Mario Praz

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Mario Praz

Mario Praz (1896 – 1982), critico d'arte e letterario, traduttore e giornalista italiano.

Citazioni di Mario Praz[modifica]

  • [...] a chi ha posto il concetto della dignità umana alla base della campagna contro le case chiuse non resterebbe che consigliare di guardarsi intorno, e non solo in basso, e, se è ancora convinto della dignità dell'uomo d'oggi, di recarsi da un oculista dello spirito, se tale esistesse, per provvedersi d'un paio di buone lenti. (da L'etèra letteraria, Il Giornale Nuovo, 13 settembre 1978[1])
  • Come dovevano splendere quelle architetture [di San Pietroburgo] al principio del secolo scorso, quando Joseph de Maistre descriveva nella prima delle sue Soirées de Saint-Péters-bourg l'incanto d'una sera estiva sulla Neva.[2]
  • [...] da quando nel 1968 la studentaglia di Parigi esaltò il ricorso alla fantasia come programma di governo [...] le cose del mondo sono andate di male in peggio.[3]
  • [...] dopo la scomparsa di Cardarelli, nume tutelare della libreria internazionale Rossetti, la frequentazione dei letterati e degli artisti in questa parte della strada si è diradata assai: il loro luogo di ritrovo è ora piuttosto nei caffè di Piazza del Popolo. Pietro Accolti, in un articolo sul «Tempo» di Roma (28 gennaio 1962) ha scritto per disteso su questo cambiamento d'abitudini occorso a danno di Via Veneto, e il libraio Rossetti potrà raccontarvi molti saporosi episodi relativi al poeta di Tarquinia, che negli ultimi tempi soleva sedersi imbacuccato nel suo cappotto in uno dei caffè della strada, e ancora dardeggiare di quando in quando dal suo letargo qualche sulfureo lampo di malignità. Come per esempio quella volta che una signora pseudo-intellettuale (una mezza calzetta turchina, insomma) voleva avviare con Cardarelli una conversazione su Goethe, e lui tagliò corto dicendole: «Lei vorrà dire Golden Gate» (il nome del caffè lì accanto). (da I volti del tempo, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1964, p. 444)
  • [...] democrazia, degli scioperi, della grande macchina di mille congegni che dovrebbe domani garantire un mediocre benessere a tutti e un'inedia peggiore dell'inferno a chi non sappia adeguarsi al livello della massa. (da Viaggi in Occidente, Sansoni, Firenze, 1955 p. 198)
  • Di fronte a quel grande orizzonte campestre, tra le statue atteggiate in gesti lenti e solenni, sta una sola creatura viva, un cane: una cane del principe Jusùpov, una creatura che in tutt'altre circostanze sarebbe insignificante. Ma lì quella presenza animalesca sembra gravarsi d'un significato. È come se dicesse: «Quand'io ero qui, l'agio e il lusso regnavano; i giovani gentiluomini non avevano nulla da fare, giocavano coi loro cani, e i cani stavano bene. I granduchi giravano le capitali d'Europa circondati dagli omaggi che già eran toccati ai lord inglesi, e poi dovevan toccare ai plutocrati americani; la Riviera narrava il loro fasto; essi parevano splendidi e imperituri come la malachite che ornava i loro mobili. Quand'io ero qui, il cane di Jusùpov valeva molto di più dell'anonimo servitorame».[2]
  • E se ne erano accorti Papini e Giuliotti quando nel 1923 scrivevano nel Dizionario dell'Uomo Selvatico che «l'orribile mostro [treno] mescolando gli uomini delle diverse nazioni ha fatto sì che meglio conoscendosi più ferocemente si odiassero e più abbondantemente si scannassero». (da Fiori freschi, Garzanti, Milano, 1982, p. 165)
  • È stata mai fatta un'antologia di ciò che gli stranieri hanno pensato degl'italiani attraverso i secoli, e di ciò che pensano oggi? Non mi risulta, e non vedo d'altronde persone che potrebbero meglio farla d'un Giuseppe Prezzolini o di un Piero Buscaroli, il cui recente scritto "Perché gli italiani sono antipatici" mi sembra sufficiente arra di buon successo in una tale ricerca. (da Cronache letterarie anglosassoni vol. III, Edizioni di storia e letteratura, 1966, Roma, p. 149)
  • [Su Dante Alighieri e Thomas Browne] [...] entrambi erano singolarmente privi di quel che noi moderni chiamiamo il senso del humour, quello spirito folletto, sublimità del terra a terra, che sembra appartenere agli ingegni minori. (da L'investigatore Thomas Brown, La Cultura, ottobre 1929)
  • [...] i pittori vi presentano un'asse crivellata di buchi, o una tela grezza con qualche grammo di colore e li chiamano quadri, e uno scultore prende il sedile di un cesso, lo combina con un tubo di stufa e lo chiama una statua.[4]
