Anatole France

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Medaglia del Premio Nobel
Premio Nobel
Per la letteratura (1921)
Anatole France ritratto da Théophile Alexandre Steinlen, 1920

Jacques Anatole François Thibault (1844 – 1924), scrittore francese.

Citazioni di Anatole France[modifica]

  • Caso è forse lo pseudonimo di Dio quando non voleva firmare. (da Il giardino d'Epicuro)
  • Confesso che nella parola beneficenza non trovo più la sua primitiva bellezza; è stata sciupata dai farisei che l'hanno troppo usata. (da Monsieur Bergeret a Parigi, p. 127)
  • Così nacque il pudore, che regna su tutti gli uomini, e in particolare sui popoli lascivi. (da Il manichino di vimini, p. 70)
  • Era uno di quegli uomini che pretendono di rinchiudere l'universo in un armadio. Questo è il sogno di ogni collezionista. E siccome questo sogno è irrealizzabile, i veri collezionisti, come gli amanti, anche nella felicità vengono colti da tristezza infinita. Sanno che non potranno mai chiudere a chiave la terra intera, mettendola in una vetrina. Da qui viene la loro profonda malinconia. (da La carezza del bibliofilo)
  • Facendone un peccato il Cristianesimo ha fatto molto per il sesso.[1]
  • I saggi non sono curiosi. (citato in Sigmund Freud, Aforismi e pensieri, a cura di Massimo Baldini, Newton Compton, Roma 1994)
  • [Maximilien de Robespierre] Il più grande statista apparso sulla scena tra il 1789 e il 1794.[2]
  • L'artista deve amare la vita e mostrarci che è bella. Senza di lui non ne saremmo tanto sicuri. (da Il giardino di Epicuro)
  • L'ingratitudine è il primo dovere di un principe. (da Monsieur Bergeret a Parigi)
  • Non studiavo niente, e perciò imparavo molto.[1]
  • Se il desiderio abbellisce tutte le cose su cui si posa, il desiderio dell'ignoto abbellisce l'universo. (da Il libro del mio amico)[3]
  • Senza illusioni, l'umanità morirebbe di disperazione o di noia.[4]
  • Tutti i libri storici che non contengono menzogne sono mortalmente noiosi. (da Il delitto di Sylvestre Bonnard)

Gli dei hanno sete[modifica]

Incipit[modifica]

Evaristo Gamelin, pittore, discepolo di David, membro della sezione del Ponte Nuovo, precedentemente Sezione EnricoIV, era andato, di buon mattino, nell'antica chiesa dei Barnabiti, che da tre anni, dal 21 maggio 1790, serviva da luogo di riunione generale della Sezione. Questa chiesa si alzava su di una piazza stretta ed angusta, vicino ai cancelli di Palazzo Borbone. Su la sua facciata, divisa in due ordini classici, resa grigia dal tempo, ed in parte rovinata dagli stessi cittadini, gli emblemi religiosi erano stati abbattuti, e qualcuno aveva scritto, in nero, sopra la porta, il famoso grido repubblicano: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza o Morte!
Evaristo Gamelin avanzò nella navata. Le arcate che avevano tante volte ascoltato i cori dei classici di S. Paolo durante gli uffici divini, vedevano ora i patrioti in berretto rosso, riuniti per eleggervi i magistrati municipali e per deliberare su le attività della Sezione. I Santi erano stati strappati dalle loro nicchie e sostituiti con i busti di Bruto, di Jan-Jeaques e di Le Peltier. La tavola dei famosi Diritti dell'uomo si innalzava su l'altare devastato.

Citazioni[modifica]

  • I repubblicani [...] sono umani e sensibili. Soltanto i despoti sostengono che la pena di morte è un attributo necessario all'autorità. Il popolo sovrano un giorno l'abolirà.
  • L'unico scopo degli esseri sembra che sia il nutrimento degli altri esseri destinati alla stessa fine.
  • La virtù [...] è naturale nell'uomo!...Dio ne ha posto i germi nel cuore dei mortali!...
  • Quando la nazione si trova sotto il tiro dei cannoni nemici e sotto il pugno dei traditori, l'indulgente è un parricida...
  • Senza il purgatorio e l'inferno, il buon Dio non sarebbe che un povero re.

