimenti somiglierete a quegli imbecilli che distruggono i bruchi pur andando pazzi per le farfalle. (1972, p. 155)
  • Lo spirito, come la natura, ha l'orrore del vuoto. Nel vuoto, la natura mette l'amore; lo spirito, spesso, vi mette l'odio. L'odio prende spazio. (1972)
  • L'odio per l'odio esiste. L'arte per l'arte è nella natura, più che non si creda. Si odia. Bisogna pur far qualche cosa. (1972, p. 194)
  • Le azioni riprovevoli hanno luoghi riservati. Come le acquaviti troppo forti, non si bevono d'un sol tratto. Si posa il bicchiere, poi si vedrà, la prima goccia già fa riflettere. (1972, p. 303)
  • Chi non dice nulla fa fronte a tutto. Una parola che vi sfugga, presa nell'ingranaggio sconosciuto, può trascinarvi interamente sotto non si sa quali ruote. (1972, p. 357)
  • Parimente, quando ha esaurito tutte le miserie, le privazioni, le tempeste, i ruggiti, le catastrofi, le agonie, contro un uomo rimasto ancora in piedi, la Fatalità sorride, e l'uomo, divenuto ebbro all'improvviso, barcolla. (1972, p. 365)
  • Se si considerano a fondo le cose, l'infermità e la bruttezza accettate con altera indifferenza, anziché contraddire la grandezza, l'affermano e la provano. (1972, p. 446)
  • Le disillusioni si allentano come l'arco, con una forza sinistra, e scoccano l'uomo, questa freccia, verso il vero. (1972, p. 477)
  • Chi è soddisfatto è inesorabile. Per il satollo, l'affamato non esiste. Le persone felici ignorano e s'isolano. Alla soglia del loro paradiso, come alla soglia del loro inferno, bisogna scrivere: "Lasciate ogni speranza". (1972, p. 487)
  • È dell'inferno dei poveri che è fatto il paradiso dei ricchi. (1999, p. 350)

Citazioni da altre edizioni[modifica]

  • Il bambino ha il dono di accettare molto rapidamente la scomparsa di una sensazione. Gli sono risparmiati quei contorni remoti e sfuggenti che costituiscono la vastità del dolore.
  • La disperazione è un contabile. Vuol far tornare i conti. Niente le sfugge. Addiziona tutto. Non molla neppure i centesimi. Rimprovera a Dio i fulmini e i colpi di spillo. Vuole sapere come regolarsi con il destino. Ragiona, pesa e calcola.
  • Nel destino di ogni uomo può esserci una fine del mondo fatta solo per lui. Si chiama disperazione. L'anima è piena di stelle cadenti.

Notre-Dame de Paris[modifica]

Incipit[modifica]

Fabio Scotto[modifica]

Sono già oggi trascorsi trecentoquarantotto anni sei mesi e diciannove giorni da che i parigini si svegliarono al frastuono di tutte le campane che suonavano a distesa nella tripla cerchia della Cité, dell'Université e dell'intera città.
Il 6 gennaio 1482 non è però un giorno che la storia ricordi. Nulla di rimarchevole nell'evento che così scuoteva fin dal mattino, le campane e i borghesi di Parigi. Non si trattava né di un assalto di piccardi o di borgognoni, né di un reliquario portato in processione, né di una rivolta di scolari nella vigna di Laas, né di un ingresso del nostro temutissimo signor Messere il re, nemmeno di una bella impiccagione di briganti e di brigantesse in Place dela Justice a Parigi. Non era neanche l'arrivo, così frequente nel quindicesimo secolo, di qualche ambasciata tutta pennacchi e decorazioni. Erano trascorsi soltanto due giorni da che l'ultima cavalcata del genere, quella degli ambasciatori fiamminghi incaricati di concludere il matrimonio tra il delfino e Margherita di Fiandra, aveva fatto la sua entrata a Parigi, con grande preoccupazione di Sua Eminenza il cardinale di Borbone, il quale, per far piacere al re, aveva dovuto far buon viso a tutta quella rozza ressa di borgomastri fiamminghi, e lusingarli, a Palazzo Borbone con una molto bella moralità, satira e farsa, mentre una pioggia battente inondava alla sua porta i suoi magnifici arazzi.
[Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, traduzione di Fabio Scotto, La Biblioteca di Repubblica, 2003.]

