Thomas Merton

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Thomas Merton

Thomas Merton (1915 – 1968), scrittore, poeta e religioso statunitense.

Citazioni di Thomas Merton[modifica]

  • La sofferenza sul piano naturale si oppone sempre alla gioia naturale. Ma non c'è opposizione fra sofferenza naturale e la gioia soprannaturale. La gioia, nell'ordine soprannaturale, è semplicemente un aspetto della carità. (da Ecclesia, novembre 1953 pp. 536-37; citato in Innocenzo Alfredo Russo, San Pasquale Baylòn, Edizioni Apostolato Francescano, Napoli 1968)

La montagna delle sette balze[modifica]

Incipit[modifica]

L'ultimo giorno di gennaio del 1915, sotto il segno dell'Acquario, in un anno di una grande guerra, al confine con la Spagna, nell'ombra di monti francesi, io venni al mondo. Fatto a immagine di Dio, quindi libero per natura, fui tuttavia schiavo della violenza e dell'egoismo, ad immagine del mondo in cui ero nato. Quel mondo era il quadro dell'inferno, pieno di uomini come me, i quali amavano Dio eppure lo odiavano, e. nati per amarlo, vivevano nel timore e nella disperazione di contrastanti appetiti.
A poche centinaia di miglia dalla casa dove nacqui, si andavano raccogliendo i soldati che imputridivano nelle trincee fangose, tra i cavalli uccisi e i pezzi da settantacinque sfondati, in una foresta d'alberi senza rami, lungo la Marna.

Citazioni[modifica]

  • L'anima è cosa immateriale. È un principio di attività, è un «atto», una «forma», un principio energetico. È la vita del corpo, e deve anche avere una vita sua propria. Ma la vita dell'anima non si esplica in un soggetto fisico e materiale. Il paragonare quindi l'anima priva della grazia a un corpo senza vita è soltanto una metafora. Ma è anche una verità. (p. 121)

[Thomas Merton, La montagna delle sette balze (The Seven Storey Mountain), traduzione di Alberto Castelli, Garzanti 1979.]

Presentazione a "Canto all'amore"[modifica]

Incipit[modifica]

In un'epoca di conflitti, angosce, guerre, crudeltà, confusioni il lettore rimarrà sorpreso di questo libro che è un inno all'amore e che ci dice che «tutti gli esseri si amano».
Forse siamo più abituati a dire che dovrebbe esserci amore (con ciò si dà a intendere generalmente che non c'è). Sappiamo che c'è un obbligo di amare, che gli uomini hanno un comandamento che li induce ad amarsi. Ma diamo per scontato che quasi mai lo fanno. Da ciò deduciamo che il mondo è così cattivo perché c'è poco amore, e che vogliamo incolpare e castigare i responsabili della mancanza d'amore.

Citazioni[modifica]

  • L'odio è la nostra protesta contro l'«impossibilità» d'amore. (p. VII)
  • Tutto ciò che esiste, esiste per l'amore, e se l'amore non si rivela in tutte le cose, è soltanto perché noi non vogliamo vedercelo. L'amore, è l' unica possibilità. (p. VIII)
  • La crudeltà è l'amore senza meta. L'odio è l'amore frustrato. (p. VIII)
  • L'amore è il cuore e il vero centro del dinamismo creatore che chiamiamo vita. L'amore è la vita stessa nel suo stato di maturità e perfezione. (p. IX)
  • Il dono della coscienza è una benedizione di Dio, ma può convertirsi in maledizione se noi non vogliamo che sia benedizione. (p. X)
  • Se la coscienza fosse la pura coscienza dell'amore (come lo vide Rilke), allora il nostro amore sarebbe immediato e spontaneo come la vita stessa. (p. X)
  • L'uomo è capace di umanità, lo voglia o no.
    È capace di essere figlio di Dio con pieno consenso o contro la sua volontà. È capace di accettare se stesso o respingersi. (p. X)
  • Isaac de Stella conosce certamente il senso e l'importanza dell'alimento e conosce l'allegria dei banchetti. Dio stesso si è dato a noi come pasto nei banchetti eucaristici, perché l'uomo potesse comunicare con Dio nei doni della terra e nei frutti del suo lavoro. Isaac conosce l'allegria del vino e della festa, ma vede in tutto ciò solamente un'immagine del godimento più elevato dell'amore, nel quale Dio ci dà il suo Spirito come un «torrente di delizie che inebria col fervore della carità». (p. XI)
  • L'amore per Isaac, è il vino divino che ci inebria e rende folli. Dio vuole che beviamo questo vino, ma noi abbiamo paura. Tuttavia egli moltiplica i suoi inviti. (p. XI)
  • Questo libro è pieno di inviti a bere e godere nel banchetto dell'amore. (p. XII)
  • L'amore non alberga solo nella mente o nel cuore, è qualcosa più del pensiero e del desiderio. L'amore è azione, e solamente nell'atto d'amore raggiungiamo l'intuizione contemplativa sella saggezza amorosa. (p. XII-XIII)
  • L'amore incontra se stesso solo nell'atto d'amare. L'amore che si fa senza conoscenza, malgrado se stesso e contro la sua natura, non raggiunge la piena coscienza di se stesso. (p. XIII)
  • Tutto l'amore che non è dono di se stesso totalmente libero e spontaneo, ha in sé un presagio di morte. (p. XIII)
  • Tutte le virtù sono aspetti dell'amore e anche tutti i vizi sono aspetti dell'amore. Le virtù sono manifestazioni di un amore che è vivo e sano. I vizi sono i sintomi di un amore malato perché rifiuta di essere se stesso. (p. XIV)
  • Accettare l'amore nella nostra coscienza significa accettare la coscienza della lotta. (p. XVI)