Citazioni sul libro[modifica]

  • Dopo l'impeto potente e tempestoso dei Contes drôlatiques, il France sembra placarsi in una ironia leggera, gioconda e tragica insieme nel suo Les dieux ont soif (Gli dei hano sete, oppure Gli dei sitibondi). (Lyno Guarnieri)

[Anatole France, Gli dei hanno sete (Les dieux ont soif), prefazione di Lyno Guarnieri, traduzione di Anna Maria Guarnieri, Edizioni Geos, RomaMilano 1944.]

Il giglio rosso[modifica]

Incipit[modifica]

Renato Mucci[modifica]

Ella diede un'occhiata furtiva alle poltrone raccolte dinanzi al caminetto, alla tavola da tè, che brillava nell'ombra, e ai grandi fasci pallidi di fiori, che venivan fuori dai vasi di Cina. Affondò la mano nei rami fioriti degli aceri per farne agitare i i globi argentei. Ad un tratto, si guardò da lontano in uno specchio con seria attenzione. Con la vita flessuosa, la gota sulla spalla, seguitava con l'occhio le ondulazioni della sua figura slanciata nella guaina di raso nero intorno alla quale ondeggiava una tunica leggera, disseminata di perle ove tremavano cupi bagliori: L'immagine le riflesse uno sguardo tranquillo, come se quell'amabil donna, da lei osservata, e senza disappunto, vivesse priva di gioia acuta e di tristezza profonda.
[Anatole France, Il giglio rosso, traduzione di Renato Mucci, I Nobel Letterari Editrice, Roma 1971.]

Arturo Salucci[modifica]

Ella diede un'occhiata alle poltrone riunite davanti al camino, al tavolinetto da tè, che brillava nell'ombra, e ai grandi mazzi di fiori pallidi che s'innalzavano dai vasi cinesi. Tuffò la mano nei rami fioriti dell'oppio per far tremolare le loro bacche argentate. Ad un tratto, si guardò, da lontano, in uno specchio con intensa attenzione. Diritta e snella di personale, colla guancia china sulla spalla, ella seguiva coll'occhio le ondulazioni della sua forma flessuosa nella guaina di raso nero, intorno alla quale fluttuava una tunica leggera, cosparsa di perle in cui tremolavano delle fiamme cupe. Poi si avvicinò allo specchio, curiosa di veder bene il suo viso di quel giorno. Lo specchio le rifletté uno sguardo tranquillo, come se quella amabile donna, che essa esaminava e che non le dispiaceva, vivesse senza grande gioia e senza profonda tristezza.
[Anatole France, Il Giglio Rosso, traduzione di Arturo Salucci, Milano, Bietti Edit. Tip., 1928]

Citazioni[modifica]

