Ernesto Masi

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Ernesto Masi (1836 – 1908), storico e docente italiano.

Citazioni di Ernesto Masi[modifica]

  • «Non si ripensa, scrive il Bonghi, ad Alfonso La Marmora senza rimorso.» Vero purtroppo e, salvo alcuni amici di lui, tutti, chi più e chi meno, in alto ed in basso, un po' di questo rimorso ce lo siamo meritati. Perduta la battaglia di Custoza[1] il disinganno fu così amaro e crudele, che quasi nessuno seppe stare in cervello. Arrecarlo a sola ingiuria di fortuna non pareva che bastasse, convenire che la colpa era di molti, di tutti forse, come il Villari osò dire, sapeva di umiliazione quasi peggiore della sconfitta. Ci buttammo dunque volentieri al rimedio della gente fiacca; cavarsi la croce di dosso e caricarne le spalle ad uno, che la porti per tutti, e quest'uno fu Alfonso La Marmora. (da Fra libri e ricordi di storia della rivoluzione italiana, Nicola Zanichelli, Bologna, 1887, pp. 229-230)
  • [...] [dopo la sconfitta nella battaglia di Custoza] si svolge la parte più profondamente drammatica della vita del La Marmora! Quest'uomo, che, pochi giorni innanzi era tutto, pochi giorni dopo è peggio che nulla. La sua popolarità è perduta e di questo facilmente si consolerebbe, perché non l'ha mai cercata. Ma se gli amici suoi e non della ventura gli rimangono fedeli, la loro stessa amorevole sollecitudine attesta il vuoto che si è fatto intorno a lui. Il Re[2] lo dimentica, i più miti lo sfuggono, i più tristi lo accusano, e di che? Nient'altro che d'aver pattuita la sconfitta... lui, Alfonso La Marmora, il vecchio soldato di Pastrengo e della Cernaia[3], il padre dell'esercito italiano, l'onore, la lealtà, la virtù in persona! In questo orrendo contrasto, a cui fu messo l'animo del Generale La Marmora, consiste il vero momento psicologico della sua biografia. Tacere, chiudersi in sé, contentarsi del testimonio della propria coscienza, disprezzare le accuse, gli accusatori e l'indifferenza ingenerosa, che tiene il sacco, aspettare giustizia dal tempo e dalla storia... È presto detto! Ma nella condizione del La Marmora a me pare supremamente umano e giusto, che quell'amarezza infinita, quella universale cospirazione d'ingiustizia e d'ingratitudine trionfino alla fine l'animo suo e lo trascinino a protestare e a difendersi. (da Fra libri e ricordi di storia della rivoluzione italiana, ibid., pp. 243-244)

Il Risorgimento italiano[modifica]

