Ernesto Masi

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Ernesto Masi (1836 – 1908), storico e docente italiano.

Citazioni di Ernesto Masi[modifica]

  • «Non si ripensa, scrive il Bonghi, ad Alfonso La Marmora senza rimorso.» Vero purtroppo e, salvo alcuni amici di lui, tutti, chi più e chi meno, in alto ed in basso, un po' di questo rimorso ce lo siamo meritati. Perduta la battaglia di Custoza[1] il disinganno fu così amaro e crudele, che quasi nessuno seppe stare in cervello. Arrecarlo a sola ingiuria di fortuna non pareva che bastasse, convenire che la colpa era di molti, di tutti forse, come il Villari osò dire, sapeva di umiliazione quasi peggiore della sconfitta. Ci buttammo dunque volentieri al rimedio della gente fiacca; cavarsi la croce di dosso e caricarne le spalle ad uno, che la porti per tutti, e quest'uno fu Alfonso La Marmora.[2]
  • [...] [dopo la sconfitta nella battaglia di Custoza] si svolge la parte più profondamente drammatica della vita del La Marmora! Quest'uomo, che, pochi giorni innanzi era tutto, pochi giorni dopo è peggio che nulla. La sua popolarità è perduta e di questo facilmente si consolerebbe, perché non l'ha mai cercata. Ma se gli amici suoi e non della ventura gli rimangono fedeli, la loro stessa amorevole sollecitudine attesta il vuoto che si è fatto intorno a lui. Il Re[3] lo dimentica, i più miti lo sfuggono, i più tristi lo accusano, e di che? Nient'altro che d'aver pattuita la sconfitta... lui, Alfonso La Marmora, il vecchio soldato di Pastrengo e della Cernaia[4], il padre dell'esercito italiano, l'onore, la lealtà, la virtù in persona! In questo orrendo contrasto, a cui fu messo l'animo del Generale La Marmora, consiste il vero momento psicologico della sua biografia. Tacere, chiudersi in sé, contentarsi del testimonio della propria coscienza, disprezzare le accuse, gli accusatori e l'indifferenza ingenerosa, che tiene il sacco, aspettare giustizia dal tempo e dalla storia... È presto detto! Ma nella condizione del La Marmora a me pare supremamente umano e giusto, che quell'amarezza infinita, quella universale cospirazione d'ingiustizia e d'ingratitudine trionfino alla fine l'animo suo e lo trascinino a protestare e a difendersi.[5]

Il Risorgimento italiano[modifica]