  • I romantici veneravano Dante, Shakespeare e Michelangelo, che insegnavano loro il sublime; i neoclassici Omero, la scultura antica e Raffaello, che li educavano alla possente calma e alla nobile semplicità; i moderni cercano i loro classici nei primi fumetti e nelle prime fotografie. Si potrebbe dissertare a lungo sulle ragioni ultime di queste preferenze, ma forse basterà dire che quelle espressioni sono le più congeniali all'esistenzialismo, all'intensità istantanea e fuggitiva. Oggi non si costruisce più coll'illusione d'una durata secolare; come gli etruschi di D. H. Lawrence ci si soddisfa dell'effimero, e dovremmo in questo trovare (come loro?) la felicità; la troviamo? (da Classici d'oggi, Il Tempo, 23 gennaio 1974)
  • [In tutto quel che faceva, Leo Longanesi immetteva] il graffiante segno di un sogno anarco-conservatore.[5]
  • L'arte moderna non vuole dare piacere, il senso del piacere è connesso con la bellezza.[6]
  • [...] l'immediatezza, feticcio romantico, di cui sono sottospecie l'impressionismo e la scrittura automatica, una volta assunta a supremo criterio di giudizio, ha fatto sì che non solo vengano condannate intere epoche artistiche come il neoclassicismo, ma che dei grandi artisti neoclassici, si salvino solo gli schizzi, gli abbozzi, gli spunti come quelli che conservano qualche scintilla di quel fuoco divino che poi la rielaborazione smorzerebbe. (da Gusto neoclassico, Milano, 1974, pp.129-130)
  • La bomba atomica è un simbolo come le piramidi, ma non un simbolo di vita eterna com'esse, ma una minaccia simbolica di morte. A questo bel grado di progresso siamo arrivati dopo cinquemila anni. (da Nel mondo dei simboli, Il Tempo, 13 febbraio 1977)
  • La definizione poundiana della natura dell'immagine in modo da accentuare l'unione di appello ai sensi e di appello al pensiero, la presenza dell'idea nell'immagine era capace di stabilire immediatamente un legame tra la poesia di Dante e del suo circolo e quella dei poeti metafisici inglesi del Seicento. (da T.S. Eliot e Dante, Letteratura, luglio 1937)
  • La fortuna dei mosaici è [...] in parte una conseguenza dello stupore che provoca l'enorme mole di lavoro che sta dietro la realizzazione di ciascun pezzo. I tempi lunghi (talora anni) che esigeva la esecuzione non scoraggiavano gli artisti (o piuttosto artigiani, dato il carattere prevalentemente manuale del lavoro). Una virtù che s'è perduta oggi quando l'acrilico consente di sfornare una decina di quadri in una notte a uno degli sprovveduti pittori d'oggi, o il gesto d'un samurai armato di spada basta a creare un capolavoro di Fontana.[7]
  • Il paradosso è un esempio dell'ineffabile mistero che si cela dietro il velo delle apparenze. (da Immagini simboliche, Il Tempo, 25 luglio 1978)
  • Le sacre conversazioni sono una perfetta immagine del genio italiano e cattolico, fatto di serenità, di misura, e di umanità soprattutto. (da Conversazioni, La Stampa, 9 gennaio 1937)
  • Ma, se Dio vuole, incontrai anche i miei inglesitos vecchio stampo, non bizzarri e facoltosi come gli antichi, ma d'altronde cosa potevo pretendere di più in questi tempi democratici nudi di romanticismo? (da Penisola pentagonale, E.D.T., Torino, 1992, p. 64)
  • Moravia e Pasolini erano di una negatività che passava tutti i limiti, come se d'Annunzio avesse fatto loro dei dispetti personali. L'avevano letto o no? Moravia disse che l'aveva letto con Bertolucci, il figliuolo del poeta, poeta anche lui. Diceva: "L'ho letto. Va tutto a pezzi. Non resta niente. Non è un poeta. È un letterato e per giunta di pessimo gusto". Ora, francamente, come lo leggevano? Se lo leggevano in quel tono, allora anche Petrarca diventa niente. Se uno legge l'Alcyone con il tono di Moravia [...] Pasolini disse: "L'unica cosa bella che ha scritto d'Annunzio è quando vide Pascoli per di dietro e osservò la nuca". Era molto pasoliniana questa osservazione [...] In quale caso della letteratura italiana è successo qualcosa di simile? A che cosa attribuirlo? Circostanze politiche, no, perché quel comportamento era cominciato molto prima. Magari da quella reazione futurista che voleva demolire tutto quello che era passato. Insomma, io credo che d'Annunzio sia il capro espiatorio di qualcosa. Di che cosa precisamente?[8]
  • [Su Harold Acton] Napoli, con la rivalutazione d'una dinastia disprezzata dagl'inglesi dell'Ottocento, i Borboni, gli fornì un incantevole pretesto per la sua reazione al mondo moderno, con le sue idee democratiche e le "macchine da abitare". (da Un esteta, Il Tempo, 30 maggio 1970)
