Plutarco

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Plutarco

Plutarco (46 circa – 120), scrittore e filosofo greco antico.

Citazioni di Plutarco[modifica]

Moralia, 1531
  • Crisippo è colui che tesse le lodi della provvidenza per il fatto che ci ha procurato i pesci, gli uccelli, il miele e il vino. (da De stoicorum repugnantiis, 21)[1]
  • [Anassimandro] Dice che la terra ha forma cilindrica e altezza corrispondente a un terzo della larghezza. Dice che quel che dall'eterno produce caldo e freddo si sparò alla nascita in questo mondo e che da esso una sfera di fuoco si distese intorno all'aria che avvolgeva la terra, come corteccia intorno all'albero: spaccatasi poi questa sfera e separatasi in taluni cerchi, si formarono il sole, la luna gli astri. Dice pure che da principio l'uomo fu generato da animali di altra specie. (da Doxa)[2]
  • Egli [Anassimene] sostiene che, solidificatasi l'aria, per prima si forma la terra la quale è molto piatta – e pertanto a ragione si mantiene sospesa nell'aria –: il sole, la luna, le altre stelle hanno il principio della nascita dalla terra. Afferma infatti che il sole è terra, la quale per la rapidità del movimento si è molto infocata ed è diventata incandescente. (da Doxa)[2]
  • I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere.[3]
  • Il grande Pan è morto! (da Sul tramonto degli oracoli, 17)
Περὶ τῶν Ἐκλελοιπότων Χρηστηρίων
  • Ma la pesca con l'amo e le reti, per qualsiasi tipo di pesce, è chiaramente un colpevole atto di ghiottoneria e avidità da parte di chi desidera mangiare pesce; rappresenta inoltre un intorbidire le acque del mare, e un penetrare nelle sue profondità senza una buona ragione. [...] Infatti non soltanto tra gli Egizi e i Siriani, ma anche tra gli Elleni c'era un elemento di santità nell'astenersi dal mangiare pesce. Con l'aiuto della giustizia, penso che dovremmo respingere con orrore il lusso inutile del mangiare pesce.[4]
  • Quando le candele son spente tutte le donne son belle. (da Moralia, Precetti coniugali, 144 E)
  • Quando si gioca a palla le mosse di chi riceve devono essere in sintonia con quelle di chi lancia: così in un discorso c'è sintonia tra chi parla e chi ascolta se entrambi sono attenti ai propri doveri. (da Moralia, II)
  • Se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e a riceverla, nell'uso della parola invece il saperla accogliere bene precede il pronunciarla. (da Moralia, II)
  • Tu vedi i combattimenti delle fiere fra di loro e con gli uomini, come sieno senz'inganno e senz'arte, e come si difendano e facciano vendetta con palese e nudo ardire e con verace forza, e come non per comandamento di legge, né per temenza di pena da darsi a chi abbandona il campo, ma per natura fuggano l'esser vinti, e soffriscano gli ultimi mali per mantenersi invitti. […] E quant'a quelle fiere che con lacci ed inganni furon prese dagli uomini, allorché sono in matura età e perfetta, tutte sdegnano il cibo e soffrono la sete, conducendosi a tale stremità, che ben mostrano d'amar meglio la morte che la servitù. […] Onde è manifesto che gli animali sono ben disposti per natura all'ardire e al valore […]. (da Che i bruti usano la ragione, in Opuscoli di Plutarco, traduzione di Marcello Adriani, vol. 5, Sonzogno, Milano, 1829, pp. 486 sg.)

Iside e Osiride[modifica]

  • Il principio dell'essere, dello spirito, del bene, infatti è più forte della distruzione e del mutamento. Da esso derivano le immagini che improntano il mondo sensibile e corporeo. Ma le regole, le forme, le somiglianze che questo riceve sono come suggelli sulla cera (De Iside et Osiride, citato in Qabbalah visiva, di Giulio Busi, Einaudi, 2005, p. 22)
  • La cosiddetta tetraktys, ossia il trentasei, era la forma più alta di giuramento [per i pitagorici], come è stato rivelato, ed ha avuto il nome di Mondo perché è formata dalla somma dei primi quattro numeri pari e dei primi quattro dispari. (pp. 140-141)
  • Si potrebbe dedurre che anche gli Egiziani visualizzino la natura dell'universo con la figura del triangolo più bello, proprio come Platone nella Repubblica sembra averlo impiegato per impostare graficamente il concetto dell'unione matrimoniale. Questo triangolo ha l'altezza di 3 unità, la base di 4, e l'ipotenusa di 5, tale cioè che il suo quadrato è uguale alla somma dei quadrati degli altri due lati che la delimitano. L'altezza, dunque, può essere paragonata al maschio, la base alla femmina, e l'ipotenusa al figlio da entrambi generato; allo stesso modo Osiride si identifica con l'origine, Iside con l'elemento ricettivo, e Horos con il loro prodotto compiuto. (p. 118)
  • I Pitagorici hanno in odio il diciassette più di ogni altro numero, e lo chiamano "ostacolo". Esso infatti cade fra il sedici, che è un quadrato, e il diciotto, che è un rettangolo, i soli fra i numeri a formare figure piane che abbiano il perimetro uguale all'area; il diciassette si pone come un ostacolo fra di loro, e li separa uno dall'altro, e spezza la proporzione di uno e un ottavo in intervalli disuguali.

