Robert Brasillach

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Robert Brasillach

Robert Brasillach (1909 – 1945), scrittore, giornalista e critico cinematografico francese.

Citazioni di Robert Brasillach[modifica]

  • [Nel 1945, al processo per tradimento] Siamo andati a letto con la Germania, e la cosa ci è piaciuta.[1]
  • [22 gennaio 1945, Carcere di Fresnes, condannato a morte] A trentacinque anni, prigioniero come Villon, incatenato come Cervantes, condannato come Andrea Chenier, prima dell'ora dei condannati, come altri in altri tempi, su questi fogli scarabocchiati inizio il mio testamento. Per sentenza, dei miei beni terreni mi si vuol togliere il possesso. È facile, non ho terre ne tesori e i miei libri, le mie visioni possono essere dispersi al vento: amore e coraggio non sono soggetti a processo. Per prima cosa lascio l'anima mia a Dio suo creatore, né santa né pura, lo so, soltanto l'anima di un peccatore. Possano i Santi francesi, quelli della fiducia, dire egli non arrivò mai a peccare contro la speranza. Cosa donare alla mia patria se ella stessa mi ha scacciato? Ho creduto d'averla servita e l'amo sempre, anche oggi. Essa mi ha dato il mio paese, e la lingua che è stata mia. Io non posso che lasciarle qui il mio corpo, in terra sconsacrata.[2]
  • I bimbi che un giorno saranno ragazzi di 20 anni apprenderanno con oscura meraviglia dell'esistenza di questa esaltazione di milioni di uomini, i campeggi della gioventù, la gloria del passato, le sfilate, le cattedrali di luce, gli eroi caduti in combattimento, l'amicizia tra i giovani di tutte le nazioni rinate. Josè Antonio, il fascismo immenso e rosso. E io so che il comunismo ha, anch'esso, una sua grandezza del pari esaltante. Può addirittura essere che, tra mille anni, si confondano le due rivoluzioni del XX secolo.[3]
  • [Durante il processo, sul suo pentimento] Se vi dicessi di sì pensereste che lo faccio per salvarmi la pelle e mi critichereste. Non rimpiango le intenzioni che mi hanno spinto ad agire. Posso essermi sbagliato, come succede a tutti gli uomini, sui fatti o sulle persone ma mi dico che ci sono, in questo momento, dei giovani ragazzi e delle giovani donne che pensano con affetto a ciò che ho scritto.[4]

Il nostro anteguerra[modifica]