  • Non c'è quasi varietà di paesaggio nel mondo che non si trovi in Italia, e non c'è quasi aspetto d'Italia, montano, ubertoso o desolato, che non si ritrovi in miniatura nelle sue isole, la Sicilia e la Corsica: ma dove l'arte dell'uomo ha posto il suo suggello, il luogo, per vario che sia, cessa di richiamare aspetti esotici, per assumere un volto inequivocabilmente italiano. (da I mostri di Bomarzo, Il Tempo, 17 novembre 1949)
  • Ogni labirinto ha un centro sacro, dove risiede il mistero ineffabile: questo può essere raffigurato anche come una torre, un castello, una città celeste; la matrice è rappresentata come una città (metropoli) o fortezza che deve essere conquistata. (da Il Giardino dei sensi: studi sul manierismo e il barocco, Mondadori, Milano, 1975, p. 61)
  • Oltre ad essere quanto di più lontano si potrebbe immaginare dallo spirito della gioventù d'oggi, Charles Lamb possedeva un'altra peculiarità che pochi dei giovani d'oggi condividerebbero: non era uno scrittore impegnato. [...] Il Lamb ricorda la fine delle guerre napoleoniche perché Hyde Park è profanato dalle baracche in occasione delle feste per la pace tra Inghilterra e Francia; il malcontento sociale che intorno al 1830 provocò l'incendiarismo nelle campagne fece scrivere al Lamb, in una lettera a un amico: «Le cose non sono andate più bene per l'Inghilterra da quando i poveri si son messi a riflettere sulle loro condizioni...». Queste frasi, e un'altra di trent'anni prima: «Le pubbliche faccende - a meno che non mi tocchino direttamente e così si tramutino in private - non posso sforzare l'animo mio a provarci alcun interesse», ci confermano nell'idea che nessuno dei giovani d'oggi si sentirà invogliato a leggere questo classico dell'umorismo. (da Centenario di Charles Lamb. L'idillio in pantofole, Il Giornale, 9 febbraio 1975)
  • [...] ottusa e faziosa speculazione degl'intellettuali di sinistra [...] vedevano la pagliuzza nell'occhio dell'America e si rifiutavano di vedere il trave nell'occhio della Russia. Il mostro per loro non era Stalin, ma quell'untorello di MacCarthy. Non credevano alla peste, ma rabbrividivano di religioso orrore al solo pensiero della varicella. Quos Deus vult perdere.[4]
  • Qui il contatto con le città non si riesce a stabilire. Nella vecchia Europa una città, per poca tradizione che abbia, presto ti diventa una compagna, una madre, un'amante. Qui no. Qui si è soli tra le macchine. Può un grattacielo esserti vicino come un antico palazzo? Le stesse proporzioni del grattacielo sono illusorie, e non ti comunicano nessun senso di sublimità. Se li guardi con l'occhio di Swift descrittore del paese dei giganti, i famosi grattacieli di Manhattan sono una collezione di flaconi e di bottiglie o, se vuoi un paragone più nobile [...], un'agglomerazione di cristalli. Un grattacielo ti fa pensare, tra le prime cose se non per prima cosa, a come sicura sarebbe la morte buttandosi dalle sue finestre. (da Vecchia Boston, Il Tempo, 2 ottobre 1952[9])
  • Secondo Impero, età non più eroica come quella napoleonica, ma democratica, borghese, ove nessuna mascherata di stile antico era possibile nella vita pratica. (Gusto neoclassico, Sc. Italiane, Napoli, 1959, p. 370)
  • Tale campagna [contro le case chiuse] era già un'impresa disperata in partenza, come quella delle misure antialcoliche negli Stati Uniti in anni ormai lontani; codeste campagne non fanno che rendere più cara la merce, aggravandola del presunto rischio: si poteva facilmente prevedere, nel caso della prostituzione, che non avrebbe cambiato d'un pelo la posizione della donna. Nel frattempo la donna s'è equiparata all'uomo nel campo sessuale; i tabù della castità e della verginità sono stati buttati alle ortiche, e, in clima di libero amore (indirettamente omologato dal costume: la donna in pantaloni), gli adolescenti non hanno più bisogno dell'iniziazione nelle case chiuse; il problema è risolto bussando alla porta accanto. Un progresso, in un certo senso, che però non era precisamente quel che la legge Merlin si proponeva. [...] Ora che le ragazze possono fare le avances, i maschi non di rado cercan compagni nel loro sesso. Almeno fintantoché questa scelta conserverà il thrill del mistero e del pericolo, che però sta scomparendo. Poi non resterà che ricorrere agli animali, e si regredirà allo stadio dei pastori delle zone sottosviluppate. Ma, in ogni caso, non si parli più della dignità dell'uomo. (da L'etèra letteraria, Il Giornale Nuovo, 13 settembre 1978[10])