Apophthegmata Laconica[modifica]

Agesilao II

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Aveva l'abitudine di dire che un comandante deve distinguersi dai soldati semplici non per il lusso e le comodità, ma per resistenza e coraggio. (210 A)
  • Agli amici diceva che dovevano tentare di arricchirsi di virtù e di coraggio, non di denaro. (210 E)
  • Rispondendo a un tale che accusava gli Spartani di "medizzare", disse che erano piuttosto i Medi a "laconizzare". (213 B)
  • Quando gli fu chiesto quale virtù fosse migliore fra coraggio e giustizia, disse che il coraggio non serviva a niente in assenza della giustizia; d'altra parte, se tutti fossero stati giusti, non ci sarebbe stato nessun bisogno del coraggio. (213 B-C)
  • Diceva che gli abitanti dell'Asia non valevano nulla come liberi, ma erano schiavi eccellenti[5]. (213 C)
  • Diceva che un comandante doveva dar prova di coraggio con i nemici, di bontà con i subordinati e di sangue freddo nei momenti difficili. (213 C)
Agide II
  • Diceva che gli Spartani non mandavano a chiedere quanti erano i nemici, ma dove erano. (215 D)
Anonimo spartano
  • Vedendo uno che faceva una colletta per le divinità, uno spartano disse che non aveva nessuna stima per un dio che fosse più povero di lui. (235 E)
Cleomene I
  • Cleomene, figlio di Anassandrida, diceva che Omero era il poeta degli Spartani e Esiodo quello degli Iloti, perché il primo ha insegnato come si combatte, il secondo come si coltiva la terra. (223 A)
  • Quando lo accusarono di aver violato i giuramenti [dopo aver stipulato con Argo una tregua di una settimana, il terzo giorno l'aveva assalita, uccidendo alcuni abitanti e facendo prigionieri tutti gli altri], disse che aveva stipulato una tregua per sette giorni, ma che non aveva preso alcun impegno per le notti; aggiunse che, a giudizio sia degli dei sia degli uomini, qualunque danno si riesce a infliggere ai nemici è più importante della giustizia. (223 B)
Epeneto

Epeneto diceva che la colpa di tutti gli errori e di tutte le ingiustizie era dei bugiardi. (220 C)

Lisandro
  • A volte qualcuno lo rimproverava per la sua tendenza ad agire prevalentemente con l'inganno: dicevano che era indegno di Eracle vincere con trucchi, senza battersi a viso aperto. Egli rideva e rispondeva che, se la pelle di leone non serviva, bisognava cucirsi una pelle di volpe. (229 B)
  • Sosteneva che la verità è meglio della menzogna, ma il valore dell'una e dell'altra è determinato solo dall'uso che se ne fa. (229 A-B)
Pausania
  • Diceva che il medico migliore è quello che non fa marcire gli ammalati, ma li seppellisce direttamente. (231 A)

Bruta animalia ratione uti[modifica]

Incipit[modifica]

Odisseo: Circe, credo di aver capito queste cose e che me le ricorderò. Mi piacerebbe però sapere se ci sono altri greci che tieni presso di te fra quelli che hai trasformato in lupi e leoni.
Circe: Eccome! E sono per giunta molti, caro Odisseo! Ma perché me lo chiedi?
Odisseo: Per Zeus, ma perché penso che potrei guadagnarmi la gloria e la stima dei Greci se, con il tuo favore, potessi prendere con me – dopo che sono ridiventati uomini – i miei compagni, risparmiando loro una vecchiaia contro natura, dedita a una condotta di vita così turpe e ingloriosa in corpi bestiali.

Citazioni[modifica]