  • Giorgio Gervinus sottopone il corso della storia universale all'impero di grandi leggi naturali.
    Vede in queste leggi una specie di continua evoluzione, la quale però si rigira sopra se stessa, ma senza che impedisca il fatale andare del progresso umanano. Si discosta poco in tal guisa dai circoli del Machiavelli, dall'ibis redibis del Pascal, dai ricorsi del Vico, dai periodi trentennari, ricorrenti nella storia e dei quali Giuseppe Ferrari indicava come il modello perpetuo nella vita tipica di Cristo e nella guerra del Peloponneso. (vol. 1, cap. 1, p. 2)
  • Come uomo il Montesquieu non è personaggio molto caratteristico, però, direi, che nell'uomo sono gli stessi contrasti che nei suoi libri. È un aristocratico e feudale, non solo di nobiltà ereditaria di toga, ma signore di castelli, ed in pari tempo professa dottrine emancipatrici e liberali; è un monarchico e inclina alla repubblica, alla repubblica bensì di tipo classico, ateniese, spartano o romano, ma non pare che creda possibile nessuna virtù cittadina all'infuori di questi modelli; si dichiara a più riprese felice di vivere sotto la monarchia francese e ne fa la satira più acerba. (vol. 1, cap. 4, p. 51)
  • [...] l'influenza del Montesquieu sulla Rivoluzione francese è paragonabile solamente a quella del Rousseau, di cui il Giacobinismo ed il Robespierre sono una filiazione diretta, mentre il Voltaire e il Diderot sono particolarmente due grandi demolitori. Ma tutti quattro, insomma, sono grandi nel senso che per primi professano la grande illusione della filosofia del secolo XVIII e dell'Enciclopedismo (la quale diverrà poi quella della Rivoluzione), e che una storia pare chiudersi ed un'altra cominciare da essi. La storia invece è lì per dimostrare che nulla ha principio, nulla ha fine, ma tutto invece continua, se pure tutto non ricomincia sempre da capo. (vol. 1, cap. 4, p. 57)
  • [...] il Voltaire mi sembra lo stesso secolo XVIII fatto uomo con tutte le sue virtù, le sue colpe ed i suoi contrasti. (vol. 1, cap. 4, p. 60)
  • Lo Spedalieri aveva esordito, come scrittore, confutando l'Esame critico degli Apologisti del Cristianesimo di Nicola Fréret e i due capitoli della Storia[6] del Gibbon, nei quali il grande storico inglese volle dimostrare che lo stabilimento e i progressi del Cristianesimo sono spiegabili con ragioni naturali ed umane, al pari di qualunque altro fatto di storia. Inutile dire che agli argomenti del Fréret e del Gibbon la confutazione dello Spedalieri contrappone la fede, i miracoli, la necessità della rivelazione; un punto di vista convenientissimo a lui, ma non conciliabile in nessun modo cogli assunti della filosofia del secolo XVIII e colle illazioni logiche di essa. Lo Spedalieri è dunque un polemista cattolico e non ha niente a che fare non solo cogli Enciclopedisti francesi, ma neppure coi riformisti italiani di quel tempo. (vol. 1, cap. 5, pp. 101-102)
  • Il Laubergh, fino ai più recenti studi del Rossi e del Croce, era un nome quasi del tutto ignoto. Oggi invece lo si può chiamare col Rossi e col Croce: il primo cospiratore del moderno Risorgimento italiano. (vol. 1, cap. 11, p. 177)
  • [...], nella Roma di Pio VI, non si perdonerà allo Spedalieri di aver osato, nel suo libro sui Diritti dell'Uomo, una timida conciliazione fra il dogma e il Contratto Sociale del Rousseau; come non si perdonerà al Monti – e lo si piglierà da quel momento in sospetto – di avere, ripigliando la tesi degli Enciclopedisti, ricongiunto il suo pensiero a quello del Parini, dell'Alfieri e di tutti i contemporanei riformisti, lombardi e napoletani, intuonando nell'ode al Montgolfier l'inno trionfale della ragione e della scienza. (vol. 1, cap. 12, p. 191)
  • A Napoli, [...], primo effetto della Costituzione concessa[7] fu lo scioglimento di ogni freno. Dalla tirannide uscì ex abrupto, non la libertà, ma una licenza infinita, che niente più bastava a contenere ed a contentare. Era un continuo carnevale di raunate di popolo, di desideri incomposti, sconfinati e di grida, quelle che anche Carlo Botta nella sua storia, per dir tutto in una parola. chiama le Napoletane grida. (vol. 2, cap. 52, p. 264)
  • Quanto è efficace il costante apostolato unitario del Mazzini, altrettanto vani sono i suoi tentativi d'azione, perché non hanno mai altra base che la sua facilità d'illudersi e la sua presunzione. (vol. 2, cap. 53, p. 299)
  • Da molti il Ministero Capponi in Firenze è paragonato al Ministero di Carlo Troja in Napoli ed il paragone calza purtroppo da molti lati. Entrambi si trovano collocati tra la dubbia fede del principe e quella dei soliti arruffapopoli: levarne le gambe sarebbe stato difficile per chiunque. Impossibile poi a due uomini indeboliti – l'uno e l'altro – dagli anni e dalle infermità: il Troja era paralitico, il Capponi cieco. (vol. 2, cap. 55, p. 324)
  • Daniele Manin si distingue da tutti gli altri statisti italiani, che agirono in quel tempo nella rivoluzione italiana, per due fattezze tutte sue: l'una, di nulla lasciarsi imporre dal partito demagogico, reprimendolo costantemente, non perdendo mai per questo la fiducia e l'affetto del popolo veneziano e conquistandosi, col mantener l'ordine e l'autorità sua, il rispetto dovuto ad un governo regolare, di fronte al quale la violenza dell'Austria ha quasi l'aria più irregolare e più rivoluzionaria di esso; l'altra, che egli si confida bensì nella forza, nell'amor patrio, nella virtù del suo popolo e degli italiani accorsi in aiuto a Venezia, ma ha altrettanta fiducia nel concetto astratto della giustizia e del diritto, il quale nella Francia repubblicana e nell'Inghilterra liberale gli pare impossibile, che alla lunga non debba prevalere e forzarle, se non altro, a prestare a Venezia un appoggio morale così deciso, che l'Austria debba – non fosse che per un'apparenza almeno di senso civile nelle sue relazioni internazionali – finire per cedere in tutto o in parte alle sue domande. (vol. 2, cap. 58, p. 431)