  • [Su James Joyce] Un uomo che cogliamo in aspetti obliqui di bohème, di fuggitivo, di straniero, personaggio ambiguo e talora grottesco come il suo Bloom; un pedante, un maniaco, un poeta con molte caratteristiche del raté, le cui opere sarebbero rimaste quelle di un raté in ogni altro secolo fuor che nel Novecento, che si arrese al fascino della loro illeggibilità.[4]
  • [...] viaggiare è un sentirsi morire a ogni passo, la vita appare al viaggiatore come un'esperienza estremamente eccitante, come un'avventura che di certo non si ripeterà di nuovo. (da Penisola pentagonale[4])
Dall'intervista di Alfredo Cattabiani, Conversando con Praz e Isotta, Prospettive libri, gennaio 1981, pp. 18-22
  • [E sua madre, di che origine era?] Di antica famiglia centro-italiana. In epoca medioevale erano stati condottieri e avevano avuto parecchi feudi, poi la famiglia è decaduta. Io sono nato a Roma, ma i primi quattro anni li passai in Isvizzera, poi andai a Firenze dove sono vissuto fino alla laurea, tranne una parentesi di due anni a Roma. Il mio spirito è più toscano che altro. Di romano ho qualcosa nel sangue da parte di mia madre.
  • [Che influenza hanno avuto i genitori sulla sua educazione culturale?] Mio padre nessuna. La ebbe in parte il nonno materno, che era, secondo le tradizioni militari di famiglia, ufficiale dei carabinieri.
  • Oggi si fa sovente una critica pesante, lo strutturalismo, con i suoi schemini e diagrammi. A questo proposito, uno dei libri che ho criticato più severamente è stato quello di Bonito Oliva su L'ideologia del traditore. Non stava né in cielo né in terra. La critica si è aggiornata in ritardo, soprattutto sulla "nouvelle critique" francese. Io non so che cosa la gente ci veda. Ma! Certo, dal crocianesimo con i suoi schemini facili, cui tutti si adeguarono a suo tempo, fino allo strutturalismo, che è una cosa volutamente e stupidamente complessa, siamo arrivato al punto che non crediamo più a niente. E lo stesso potrei dire della musica moderna o dell'arte concettuale che mi mettono in uno stato d'animo di irritazione.
  • Quando lasciai l'insegnamento a Liverpool per andare a Manchester, lei [sua moglie], che era stata studentessa a Oxford e si era laureata in italiano, aspirò a quel posto, e allora fu fatta un'intervista, in cui c'ero anch'io, e lei risultò abile. Ora Liverpool e Manchester sono vicine, e quindi ci furono molti contatti... e francamente lei mi sedusse, diciamo così. I primi anni furono anni felici. Anche lei aveva tendenze letterarie, e avevamo così un mondo in comune. Ma... che vuole? Oggi divorziano tutti, tutte le mie allieve sono, separate, divorziate, oggi non esiste più famiglia.
  • Quanto a mio padre, era di origine valdostana, la sua famiglia era venuta dalla Svizzera in seguito a persecuzioni religiose, perché i Praz erano cattolici. Un cognome, il nostro, franco-provenzale, che si trova anche in Catalogna con la tz.
  • Sono andato a vedere qualche rappresentazione di Shakespeare in Italia con traduzioni modernizzate e adattamenti moderni: inammissibili! [...] il Settecento inglese presentava i personaggi shakespeariani con gli abiti del secolo. Ma non lo faceva con lo stesso spirito di oggi. Anche i pittori del Rinascimento vestivano i personaggi della Natività con abiti del Cinquecento. Il senso storico viene soltanto con l'Ottocento. Oggi, dopo gli eccessi ottocenteschi di ricostruzione storica, siamo giunti al capovolgimento totale, al surrealismo totale. [...] Oggi tutto è portato al paradosso, all'estremo, al capovolgimento. Capovolgere è uno dei verbi usati molto dalla critica strutturalista.
  • Tornando ai critici, ho letto libri di Citati che hanno qualità notevoli. Tuttavia, quando lui scrive, mi pare che si delizi della pronunzia delle sue frasi. È un elegantissimo riepilogatore dell'atmosfera di un libro. Apprezzo poi Elémire Zolla che non è rientrato negli schemini dello strutturalismo, e Macchia, un critico di grande valore: penso, ad esempio, a un suo recente scritto su Montaigne.
  • [E sua moglie, dove vive?] Un po' a Roma e un po' a Magonza perché il marito, Volbach, che è uno studioso di paleocristianesimo, insegna lassù. Loro si conobbero durante la Resistenza, lui era antinazista, era stato escluso dall'insegnamento perché aveva un ottavo di sangue ebraico, e loro due complottavano. Io no, perché non sono mai stato né fascista né antifascista. Un giorno che mia moglie era andata, diceva, da un'amica e tardava a rientrare, telefonai a quest'amica che cadde dalle nuvole. E quando mia moglie tornò a casa, le dissi: "come mai non sei andata là?". "Sono stata dal mio amante", rispose.