  • E questo per ritornare a essere uomini, ovvero per trasformarci di nuovo negli esseri più disgraziati e infelici che ci siano al mondo? (cap. 2)
  • [...] l'anima migliore infatti è quella che produce la virtù senza fatica, come se fosse un frutto spontaneo. [...] Pertanto [...] l'anima delle bestie è naturalmente più nobile e compiuta quanto a produzione di virtù. Essa infatti, senza ricevere alcuna disposizione e senza che nessuno glielo insegni, produce e fa sviluppare in maniera conforme a natura, come se fosse un terreno non arato e non seminato, le virtù appropriate per ciascun essere vivente. (cap. 3)
  • [...] nelle bestie la tendenza all'ardimento è ben connaturata. Al contrario, negli uomini la fermezza è del tutto innaturale. (cap. 4)
  • [...] quanto a forza e coraggio, pantere e leonesse non sono in nulla da meno rispetto ai loro maschi. (cap. 4)
  • Quanto alla temperanza di Penelope, migliaia di cornacchie gracchianti la metteranno in ridicolo guardandola dall'alto in basso. Ognuna di loro, infatti, quando muore il marito, rimane vedova non per poco tempo, bensì per nove generazioni di uomini. Di conseguenza, la tua bella Penelope è nove volte inferiore, quanto a temperanza, rispetto a qualsivoglia cornacchia.[6] (cap. 5)
  • E dunque, la temperanza è una forma di privazione e, al contempo, di ordinamento dei desideri, che elimina quelli estranei ed eccessivi e regola, secondo le circostanze opportune e in modo conforme alla giusta misura, quelli necessari. (cap. 6)
  • Le bestie, infatti, vivono la loro vita tenendosi del tutto a distanza dalle false opinioni così come si tengono lontane dal mare. Esse non amano vivere nell'eccesso, né amano le raffinatezze. (cap. 6)
  • E pertanto, gli uomini stessi concordano nel dire che alle bestie, più che agli umani, si addice la temperanza e che gli animali non sono abituati a fare violenza alla natura nel seguire le proprie pulsioni. (cap. 7)
  • L'uomo, invece, è stimolato dalla ghiottoneria verso ogni forma di piacere, e tutto vuole provare e assaggiare. Come se ancora non avesse scoperto quale cibo sia appropriato e adatto a lui, è il solo fra tutti gli esseri viventi a essere onnivoro. (cap. 8)
  • Piuttosto, egli, spinto dalla dissolutezza e dalla sazietà di alimenti necessari, va in cerca di quei cibi non idonei e impuri che si procura facendo a pezzi gli animali, rivelandosi così molto più crudele delle bestie più feroci. Il sangue, le carogne e la carne sono cibo appropriato per il nibbio, il lupo, il serpente, mentre per l'uomo rappresentano una prelibatezza. (cap. 8)
  • Chi ha insegnato alle capre cretesi a cercare il dittamo quando vengono colpite dalle frecce, per espellerlo dopo averlo brucato? Se infatti dici che è stata la natura la loro maestra – il che è vero –, allora elevi l'intelligenza delle bestie al più importante e saggio dei principi. (cap. 9)
  • Cavalli e buoi, se ammaestrati, nei teatri riescono a sdraiarsi e a eseguire alla perfezione danze, posizioni ardite e movimenti che non sarebbero facili neanche per gli umani. Ricordando le istruzioni che sono state impartite, danno così prove che non sono utili a null'altro che a mostrare quanto facile sia per loro apprendere. (cap. 9)
  • Le pernici, quando fuggono, abituano i loro piccoli a cadere giù sul dorso e a nascondersi coprendosi con le zampe con una zolla di terra. E poi, non vedi che, quando le giovani cicogne si allenano provando a volare dai tetti, le cicogne adulte stanno loro accanto a dare istruzioni? Quanto agli usignoli, essi insegnano ai loro piccoli a cantare. Se però vengono catturati quando sono ancora in tenera età, e vengono allevati dagli uomini, allora cantano peggio, come se fossero rimasti prima del tempo senza un vero maestro [...]. (cap. 9)
  • Come non c'è un albero che sia più o meno inanimato di un altro albero, ma sono tutti ugualmente privi di sensibilità (perché nessuno di essi ha una vera e propria anima), allo stesso modo un animale non potrebbe apparire più lento di comprendonio o meno capace di apprendere di un altro animale se non fossero tutti dotati di capacità di ragionare e di comprendere, chi in misura maggiore, chi in misura minore. Considera che le debolezze e la stoltezza di alcuni di essi attestano l'astuzia e l'ingegno di altri. (cap. 10)

Explicit[modifica]

Odisseo: Gryllos, stai molto attento che non sia una cosa mostruosa e sacrilega assegnare la capacità di ragionare a esseri che non hanno insita in sé alcuna idea della divinità.
Gryllos: Allora non diremo, caro Odisseo, che tu che sei così straordinariamente saggio sei nato da Sisifo?[7]

De esu carnium[modifica]

Incipit[modifica]

Tu ti chiedi per quale motivo Pitagora si astenesse dal mangiar carne? Io per parte mia mi domando stupito quale evenienza, quale stato d'animo o disposizione mentale abbia spinto il primo uomo a compiere un delitto con la bocca, ad accostare le labbra alla carne di un animale morto e a definire cibo e nutrimento, davanti a tavole imbandite con corpi morti e corrotti, membra che poco prima digrignavano i denti e gridavano, che potevano muoversi e vedere. Come poteva il suo sguardo tollerare l'uccisione delle vittime sgozzate, scuoiate, smembrate, il suo olfatto resistere alle esalazioni, come ha fatto il senso di contaminazione a non dissuadere il palato, a contatto con le piaghe di altri esseri, nel ricevere i succhi e il sangue putrefatto di ferite mortali?