Luigi Galeazzo Tenconi[modifica]

Trecentoquarantott'anni, sei mesi e diciannove giorni or sono i parigini si svegliarono allo squillo di tutte le campane, che suonavano a distesa nella triplice cerchia della Città Vecchia, dell'Università e della Città.
Eppure, il 6 gennaio 1482 non è affatto un giorno di cui la storia abbia serbato il menomo [sic] ricordo. Nulla di notevole nell'avvenimento che metteva così in moto, fin dall'alba, campane ed abitanti di Parigi. Non si trattava di un assalto di piccardi o di borgognoni, né di un reliquario portato in processione, né di una sommossa di scolari nel brolo di Laas, né di una entrata del temutissimo signor nostro monsignore il re, e neppure di una bella impiccagione di ladri e di ladre sulla piazza della Giustizia di Parigi. Non si trattava nemmeno dell'improvviso arrivo, cosa tanto frequente nel quindicesimo secolo, di qualche ambasceria infronzolita e impennacchiata. Erano appena due giorni che l'ultima cavalcata del genere, quella degli ambasciatori fiamminghi incaricati di concludere il matrimonio tra il Delfino e Margherita di Fiandra, aveva fatto la sua entrata in Parigi, con grande fastidio del signor cardinale di Borbone, il quale, per compiacere al re, aveva dovuto far buon viso a tutta quella rustica accozzaglia di borgomastri fiamminghi, e far dare in loro onore nel suo palazzo una molto bella moralità, burletta e farsa, mentre un gran rovescione di pioggia gli infradiciava i magnifici addobbi del portone.
[Victor Hugo, Notre-Dame di Parigi, traduzione di Luigi Galeazzo Tenconi, RCS Libri, 2000]

Citazioni[modifica]

  • L'amore è come un albero: spunta da sé, getta profondamente le radici in tutto il nostro essere, e continua a verdeggiare anche sopra un cuore in rovina. (2000)
  • Sei stato bambino, lettore, e forse sei abbastanza fortunato da esserlo ancora.
  • Cos'è un bacio? Un lambire di fiamma. (2000)
  • Fatto che si abbia il male, bisogna farlo tutto quanto. È da pazzi sperare di fermarsi ad un punto qualunque del mostruoso! Il delitto spinto agli estremi ha deliri di gioia. (2000)
  • Il destino del saggio ne tiene, vita natural durante, la filosofia in stato d'assedio. (2000)
  • Un guercio è molto più incompleto di un cieco. Sa cosa gli manca. (2000)
  • Tempus edax, homo edacior, che io tradurrei volentieri così: il tempo è cieco, l'uomo è stupido.[22] (2000)
  • I professori, detestabili come sono, fanno, non solo a loro insaputa, ma anche assolutamente loro malgrado, eccellenti discepoli.[23] (2000)
  • Era una di quelle teste mal conformate, in cui l'intelligenza si trova a suo agio suppergiù come la fiamma sotto lo spegnitoio. (2000)
  • I giudici, in generale, si regolano in modo che il loro giorno di udienza coincida con il loro giorno di malumore, allo scopo d'aver sempre qualcuno su cui sfogarsene comodamente, in nome del re, della legge e della giustizia. (2000)
  • – Oh! L'amore! – lei disse, e la sua voce tremava, e il suo occhio brillava. – è essere due e non essere che una persona sola. Un uomo e una donna che si fondono in un angelo, è il cielo.
  • L'invenzione della stampa è il più grande avvenimento della storia. È la rivoluzione madre. È il modo di espressione dell'umanità che si rinnova totalmente, è il pensiero umano che lascia una forma e ne prende un'altra, è il vero mutamento di pelle di quel serpente simbolico che, da Adamo in poi, rappresenta l'intelligenza.