Bellezza e bizzarria[modifica]

  • [...] al posto delle elette gentildonne favolatrici, Pampinea, Fiammetta, Neifile, qui troviamo Zeza sciancata, Cecca storta, Meneca gozzuta, Tolla nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, Ciulla musuta, Paola scerpellata, Ciommetella tignosa e Iacova squarquoia: un vero e proprio congresso di lamie. È vero che costoro, scelte dal re di Vallepelosa come le migliori della città, essendo le più svelte e linguacciute, favoleggiano nei giardini reali. Ma che giardini reali son questi! Invece di alberi solenni, una semplice pergola d'uva: il giardino reale si riduce alle proporzioni d'un modesto orto suburbano. E che re son quelli dei «cunti» del Basile! Che cosa inventa uno di essi per distrarre la figlia che non sapeva ridere? Niente di meglio che schizzare con una fontana d'olio le persone che passano dinanzi alla reggia. Trovata allegra degna di quello che doveva essere un re napoletano, il re Lazzarone, che per mettere il buonumore addosso alla delicata sua sposa, le toglieva di sotto la sedia facendola cadere. (Il che dimostra che Ferdinando I fu un prodotto inevitabile di quello stesso ambiente che produsse le fiabe del Basile.) Un altro re deve abitare in un ben curioso palazzo, se non può fare uno sbadiglio senza irritare due vecchiacce che vivono in un giardino su cui guardano le sue finestre. Un altro se ne sta affacciato alla finestra per trovar marito alla figlia; e v'è un principe che rapisce la bella non già su un cavallo alato, ma su un modesto asino, e ve n'è un altro che fa alle sassate coi monelli di strada. (da Il «Cunto de li cunti» di G.B.Basile, p. 170)
  • Il problema che preoccupava Patmore fin dalla giovinezza era la sublimazione della vita corporale mediante la sua interpretazione simbolica. Solo la Chiesa cattolica favoriva la concezione dell'amore terrestre come primo stadio, adombramento dell'amore celeste [...] Solo con una conversione al cattolicismo, che vedeva nella Donna l'immagine del Paradiso, il Patmore poteva comporre il dissidio tra il suo essere senziente e la sua aspirazione religiosa. Dopo tergiversazioni e interiori dibattiti, una notte, mentre era solo nell'albergo, vide che la serenità poteva essergli data soltanto da una completa sottomissione. Roma, che già gli era parsa una capitale di terz'ordine, era adesso per lui l'Universo. Scriveva a un amico: «Ci sono qui per voi i santuari di Shelley e di Keats, per me il Limina Apostolorum». (da Patmore a Roma, p. 369)
  • Più tardi, ebbi tanta curiosità di conoscere Soffici, Cecchi e qualche altro scrittore d'allora; certe mie gite in bicicletta a Poggio a Caiano, di prima primavera, son tra i miei ricordi più deliziosi; leggevo Rimbaud, e Soffici era per me un luogotenente di Rimbaud, oltre che un ammirevole toscano. (da Esperienza dannunziana, p. 737)
  • [...] ma poi vi diranno che lo Zeitgeist è una menzogna, un fantasma, e chi poco poco sembra crederci dev'essere un sempliciotto. (da Apoteosi della curva, p. 833)
  • Quando se n'è fatte di tutte per persuadersi che anche il mondo d'oggi è bello, che anche tra le macchine e il cemento armato possono accamparsi le Muse – dacché c'insegnano che tutto può trasformarsi in poesia e che tutto è spirito – quand'anche si sia arrivati al punto di ammettere l'ecolalia di un Marinetti o di un Lindsay, come non intenerirsi per la scomparsa di quel caro mondo di un secolo fa, che a noi moderni pare, a torto o a ragione, così intimo, pacato e rinfrescante? (da Nota sul colore locale, sulla Londra del Lamb, e sulle rovine irreparabili, p. 1106)
  • L'aver un certo mobile arredato un tempo le stanze di Maria Antonietta può dare un brivido anche a un'anima delicata, oltre che scuotere la grossolana fibra d'un parvenu. (da La filosofia dell'arredamento, p. 1216)
  • [...] c'è una continuità internazionale che portava una familiarità e un imparentamento con altre famiglie nobili d'Europa, attuandosi così in un cerchio ristretto e affiatato quella comunità europea che tutti gli sforzi degli odierni statisti non riescono ancora ad attuare su un piano democratico. Esisteva un'Europa unita di famiglie reali e nobiliari, e come in tutte le famiglie, c'eran baruffe e le chiamavano guerre, ma parlavano la stessa lingua e alla fine si mettavan sempre d'accordo, a spese dei popoli, diranno gli storici, finché vennero il vapore, e l'industria, e il capitalismo, e l'urbanesimo, e la massa, e la babele che assume la maschera di Nazioni Unite, e la cortina di ferro e la navigazione spaziale, e il mondo, pur divenendo standardizzato e infinitamente contratto e più piccolo, è uscito fuori di controllo, e nessuno può più compendiarlo in un album come quello dei Chigi. (da La filosofia dell'arredamento, p. 1227)
  • Ahimè, l'imponenza diplomatica dello stile Impero s'è raccomandata anche ai villani rifatti, agli eroi cinematografici, ai pasticceri di lusso, ai decoratori delle sale da pranzo degli alberghi e dei transatlantici. Mobili Impero ha il presidente della repubblica dell'Uruguay e il pugilista giubilato che si ritira dall'agone dei pesi massimi. Ma ogni stile ha i suoi inconvenienti, ed è forse più irritante trovar lo studio d'un avvocato che arieggia un conventuale Quattrocento, o la casa d'un cattivo architetto che scimmieggia il grandioso barocco dei principi e dei cardinali, o la stanza da letto d'un albergo che giustifica il suo prezzo imitando goffamente le voluttuose grazie del rococò, che non un ambiente che aspira a una certa soggezione, nello stile che per prima cosa intende d'essere uno stile di soggezione. (da Dello stile Impero, p. 1328)
  • [...] non riusciamo davvero a concepire la nostra storia come un perpetuo crescendo, e se proprio qualcuno volesse scriverla così, per persuaderci delle nostre magnifiche sorti e progressive, ne sorrideremmo forse come sorridiamo oggi del Ballo Excelsior. (da Un crescendo, p. 1526)
  • [...] mi dilettavo di trovare, insieme coi duplicati dei nomi delle città del Vecchio Mondo, misteriose coincidenze e reconditi riflessi fra gli eventi al di qua e al di là dell'Atlantico, con una sola differenza, però, che tutto ciò che era avvenuto al di qua mi pareva circonfuso di poesia, mentre al di là, mi trovavo nel clima disincantato dell'Ultimo Viaggio: il Ciclope non era che un cratere di vulcano e le Sirene null'altro che pericolosi scogli. (da Un crescendo, p. 1530-31)
  • [...] non c'è nessuno come lo snob per spingere alle estreme conseguenze una voga. (da I quadri coi quali si può vivere, p. 1631)