[Plutarco, I dispiaceri della carne. Perì sarcophagìas, a cura di Alessandra Borgia, Stampa alternativa, Roma, 1995. ISBN 88-7226-269-0]

Citazioni[modifica]

  • Sarebbe il caso di discutere su chi cominciò per primo a mangiar carne, non su chi troppo tardi smise! (I, 1; 1995)
  • Non sarebbero tutti d'accordo nel sostenere che i primi che si misero a mangiar carne lo fecero spinti dal bisogno e dall'indigenza? (I, 2; 1995)
  • Non vi vergognate a mescolare i frutti commestibili con il sangue e con la morte? Osate definire feroci i serpenti, le pantere e i leoni mentre siete voi che vi lordate di morte senza esser affatto da meno di queste fiere in fatto di crudeltà? Per essi, infatti, l'animale ucciso è fonte di nutrimento, mentre per voi è solo un boccone prelibato. (I, 2; 2015)
  • Per un pezzetto di carne togliamo il sole, la luce, il tempo della vita a un'anima che per nascita e per natura ne ha diritto. I gridi che emettono, poi, ci sembrano suoni inarticolati, non preghiere, suppliche, apologie, con cui ciascuna dice: "Non ti chiedo di rinunciare a ciò che ti è necessario, ma alla violenza; uccidi per nutrirti, ma non per soddisfare un capriccio del palato". Che crudeltà! È terribile veder apparecchiare una tavola di uomini ricchi che si servono di cuochi e gastronomi che han cura dei morti, ancora più terribile vederla sparecchiare: sono di più le vivande lasciate di quelle mangiate. (I, 4; 1995)
  • Noi siamo così ricercati nella nostra crudeltà che chiamiamo la carne "companatico" e poi abbiamo bisogno di companatico per accompagnare la carne stessa, mescolandovi olio, vino, miele, garo, aceto, spezie siriache e arabe, come se veramente stessimo imbalsamando un cadavere per seppellirlo. (I, 5; 1995)
  • Non solo dunque il mangiar carne è contro natura in relazione al corpo, ma rende ottuso anche lo spirito con la sazietà e il disgusto che ne deriva. (I, 6; 1995)
  • Gli Attici avevano l'abitudine di chiamare noi Beoti grossolani, stolidi e sciocchi soprattutto a causa della nostra ingordigia. (I, 6; 2015)
  • Ma, indipendentemente da questo, l'attitudine alla filantropia non sembra una cosa meravigliosa? Chi infatti, avendo un'attitudine così benevola e umana nei confronti di esseri appartenenti ad altre specie, potrebbe arrecare offesa a un uomo? (I, 7; 1995)
Ma a parte tutto questo, non vi sembra meraviglioso fare l'abitudine a comportarci con senso di umanità? Chi infatti potrebbe trattare ingiustamente un uomo se ha già sviluppato un sentimento di mitezza e umanità verso esseri a lui estranei e non appartenenti alla sua stirpe? (2015)
  • Gli Egizi gettano via le viscere dopo averle estratte dai cadaveri e averle esposte al sole, in quanto le considerano causa di tutte le colpe commesse dagli uomini. (II, 1; 2015)
  • Se non si attengono a una norma naturale, gli organi di senso si ammalano contagiandosi a vicenda, si lasciano traviare e si abbandonano alla dissolutezza. (II, 2; 2015)
  • E dunque quale pasto per cui si uccide un essere vivente non costituirebbe un lusso? Riteniamo quello della vita un dispendio di poco conto? [...] parlo comunque della vita di un essere senziente, dotato di vista, udito, della facoltà di rappresentazione e di comprensione intellettiva che ogni essere vivente ha ricevuto in sorte dalla natura [...]. (II, 3; 2015)
  • Così dapprima fu divorato qualche animale selvatico e feroce, poi un uccello o un pesce trovato già dilaniato; una volta che l'istinto aveva cominciato ad assaggiare il sangue degli animali selvaggi, passarono al bue aratore, alla pecora mite e al gallo custode della casa e così a poco a poco, acuendo l'insaziabilità di nostro desiderio, ci siamo spinti all'uccisione di uomini, alle guerre e alle stragi. (II, 4; 1995)

De sollertia animalium[modifica]