  • Giorgio Gervinus sottopone il corso della storia universale all'impero di grandi leggi naturali.
    Vede in queste leggi una specie di continua evoluzione, la quale però si rigira sopra se stessa, ma senza che impedisca il fatale andare del progresso umanano. Si discosta poco in tal guisa dai circoli del Machiavelli, dall'ibis redibis del Pascal, dai ricorsi del Vico, dai periodi trentennari, ricorrenti nella storia e dei quali Giuseppe Ferrari indicava come il modello perpetuo nella vita tipica di Cristo e nella guerra del Peloponneso. (vol. 1, cap. 1, p. 2)
  • Come uomo il Montesquieu non è personaggio molto caratteristico, però, direi, che nell'uomo sono gli stessi contrasti che nei suoi libri. È un aristocratico e feudale, non solo di nobiltà ereditaria di toga, ma signore di castelli, ed in pari tempo professa dottrine emancipatrici e liberali; è un monarchico e inclina alla repubblica, alla repubblica bensì di tipo classico, ateniese, spartano o romano, ma non pare che creda possibile nessuna virtù cittadina all'infuori di questi modelli; si dichiara a più riprese felice di vivere sotto la monarchia francese e ne fa la satira più acerba. (vol. 1, cap. 4, p. 51)
  • [...] l'influenza del Montesquieu sulla Rivoluzione francese è paragonabile solamente a quella del Rousseau, di cui il Giacobinismo ed il Robespierre sono una filiazione diretta, mentre il Voltaire e il Diderot sono particolarmente due grandi demolitori. Ma tutti quattro, insomma, sono grandi nel senso che per primi professano la grande illusione della filosofia del secolo XVIII e dell'Enciclopedismo (la quale diverrà poi quella della Rivoluzione), e che una storia pare chiudersi ed un'altra cominciare da essi. La storia invece è lì per dimostrare che nulla ha principio, nulla ha fine, ma tutto invece continua, se pure tutto non ricomincia sempre da capo. (vol. 1, cap. 4, p. 57)
  • [...] il Voltaire mi sembra lo stesso secolo XVIII fatto uomo con tutte le sue virtù, le sue colpe ed i suoi contrasti. (vol. 1, cap. 4, p. 60)
  • Lo Spedalieri aveva esordito, come scrittore, confutando l'Esame critico degli Apologisti del Cristianesimo di Nicola Fréret e i due capitoli della Storia[4] del Gibbon, nei quali il grande storico inglese volle dimostrare che lo stabilimento e i progressi del Cristianesimo sono spiegabili con ragioni naturali ed umane, al pari di qualunque altro fatto di storia. Inutile dire che agli argomenti del Fréret e del Gibbon la confutazione dello Spedalieri contrappone la fede, i miracoli, la necessità della rivelazione; un punto di vista convenientissimo a lui, ma non conciliabile in nessun modo cogli assunti della filosofia del secolo XVIII e colle illazioni logiche di essa. Lo Spedalieri è dunque un polemista cattolico e non ha niente a che fare non solo cogli Enciclopedisti francesi, ma neppure coi riformisti italiani di quel tempo. (vol. 1, cap. 5, pp. 101-102)
  • Il Laubergh, fino ai più recenti studi del Rossi e del Croce, era un nome quasi del tutto ignoto. Oggi invece lo si può chiamare col Rossi e col Croce: il primo cospiratore del moderno Risorgimento italiano. (vol. 1, cap. 11, p. 177)
  • [...], nella Roma di Pio VI, non si perdonerà allo Spedalieri di aver osato, nel suo libro sui Diritti dell'Uomo, una timida conciliazione fra il dogma e il Contratto Sociale del Rousseau; come non si perdonerà al Monti – e lo si piglierà da quel momento in sospetto – di avere, ripigliando la tesi degli Enciclopedisti, ricongiunto il suo pensiero a quello del Parini, dell'Alfieri e di tutti i contemporanei riformisti, lombardi e napoletani, intuonando nell'ode al Montgolfier l'inno trionfale della ragione e della scienza. (vol. 1, cap. 12, p. 191)
  • A Napoli, [...], primo effetto della Costituzione concessa[5] fu lo scioglimento di ogni freno. Dalla tirannide uscì ex abrupto, non la libertà, ma una licenza infinita, che niente più bastava a contenere ed a contentare. Era un continuo carnevale di raunate di popolo, di desideri incomposti, sconfinati e di grida, quelle che anche Carlo Botta nella sua storia, per dir tutto in una parola. chiama le Napoletane grida. (vol. 2, cap. 52, p. 264)
  • Quanto è efficace il costante apostolato unitario del Mazzini, altrettanto vani sono i suoi tentativi d'azione, perché non hanno mai altra base che la sua facilità d'illudersi e la sua presunzione. (vol. 2, cap. 53, p. 299)
  • Da molti il Ministero Capponi in Firenze è paragonato al Ministero di Carlo Troja in Napoli ed il paragone calza purtroppo da molti lati. Entrambi si trovano collocati tra la dubbia fede del principe e quella dei soliti arruffapopoli: levarne le gambe sarebbe stato difficile per chiunque. Impossibile poi a due uomini indeboliti – l'uno e l'altro – dagli anni e dalle infermità: il Troja era paralitico, il Capponi cieco. (vol. 2, cap. 55, p. 324)
  • Daniele Manin si distingue da tutti gli altri statisti italiani, che agirono in quel tempo nella rivoluzione italiana, per due fattezze tutte sue: l'una, di nulla lasciarsi imporre dal partito demagogico, reprimendolo costantemente, non perdendo mai per questo la fiducia e l'affetto del popolo veneziano e conquistandosi, col mantener l'ordine e l'autorità sua, il rispetto dovuto ad un governo regolare, di fronte al quale la violenza dell'Austria ha quasi l'aria più irregolare e più rivoluzionaria di esso; l'altra, che egli si confida bensì nella forza, nell'amor patrio, nella virtù del suo popolo e degli italiani accorsi in aiuto a Venezia, ma ha altrettanta fiducia nel concetto astratto della giustizia e del diritto, il quale nella Francia repubblicana e nell'Inghilterra liberale gli pare impossibile, che alla lunga non debba prevalere e forzarle, se non altro, a prestare a Venezia un appoggio morale così deciso, che l'Austria debba – non fosse che per un'apparenza almeno di senso civile nelle sue relazioni internazionali – finire per cedere in tutto o in parte alle sue domande. (vol. 2, cap. 58, p. 431)