Sotto forma di stampa il pensiero è imperituro. Diviene volatile, inafferrabile, indistruttibile: si mescola all'aria. Mentre al tempo dell'architettura si faceva montagna e occupava potentemente un secolo e un luogo, ora si fa stuolo d'uccelli, si diffonde ai quattro venti e occupa a un tempo tutti i punti dell'aria e dello spazio. Chi non vede che in questa forma è assai più indelebile? Da solido che era, è divenuto vivente, ed è passato così dalla durata all'immortalità. Si può demolire una montagna di pietre, ma come estirpare l'ubiquità?

Explicit[modifica]

Donata Feroldi[modifica]

Circa due anni o diciotto mesi dopo gli eventi con cui si chiude questa vicenda, quando si andò a prendere nel sotterraneo di Montflaucon il cadavere di Olivier le Daim, impiccato due giorni prima, e a cui Carlo VIII accordava la grazia di essere seppellito a Saint-Laurent in compagnia migliore, si trovarono fra tutte quelle carcasse orrende due scheletri di cui l'uno teneva l'altro stranamente abbracciato. Uno dei due scheletri, che era di donna, aveva ancora qualche brandello di veste di una stoffa che era stata bianca, e gli si vedeva intorno al collo una collanina di semi di azedarach con un sacchettino di seta, ornato di pietre verdi, aperto e vuoto. Quegli oggetti erano di così scarso valore che il boia probabilmente non aveva saputo che farsene. L'altro, che teneva il primo strettamente abbracciato, era uno scheletro d'uomo. Si notò che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa incassata tra le scapole, e una gamba più corta dell'altra. Non presentava d'altronde alcuna frattura vertebrale alla nuca, ed era evidente che non era stato impiccato. L'uomo al quale era appartenuto quello scheletro era dunque venuto in quel luogo, e lì era morto. Quando si volle staccarlo dallo scheletro che stringeva, andò in polvere.
[Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, traduzione di Donata Feroldi, Universale Economica Feltrinelli, 2002. ISBN 8807821591]

Luigi Galeazzo Tenconi[modifica]

Circa due anni o diciotto mesi dopo gli avvenimenti coi quali si è conclusa questa storia, essendo andati a cercare nel sotterraneo di Montfaucon il cadavere di Oliviero il Daino, che era stato impiccato due giorni prima, e al quale Carlo VIII concedeva la grazia di essere sepolto in San Lorenzo in miglior compagnia, furono trovati, fra tutte quelle ripugnanti carcasse, due scheletri di cui uno teneva stranamente abbracciato l'altro. Uno di quei due scheletri, che era d'una donna, aveva ancora qualche brandello di veste di una stoffa che era stata bianca, e gli si scorgeva intorno al collo una collana di grani turchini, con un sacchetto di seta, ornato di perline di vetro verdi, aperto e vuoto. Erano oggetti di così infimo valore, che certo il boia non aveva voluto saperne. L'altro scheletro, che teneva il primo strettamente abbracciato, era d'un uomo. Si notò che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa fra le scapole, e una gamba più corta dell'altra. Quello scheletro, però, non presentava nessuna traccia di rottura di vertebre alla nuca, dal che risultava evidente che non era stato impiccato. L'uomo al quale era appartenuto, dunque, era entrato là dentro da sé, e vi era rimasto. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, si polverizzò.
[Victor Hugo, Notre-Dame di Parigi, traduzione di Luigi Galeazzo Tenconi, RCS Libri, 2000]

L'ultimo giorno di un condannato a morte[modifica]

Incipit[modifica]

Condannato a morte!

Sono cinque settimane che abito con questo pensiero, sempre solo con lui, sempre agghiacciato dalla sua presenza, sempre curvo sotto il suo peso!