Cronache letterarie anglosassoni[modifica]

  • Tante divergenze sui libri di guerra sono possibili perché si fa confusione tra documento storico e opera d'arte. Il fedele documento storico, nel senso che l'intendono certuni, è una chimera. (p. 10)
  • L'abito moderno, di circoscrivere tutta l'attenzione all'individuo, alla sua breve avventura terrena, fa sì che la maggior parte degli odierni libri di guerra renda immagine di un calvario senza aureola, di un mondo governato da un caso sciocco o maligno. E non può che essere altrimenti, finché unità di misura sia l'individuo. Vista nella sua realtà bruta, tutta la guerra di trincea sarebbe null'altro che un'agonia di animali in agguato. (p. 13)
  • Gertrude Stein [...] compone arabeschi con cadaveri di parole. (p. 34)
  • Ho già detto altrove che del poeta Pound ho la massima stima; quanto al Pound erudito e paleografo è un'altra questione. (p. 36)
  • La Terra desolata di T. S. Eliot è tutta ravvicinamenti di cose disparatissime, tra le quali non è sempre agevole stabilire associazioni e analogie. (p. 36)
  • Se a spiegare Dante è necessaria la filosofia di san Tommaso a spiegare Pound basta il cinematografo e l'oniromanzia freudiana. (p. 37)
  • Il Pound — dicevo — è un divertentissimo Fregoli della poesia; si maschera con successo in tutti gli stili, senza la famosa sicumera di un Hugo o di un Leconte de Lisle; è, se volete, come quei «rinaldi» che recitavano nelle piazze di Napoli il Tasso, storpiandolo, e imbarbarendolo, ma vivendolo con tutta la loro focosa natura. (p. 38)
  • I libri gialli occupano un degno posto accanto al fosfoiodarseno, agl'ipofosfiti, all'olio di fegato di merluzzo, e a quelle pozioni che i farmacisti preparano per ristabilire l'equilibrio delle zitelle insoddisfatte. Oscuri istinti, che potrebbero trovare sfoghi dannosi alla società, s'incanalano in perfetto ordine nello sfiatatoio d'una detective story. Il raziocinio, che trova repellente l'induzione scientifica, si diletta presso i più nell'esercizio degli indovinelli a parole incrociate, nel calcolo di probabilità del poker, o, appunto, nel seguire un'avventura poliziesca. (p. 51)

Il patto col serpente[modifica]