[Thomas Merton, Presentazione Ernesto Cardenal, Canto all'amore, traduzione di Miranda Montorzi, Cittadella Editrice, 1982]

Il segno di Giona[modifica]

Incipit[modifica]

Il segno promesso da Gesù alla generazione che non Lo aveva compreso fu il segno del profeta Giona, cioè il segno della sua Risurrezione. La vita di ogni monaco, di ogni sacerdote, di ogni cristiano è segnata con il segno di Giona, poiché noi tutti viviamo in virtù della Risurrezione di Cristo. Ma io sento che la mia vita è in modo particolare sigillata col grande segno, che il battesimo e la professione monastica e l'ordinazione sacerdotale hanno impresso a fuoco nelle radici del mio essere, poiché, come Giona stesso, io mi trovo a viaggiare verso il mio destino nel ventre di un paradosso.

Citazioni[modifica]

  • Ogni uomo chiamato alla contemplazione è chiamato ad un certo grado di solitudine. (Parte prima, Prologo, p. 13)
  • Un monaco può sempre legittimamente paragonarsi ad un profeta, perché i monaci sono gli eredi dei profeti. (Parte prima, Prologo, p. 14)
  • L'insonnia può diventare una forma di contemplazione. Tu giaci là, inerte, impotente, solo, nell'oscurità e ti senti schiacciato dall'inscrutabile tirannia del tempo. Il tavolaccio diventa un altare e tu vi giaci senza sforzarti di comprendere in che senso tu possa venir definito una vittima sacrificale. Fuori nel mondo, dove è notte, forse qualcuno d'improvviso s'accorge di aver fatto qualcosa di orribile. Del tutto inaspettatamente si pente e si trova capace di pregare. (Parte prima, 28 aprile, p. 49)
  • Mi è difficile credere che permetta agli uomini di dedicare interamente se stessi a cercarLo, senza far che in un modo o in un altro Lo trovino. (Parte prima, 28 aprile, p. 50)
  • Se Lo troviamo nelle nostre anime e desideriamo stare con Lui è disastroso pensare di comunicarLo agli altri nel momento in cui Lo abbiamo trovato. (Parte prima, 17 maggio, p. 54)
  • Oggi mi sembra di essere certo che la solitudine è veramente la Sua volontà nei miei riguardi e che veramente Mi chiama nel deserto. Ma non si tratta necessariamente di un deserto in senso geografico. È una solitudine del cuore, in cui le gioie create sono consumate e rigenerate in Lui. (Parte prima, 13 giugno, p. 58)
  • La povertà concepita in funzione della solitudine o nudità, distacco, è isolamento da tutto ciò che è superfluo. E io vorrei essere povero. Tuttavia non vorrei desiderare di essere povero in modo da desiderare di essere ricco. Non sono ricco. Me ne sto semplicemente seduto nella mia piccola agenzia di prestiti di sentimenti e di idee di secondo ordine, che per lo più mi danno un vago senso di nausea. (Parte prima, 24 settembre, p. 77)
  • Non devi più lottare per resistere al mondo o fuggire da esso: le cose materiali ti sfiorano appena. E così ne fai uso e le possiede, come si deve, perché le domini facendole servire ai fini della preghiera e della carità, invece di lasciare che esse ti dominino con la tirannia del tuo egoismo e della tua cupidigia. (Parte prima, 11 novembre, p. 84)
  • Prendi finalmente la mia vita nelle Tue mani, e fa di me tutto ciò che Vuoi. Mi dono al Tuo amore, e intendo perseverare in questa offerta, senza respingere né le cose dure né quelle piacevoli che Tu hai preparato per me. A me basta che Tu sia glorificato. Tutto ciò che hai disposto è bene. Tutto è amore. (Parte prima, 16 novembre, p. 87)
  • Incontrai il mondo e mi parve che tutto sommato non fosse più così malvagio. Forse le cose che mi avevano urtato, prima di lasciarlo, erano i miei difetti che proiettavo su di esso. (Parte seconda, Prologo)