  • È male far fare servilmente agli altri quel che possiamo far da noi con nobile arte. (1971)
  • In un paese in cui il padrone ed i servi fanno una sola famiglia, la sorte dell'uno dipende da quella degli altri. (1971)
  • L'amore è come la devozione; viene tardi. Non si è né innamorate né devote a vent'anni, a meno che non si abbia una disposizione speciale, una specie di santità innata. Anche le predestinate lottano a lungo contro la grazia d'amare, più tremenda della folgore che cade suulla via di Damasco. La donna, il più delle volte, non cede all'amore-passione che all'età in cui la solitudine non si teme più. Gli è che in realtà la passione è un deserto arido, una Tebaide ardente. La passione, è l'ascetismo profano, duro quanto l'ascetismo religioso.
    Così, è per questo che le grandi passionali sono così rare come le grandi penitenti. Chi conosce bene la vita ed il mondo, sa che le donne non si mettono volentieri sul delicato lor petto il cilicio di un vero amore. Sa che non v'è nulla di più raro di un lungo sacrificio. Pensate quel che una donna deve immolare quando ama. Libertà, tranquillità, attraenti moti di un'anima libera, civetteria, spassi, piaceri: vi perde tutto. (1971)
  • Il flirt è permesso. È conciliabile con tutte le esigenze della vita elegante. Ma l'amore no. È la meno mondana delle passioni, la più antisociale, la più selvaggia, la più barbara. Così, la società lo giudica più severamente della galanteria e della leggerezza dei costumi. In un certo senso, ha ragione. Una Parigina innamorata smentisce la sua natura e vien meno alla sua funzione: esser di tutti, come un'opera d'arte. Ed infatti lo è, la più meravigliosa prodotta dall'industria dell'uomo. È un prestigioso artificio, dovuto al concorso di tutte le arti meccaniche e di tutte le arti liberali, è l'opera comune, è il bene comune. Suo dovere è il farsi ammirare. (1971)
  • Il passato, è la sola realtà umana. Tutto ciò che è, è passato. (1971)
  • I ricchi sono mortalmente tenuti ad essere probi; i poveri, no. (1971)
  • L'amore degli uomini è di basso livello [...] ma s'eleva in erte dolorose e conduce a Dio. (1971)
  • La poesia dev'essere la naturale effusione dell'anima nostra. (1971)
  • La ragazza disprezzata e perduta, è l'argilla docile al dito del vasaio divino: è la vittima espiatoria e l'altare dell'olocausto. (1971)
  • La saggezza dei principi è di corta durata. (1971)
  • La sventura è la nostra più grande maestra e la nostra migliore amica. È lei che c'insegna il senso della vita. (1971)
  • La terra [...] è come la donna: non vuole si sia con essa né timidi né brutali. (1971)
  • Le prostitute sono più vicine a Dio delle donne oneste: han perduto la superbia e non hanno più l'orgoglio. Non si gloriano di quel nulla di cui la matrona si onora. Posseggono l'umiltà, pietra angolare delle virtù gradite al Cielo. (1971)
  • Quel che vediam la notte, è lo sfortunato residuo di quanto abbiamo negletto durante la veglia. Il sogno è sovente la rivincita delle cose disprezzate o il rimprovero degli esseri abbandonati. Da qui l'imprevisto e talvolta la tristezza. (1971)
  • Altro motivo d'orgoglio, esser cittadini! Ciò consiste, per i poveri, a mantenere e conservare i ricchi nella loro potenza e nel loro ozio. Essi devono lavorare, di fronte alla maestosa uguaglianza della legge, che proibisce al ricco come al povero di dormire sotto i ponti, di chieder la carità per la strada e di rubar del pane. È uno dei benefici della Rivoluzione. Siccome questa rivoluzione è stata fatta da dei pazzi e degli imbecilli, a profitto degli accaparratori di beni nazionali, e in sostanza non si risolve che nell'arricchimento dei contadini scaltri e dei borghesi usurai, essa elevò, sotto il nome di uguaglianza, l'impero della ricchezza. Essa ha dato la Francia in balia dei finanzieri, che da cent'anni la divorano. Essi vi stanno da padroni e signori. Il governo apparente, composto di poveri diavoli, meschini, gretti, paurosi e nefasti, è al soldo dei finanzieri. Da un secolo, in questo paese avvelenato, chiunque ama i poveri è ritenuto un traditore della società. E si è considerati pericolosi quando si afferma che vi sono dei miserabili. Si sono fatte persino delle leggi contro l'indignazione e la pietà. E quello che dico adesso, non si potrebbe stampare (1928)

Il procuratore della Giudea[modifica]

Incipit[modifica]