  • [L'Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne del 1925] [...] verosimilmente la sola, dopo tanto tempo, ad aver avuto un'effettiva influenza sullo scenario dell'epoca. Riuniva ricerche ed esperienze che avevan già cessato d'essere Avanguardia, L'Esposizione non rappresentava più una scoperta, quanto piuttosto una consacrazione. Alla folla ingenua che si stupiva, mostrava certamente un mucchio di cose, ma ancor di più ne insegnava alle industrie che si accingevano a riprodurre, a copiare, questo stile nudo, sobrio, questi mobili, queste stoffe, ad accentuare questa massiccia diffusione d'uno stile, le cui prime manifestazioni, allora, erano comparse come grandinate, scatenate sui magazzini a buon mercato in forma di legni chiari, tessuti variopinti, bella materia bruta, il ferro e il nickel, essenziale; l'Esposizione metteva alla portata di tutti il Cubismo sia nell'abbigliamento che nell'arredamento. (p. 13)
  • All'inizio del Protagora, allora nel nostro programma di studi, Platone descrive l'andirivieni dei giovani che ascoltavano Socrate, in quella particolare ora del giorno che i Greci chiamavano «il mattino profondo». Non ho mai dimenticato questo motto, questa definizione, queste parole, né la squisita descrizione delle movenze d'una gioventù libera, paga di sé. Non avevamo certo dei Socrate tra noi, né era giusto dire che possedevamo il sole, no, era il profondo mattino, l'eterno, profondo mattino di giovinezza quel che splendeva in cuore. Non eravamo vestiti come i giovinetti seguaci di Platone; alcuni di noi indossavano dei camiciotti, dei lunghi grembiuli bianchi, altri grigi, altri ancora neri. Non dimenticherò mai che avevo un piccolo abito di lana nero, in cui avevo fatto ricamare in blu la civetta d'Atene[5]che era il simbolo della nostra classe. Eppure il nostro vestito era un altro: indossavamo il profondo mattino. (pp. 25-26)
  • [Georges Pitoëff interprete di Pirandello] Vedevamo avanzare, in mezzo ad uno scenario blu, un uomo snello e malinconico, con la testa leggermente inclinata di lato, che sorrideva tristemente, e la cui voce monotona e bassa, lievemente roca, destava in noi un'enorme impressione di stranezza. Perché cantava, cantava la sua tragedia e il dramma della vita, nascondendo in quel motivo musicale il suo patimento e il suo dolore. Ci sembrava di percepire, dietro le parole e le frasi, una ben definita linea melodica, una cantilena simile al canto gregoriano, un lamento faticoso, che si svolgeva sordo e lento, permeando la scena come un canto funebre, come una musica sacra o una trenodia religiosa. (p. 54)
  • Ricordo un pomeriggio con un bel sole limpido e chiaro: José Lupin ed io leggevamo a voce alta, nel cortile centrale, dandoci il cambio di quando in quando, Dieu e La fin de Satan. Nonostante tutto, ridevamo come matti, come ai tempi del «Luigi il Grande»; improvvisamente, questi versi, qualche frase stupefacente, misteriosa, fiammeggiante, in cui il vecchio Hugo si rinchiude in altra solitudine, in segreto rapporto con gli astri, cavalli alati, chimere, in un fruscio d'oro, tutto si cristallizzava, in un silenzio immoto e sospeso: e Hugo guardava Dio. Ci fermavamo, scossi e commossi. (p. 93)
  • [Ludmilla Pitoëff] Nell'intervallo, seduta al tavolo da trucco, guardavamo quella piccola donna pallida, dagli occhi immensi, dagli zigomi lievemente sporgenti, che parlava con voce limpida e pensosa, come una bambina saputella. Dietro quel volto irreale si celava qualcosa di straordinario, di ineguagliabile. Ludmilla, la sua personcina esile, un giorno tra tanti, si vestì di nero, con un alto colletto, come una ragazza in uniforme. Mi guardò, mi disse parole dolci, poi sorrise, sorrise piegando leggermente la testa di lato, com'era sua abitudine, quel capo bellissimo dai corti capelli neri. A volte, la sentivo così lontana, quasi appartenesse a un'altra gente, a un altro mondo, e con quella voce pura di bambina, evocava un universo che ci era ignoto e che non conosceremo mai. (p. 102)
