Giovanni Frojo

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Giovanni Frojo, (1847 – 1925), pianista, compositore e storico musicale italiano.

Muzio Clementi[modifica]

  • La sonorità difettosa del clavicembalo condusse all'abuso degli abbellimenti; nei pezzi d'espressione, i clavicembalisti credevano che accumulando i mordenti, le appoggiature, i gruppetti ed i trilli, supplissero a quelle gradazioni di colorito, d'espressione vera, intima, a quella che tocca le più ascose fibre del cuore, che solamente l'elasticità del suono può produrre. (pp. 12-13)
  • L'illustre Thalberg, immaginando di far cantare dei tuoni nel mezzo dello strumento, combinandoli con passaggi di grande effetto da eseguirsi dalle due mani nella parte acuta e grave del pianoforte, divenne il caposcuola di numerosi pianisti, fra i quali si distinsero segnatamente Döhler e Prudent. (p. 19)
  • L'illustre Thalberg, bisogna che si dica francamente, alle dette qualità [l'energia, il vigore, la forza di Liszt] vi aggiunse la chiarezza e l'eleganza dell'esecuzione. Il Thalberg, in quanto all'esecuzione, era sulla retta via. In lui la perfezione di ciò che in linguaggio tecnico chiamasi meccanismo non era disgiunta, come ho detto, dall'eleganza, dalla delicatezza del sentimento; nessuno più di lui rispettava le leggi del ritmo; nessuno eseguiva più squisitamente e con maggior affetto una melodia. (p. 19)
  • Lo stile di Clementi è vivace, pieno di gusto, elegante, brillante, ricco d'iniziativa ritmica, d'invenzione musicale e di scienza armonica. La sua ispirazione è sublime, nobile, ma sempre sostenuta; la passione non vi domina; per altro, alle volte, essa è calorosa ed energica [...]. (p. 20)
  • Clementi era, nel vero senso della parola, dotto, e sapeva massimamente coprire la scienza sotto una forma sempre melodica e dilettevole. Il suo stile si distingue segnatamente per la sobrietà e la concisione. (p. 21)
  • La maniera di suonare di Clementi era perfetta tanto dal lato del meccanismo, quanto per la dizione istrumentale; egli era eccellente nell'Adagio del pari che nell'Allegro; eseguiva con massima facilità i passaggi più difficili in ottave, ed eziandio i trilli in ottave con una sola mano. Clementi possedeva la meccanica del suo strumento in modo perfetto ed assoluto. Non vi erano passaggi, né combinazioni farragginose che lo spaventassero. Scale in tutte le foggie, note doppie, triple, quadruple, arpeggi, note ribattute, erano a lui tanto famigliari come al principiante i primi esercizi delle cinque note e quelli in terze. (p. 21)
  • Da qualche tempo accade nella musica un fatto, che poteva a prima giunta passare come un semplice tentativo, ma che acquista a poco a poco proporzioni considerevoli, e che finirà, se non vi si mette riparo, per diventar pericoloso. Questo fatto è l'elemento tedesco che tende ogni giorno ad infiltrarsi nella nostra scuola , nei nostri gusti, tanto sulla scena che nei saloni. Lungi da me l'idea di volere sminuire il merito e l'importanza della musica tedesca propriamente detta. Essa ci ha dato maestri immortali, che ci hanno legati dei capolavori imperituri. Le nostre scene liriche, i nostri Conservatori, le nostre sale da concerto hanno sempre accolto con premura ed accolgono ancora le opere sublimi che portano i nomi venerati di Haydn, di Mozart, di Beethoven, di Weber, di Händel, di Bach, ecc. Ma perché si risvegli, per quanto più è possibile, il vero buon gusto musicale, i professori dovrebbero consigliare agli allievi di studiare a preferenza la musica dell'illustre Clementi, il quale ha scritto per tutti i gusti e può soddisfare gli artisti insieme ed i dilettanti; come pure il suo nome tanto venerato dovrebbe quasi sempre figurare nei programmi dei nostri concertisti unitamente ai Weber, ai Beethoven, ai Bach, ai Schumann, ai Chopin, ai Mendelssohn, ai Rubinstein, ecc. (pp. 23-24)

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