  • Ma c'è qualcuno che dice che questa pratica [la caccia] abbia causato il diffondersi, fra gli uomini, dell'insensibilità e della ferocia. (cap. 2)
  • E nello smembrare e fare a pezzi l'oca domestica e il piccione – «l'abitante del focolare» di Sofocle –, non per fame e per procurarsi un nutrimento, come farebbero le donnole e i gatti, ma per puro diletto e per ghiottoneria, gli uomini hanno dato vigore alla componente ferina e sanguinaria della loro natura e l'hanno resa inflessibile alla pietà, smussando invece la loro componente per gran parte mansueta. In modo diametralmente opposto, i pitagorici hanno scelto la via della cura e della gentilezza nei confronti degli animali al fine di fare sviluppare i sentimenti della filantropia e della compassione: la consuetudine, infatti, ha un potere incredibile nel condurre gli uomini, a poco a poco, a un graduale insinuarsi degli affetti. (cap. 2)
  • La natura, infatti, di cui dicono giustamente [gli stoici] che faccia tutto in vista di una finalità e di uno scopo, non ha generato l'essere animato con la capacità di percepire solo perché senta semplicemente quando gli accade qualcosa. Ma dal momento che molte cose sono per lui appropriate, altre invece aliene, non sarebbe capace di sopravvivere neanche un secondo se non avesse appreso a guardarsi dalle seconde e a giovarsi delle prime. Ed è la facoltà di percepire per mezzo dei sensi che permette si generi la conoscenza di entrambe le cose. Del resto, per esseri che non abbiano per natura una qualche attitudine al ragionamento, al giudizio, alla memoria e all'attenzione, non ci sarebbe nessuna possibilità di essere coinvolti nelle attività che seguono la percezione per mezzo dei sensi, che consistono nel prendere o cercare ciò che è vantaggioso e nello scartare o evitare le cause di morte o di dolore. E anzi, gli occhi e le orecchie, pur essendo presenti, non sarebbero di alcun aiuto per quegli esseri che hai privato della capacità di prevedere gli eventi, della memoria, del proposito, della capacità di pianificare, di sperare, di desiderare, di provare paura o dolore. (cap. 3)
  • [...] l'allocco viene preso da malia se dei danzatori ballano al suo cospetto mentre lui si sforza di muovere contemporaneamente le spalle seguendo un ritmo piacevole. (cap. 3)
  • [...] la ragione in sé è generata dalla natura, mentre la ragione al suo stadio compiuto e perfetto si raggiunge con la cura e l'apprendimento. (cap. 4)
  • [...] se mettiamo a confronto gli ippopotami e le cicogne: queste ultime [...] nutrono i loro padri, mentre i primi li uccidono per accoppiarsi con le madri. Ma pensiamo anche alle pernici e ai piccioni. I maschi delle prime fanno scomparire le uova e le distruggono perché la femmina, mentre cova, rifiuta l'accoppiamento; i maschi dei piccioni, invece, si avvicendano alle loro femmine nella cura delle uova scaldandole e imbeccano per primi i neonati; inoltre, il piccione colpisce con il becco la sua femmina se si è allontanata per troppo tempo, e la riconduce alle uova e ai piccoli. E non so come Antipatro, che rimprovera la mancanza di pulizia degli asini e delle pecore, abbia omesso il caso delle linci e delle rondini. Le linci infatti, dopo averli nascosti e fatti sparire, mettono da parte del tutto, in un luogo lontano, gli escrementi e le rondini, invece, insegnano ai loro piccoli a espellere le feci volgendosi, dal nido, verso l'esterno. (cap. 4)
  • [...] Pitagora [...] ha insegnato a ricavare vantaggio dagli animali senza però commettere ingiustizia nei loro confronti. (cap. 7)
  • Io penso, infatti, che chi scherza e si diverte debba mettersi a trattare con persone allegre e che vogliono stare reciprocamente allo scherzo: Bione era solito dire che mentre i bambini giocano a colpire le rane con le pietre, le rane invece non possono più giocare a morire, ma muoiono per davvero. Ebbene, in maniera analoga si divertono le persone che si dedicano alla caccia e alla pesca, godendo delle sofferenze e della morte di animali che in alcuni casi vengono sottratti ai loro cuccioli e ai loro neonati. (cap. 7)
  • Il polipo, in inverno, mangia se stesso standosene accucciato [...] a tal punto egli è pigro o insensibile o ingordo o tutte queste cose messe insieme. (cap. 9)
  • Per non parlare degli elefanti: dal momento che gli alberi che abbattono o troncano per mangiare smussano e rendono spuntate le loro zanne, si servono di una di esse a tal fine, l'altra invece la tengono sempre aguzza e affilata per difendersi dagli attacchi. Il leone cammina sempre tenendo le zampe strette verso l'interno e con gli artigli ritratti per non smussare le punte a furia di sfregarle e per non lasciare tracce visibili ai suoi inseguitori. Non è facile, infatti, trovare le impronte degli artigli del leone, e chi si imbatte in esse le trova piccole e confuse, e per questo motivo comincia a girare a vuoto e si perde. Dell'icneumone, sicuramente, avrete sentito che non è da meno rispetto a un oplita che si arma per la battaglia. Questo animale, infatti, si ricopre di un rivestimento di fango che fa indurire sul suo corpo come se fosse una corazza quando è in procinto di combattere con il coccodrillo. (cap. 10)
  • Non certo per un solo motivo, poi, sarebbero da lodare le opere dei ragni, che sono un modello comune per le tele delle donne e per le reti dei pescatori [...]. (cap. 10)
  • Piuttosto si deve passare a parlare di forme di solidarietà individuale e di simbiosi fra specie di animali marini. Una di queste, quella del «guardiapinna», ha fatto consumare grandi quantità di inchiostro a Crisippo, che – per così dire – ha insignito questa bestia della proedria in tutte le sue opere di fisica e di etica. Egli, comunque, non deve avere conosciuto il «guardiaspugna», che altrimenti non avrebbe tralasciato. (cap. 30)