Nell'Ottocento[modifica]

  • Alessandro I era uno stranissimo impasto di qualità le più opposte: ascetico come Luigi Gonzaga, e dissoluto come Don Giovanni Tenorio; ingenuo e spensierato come un artista, e subdolo e avido come un greco del Basso Impero; tirannico come un sultano, e umanitario come un filantropo; umile come un anacoreta, e vano d'applausi come una ballerina; infatuato di sé stesso come un Lucifero, e pieghevole a tutti i venti come una canna; un insieme di despota, di mistico e di liberale, che per un pezzo gli imbroglia la testa, poi finisce a dargli l'illusione d'essere il braccio dritto della provvidenza di Dio, destinato a rimetter l'ordine sulla terra e ravviare tutto il gregge umano per la via maestra del bene. (p. 82)
  • Esso [Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord], in persona, ha cominciato abate, poi vescovo, ha celebrato ridendo la sua ultima messa nella festa della Federazione Repubblicana, s'è sconsacrato, ha preso moglie, nei tempi peggiori della Repubblica s'è eclissato, è rientrato a tempo per esser Ministro: Giacobino sotto il Direttorio, repubblicano sotto il Consolato, Bonapartista sotto l'Impero, legittimista sotto i Borboni, e come si spiegano tutte queste metamorfosi? In una maniera sola, dice lui, cioè che agli occhi d'un filosofo le forme politiche son forme vuote; che con tale libertà di spirito egli ha visto sempre, prima, meglio e più lontano d'ogni altro, e che mentre gli altri s'attaccavano ad un partito, egli non ha servito mai che la Francia. È una disinvoltura stupefacente, la quintessenza di quell'arcana dottrina del savoire vivre, sotto la quale i Francesi compendiano tante cose, e che il Talleyrand possedeva in grado superlativo. (p. 87)
  • [Pio IX] Lo si diceva, poniamo, dominato a bacchetta dal suo cameriere, Gaetano Moroni, per certo intimissimo suo, e che avendo cominciato barbiere del convento dei Camaldolesi, avea finito per essere in corte del Papa un gran personaggio, a cui non solo s'inchinava riverente una folla di mendicanti e di cacciatori d'impieghi, di grazie e di onori, ma che per mezzo dei diplomatici e dei visitatori stranieri più cospicui era divenuto noto a tutt'Europa e riverito col vezzeggiativo di signor Gaetanino, com'era solito il Papa chiamarlo. Il mondo è sempre stato così e continua ad essere, anche se il signor Gaetanino non è più in corte del Papa, ma è invece ministro, deputato, o un pezzo grosso qualsiasi. Pur di piegare la schiena a qualche potente o creduto tale!! Ora anche il signor Gaetanino, un mitissimo cortigiano, tutto miele di sorrisi, di complimenti e di riverenze, è dipinto nei libelli e nelle satire contemporanee come un Tigellino spietato, un Seiano, consigliere d'infamie, e qualcosa pure di più turpe, ed in tutto questo parimenti non c'è nulla di vero. Il signor Gaetanino invece era un giovine popolano, intelligente, istruitosi un po' da sé, un po' coll'aiuto del Papa e riuscito all'ultimo un erudito non volgare, sempre poi un lavoratore indefesso, il quale, oltre alle sue faccende di corte, ha trovato il modo di lasciare 120 volumi d'un Dizionario Storico-Ecclesiastico, che anche oggi si consulta con qualche utilità. (p. 136)
  • La Storia [della città di Roma nel Medioevo] del Gregorovius avrà ed ha i suoi difetti; in qualche parte potrà per ricerche nuove essere corretta; non ogni volume, degli otto che lo compongono, ha lo stesso valore: ma questo geniale uomo e genialissimo scrittore poteva senza vanto dire del proprio lavoro, e con maggior diritto di Flavio Biondo[8], queste parole del Diario: «creai ciò che ancora non esisteva», ed il suo libro, nonostante il tema, la novità, l'apparato scientifico, è uno dei più popolari e più letti di tutta la letterature europea, gloria e fortuna non riservate di sicuro alle arcidottissime lucubrazioni dei suoi detrattori. (p. 314)
  • [...] una storia filosofica, come quella del Gibbon[9], si può scrivere vicino o lontano dal proprio oggetto di studio. Non così quella del Gregorovius. Per sentire e dipingere a quel modo, per rianimare con vera fantasia di storico artista quei ruderi, quelle torri, quelle nere moli medievali, appoggiate, intrecciate quasi alle classiche ruine di Roma antica e imperiale, bisogna averle sott'occhio, viverci in mezzo, vederle, rivederle a quei lumi di sole invernale, fra quelle brume estive di tramonto, quando, dice il Gregorovius, «Roma, qualche volta non si lascia vedere, si racchiude in sé stessa, nella sua vetustà». Per questo egli aggiunge che l'aria di Roma agisce su di lui come vino di Sciampagna, che la sua storia del medio evo romano non è soltanto il frutto di vent'anni di ricerche, ma il risultamento d'una vita, la conseguenza d'una passione invincibile. Felice libro, felicissimo scrittore! (p. 316)
  • Lo Zola non è stato un dotto, né come filosofo, né come letterato. Ciò gli ha nociuto e giovato, crediamo, nel medesimo tempo. Gli ha nociuto, facendogli accogliere con poca critica e non sempre esatta e compiuta cognizione le dottrine e i sistemi, a cui ha conformato l'opera sua; gli ha giovato, salvandogli una specie d'artistica verginità, per cui non c'è audacia che l'abbia sgomentato, né modelli, né freni d'arte, che l'abbiano trattenuto negli argomenti da lui prescelti e nelle atroci realtà di ogni fatta, da lui dipinte con quella sua maravigliosa potenza, che dove ancora vi pare prolissa, o vi sazia, o addirittura vi nausea, non cessa per questo d'avervi vinti, affascinati, conquistati e di stamparsi incancellabile nell'animo dei lettori più riluttanti. Questo egli ha per lo meno di comune coi grandi scrittori di vera fama mondiale. (p. 361)

