Utente:Mariomassone

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Italo Pizzi

Italo Pizzi (1849 – 1920), iranista e accademico italiano.

Citazioni[modifica]

  • Non vi ha forse in tutto il mondo paese più ricco della Persia in leggende eroiche.[1]
  • Il Libro dei Re si può dividere come in due parti, una delle quali è tutta eroica e leggendaria, mentre l'altra è storica, aggirandosi intorno alle imprese d'Iskender o Alessandro Magno in Oriente e raccontando con molte favole la storia dei Sassanidi fino al 651 dell'Era volgare, nel qual anno la Persia fu conquistata dagli Arabi. La prima parte incomincia col primo uomo e primo re, Gayumers, e ha per suo principale soggetto una guerra secolare degli Irani coi Turani, popoli dell'Asia settentrionale, e coi Devi o demoni, creature di Ahrimane, cioè del genio del male. Non v'ha alcun dubbio che sotto questo nome di Devi non si celi una popolazione antichissima che gl'Irani trovarono sul lungo quando discesero nell'Iran, e che essi dovettero sottomettere e sterminare in parte. Ma questa guerra contro i Devi e contro i Turani agli occhi degl'Irani aveva un significato veramente grande. Essa rappresentava in terra visibilmente la gran lotta tra il male e il bene, fra il creatore, Ormuzd, e il nemico d'ogni bene, Ahrimane, alla quale tutti gli uomini, per un dovere morale, sono obbligati a prender parte. Come il male si può e si deve combattere con le opere pie e buone, così esso si può anche combattere con le armi, e gli eroi dell'Iran, quando scendono in campo contro Devi e Turani, altro non fanno che soddisfare a quest'obbligo morale.[2]
  • [Su Keyumars] Il suo regno incominciò in un giorno in cui il sole entrava nell'Ariete, e durò trent'anni. A lui erano sottomessi non solo tutti gli uomini, ma anche tutte le bestie della campagna che gli rendevano omaggio.[3]
  • Firdusi descrive il miserando stato dell'Iran sotto lo scettro di Dahàk. Ogni colpa, ogni opera trista, fu lecita allora, mentre ogni virtù era perseguitata.[4]
  • Con Yezdeghird si chiude la serie dei monarchi persiani, e la conquista degli Arabi segna l'entrar nell'Iran di una nuova fede, di una nuova legge e di nuovi dominatori.[5]