  • [René Clair] È lui, a dir la verità, che ha rappresentato il cinema, che fu il cinema stesso in quegli anni, che si adattava stupendamente al nostro modo di comprendere il mondo, che ha collaborato, per così dire, alle nostre fantasmagoriche passeggiate parigine, costruendo su di noi, intorno a noi, il mondo immaginario della sua gente modesta, di droghieri e lattaie, di scalinate dove giocavano i monelli, in quella sua triste, dolce e fine trasposizione cinematografica degli spettatori autentici della città unica, della nostra Parigi. [...] Non saprei dirlo, ma per noi divenne il simbolo di quel tempo felice i cui unici «pericoli» erano l'americanismo, la sovrapproduzione, e non gli scioperi e la miseria, e in cui, per finire, due vagabondi si avviavano cantando – anche loro! – sulle strade gioiose della giovinezza e del destino. In tal modo lo schermo ci faceva vedere, davvero, le novità del mondo; in tal modo imparammo da René Clair a conoscere la Parigi di Baudelaire e di Balzac (p. 105)
  • [L'Esposizione coloniale internazionale del 1931] Passeggiavamo sotto le sfavillanti luci di quell'epoca felice, attraverso le testimonianze dello splendore, della fortuna e della felicità francesi, e, a distanza di pochi anni, questa Esposizione può sembrare l'ultima manifestazione, già tardiva, del tempo della prosperità. I getti d'acqua colorati di fuoco, le fantasmagoriche architetture di cartone e cartapesta, nella dolce notte di Vincennes, assumevano un aspetto magico e irreale, che andava ben oltre il semplice espediente scenografico. Erano gli sfondi stessi dell'avventura, e tutta una letteratura d'evasione era approdata lì, alla portata dei piccolo-borghesi, tra gli orsi e le foche dello zoo e la grande mole rossiccia del tempio d'Angkor. Eppure quella notte ironica e tenera ad un tempo sembrava la rappresentazione vivente d'un romanzo di Jules Verne, ed era meraviglioso vagabondare fra le finte pietre dipinte, le architetture e gli edifici quasi fluttuanti nell'aria [...]. (pp. 121-122)
  • [La Città internazionale universitaria di Parigi] Se cerco di ricordarmi la Città, in effetti, non posso non rievocare l'estate e, dato che di giorno non vi abitavo, soprattutto le notti d'estate. [...] La Città allora diventava un'altra, trasfigurava nella sua vera essenza, e sono certo che tale essenza fosse la stessa di una nave. Alta sul mare, così strana, così inverosimile, così finta come un vascello con tutte le sue luci accese che oscilla dolcemente sulle onde immote, lisce, al centro stesso della notte. Una nave con rotte sconosciute per una breve traversata, le sue liti, i suoi amori e le sue antipatie, mondo in effimera miniatura, e che la nuova stagione e il tempo disperderanno. (pp. 140-141)
  • Anche i più ottusi tra i nostri compagni, come noi, sentivano il fascino di quegli attimi unici, di quei momenti dolcemente malinconici che hanno conosciuto tutti gli studenti alla fine della loro vera giovinezza. [...] Ancora un istante di libertà, nell'oasi della Normale, al centro d'una Parigi infuocata, sotto gli alberi stremati dalla caldissima estate. Ancora un attimo di felicità.
    Gustavamo quello stillicidio di ore tristi e funeste, eppure dolci, incantati, ebbri dei ricordi ancora tanto vicini, d'amicizia, di cameratismo, delle scoperte profonde dell'incoscienza meravigliosa della nostra vita.
    Ancora un attimo, e avremmo dovuto abbandonare quei tesori, quegli incantesimi, e chiudere quelle pagine. Ancora qualche istante sotto il cielo puro, sotto lo sguardo ironico dei sessanta busti. Ancora qualche ora per correre nei cinema di quartiere e rivedere i film vecchi di sette anni, e poi i giardini, i caffè, Parigi vestita di notte sotto i lampioni del 14 luglio, ancora un istante, per dire addio alla nostra adolescenza. (p. 160)
  • [Georges Méliès] Era stato il creatore di tutte le forme dell'arte cinematografica, e ci scriveva delle lettere commoventi, lamentando che lo volevano ridurre al ruolo di semplice «truccatore», e che il termine «ingenuità», ricorreva un po' troppo spesso ogni qual volta parlavano di lui; reclamava a tutti i costi per sé l'onore del «vaudeville» e del dramma mondano. [...]