Saggi di storia e di critica[modifica]

  • [...] dovendo sfilar fra gli applausi sul palcoscenico d'un teatro [durante una festa patriottica per gli esuli napoletani e siciliani], Silvio Spaventa coll'aria seccata del filosofo, che ha il capo a tutt'altro, non avvertì la buca aperta del suggeritore e vi cascò dentro e scomparve. Per fortuna fu tirato su sano e salvo. «Non si era rotto nulla, neppure gli occhiali» e poté tornare a contemplare gli empirei della sua filosofia, come prima. (p. 353)
  • [...] la singolarità grande di Aristide Gabelli come pensatore e scrittore italiano gli viene soprattutto dall'intima e profonda connessione che era in lui, fra l'uomo, il pensatore e lo scrittore, pregio raro in Italia e a svolgere il quale poco o nulla miravano le vecchie scuole, e pochissimo mirano le nuove, con tutte le loro pretensioni d'andarsi spogliando di tutti i dogmatismi e le rettoriche d'una volta per non pensare che alla pratica, al positivo e alla vita. (pp. 453-454)
  • Tutta l'opera del Gabelli pedagogista consistette nel mettere pace fra tante dannose contraddizioni, nello svecchiare cioè il nostro insegnamento con temperanza e nel rinnovarlo con discrezione e saviezza, e ogni qual volta il Gabelli slargò ad ufficio di moralista e sociologo [...], propose sempre, si può dire, gli stessi rimedi, mirò sempre al medesimo fine, rinnovare conservando e conservare rinnovando quello che non solo non conduce più al fine, che si vuol conseguire, ma lo contrasta e lo allontana o conduce inconsapevolmente ad un fine opposto. (p. 455)
  • [...] al Gabelli pareva che formare le teste fosse, dopo rifatta la patria, la grande necessità italiana, a cui urgeva di provvedere. (p. 456)

Note[modifica]

  1. Nel 1866, durante la terza guerra d'indipendenza, l'esercito italiano comandato da Alfonso La Marmora fu sconfitto a Custoza.
  2. Vittorio Emanuele II.
  3. Battaglie della prima guerra d'indipendenza (1848) e della guerra di Crimea (1855).
  4. The History of the Decline and Fall of the Roman Empire (Storia della decadenza e caduta dell'Impero romano).
  5. L'11 febbraio 1848, Francesco II aveva promulgato la Costituzione del Regno delle Due Sicile.

Bibliografia[modifica]

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