[Victor Hugo,L'ultimo giorno di un condannato a morte,Oscar Mondadori, Milano, 1998]

Citazioni[modifica]

  • Gli uomini che giudicano e che condannano proclamano la pena di morte necessaria, prima di tutto:
    perché è importante scindere dalla comunità sociale un membro che le ha già nuociuto e che potrebbe nuocere ancora. Si trattasse solo di questo, il carcere a vita basterebbe. Perché la morte? Voi mi obiettate che da una prigione si può scappare? Fate meglio la guardia... Niente carnefici dove bastano carcerieri. (1956)
  • Ma mi si risponde, la società deve vendicarsi, la società deve punire. Né una cosa né l'altra: vendicarsi è un atto dell'uomo, punire appartiene a Dio. (1956)
  • Resta la terza e ultima ragione, la teoria dell'esempio. Bisogna dare esempi... allora ridateci il XVI secolo, siate veramente formidabili: ridateci la varietà dei supplizi, ridateci i tormentatori giurati, ridateci la forca, la ruota, il rogo, i tratti di corda, il taglio delle orecchie, lo squartamento... ecco l'esempio in grande; ecco la pena di morte ben intesa; ecco un sistema di supplizi che ha una certa proporzione... ma dite un po', siete davvero seriamente convinti di dare un esempio quando scannucchiate miserabilmente un povero diavolo nel punto più deserto dei boulevards esterni? (1956)
  • ... pensano senza dubbio che, per il condannato non ci sia niente né prima né dopo. Questi fogli li trarranno d'inganno. Pubblicati, forse, un giorno, costringeranno il loro spirito ad arrestarsi sulle sofferenze dello spirito; perché proprio di queste non hanno la minima idea. Trionfano al pensiero di poter uccidere senza far quasi soffrire il corpo. Ah, ma non di questo si tratta!
  • Che cos'è il dolore fisico paragonato al dolore morale? Leggi così fatte dovrebbero ispirare orrore e pietà. (1956)
  • Il ricorso è una corda che vi tiene sospeso al di sopra dell'abisso, e che si sente cedere a ogni momento sino a che si spezza; è come se il coltello della ghigliottina impiegasse sei settimane a cadere.
  • Il secondino è entrato in cella, si è tolto il berretto, mi ha salutato, si è scusato perché mi disturbava e, addolcendo il meglio che poteva la voce rude, mi ha chiesto che cosa desiderassi da colazione... ho avuto un brivido. Che sia per oggi? (1956)
  • Oh povera bambina mia, ancora sei ore e sarò morto... mi uccideranno. Capisci ciò, Maria? Mi uccideranno a sangue freddo, in grande cerimonia, per il bene della società. (1956)
  • Si dice che sia cosa da nulla, che non si soffre, ch'è una fine dolce, che in questo modo la morte è molto semplificata. Eh, che cosa sono allora questa agonia di sei settimane e questo rantolare di un intero giorno? Che cosa sono le angosce di questa giornata irreparabile, che passa così lentamente e così in fretta? Che cos'è questa scala di torture che termina sul patibolo? (1956)

[Victor Hugo, L'ultimo giorno di un condannato a morte,1956, Rizzoli Editore, Milano]

Incipit di alcune opere[modifica]

Napoleone il piccolo[modifica]