  • San Vincenzo de' Paoli è molto realistico: ha l'aspetto del contadino guascone, molto coriaceo: viso terribilmente energico, occhi neri focosi e bocca grande e forte. (Parte seconda, 28 marzo, p. 113)
  • La cosa più assurda ch'io possa fare è turbarmi perché sono debole, distratto, cieco e commetto continui errori. E cosa altro mi aspetto? Forse che Mi ama di meno perché non riesco a farmi Santo con le mie forze e come vorrei? (Parte seconda, 28 aprile, p. 116)
  • Mi colpisce il bisogno di qualcosa di assolutamente concreto e definito, povertà e umiltà: ma qui al Getsemani, non astrazioni vaghe nell'alto dei cieli. E bisogna farne uno vero scopo per cui lavorare e non semplicemente un'ideale a cui pensare di tanto in tanto e sul quale predicare. (Parte terza, 20 dicembre, p. 162)
  • Dentro di me, giungo presto alla barriera, al limite di ciò che sono, oltre il quale non posso andare da solo. È un orizzonte quanto mai limitato, tuttavia ho pensato per anni che fosse l'universo. Ora vedo che non è nulla. Con quale rapidità i miei limiti mi accusano del mio nulla? Mi fermo e rifletto, e la riflessione rende il mio nulla ancora più definitivo. Allora dimentico di riflettere oltre, di sorpresa tento una piccola fuga, almeno fino alla soglia e l'amore si muove nel buio, quanto basta per dirmi che esiste una cosa che si chiama libertà. (Parte terza, 1 febbraio, p. 173)
  • Tuttavia c'è un'oscura sorgente luminosa che brucia nel silenzio di una fede senza immagini, tanto più luminosa quanto più gioisco della sua oscurità. (Parte terza, 4 giugno, p. 223)
  • Il timore mi spinge nella solitudine, l'amore ha iniettato stile di terrore nelle mie vene, e d'improvviso esse si raffreddano in me, e mi fanno venir meno per la paura, poiché il mio cuore e la mia immaginazione vagano lontano, in un'intima idolatria. (Parte quinta, 22 dicembre, p. 290)
  • A metà della discesa, in un punto abbastanza riparato, poco prima della pineta, trovai un rifugio che Mi aveva preparato come l'edera di Giona. Era stato creato proprio per quell'occasione. C'era un tronco d'albero in una piccola radura. Era secco, e un minuscolo cedro vi si curvava sopra ad arco, come una tenda verde, formando una capanna. Mi sedetti là in silenzio, amai il vento della foresta e Lo ascoltai a lungo. (Parte quinta, 4 gennaio, p. 301)
  • Quelli che amano il silenzio trovino altra gente che ama il silenzio e creino silenzio e pace gli uni per gli altri. (Parte quinta, 19 novembre, p. 357)
  • Le malattie non esistono in sé, solo si presentano in maniera concreta nei pazienti. Perciò l'arte del medico è rispettabile, perché il medico non tratta semplicemente malattie, ma esseri umani. (Parte quinta, 19 novembre, p. 258)
  • Nel mio intimo tutto si ribella contro un'interpretazione dell'Antico Testamento secondo la quale pare che Dio non abbia mai parlato con nessuno fuorché con gli Ebrei. (Parte quinta, 15 dicembre, p. 366)
  • Il mio primo dove è di cominciare, finalmente, a vivere come membro del genere umano, che non è più ridicolo di quanto io sia. E il mio primo atto umano è quello di riconoscere di quanto io sia debitore a tutti gli altri. (Parte sesta, 3 marzo, p. 371)
  • Il Segno di Giona è impresso nel nostro essere. Nessuna meraviglia che sia così, quando tutta la creazione è un vestigio del Creatore, ma contiene anche, scritta dovunque, un simboli, l'economia della nostra Redenzione. (Parte sesta, 26 febbraio, p. 393)

Explicit[modifica]

Vi sono gocce di rugiada che brillano come zaffiri nell'erba, appena appare il grande sole, e le foglie fremono al tacito volo di una colomba in fuga.

Bibliografia[modifica]

  • Thomas Merton, Il segno di Giona, Garzanti, Milano, 1953.

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