L. Elio Lamia, nato in Italia da illustre famiglia, non aveva ancora lasciato la toga pretesta quando andò a studiare filosofia nelle scuole di Atene. Si stabilì poi a Roma conducendovi, nella sua casa dell'Esquilino, circondato da giovani depravati, vita voluttuosa. Ma accusato di intrattenere criminale relazione con Lepida, moglie di Sulpicio Quirino, personalità consolare, e riconosciuto colpevole, fu da Tiberio Cesare esiliato. Aveva allora ventiquattro anni. Nei diciotto anni che durò il suo esilio, egli viaggiò in Siria, in Palestina, in Cappadocia, in Armenia; e a lungo soggiornò ad Antiochia, a Cesarea, a Gerusalemme. Quando, morto Tiberio, Caio fu acclamato imperatore, Lamia ottenne di tornare a Roma; e riuscì anche a recuperare una parte dei suoi beni. Le sventure lo avevano reso saggio.

Citazioni[modifica]

  • È da saggio guardare all'incerto avvenire senza paura e senza speranza. Che ci importa di quello che gli uomini penseranno di noi? Non abbiamo altri testimoni e giudici che noi stessi. (p. 19)

La rivolta degli angeli[modifica]

Incipit[modifica]

Il palazzo d'Esparvieu innalza, all'ombra di Saint-Sulpice, i suoi tre piani austeri, tra un cortile verde di muschio ed un giardino che, di generazione in generazione, si va restringendo per i nuovi fabbricati sempre più alti e vicini e nel quale due vecchi castagni levano ancora verso il cielo i loro rami avvizziti. È là che visse, dal 1825 al 1857, il grand'uomo della famiglia, Alessandro Bussart d'Esparvieu, che fu vice presidente del Consiglio di Stato nel governo di Luglio, membro dell'Accademia delle Scienze morali e politiche e autore del Saggio sulle istituzioni religiose e civili dei popoli, opera in tre grossi volumi in ottavo che purtroppo rimase incompiuta.

Citazioni[modifica]

  • Un racconto senza amore è come del sanguinaccio senza mostarda: è cosa insipida.
  • Gli spiriti celesti possiedono la facoltà di avvolgersi di una forma apparente che li rende visibili e sensibili. Questa forma è reale, perché è apparente e nel mondo le sole realtà sono le apparenze.

[Anatole France, La rivolta degli angeli, traduzione di Alessandra Baldasseroni, I Classici UNEDI, Firenze 1973.]

Taide[modifica]

Incipit[modifica]

In quel tempo il deserto era pieno d'anacoreti. Innumerevoli capanne, costruite dai monaci con fronde e fango, si susseguivano lungo le due rive del Nilo, né troppo vicine né troppo lontane, permettendo agli abitanti di vivere isolati e d'aiutarsi in caso di bisogno. Di tanto in tanto qualche chiesa, con in vetta il segno della croce, emergeva fra le capanne; e i monaci vi si recavano i giorni di festa per assistere alla celebrazione dei misteri e partecipare ai sacramenti. C'erano anche, proprio sull'orlo del fiume, case abitate da cenobiti che, chiusi ciascuno nella sua angusta cella, quella comune dimora eleggevano per meglio assaporare la solitudine.
Anacoreti e cenobiti vivevano nell'astinenza, prendendo qualche cibo non prima che il sole fosse tramontato, e tutti i loro pasti si riducevano a puro pane con un po' di sale e d'issopo. Alcuni inoltrandosi neldeserto, cercavano asilo in una caverna o in una tomba e conducevano una vita ancor più singolare.