    È vero che Méliès ha inventato «tutto», praticamente, ma è stato anche molto sfortunato: dopo la guerra si vide costretto a dirigere un piccolo teatro a Montreuil [...]. Nel 1928 si era ridotto a vendere giocattoli alla stazione di Montparnasse. Lo si riscopriva, lo si festeggiava e applaudiva un po' [...]. Eppure, a tutti quelli che amavano veramente quest'arte, Georges Méliès ricordava la poesia dei luna-park, delle fiere, della bohème, e delle meravigliose fantasie dell'infanzia. Méliès morì all'inizio del 1938, sempre felice e fiero del suo passato, allegro come un bambino che s'accorge di non esser stato completamente trascurato. (pp. 179-180)
  • [...] Segovia romana [...] dolce e viva, e che mai dimenticheranno quelli che hanno respirato la sua aria fragrante, passeggiato per le sue strade tranquille, salutato festosamente le sue absidi d'oro e armoniose, sostando stupiti sulla soglia delle chiese. (p. 192)
  • Le lane tinte, la cannella, l'olio, le essenze, il forte sentore di pepe delle strade, le minuscole botteghe degli artigiani, gli asini grigi e lenti sotto il peso dei loro fardelli, tutto ciò non era «esotismo» per noi, tutt'altro: era l'infanzia, era una patria ritrovata. [...] Quello splendido Marocco, ci apparve allora come la terra della giovinezza stessa della nazione, con le sue ville fresche e ombreggiate, costruite da poco; Rabat meravigliosa e simpatica tra le sue foglie, le vecchie residenze nobiliari, i profumi, i giardini, l'architettura fiorita; e la Kotoubia, sotto il cielo profondo di Marrakech, che dominava i mercati, e Fès alta sule Mérinides e al di sopra dei sentieri boschivi che conducono a Volubilis, la città santa a forma di stella di mare, Moulay-Idriss, interdetta ai Cristiani, dove mio papà e mia mamma, che si erano smarriti a cavallo, avevano trascorso una notte a venticinque anni. Ritrovavamo dunque ad ogni passo i nostri più lontani ricordi, che andavano addirittura oltre la nostra stessa nascita. (pp. 196-198)
  • [...] Saint-Germain-de-Charonne, che drizza alto il suo campanile rustico, sovrastato da un gallo, su rue de Bagnoler, e cinge con le sue mura qua e là riparate con il cemento, un meraviglioso angolo di paese in piena Parigi, con la grazia spontanea della sua semplicità. E poco discosto un giardino, ma no! Un piccolo cimitero, forse l'ultimo dei vecchi cimiteri di Parigi, così simili ai modesti camposanti di campagna. Cimiteri di borgata, se così posso dire. Un omino con il cappello a tricorno se ne sta in piedi, silenzioso, tra l'erba incolta, in una sorta di piccolo recinto. Leggo sulla lapide che si chiamava Bègue, detto Magloire, pittore, ed anche filosofo, poeta, patriota e segretario di Robespierre. È un po' il Gran Signore del luogo e conviene alla sua vecchia anima sensibile quest'asilo segreto, circondato dagli alberi, vegliato dal campanile, e dove la città enorme con i suoi alti edifici sembra scomparsa. (pp. 240-241)
  • Scoprimmo una Ravenna numinosa nell'estate, grossa cittadina simile a quelle del Mezzogiorno di Francia, senza una sua precisa personalità, eppure, improvvisamente, attraverso tre o quattro luoghi di culto, Ravenna diventava una delle più enigmatiche città del mondo, muta testimone di un secolo prodigioso, indecifrabile, e quasi più esotico dell'Islam o della Cina: Sant'Apollinare in Classe, i mausolei, i mosaici freschi come erba di primavera, magici pavimenti, lane appena tinte di colori stupendi, le vestigia di quella civiltà meravigliosa d'oro e di teologia, Bisanzio alta nel suo orgoglio e nel suo splendore. (p. 255)
  • Come sono grandi gli artisti veneziani, quant'è bella Venezia...
    Ma è anche inesauribile, sempre prodiga di miracoli e scoperte. Quelli che la visitano in due soli giorni non ne vedono che gli aspetti più celebri ed eclatanti; noi abbiamo percorso i grandi rioni popolari, pieni di bottegucce e di fruttivendoli, e cassette di pomodori e zucchine sparse come macchie di colori, quelle calli segrete, quel volto sconosciuto di Venezia, la Giudecca, dove, tra muretti lugubri, tra viuzze strette e contorte, sui canali sudici, vive gente coraggiosa, sorridente e che non ha dimenticato il sollievo e la gioia d'una canzone, carezza d'acque e di venti sullo specchio del mare. Confesso che questi colori, questa Venezia sconosciuta al turista frettoloso, mi toccavano molto più della fastosa teoria di palazzi sul Canal Grande. E qui, quasi ogni calle, ogni chiesa rinascimentale o settecentesca (Venezia ha il potere di riconciliarvi con tutto il barocco) nasconde quadri semi-dimenticati dei più grandi pittori di tutti i tempi. Venezia dei miracoli! (p. 258)