Giovedì, 20 dicembre 1848, mentre l'Assemblea Costituente si trovava in seduta, circondata in quel momento da un imponente spiegamento di forze, conseguenza di un rapporto del rappresentante Waldeck-Rosseau, compilato a nome della commissione incaricata di fare lo spoglio dello scrutinio per l'elezione della presidenza della Repubblica, rapporto in cui era stata notata questa frase che ne riassumeva tutto il significato: «Con tale ammirevole esecuzione data alla legge fondamentale, la nazione stessa imprime sulla Costituzione il suggello della sua inviolabile autorità, per renderla santa e inviolabile»; in mezzo al profondo silenzio dei novecento costituenti riuniti in folla e, quasi al completo, il presidente dell'Assemblea nazionale costituente, Armand Marrast, si alzò e disse:
«A nome del popolo francese
«visto che il cittadino Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, nato a Parigi, soddisfa pienamente le condizioni di eleggibilità prescritte dall'articolo 44 della Costituzione;
«visto che, nello scrutinio indetto in ogni parte del territorio della Repubblica per eleggere il presidente, egli ottene la maggioranza assoluta dei suffragi;
«in forza degli articoli 47 e 48 della Costituzione, l'Assemblea nazionale lo proclama presidente della Repubblica, da oggi fino alla seconda domenica del maggio maggio 1852».
[Victor Hugo, Napoleone il piccolo, a cura di Enrica Grasso, Universale Economica, Milano, 1952.]

Leggenda medioevale[modifica]

Il leggiadro Pecopino amava, riamato, la bella Baldura. Pecopino era figliuolo del burgravio di Sonneck; Baldura, figlia del re del Falkenburg; il primo aveva la foresta, la seconda la montagna. Cosa di più semplice d'uno sposalizio fra la foresta e la montagna?
I genitori si accordarono e Baldura fu fidanzata con Pecopino.
[Victor Hugo, Leggenda medioevale, a cura di Anna Maria Salsano, Liguori Editore, Napoli, 1998.]

Lotte sociali[modifica]

Quando arrivai alla Camera dei pari, erano le tre precise, il generale Rapatel uscendo dal vestibolo mi disse:
— La seduta è finita.
Andai alla Camera dei deputati. Nel momento in cui la mia carrozza passava dalla via di Lilla una colonna serrata ed interminabile di uomini in borghese, in blouse ed in berretto, camminando l'uno a braccetto dell'altro, tre per tre, sboccava dalla via Bellechasse e si dirigeva verso la Camera. Vedevo l'altra estremità della strada chiusa da una fitta fila di fanteria di linea, l'arma al braccio. Sorpassai la gente in blouse che era confusa a delle donne e che gridava: — Viva la Riforma! — Viva la linea! — Abbasso Guizot! — Costoro si fermarono ad un tiro di fucile circa dalla fanteria. I soldati aprirono i ranghi per lasciarmi passare. I soldati discutevano e ridevano. Uno di essi, molto giovane, alzava le spalle.

Citazioni su Victor Hugo[modifica]

  • Così edificò egli | nella luce e nell'ombra | l'opera d'eterne parole | che ingombra l'orizzonte | umano con la sua mole | immensa... | Ma il tutto è in lui. Nel suo petto | concluso è il mondo. (Gabriele D'Annunzio)
  • Il dono di creare esseri umani manca a questo genio. Se avesse questo dono, Hugo avrebbe sorpassato Shakespeare. (Gustave Flaubert)
  • I romanzi di Hugo sono poderosi, zeppi di personaggi che balzano al vivo fuori della pagina, figurine di un presepio laico, di una rappresentazione profana sulla sacralità della vita terrena, l'infanzia, il male, la giustizia, l'amore, gli uomini di Dio. (Corrado Augias)
  • Quando si pensa a cos'era la poesia francese prima della sua comparsa, e quale ringiovanimento essa abbia avuto dopo di lui, quando si ponga mente un poco a quello che sarebbe stata senza la sua venuta; quanti sentimenti misteriosi e profondi che sono stati espressi sarebbero rimasti muti... Nessun artista è più adatto a mettersi in contatto con le forze della vita universale, più disposto a prendere incessantemente un bagno di natura. (Charles Baudelaire)
  • Se mi venisse chiesto di indicare nell'arte moderna dei [...] modelli dell'arte superiore, religiosa, proveniente dall'amore di Dio e del prossimo, indicherei nella sfera della letteratura [...] fra i più recenti Les pauvres gens di V. Hugo e i suoi Misérables [...]. (Lev Tolstoj)