  • Accade talvolta che, mentre si legge, si sentono pronunziare, da persona che si trova nella stanza, precisamente le stesse parole sulle quali i nostri occhi si posano in quel punto della pagina. Spesso si tratta delle più semplici parole, e non facciamo più caso che d'una curiosa coincidenza tra fatti senza rapporto alcuno tra loro. V'è tuttavia qualcosa di preternaturale in questa che sembra come l'eco udibile di parole mute, quasiché ci sorprendessimo a ripetere con voce non nostra ciò che leggiamo, o che l'altra persona nella stanza pronunziasse per telepatia il nostro testo. Non ci sfugge il carattere strano di queste coincidenze, che per lo meno ci danno un piccolo brivido di sorpresa come la gherminella d'un prestigiatore che, ad esempio, ti fa ritrovare in tasca l'oggetto veduto un attimo prima sul tavolino. Altre volte la coincidenza è più profonda, e veramente ci fa trasalire. Havelock Ellis racconta nella sua Vita come, mentre assisteva la madre ammalata, s'era preso da leggere per la prima volta Peer Gynt di Ibsen; e proprio la mattina che leggeva la scena in cui Peer Gynt è al capezzale di mamma Aase morente, udì dal letto presso cui stava un suono di respiro penoso: quello della propria madre che entrava in agonia. [...] Quell'improvvisa rima tra due fatti in apparenza slegati, quella strana cadenza in cui essi combaciano e si fondono quasi, par suggerire un'identità segreta, alzare per un momento il velo d'un mondo metafisico di cui ordinariamente ignoriamo l'esistenza [...], perché ci sono momenti in cui effettivamente par che alle nostre parole, alle nostre azioni un'eco si risvegli nel grembo dell'invisibile mondo. (p. 82[11])
  • Nella tentazione d'Eva è simboleggiata la parabola della sensibilità sollecitata dall'immaginazione, alla quale dal romanticismo in poi è stato dato libero corso, esaurendo così tutte le possibilità fino a quella morte dell'arte di cui oggi si parla così insistentemente. (p. 8)
  • Una reazione allo stile dannunziano poteva essere legittima ai tempi del futurismo, ma oggi l'ostilità polemica degli scrittori verso d'Annunzio mi pare pecchi non d'avanguardismo, ma di passatismo. (p.389)

La letteratura inglese: Dai romantici al Novecento[modifica]

  • La filosofia, se così vuol chiamarsi, che s'incarna in Wuthering Heights che tutto il creato, animato o inanimato, fisico e psichico, è espressione di certi vivi principi spirituali: da un lato quel che può definirsi il principio della tempesta – l'aspro, lo spietato, il selvaggio, il dinamico – dall'altro il principio della calma – il dolce, il demente, il passivo, il mansueto. I due principi sono in contrasto, e insieme compongono un'armonia. Così osserva David Cecil (Early Victorian Novelists, Londra 1934). [...] Ai personaggi della Brontë è applicabile l'ordinaria antitesi tra bene e male. Essi non cercano di por freno alle loro passioni devastatrici, non si pentono dei loro atti di distruzione; ma siccome quegli atti e quelle passioni non sgorgano da impulsi di natura distruttiva, bensì da impulsi che son distruttivi solo perché stornati dal loro corso naturale, essi non sono " cattivi ". [...] Sicché il conflitto a cui assistiamo nel suo libro non è quello consueto dei romanzi vittoriani, tra bene e male; è piuttosto un contrasto tra simile e dissimile. [..] In verità il sesso ha poco a che fare coi personaggi della Brontë: l'amore di Catherine è esente da sensualità come la forza che attrae la marea alla luna, il ferro alla calamita, e non ha più tenerezza che fosse odio. [...] Da un lato Wuthering Heights, la terra della tempesta, su nell'arida brughiera, nuda all'assalto degli elementi, naturale dimora della famiglia Earnshaw, indomiti figli della tempesta. Dall'altro, protetta dalla frondosa valle sottostante, Thrushcross Grange, l'appropriata dimora dei figli della calma, i gentili, passivi, timidi Linton. [...] È la distruzione (a opera di Heathcliff) e la restaurazione di quest'armonia che, secondo l'analisi del Cecil forma il tema del racconto. Che è molto complesso: c'è infatti una seconda generazione in cui la netta distinzione tra i figli della tempesta e i figli della calma s'è smussata; essi partecipano d'entrambe le nature. [...] Tale lo schema del romanzo, logico come il profilo d'una fuga musicale, per adoperare la felice similitudine del Cecil: schema da poema epico e da tragedia più che da romanzo. Forse Chesterton ha toccato la nota giusta quando ha detto (in The Victorian Age in Literature): «Wuthering Heights avrebbe potuto essere scritto da un'aquila». Sta sospeso così tra cielo e terra, più vicino al cielo che alla terra: romanzo meteorico. (p. 144-46)
  • Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), usando a veicolo del suo pensiero un ameno stile paradossale, contrapponeva alla bruttezza della civiltà industriale e al materialismo la semplicità agricola dei padri e la luce perenne dell'idea cattolica romana. (p. 216)
  • Compagno di fede e di lotta del Chesterton, Hilaire Belloc (1870-1953), rincarnava lo spirito dei clerici vaganti medievali nel suo Path to Rome e nei canti conviviali di The Four Men (1912). (p. 217)

Citazioni su Mario Praz[modifica]