  • [...] Venezia, la più insolita e la più maliarda – nel senso che il suo fascino ti soffoca, non ti dà tregua – delle città che ho visto. Vagabondare attraverso i mercati sontuosi e orientaleggianti, lungo i Rii vedi dove fluiscono alghe e misteri, sulle larghe fondamenta[6]deserte che delimitano la città, o alle Zattere[6]di fronte alla Giudecca[6], o nei pressi del cimitero ornato di porte monumentali che sorge dall'acqua come il castello stesso della morte; ci si rende conto che ben difficilmente si potrà capire a fondo questa città, unica, irripetibile, al cui confronto anche la bella Amsterdam sfigura. [...] Bisogna sapere, bisogna ammettere subito, che non è semplice, che il suo fascino non è decrittabile con una parola o una pagina [...]. Perché Venezia nasconde altri tesori oltre ai suoi palazzi, ai suoi quadri meravigliosi, le sue serate dipinte dal Guardi, i miracoli di Gentile, Bellini o gli Arcivescovi con la Mitra in barca sul Canal Grande, le feste del Canaletto, i santi del Tintoretto, le Vergini di Tiziano. Venezia ha volti sconosciuti e misteriosi, un cuore sublime e soprannaturale, che nulla potrà mai fermare o limitare. (pp. 261-262)
  • Quando ripenso a quei giorni così intensi[7], rivedo i grandi riti notturni screziati dalle luci delle torce e dei riflettori, i bambini e i ragazzi tedeschi che giuocano come giovani lupi attorno ai ricordi della guerra civile e del sacrificio, il suo Capo che entusiasma e solleva in onde enormi e commosse quelle folle dominate, plasmate dal suo genio; e mi chiedo cos'è, in effetti, questo Paese così vicino al nostro. Mi rispondo, con una punta d'inquietudine, che tale vicinanza non impedisce che si sia lontani quasi quanto da un altro mondo, un altro pianeta; e l'impressione più profonda resta quella di un'incancellabile diversità, per non dire stranezza o estraneità. (p. 342)
  • Il Fascismo non è stato, non era, non è per noi, una semplice dottrina politica ed economica, né una imitazione di quanto accade oltreconfine; i confronti che facciamo con il fascismo degli altri paesi, ci convincono della originalità del nostro, del fascismo francese. Perché il Fascismo è in primo luogo uno spirito. Spirito anticonformista per eccellenza, antiborghese sempre, irriverente per vocazione. È uno spirito e un modo d'essere che combatte il pregiudizio, il classismo come ogni altra cosa. È, soprattutto, lo spirito stesso dell'amicizia e del cameratismo, che noi avremmo voluto diventasse Amicizia e Cameratismo per l'intera nazione. (p. 349)
  • [Il Cante jondo] [...] monotono e puro, ora simile al più grave e triste gregoriano, ora affine alla melopea araba, linea melodica unica e avvincente, quasi ipnotica: il solo, unico canto profondo. (pp. 414-415)

Note[modifica]

  1. Citato in John Lukacs, Democrazia e populismo, traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Longanesi, 2006, p. 67.
  2. Citato in Jacques Isorni, Il processo Brasillach, traduzione di Franco G. Freda, prefazione di Maurice Bardéche, edizioni di Ar, p. 144.
  3. Da Lettera a un soldato della classe '40, citato in Annalisa Terranova, Il Memorandum di Brasillach. Morire per il Fascismo immenso e rosso, destra.it, 6 aprile 2014.
  4. Da Memorandum. La mia autodifesa, Medusa Edizioni, citato in Annalisa Terranova, Il Memorandum di Brasillach. Morire per il Fascismo immenso e rosso, destra.it, 6 aprile 2014.
  5. La civetta di Minerva, simbolo della filosofia.
  6. a b c In italiano nell'originale. Cfr. Il nostro anteguerra, p. 261.
  7. Il riferimento è al Congresso di Norimberga del 1937.

Bibliografia[modifica]

  • Robert Brasillach, Il nostro anteguerra, traduzione di Claudio de Nardi, Ciarrapico Editore, Roma, stampa 1986.

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