Citazioni[modifica]

  • Taide era nata da genitori liberi e poveri, dediti all'idolatria. Al tempo ch'ella era bambina, suo padre teneva ad Alessandria, presso la Porta della Luna, una bettola frequentata da marinai. Ricordi non continui ma vivi le rimanevano della prima fanciullezza. Rivedeva suo padre seduto accanto al focolare sulle gambe incrociate, grande, imponente e tranquilo come uno di quei vecchi faraoni di cui narrano le canzoni cantate dai ciechi nei crocicchi delle strade. Rivedeva anche la scarna e triste madre errare come una gatta famelica per la casa, ch'essa riempiva con gli scoppi della sua voce e con la luminosità dei suoi occhi di fosforo. Si diceva nel sobborgo ch'essa fosse una maga e che di notte si mutasse in civetta per raggiungere i suoi amanti. Ma erano menzogne. Taide sapeva, per averla spesso spiata, che sua madre non si dedicava alle arti magiche, ma che, tormentata dall'avarizia, passava tutta la notte a contare il guadagno della giornata.
  • Cosa vana è fare e non fare; cosa indifferente vivere o morire.
  • Nessuna cosa è in se stessa onesta né turpe, giusta né ingiusta, piacevole né penosa, buona né cattiva. È l'opinione che dà le qualità alle cose, come il sale dà sapore ai cibi.
  • Gli uomini [...] soffrono perché sono privi di ciò che par loro un bene, o perché, possedendolo, temono di perderlo, o perché non possono liberarsi di ciò che par loro un male. Cessino di credere così, e tutti i mali sono finiti.
  • La sapienza divina aveva preveduto che Giuda, libero di non dare il bacio del traditore, l'avrebbe tuttavia dato. In tale modo essa ha adoperato il delitto dell'Iscariota a guisa di pietra nell'edificio meraviglioso della redenzione.
  • Il corpo può cedere al desiderio, senza che l'anima vi partecipi.
  • Se la bellezza è un'ombra, il desiderio è un lampo. Che follia potrebbe essere desiderare la bellezza? Non è forse invece ragionevole che quel che passa si congiunga a quel che non dura e che il lampo divori l'ombra fuggevole?
  • Il vero Dio è nel cuore del saggio.

[Anatole France, Taide (Thais), traduzione di Francesco Chiesa e Alessandra Baldasseroni, Arnoldo Mondadori Editore (CDE 1973).]

Citazioni su Anatole France[modifica]

  • Anatole France sembra un canuto Sileno, che, fuggita oramai la giovinezza non vuol fare il predicatore, ma vuol indicare ai giovani il Carpe diem di oraziana memoria, oppure il chi vuol esser lieto sia... (Lyno Guarnieri)

Note[modifica]

  1. a b Citato in Guido Almansi, Il filosofo portatile, TEA, Milano, 1991.
  2. Citato in George Rudé, Robespierre, traduzione di Maria Lucioni, Editori Riuniti, Milano, 1981.
  3. Citato in Emmanuel Davoust, Silenzio al punto d'acqua, traduzione di Girolamo Mancuso, Franco Muzzio Editore, 1991, p. 91.
  4. Citato in Focus n. 67, p. 169.

Bibliografia[modifica]

  • Anatole France, Bergeret a Parigi, traduzione di U. Dettore, Rizzoli, Milano 1953.
  • Anatole France, Storia Contemporanea. Il manichino di vimini, traduzione di U. Dettore, Rizzoli, Milano 1953.
  • Anatole France, Il giglio rosso, traduzione di Arturo Salucci, Bietti, Milano 1928.
  • Anatole France, Il giglio rosso, traduzione di Renato Mucci, I Nobel Letterari Editrice, Roma 1971
  • Anatole France, Gli dei hanno sete, traduzione di Anna Maria Guarnieri, Edizioni Geos, Roma – Milano 1944.
  • Anatole France, La rivolta degli angeli, traduzione di Alessandra Baldasseroni, I Classici UNEDI, Firenze 1973.
  • Anatole France, La carezza del bibliofilo, traduzione di Marco Dotti, ne il manifesto dell'11 agosto 2007, p. 12.
  • Anatole France, Taide (Thais), traduzione di Francesco Chiesa e Alessandra Baldasseroni, Arnoldo Mondadori Editore (CDE 1973).
  • Anatole France, Il procuratore della Giudea (Le procurateur de Judée), traduzione e nota di Leonardo Sciascia, Sellerio editore, Palermo 1991.

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