  • Assai prima che tramontassero la critica pura da un lato e la critica troppo compromessa con le ideologie dall'altro, egli aveva reinventato la critica come poesia, come creazione di un mondo autonomo, intessuto dei riferimenti che dall'osservazione di un oggetto d'arte, di un quadro o dalla lettura di un libro, sorgono nell'animo di un uomo la cui erudizione è diventata una specie di sesto senso, affinatissimo e sensibilissimo [...] Per Praz la Storia non è quella dei fatti freddamente registrati, e così traditi, ma quella che si centellina e si fa rivivere negli stili, nelle sfumature degli stili. Una sua relazione di viaggio non ci dirà nulla di sociologicamente puntuale, ma molto di più con la penetrazione nel sottofondo culturale e artistico del paese visitato. (Fausto Gianfranceschi)
  • Così è giusto quel che il Praz ha notato a tale riguardo, cioè che, volendo godere del piacere della trasgressione, della violenza contro ciò che è, il sadista non avrebbe altra scelta che la pratica della bontà e della virtù, perché proprio esse significherebbero l'anti-natura e l'anti-Dio, una rivolta e una violenza contro ciò che [...] costituirebbe il fondo ultimo - malvagio - della creazione. (Julius Evola)
  • È una tiepida domenica, il celebre appartamento di Praz a palazzo Primoli è nella penombra del crepuscolo un'isola di civiltà dove si sentono presenze balsamiche per chi ogni giorno deve, per sopravvivere, subire la presenza del volgo. La conversazione si dipana labirintica e sottile tra l'humour dello scrittore ottantaquattrenne e la vis polemica di un suo "nipotino spirituale", appena trentenne [Paolo Isotta]. (Alfredo Cattabiani)
  • I reazionari risolti – questo per dire che Visconti e Togliatti altro non erano che reazionari irrisolti – al “Gattopardo” preferivano “La Casa della vita” di Mario Praz. (Pietrangelo Buttafuoco)
  • Ignorato dalla critica militante e dimenticato dalle giurie dei premi, [...] antidemocratico d'istinto, il conflitto fascismo-antifascismo non lo riguardava [...] il principe dei saggisti si disperava per l'ostilità della critica. (Piero Buscaroli)
  • La consuetudine con l'arte è il suo mestiere; il mestiere dell'arte il suo modello di espressione. (Geno Pampaloni)
  • Lo jellatore. (Roberto Longhi)
  • Noi ci persuadiamo come il magistrale studioso della decorazione neoclassica e dell'arte decadente, come il gran signore che trascorre dal tempestoso dramma elisabettiano alle plurivalenti costruzioni sonore del suo D'Annunzio aneli al Biedermeier solo come pausa, come attimo di confortante ristagno, ma sia artigliato nell'intimo dal fremito lancinante che trascinava i suoi poètes maudits verso i più tenebrosi dessous della psiche, nella piena consapevolezza di vivere in un'età di disfacimento che fa trascolorare dolorosamente tutti i sogni più delicati. (Ettore Paratore)
  • Praz era un nome per pochi, seppure di portata planetaria e millenaria. Egli aveva subito l'ostracismo degli antifascisti che lo costrinsero all'esilio a Manchester. [...] Dopo la guerra subì l'ostracismo dei comunisti, molti dei quali erano gli antichi crociani. (Paolo Isotta)
  • Quel che resta sono le opere aristocratiche dei vinti, i Tomasi e i Buzzati, i Praz e i Morselli, i Berto e gli Alianello. O di vinti a disagio nel campo dei vincitori, come Pavese e Pasolini. (Marcello Veneziani)
  • [La sua prosa è] rigorosa ed evocatoria. (Fausto Gianfranceschi)

Note[modifica]

  1. Ora in Geometrie anamorfiche: saggi di arte, letteratura e bizzarrie varie, a cura di Graziella Pulce, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2002, p. 185.
  2. a b Da Bianco e oro, Nuova Antologia, 1° novembre 1934.
  3. Da La tentazione degli archetipi, Il Tempo, 22 marzo 1981.
  4. a b c d Citato in Almanacco Romano, Alla ricerca di una sublime dignità, Il Covile, N° 483, 10 dicembre 2008.
  5. Citato in Marcello Staglieno, Montanelli: novant'anni controcorrente, Mondadori, Milano, 2001, p. 208.
  6. Dall'intervista di Franco Simongini, Mario Praz: la giustizia di Perseo contro la degradazione dell'arte, Il Tempo, 22 giugno 1979.
  7. Da I mosaici come gioielli, Il Tempo, 29 dicembre 1981.
  8. Da L'arte di Gabriele d'Annunzio, Atti del convegno internazionale di studio, Venezia-Gardone Riviera-Pescara, 7-13 ottobre 1963, a cura di Emilio Mariano, Mondadori, Milano, 1968, p. 78; citato in Piero Buscaroli, Gabriel Musico maestro di simboli labirinti & terremoti, Zecchini Editore, Varese, 2007 p. 131.
  9. Ora in Viaggi in Occidente, Sansoni, Firenze, 1955 p. 213.
  10. Ora in Geometrie anamorfiche: saggi di arte, letteratura e bizzarrie varie, a cura di Graziella Pulce, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2002, p. 185-86.
  11. Citato in La lingua, la parola e la scrittura, a cura di Federico La Sala, ildialogo.org, 22 luglio 2010.

Bibliografia[modifica]

  • Mario Praz, Cronache letterarie anglosassoni, Vol. II, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1951.
  • Mario Praz, La letteratura inglese: Dai romantici al Novecento, Accademia, Milano, 1967.
  • Mario Praz, Il patto col serpente, Mondadori, Milano, 1973.
  • Mario Praz, Bellezza e bizzarria. Saggi scelti, Mondadori, Milano, 2002.

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