Frederic Prokosch

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Frederic Prokosch (1908 – 1989), scrittore e traduttore statunitense.

Gli asiatici[modifica]

Incipit[modifica]

VIDI in fondo alla strada un vigile notturno, con la sua lanterna, venire verso di me. Canterellava sottovoce una dolce nenia malinconica. Quando mi adocchiò, tacque, e la sua faccia di mela raggrinzita assunse un'espressione intenta e solenne; mi passò vicino in silenzio, ma al primo crocicchio riprese il suo canto funebre il cui tono sembrava deprecare la fine dell'amore fra gli esseri umani, vaticinare tempi grami per i vecchi, annunciare l'imminenza di disastri.
L'aria, umida e calda dopo la pioggia autunnale, era piena di moscerini. La notte velava la bruttezza della città – gli affissi, i pali telefonici, le Ford sgangherate – dopo di averne soffocato i molteplici strepiti diurni; ma era distintamente udibile il ronzio delle zanzare, e laggiù, a cinquanta passi, dove i lumi di un caffè rompevano le tenebre, il ronzare più profondo d'una radio. Dirimpetto, sui gradini della scala esterna d'un casotto, alcune femmine stavano in piedi, le facce illuminate dal riverbero della luce, ma non parlavano, non facevano niente; ogni tanto una muoveva la testa, nient'altro.

[Frederic Prokosch, Gli asiatici (The Asiatics), traduzione di Carlo Coardi, I Libri del Pavone, Mondadori, 1956.]

Citazioni[modifica]

  • Nel carcere la carità non ha maggior successo di quanto n'abbia una lacrima nel deserto. (1956, p. 51)
  • Il mondo diventa un mortorio, se non si impara a ridere, sia pure di disgusto... (1956, p. 68)
  • L'essere umano è rinchiuso in una conchiglia di assurdità. È ciò che v'è dentro che ci dà i brividi. (1956, p. 89)
  • Questo, naturalmente, è ciò che si prova nell'accostarsi a una cosa nuova: timidezza, perplessità, una sorta di poesia e di sorpresa che in breve evaporano, più o meno per sempre. Più o meno, dico, perché è forse proprio questa prima impressione di lontananza e di mistero a essere la più vicina alla verità; e ogni tanto ci accade di ritrovarla all'improvviso, con stupita meraviglia, specie in quegli attimi crepuscolari in cui si toccano proprio le cose che sono più vicine. Ci si interroga. Si intravede, senza ben capire. Ma la verità, naturalmente, è che quell'intimità, quella vicinanza, non erano altro che un inganno elaborato, un sogno ingegnoso, un miraggio sottile ma poco convinto.
    Questo è ciò che pensai come fui entrato in città. E conclusi così: non essere forte; non essere solo; non essere altero; è la tua unica possibilità di capire mai qualcosa. Sii fragile, sii tenero, umiliati, lasciati avvolgere dallo scoloramento del sogno. Fa' così e, strano a dirsi, rimarrai sano; sarai te stesso; scoprirai il modo migliore di vivere in questo mondo, il più vano e il più allettante dei mondi possibili. La realtà diventa un sogno crudele, mentre il sogno sbiadisce in una tenera realtà fatta dall'uomo. (2014, pp. 144-145)

Cinque notti a camminare[modifica]

Incipit[modifica]

La notte era appena scesa in quella sera di tardo maggio. Stava ancora avvolgendo l'osteria, una linda osteria di campagna come se ne vedono sparse qua e là sui pendii e tra i laghi dell'alta Savoia: nuda ma solida, fabbricata per i soli radiosi come per gli inverni di tempesta. Le finestre si aprivano sulla notte tiepida, le tende azzurre dondolavano, dolcemente; il fresco profumo primaverile di verzura, di lillà, di siringa e quello più aspro dei pini, penetravano nella stanza, insinuandosi tra le tende.
Posata sul banco ardeva una piccola lampada a olio, fuori moda, e la luce filtrava morbida attraverso il paralume di vetro verde spandendo un tremulo chiarore.
Nella stanza erano in otto: l'oste e sua moglie e altri sei. Sedevano silenziosi.

Citazioni[modifica]

  • La libertà è per me il dio latino delle porte [...]: ha due volti. (p. 42)
  • Tutti si agogna la libertà [...]eppure, ella si allontana quanto più la avviciniamo. All'istante poi, in cui la vogliamo afferrare i suoi tratti svaniscono. (p. 42)
  • Nei paesi dai regimi dittatoriali [...] gli uomini, anzi la maggioranza fra gli uomini, sono felici e si credono liberi. Essi ignorano ogni altro sistema di vita. L'atto più semplice è interpretato da loro qual segno di libertà: la catena che lega le loro anime resta invisibile. È libertà per loro prendersi una vacanza o comprarsi una cravatta o scegliersi le sigarette o sposarsi. Non conoscono altro. (p. 42)
  • Viviamo la nostra vita incatenati [...] però, ciò che conta è il diritto che ci consenta di liberarci dalle catene, appena siamo vecchi e saggi, e di trar profitto degli inevitabili legami. Il diritto di scelta, insomma. Il diritto, e possiamo anche non farne uso, di esplorare e veder chiaro. Il diritto alla tragedia. Ecco ciò che intendo per libertà. (p. 43)
  • La tragedia è una forma di estasi; è esaltazione. L'uomo comune, l'uomo dalla mente meccanica, è incapace. È un dono concesso ai soli uomini liberi, a coloro che vivono sulle cime della vita e non accettano uguaglianze e disfatte. La tragedia è la medaglia che il destino concede all'eroe caduto, è il riconoscimento finale della dignità umana. (p. 43)
  • Anche un altro uomo [...] parlò di libertà: quel violento di S. Paolo. Disse un giorno che chi si ribella contro la giustizia diventa schiavo del peccato; ed una ben più dura servitù lo aspetta allora. (p. 44)
  • Un uomo contorto [...] è migliore di un uomo falso e leggero. (p. 81)
  • [...] la morte non pare tremenda. È il più puro dei nostri atti; è la liberazione, il ritorno alla terra; una carezza e una benedizione. (p. 92)
  • L'amore è l'ultimo dono che ci consenta di mantener l'oscurità lungi da noi. È lo sforzo di due creature solitarie che si raggiungono nel buio, si toccano, e si stringono fra le braccia per impedire alle tenebre d'invadere la loro anima. (p. 213)

Bibliografia[modifica]

  • Frederic Prokosch, Gli asiatici (The Asiatics), traduzione di Carlo Coardi, I Libri del Pavone, Mondadori, 1956.
  • Frederic Prokosch, Gli asiatici (The Asiatics), traduzione di F. Bovolo, Adelphi, 2014
  • Frederic Prokosch, Cinque notti a camminare (Age of Thunder), traduzione di Mario Figarolo, I Libri del Pavone, Mondadori, 1956.

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