Vite parallele[modifica]

  • Bruto era in atto di far passar l'esercito da Abido alla riva opposta, e posava, secondo il suo costume, di notte, sotto al padiglione, non dormendo, ma all'avvenire pensando: perché se fu mai capitano che poco dormisse, egli fu desso, e per sua natura dimorava vigilante il più del tempo: parveli sentire grande strepito alla porta, e guardando al lume della lucerna vicina a spegnersi, vide terribile imagine d'uomo strano, grande e d'orribile aspetto. Di che spaventato in principio, come vide poi non far male, né parlare, ma tacito starsi appresso al letto, domandò chi fusse. Costui risposte: Sono, o Bruto, il tuo mal genio, e mi rivedrai appresso Filippi. (da Vita di Giulio Cesare, IV, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 740)
  • Callicratida [...] non dette una buona risposta quando, all'indovino che lo pregava di guardarsi dalla morte che le vittime sacrificate presagivano, disse che le sorti di Sparta non dipendevano da un solo uomo. (da Vita di Pelopida, 2, 1, traduzione di Stefano Bocci e Aristoula Georgiadou, 1998)
  • [Demetrio I Poliorcete] Grande amatore, grande bevitore, grande capitano, munifico, sprecone, insolente. Era alto di statura: i suoi lineamenti erano di una bellezza tanto singolare, che non ci fu scultore né pittore capace di ritrarla. Essi possedevano dolcezza e severità, terribilità e grazia: vi rifulgevano l'audacia di un giovane, l'aspetto di un eroe e la maestà di un re. Alla stessa maniera era conformato il suo carattere, tale cioè da sbigottire e attrarre chi aveva a che fare con lui. (citato in Nella Provenzal, Demetrio Poliorcete, Historia, n. 245, luglio 1978, Cino del Duca)
  • Io vorrei certamente essere il primo fra questi, piuttosto che il secondo a Roma.
  • Ho scelto l'uomo simpatico a preferenza del ricco; preferisco un uomo senza denaro al denaro senza un uomo. (Temistocle)
«Preferisco un uomo senza quattrini, piuttosto che quattrini senza uomo.»
  • E Alessandro andò da Diogene. Lo trovò sdraiato al sole. Diogene, sentendo tanta gente che veniva verso di lui, si sollevò un po' e guardò Alessandro. Questi lo salutò affettuosamente e gli chiese se avesse bisogno di qualcosa che potesse fare per lui. «Scostati dal sole» rispose il filosofo.
  • [Dopo la battaglia di Egospotami] Lisandro, poiché decretata fu dal consesso la morte ai tremila Ateniesi prigionieri di guerra, fattosi venir innanzi Filocle, comandante degli Ateniesi medesimi, lo interrogò, a qual gastigo condennasse egli sè stesso per aver già consigliata a' suoi cittadini una tal determinazione contro gli altri Greci che restati fosser prigioni [tagliare a ognuno di loro il pollice della mano destra]: e costui, senza rallentar punto il coraggio suo per la calamità in cui si trovava, gli rispose, che accusar ei non volesse chi non avea giudice alcuno a cui poter ricorrere; ma che essendo vincitore facesse pur eseguire quanto dovuto avria sostenere, se rimanea vinto. (da Vita di Lisandro, 13, 1, traduzione di Girolamo Pompei, 1829)
  • Sia i giovani nelle palestre, sia gli anziani nelle botteghe o seduti nei luoghi di ritrovo disegnavano carte geografiche della Sicilia e del mare che la circonda con i porti e i punti della costa dell’isola che guarda l’Africa. (da Nicia, 12,1-2, introduzione di Luciano Canfora, traduzione e note di Daniela Manetti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1987)

Demostene[modifica]

Incipit[modifica]