Dall'introduzione all'Avestā

L'Avesta, Istituto editoriale italiano, Milano, pp. 19-35, 1914

  • L'Avesta non è un libro organico, non è l'opera di una mente sola creatrice e pensatrice, sì bene la raccolta di più opere, anzi di frammenti di più opere andate perdute. Esso perciò, per la varia natura delle parti che lo compongono, può interessare il pubblico e gli studiosi in due maniere ben distinte e diverse. Può interessare il filosofo e il teologo come codice sacro d'una religione già famosa nell'antichità; può interessare lo storico, il letterato, il poeta, in quella parte di esso che tocca la vita e i costumi, le idee di genti vissute in età remote, e ne esprime, massime nella parte poetica, i pensieri, gli affetti, i voti, le aspirazioni.
  • Gli Antichi [...] fecero quasi tutti lodi grandissime degl'Irani. Ne lodavano l'alta e bella persona e l'aspetto dignitoso e nobile. Erodoto parla di certo loro portamento decoroso e grande; Eschilo ne nota le belle e folte chiome; Diodoro si compiace del descrivere la virile bellezza d'alcuno di loro. Gli Arabi del Medio Evo solevano dire che chi desidera aver figli valenti e animosi, deve pigliarsi in moglie una donna di Persia. E, del resto, in tutta quella forte predilezione che gl'Irani, al dire degli scrittori greci e romani, hanno sempre avuto per tutto ciò che è cavalleresco, nobile, eletto, come sono nobili cavalli, nobili mute di cani, giuochi ed esercizi nella palestra e nella caccia, palazzi e giardini sontuosi, drappi, gemme, profumi, ornamenti sontuosissimi, null'altro si manifesta che un sentire alto ed elevato, quale di chi onestamente e nobilmente gode dei beni di quaggiù. Lo stesso libro sacro attribuito a Zoroastro, l'Avesta, comanda e ordina ad ogni uomo pio di godere onestamente della vita e de' suoi beni, pur che non si ecceda in nulla, come di un dono prezioso del Creatore. Lo stesso libro proclama arte sovrana fra tutte l'agricoltura, e gl'Irani furon sempre, e sono tuttora, dei più solerti e diligenti agricoltori dell'Asia.
  • Noi, lungamente allevati nelle idee della cultura classica, perché sappiamo che i Greci sconfissero i Persiani a Maratona, alle Termopili, a Salamina, ci siamo anche avezzati a considerar questa gente come un branco di codardi menati al macello dall'ambizione di un tiranno, mentre è pur noto che essi, in quelle battaglie, combatterono da valorosi. Erodoto stesso ne fa, con le lodi, bella e aperta testimonianza, né, si badi anche a ciò, erano tutti persiani o irani i soldati che Dario e Serse menavano allora con sé; era, invece, uno stuolo infinito, male ordinato, di genti fra loro lontane e diversissime. Alessandro, è vero, tolse il regno a Dario Codomanno, ma e Dario e il popolo suo, pur cedendo, cedettero da valorosi; e gli Arabi che nel VII secolo dell'Era nostra invasero l'Iran e distrussero nel 650 l'antico impero, non entrarono certamente senza colpo ferire nel ricco e glorioso paese, anche se il regno era lacerato dalle discordie intestine e cadente omai per forze esauste e per decrepitezza.
  • [Su Dario I di Persia] Appartiene allo storico il dir degnamente di questo gran principe e di giudicarlo nel rispetto politico e guerriero, amministrativo e civile. Basti a noi il notare come tutta l'antichità ne faccia lodi altissime, non esclusi i Greci, come si rileva dalle pagine di Echilo e di Erodoto.
  • Serse, né gli altri che vennero poi, ebbero la mente, la saggezza, la fortuna di Dario.
  • Vollero i Sassanidi, con nobile ardire, ripristinar la gloria dell'impero di Ciro e di Dario, ma non poteron tanto. Rilevarono tuttavia il caduto sentimento nazionale e lo rinvigorirono; richiamarono in onore, come or si diceva, la religione paesana; favorivono gli studi, fondarono scuole, tennero a freno i nobili, prepotenti e avidi, e con essi i ministri del culto, intolleranti e fanatici, e pensarono anche talvolta alle misere plebi disereditate.
  • [Su Cosroe I] Questo gran principe, al quale l'Occidente va debitore di non poche cose, s'acquistò bella gloria di giusto, tanto da esser lungamente celebrato come tale nei romanzi persiani e negli arabi, protesse le arti e le lettere, accolse alla sua mensa i filosofi che Giustiniano imperatore aveva scacciati da Costantinopoli, diede per il primo un pensiero a raccogliere in un volume che forse fin d'allora ebbe il nome di Libro dei Re, le memorie epiche nazionali. Così, per lui, s'incominciava quel moto letterario che quattro secoli dopo, o poco più, doveva metter capo alla composizione poetica di esso libro per opera di Firdusi.
  • [Sulla Conquista islamica della Persia] Non si spegneva tuttavia l'ingegno iranico; che anzi, come avvien sempre quando un popolo civile soggiace ad un più forte, ma ancor barbaro e rozzo, quei rozzi e barbari abitatori del deserto tutto, o quasi tutto, dovettero apprendere ciò che riguarda l'arte politica, militare e letteraria, dai loro novelli soggetti, di gran lunga superiori in ogni modo del vivere civile.
  • Se non pur gli Arabi, i Musulmani tutti, di qualunque nazione fossero, ebbero il vanto nel Medio Evo di finezza e di splendore nella vita, di abilità ricercata in tutto ciò che tocca il fasto e il lusso, dai palazzi fantasticamente lavorati alle essenze e ai profumi più delicati, di tutto cotesto essi vanno debitori ai Persiani dai quali lo tolsero e se l'appropriarono per mandarlo attorno per tutti i confini del vastissimo impero. Anche la scienza che ci venne d'Asia nel Medio Evo, in grandissima parte fu persiana; e persiani sono quasi tutti i filosofi, i medici, gli astronomi, i matematici, di cui leggiamo i nomi nelle pagine dei nostri dell'età di mezzo, quali Agazel e Alrasi, Albatenio, Avicenna, Alfarabi. Scrissero in lingua araba le loro opere, essendo questa la lingua dotta dell'impero musulmano; e noi perciò, con manifesto errore, li abbiam detti arabi e tali tuttavia li reputiamo.

Altri progetti[modifica]

  • Firdusi, Il libro dei re. vol. I, traduzione di Italo Pizzi, Torino, Vincenzo Bona, p. 1, 1886.
  • Firdusi, Il libro dei re. vol. I, traduzione di Italo Pizzi, Torino, Vincenzo Bona, p. 18, 1886.
  • Firdusi, Il libro dei re. vol. I, traduzione di Italo Pizzi, Torino, Vincenzo Bona, p. 19, 1886.
  • Firdusi, Il libro dei re. vol. I, traduzione di Italo Pizzi, Torino, Vincenzo Bona, p. 22, 1886.
  • Firdusi, Il libro dei re. vol. I, traduzione di Italo Pizzi, Torino, Vincenzo Bona, p. 84, 1886.