Saggi di storia e di critica[modifica]

  • [...] dovendo sfilar fra gli applausi sul palcoscenico d'un teatro [durante una festa patriottica per gli esuli napoletani e siciliani], Silvio Spaventa coll'aria seccata del filosofo, che ha il capo a tutt'altro, non avvertì la buca aperta del suggeritore e vi cascò dentro e scomparve. Per fortuna fu tirato su sano e salvo. «Non si era rotto nulla, neppure gli occhiali» e poté tornare a contemplare gli empirei della sua filosofia, come prima. (p. 353)
  • [...] la singolarità grande di Aristide Gabelli come pensatore e scrittore italiano gli viene soprattutto dall'intima e profonda connessione che era in lui, fra l'uomo, il pensatore e lo scrittore, pregio raro in Italia e a svolgere il quale poco o nulla miravano le vecchie scuole, e pochissimo mirano le nuove, con tutte le loro pretensioni d'andarsi spogliando di tutti i dogmatismi e le rettoriche d'una volta per non pensare che alla pratica, al positivo e alla vita. (pp. 453-454)
  • Tutta l'opera del Gabelli pedagogista consistette nel mettere pace fra tante dannose contraddizioni, nello svecchiare cioè il nostro insegnamento con temperanza e nel rinnovarlo con discrezione e saviezza, e ogni qual volta il Gabelli slargò ad ufficio di moralista e sociologo [...], propose sempre, si può dire, gli stessi rimedi, mirò sempre al medesimo fine, rinnovare conservando e conservare rinnovando quello che non solo non conduce più al fine, che si vuol conseguire, ma lo contrasta e lo allontana o conduce inconsapevolmente ad un fine opposto. (p. 455)
  • [...] al Gabelli pareva che formare le teste fosse, dopo rifatta la patria, la grande necessità italiana, a cui urgeva di provvedere. (p. 456)