L'autore dell'elogio di Alcibiade per la vittoria da lui conseguita ad Olimpia nella corsa dei carri, sia che si tratti di Euripide, secondo l'opinione prevalente, sia che si tratti di un altro, sostiene, o Sosio Senecione, che la condizione prima per godere della felicità è di appartenere a "una città illustre". Dal canto mio invece penso che per essere veramente felici siano di fondamentale importanza il carattere e la disposizione d'animo e che sia del tutto irrilevante avere avuto i natali in una patria oscura e umile, così come lo è avere una madre non bella e bassa di statura. Sarebbe ridicolo infatti ritenere che Iulide, che costituisce una piccola parte della piccola isola di Ceo, ed Egina (che un Ateniese avrebbe voluto levare dalla vista del Pireo come si leva un bruscolo da un occhio), hanno sì nutrito buoni attori e poeti ma non potrebbero dare i natali a un uomo giusto, padrone di sé, saggio e magnanimo. Di fatto è logico che nelle città oscure e umili le arti e le tecniche alle quali ci si dedica per procurarsi guadagni e fama non possano fiore, mentre le virtù, al pari di una pianta forte e capace di sostentarsi da sé, può mettere radici dovunque, se appena trova una natura buona e un animo capace di affrontare le fatiche. Così anche noi, se non saremo in grado di pensare e vivere come è necessario, non ne attribuiremo la responsabilità al fatto di vivere in una piccola patria ma, come è giusto, a noi stessi.

Citazioni[modifica]

  • Quando questi ultimi [Eschine e Filocrate] lodarono Filippo come un uomo abilissimo nel parlare e bellissimo da vedere e, per Zeus, ottimo bevitore, Demostene non poté fare a meno di gettare il discredito e la derisione su questi discorsi dicendo che il primo elogio era adatto a un sofista, il secondo a una donna, il terzo a una spugna, nessuno a un sovrano. (16, 4)

Explicit[modifica]

Poco prima che io giungessi ad Atene, accadde, si dice, il fatto che segue. Un soldato, chiamato in giudizio dal suo comandante, pose il poco oro che possedeva nelle mani della statua dell'oratore, che tiene le dita intrecciate. Là accanto era nato un piccolo platano; molte foglie, o spinte per caso dal vento o ammucchiate dal soldato stesso che aveva posto l'oro per nasconderlo, cadute e posatesi sopra le mani, fecero sì che l'oro restasse celato per non poco tempo. Quando l'uomo tornò ritrovò l'oro e la voce si diffuse; al che molti spiriti arguti colsero l'occasione per fare a gara nel celebrare in versi l'incorruttibilità di Demostene. Ma Demade non godette a lungo della sua odiosa fama; la giusta vendetta di Demostene lo condusse in Macedonia, dove fu meritatamente ucciso per mano di coloro che egli adulava in modo vergognoso; anche in precedenza era loro odioso ma ora cadde sotto il peso di un'accusa cui non poté sfuggire: saltò fuori infatti una sua lettera nella quale esortava Perdicca a impadronirsi della Macedonia e a salvare i Greci che, diceva, erano tenuti da un filo marcio e vecchio, intendendo con ciò Antipatro. Ad accusarlo fu Dinarco di Corinto; Cassandro, al colmo dell'ira, gli fece sgozzare il figlio tra le braccia, poi ordinò che anche lui venisse ucciso allo stesso modo. Così Demade imparò, in conseguenza di queste gravissime sventure, che i traditori vendono anzitutto se stessi, cosa che Demostene gli aveva spesso detto senza per altro che egli se ne persuadesse. Eccoti dunque, o Sosio, la vita di Demostene, che ho scritto basandomi su quello che ho letto o che la tradizione tramanda.

Sertorio[modifica]

Incipit[modifica]

Non ci si dovrebbe stupire, se, mutando variamente la Fortuna il suo corso, in uno spazio di tempo infinito i medesimi avvenimenti si ripetono.

Citazioni[modifica]

  • La perseveranza serve più della violenza: molte cose che non possono essere superate tutte assieme lo sono se prese poco a poco. (16, 4)

Timoleonte[modifica]

  • Apparve allora il Crimiso e si videro i nemici che lo stavano attraversando: in testa le quadrighe con le loro terribili armi e già pronte alla battaglia, dietro diecimila opliti armati di scudi bianchi e che, a giudicare dallo splendido armamento, dalla lentezza e dall'ordine con cui marciavano, si suppose che fossero Cartaginesi. (27)
  • Diogene: O Dionisio, tu vivi in una condizione indegna di te.
    Dionisio si fermò e rispose:
    Dionisio: O Diogene, mi fa piacere che tu abbia compassione delle mie sventure.
    Diogene: Che dici?...
    Riprese Diogene.
    Diogene: ...credi che io mi addolori per le tue sventure? Io sono sdegnato invece di vedere che uno schiavo quale sei, degno di invecchiare e morire da tiranno come tuo padre, viva qui con noi divertendosi e godendo.
  • Raccontano, infatti, che secondo il mito la Sicilia è sacra a Core poiché qui avvenne il suo rapimento e perché l’isola fu offerta alla dea come dono di nozze. (8,8)
  • Un giorno che si erano messi a pescare insieme, discutevano pieni di meraviglia della bellezza del mare e della magnificenza dei luoghi e uno, che militava nelle file dei Corinzi, disse: Voi, che pure siete Greci, vi date da fare per asservire ai barbari una città così grande e adorna di tali bellezze, permettendo che i Cartaginesi, i più malvagi e i più crudeli degli uomini, abitino vicino a noi, quando invece bisognerebbe pregare perché molte Sicilie si estendessero davanti alla Grecia per proteggerla dai Cartaginesi. (20, 2-11)