Note[modifica]

  1. Da Chants du crépuscule, XIV.
  2. Citato in Luca Goldoni, Vita da bestie, ed. BUR, 2001.
  3. Citato in Dammi mille baci, e ancora cento. Le più belle citazioni sull'amore, a cura delle Redazioni Garzanti, Garzanti, 2013.
  4. Da Storia di un crimine.
  5. Da Pour les pauvres, in Feuilles d'automne.
  6. Da William Shakespeare, I, 2, I.
  7. Da Ruy Blas, atto II, scena V, 1838.
  8. Citato in Poemi Liriche e Traduzioni, Volume unico, Palermo, Sandron, 1912.
  9. Citato in Indro Montanelli, Roberto Gervaso, L'Italia del Settecento, Rizzoli, Milano, 1971, cap. 9, p. 116.
  10. Citato in Giovanni Nocentini, Compendio autori italiani del secondo '900, MEM, 1996, p. 52.
  11. Da Ruy Blas, atto II, scena 5.
  12. Da Hernani, III, 6, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 722.
  13. Da Cose viste.
  14. Da L'anima in fiore, in Contemplazioni; citato in Luigi Lepri, Diciamolo in bolognese, Pendragon, 2005, p. 51.
  15. Da Hernani, atto I, scena II.
  16. Da La fête chez Thérèse, in Les Contemplations.
  17. Da Le roi s'amuse, IV, 2.
  18. Citato in Emil Ludwig, Napoleone, quarta di copertina.
  19. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 239.
  20. Vai al testo completo.
  21. Citato in Umberto Eco, Costruire il nemico, Bompiani, Milano, 2011, p. 196.
  22. Critica alla decadenza dei monumenti di Parigi.
  23. Riferito alle scuole d'architettura parigine.

Bibliografia[modifica]

  • Victor Hugo, I Lavoratori del Mare, traduzione, introduzione e note di Giacomo Zanga, BMM, 1954.
  • Victor Hugo, I miserabili, traduttore non citato, Casa Editrice Esperia, 1862.
  • Victor Hugo, I miserabili, traduzione di Renato Colantuoni, U. Mursia & C., Milano, 1958.
  • Victor Hugo, I miserabili, traduzione di Gastone Toschi, Bietti, 1966.
  • Victor Hugo, I miserabili, a cura di Renato Colantuoni, Garzanti, 1981.
  • Victor Hugo, I miserabili, traduzione di Marisa Zini, introduzione di Marc Le Cannu, A. Mondadori, Milano, 1988.
  • Victor Hugo, I miserabili, traduzione di E. De Mattia, Newton Compton editori, 2004.
  • Victor Hugo, Il Novantatré, a cura di Aldo Alessandro Mola, MEB, 1973.
  • Victor Hugo, Il Novantatré, traduzione di Oete Blatto, Biblioteca Economica Newton, Roma, 2004. ISBN 88-8289-976-4.
  • Victor Hugo, L'uomo che ride, traduzione di L. Rossi, Editrice Lucchi, 1967.
  • Victor Hugo, L'uomo che ride, traduzione di di Renato Mucci, Gherardo Casini Editore, Roma, 1972.
  • Victor Hugo, L'uomo che ride traduzione di L. Rossi, Editrice Lucchi, Milano, 1967.
  • Victor Hugo, Leggenda medioevale, a cura di Anna Maria Salsano, Liguori Editore, Napoli, 1998.
  • Victor Hugo, Lotte sociali, traduzione di Augusto Novelli, Firenze, Ditta Tip. Edit. L'elzeviriana, 1902.
  • Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, traduzione di L. G. Tenconi, BUR, 2000.
  • Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, traduzione di Fabio Scotto, La Biblioteca di Repubblica, 2003.
  • Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, traduzione di Donata Feroldi, Universale Economica Feltrinelli, 2002. ISBN 8807821591

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