Incipit di alcune opere[modifica]

Lorenzo il Magnifico[modifica]

Vi ricordate della tragedia di Vittorio Alfieri intitolata: La Congiura de' Pazzi? Come opera d'arte non è gran che, lasciando stare anche l'alterazione quasi grottesca dei fatti storici, dei caratteri e persino dei nomi dei personaggi. Ma non si tratta ora di ciò. Voglio notare soltanto un fenomeno singolare, che parmi accaduto all'Alfieri nel trattar questo tema, ed è che mentre ha senza dubbio voluto travestire in Lorenzo e Giuliano de' Medici due de' suoi soliti Egisti e Creonti, due de' suoi soliti tiranni, messi là a ricevere in pieno petto le contumelie del prim'uomo e della prima donna, non solo il carattere di Lorenzo gli è, suo malgrado, riuscito il più simpatico della tragedia, ma all'ultimo non sa più egli stesso, l'Alfieri, da che lato pende il torto maggiore; i motivi della sanguinosa catastrofe, da prima apparsigli così chiari e lampanti, si direbbe che gli si oscurano tutto ad un tratto; e per conclusione finale mette in bocca a Lorenzo queste ambigue parole:
. . . . E avverar sol può il tempo
Me non tiranno e traditor costoro!

Vincenzo Monti (1754-1828)[modifica]

Per discorrere di Vincenzo Monti mi par necessario prendere le mosse da alcuni fatti e da alcune considerazioni di ordine generale.
La letteratura italiana, non dirò moderna (perchè a costruir questa stiamo affaticandoci ancora, sempre un po' a tastoni, come in tutto il resto) ma dirò, la letteratura italiana contemporanea procede dal Parini e dall'Alfieri.
Sono due novatori il Parini e l'Alfieri? E chi lo sarebbe, se non lo sono essi, che si crearono di nuovo l'inspirazione, la materia, lo stile, persino il pubblico, a cui rivolgersi?

Citazioni su Ernesto Masi[modifica]

  • Ernesto Masi è, per dirlo alla francese "un grande amoroso" del suo soggetto [Carlo Goldoni]; e non è da poco tempo che egli lo viene, con molte e insigni prove, dimostrando. Qui[10] lo dimostra al punto che, talvolta, a certe patenti bellezze delle scene goldoniane, egli sente il bisogno d'intervenire, richiamando con una nota l'attenzione del lettore; tant'è la sua tema che possano passare inosservate. Sollecitudini d'innamorato; e giovano anch'esse. Chi arde, incende. (Enrico Panzacchi)

Note[modifica]

  1. Nel 1866, durante la terza guerra d'indipendenza, l'esercito italiano comandato da Alfonso La Marmora fu sconfitto a Custoza.
  2. Da Fra libri e ricordi di storia della rivoluzione italiana, Nicola Zanichelli, Bologna, 1887, pp. 229-230.
  3. Vittorio Emanuele II.
  4. Battaglie della prima guerra d'indipendenza (1848) e della guerra di Crimea (1855).
  5. Da Fra libri e ricordi di storia della rivoluzione italiana, ibid., pp. 243-244.
  6. The History of the Decline and Fall of the Roman Empire (Storia della decadenza e caduta dell'Impero romano).
  7. L'11 febbraio 1848, Francesco II aveva promulgato la Costituzione del Regno delle Due Sicile.
  8. Flavio Biondo (1392 – 1463), storico e umanista italiano, autore di tre guide alle rovine dell'antica Roma.
  9. Edward Gibbon, autore della celebre The History of the Decline and Fall of the Roman Empire (Storia della decadenza e caduta dell'Impero romano).
  10. Scelta di commedie di Carlo Goldoni, con prefazioni e note di Ernesto Masi, due voll., Successori Le Monnier, 1897.

Bibliografia[modifica]

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