Citazioni su Plutarco[modifica]

  • Forse più precisamente d'ogni altro accennò i danni del vitto animale ne' suoi precetti di sanità, e ne' suoi discorsi del mangiare le carni. (Antonio Cocchi)
  • Negli scritti di filosofi «pagani» come Plutarco e Porfirio troviamo un'etica umanitaria particolarmente elevata che, dopo avere subìto una lunga repressione ecclesiastica durante il Medioevo, è ricomparsa, seppure inizialmente in forma attenuata e irregolare, nella letteratura del Rinascimento, per riapparire in modo più definito nel XVIII secolo con la scuola denominata della «sensibilità». (Henry Stephens Salt)
  • Plutarco eccelle proprio per quei particolari nei quali non osiamo più entrare. Ha una grazia inimitabile nel dipingere i grandi uomini nelle piccole cose; ed è così felice nella scelta delle sue notazioni, che spesso una parola, un sorriso, un gesto gli basta per caratterizzare il suo eroe. (Jean-Jacques Rousseau)

Note[modifica]

  1. In Frammenti sugli animali, traduzione di Pietro Li Causi, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015, p. 130. ISBN 978-88-06-21101-1
  2. a b Opera generalmente attribuita a Plutarco ma di dubbia origine
  3. Citato in Montaigne; citato in Aa.Vv., Manuale di diagnostica per immagini, per il Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, Esculapio, Bologna, 2008, p. 1. ISBN 978-88-7488-271-7
  4. Da Dialoghi a tavola; citato in Rynn Berry, Da Buddha ai Beatles: la vita e le ricette inedite dei grandi vegetariani della storia, traduzione di Annamaria Pietrobono, Gruppo Futura – Jackson Libri, Bresso, 1996, p. 79. ISBN 88-256-1108-0
  5. Lo stesso Plutarco (Apophthegmata Laconica, 222 D-E) attribuisce una citazione uguale a Callicratida.
  6. Nell'antichità le cornacchie erano considerate animali molto longevi e temperanti. Cfr. nota a p. 467 sg.
  7. «Molti editori ipotizzano che il testo sia mutilo della sua parte conclusiva. Il riferimento sardonico a Sisifo lascia però pensare, piuttosto, a un finale a effetto [...]. Gryllos qui segue la tradizione [...] secondo la quale Odisseo non sarebbe figlio di Laerte, bensì di Sisifo, il noto ateo che riteneva che gli dèi fossero stati inventati dagli uomini al fine di incutere timore ai malvagi [...]». (nota a p. 470)

Bibliografia[modifica]

  • Plutarco, Bruta animalia ratione uti, traduzione e note di Pietro Li Causi, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1
  • Plutarco, De esu carnium, traduzione di Roberto Pomelli, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1
  • Plutarco, De sollertia animalium, traduzione di Pietro Li Causi, in Aa. Vv., L'anima degli animali, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1
  • Plutarco, I dispiaceri della carne. Perì sarcophagìas (De esu carnium), a cura di Alessandra Borgia, Stampa alternativa, Roma, 1995. ISBN 88-7226-269-0
  • Plutarco, Iside e Osiride, traduzione di Marina Cavalli, Adelphi, Milano, 1985. ISBN 88-459-0612-4
  • Plutarco, Le virtù di Sparta (Apophthegmata Laconica), traduzione di Giuseppe Zanetto, Adelphi, 1996. ISBN 978-88-459-1208-5
  • Plutarco, Moralia I – La serenità interiore e altri testi sulla terapia dell'anima, a cura di Giuliano Pisani, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone, 1989, pp. I-LIX, 1-508.
  • Plutarco, Moralia II – L'educazione dei ragazzi, a cura di Giuliano Pisani, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone, 1990, pp. I-XXXVIII, 1-451.
  • Plutarco, Moralia III – Etica e politica, a cura di Giuliano Pisani, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone, 1992, pp. I-LIII, 1-490.
  • Plutarco, Vita di Demostene, traduzione di Chiara Pecorella Longo, Beatrice Mugelli e Lucia Ghilli, BUR, 1995, ISBN 978-88-17-17052-9
  • Plutarco, Vita di Sertorio, traduzione di Carlo Carena.
  • Plutarco; Vita di Timoleonte, a cura di Carlo Carena, Einaudi, 1958.

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