Paolo Guzzanti

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Paolo Guzzanti

Paolo Guzzanti (1940 – vivente), giornalista e politico italiano.

Citazioni di Paolo Guzzanti[modifica]

Citazioni in ordine temporale.

  • Voglio urlare ad Israele: vai e colpisci ovunque essi siano, vai e fai quello che un occidente mentitore e senza spina dorsale non ha il coraggio di fare. [...] Io voglio gridare, io voglio esaltare la guerra di Israele. [...] Oh Israele se solo potessi marciare nella tua guerra, se potessi vegliare nei tuoi campi in attesa, se potessi fare l'autostop per raggiungere la mia unità, se potessi lasciare il mio kibbutz o villaggio o città biblica con i capelli sotto il berretto, il fucile in spalla, l'abito da guerra di Israele e la sua bandiera. Oh Israele se soltanto potessi non essere solidale ma esserci, non scrivere ma combattere, come vorrei Israele essere alla guida di un carro con due materassi legati fuori, insieme a giovani con la chitarra come quelli che incontrai in Libano un quarto di secolo fa e parlare con loro di cinema e sparare e di poesia e sparare e di musica e correre e far tuonare il corto cannone che non sbaglia mentre il cielo viene tagliato a lama di coltello dai nostri jet. Oh Israele.[1]
  • È ammissibile o non ammissibile, in una democrazia ipotetica, che il capo di un governo nomini ministro persone che hanno il solo e unico merito di averlo servito, emozionato, soddisfatto personalmente? Potrebbe essere il suo giardiniere che ha ben potato le sue rose, l'autista che lo ha ben guidato in un viaggio, la meretrice che ha ben succhiato il suo uccello, ma anche il padre spirituale che abbia ben salvato la sua anima, il ciabattino che abbia ben risuolato le sue scarpe.[2]
  • Io trovo maschilista l'atteggiamento di Mara Carfagna che quando deve identificare Sabina Guzzanti la identifica per paternità, come figlia di Paolo Guzzanti. Mara Carfagna è una ragazza del Sud, il femminismo non sa nemmeno dove stia di casa, non le è richiesto. Più che sudista è saudita, ha un concetto quasi moresco, direi.[3]
  • Esattamente un anno fa è venuto Ricca davanti al parlamento, mi è saltato addosso con due telecamere, lui e un suo amico, e mi ha fatto una intervista di queste, aggressive, serrate, sulla commissione Mitrokin, Scaramella... Il punto è che questo Ricca, che fonda il suo personaggio sull'uomo senza paura, che poi pubblica tutto e che mette tutto quanto sul suo blog e poi anche sul suo dvd, nel mio caso mi ha censurato. E quando io gli ho mandato una e-mail dicendo: "Scusi? Perché mi ha censurato?" La risposta curiosa è stata: "evidentemente tu pensi di avere fatto una gran bella figura".[4]
  • Gli emigrati italiani chiedevano di essere integrati, anzi assimilati nella società americana fino a modificare spesso il proprio nome come il cantante Dean Martin, nato Dino Crocetti. Andarono per diventare americani mentre i nuovi immigrati dall'Africa e dal Medio Oriente non vogliono saperne di integrarsi, non parliamo poi di farsi assimilare. Anzi rifiutano di farsi prendere le impronte digitali (vedi il filmato di Omnibus, La7) come impone l'Europa obiettando: «Perché, sennò che mi fai?».[5]
  • Lo Stato governato da Putin è il più grande del pianeta Terra e lambisce L'Europa che parlava tedesco (Kaliningrad era l'antica Koenigsberg dove insegnava Immanuel Kant) e arriva fino al Giappone con cui ha delle controversie di frontiera marittima, costeggiando la Cina e da un gran numero di fusi orari. Ma nella mentalità russo imperiale, una tale porzione di terra emersa ha bisogno che i suoi vicini siano sudditi sottomessi e che costituiscano zone d'influenza e Stati cuscinetto. Vladimir Putin lo considera un diritto naturale e lo dice e agisce di conseguenza.[6]
  • Davvero esiste una «civiltà occidentale» da cui e contro cui mettere al sicuro la Russia? Quella civiltà, per quanto ne sappiamo, non appartiene ad un solo Paese ma consiste nel sistema delle regole universali fondate sul diritto delle nazioni e sul rispetto della persona. Quelle regole e quel rispetto costituiscono l'unico patrimonio comune dell'umanità.[7]
  • Meloni e la Thatcher, o Meloni e Theresa May (per non dire di Meloni e la Truss), c'entrano fra loro come i leggendari cavoli a merenda. Semmai si potrebbe azzardare qualche affinità con Evita Peron anche per la retorica scandita in spagnolo. "Soy Giorgia, soy Evita...".[8]
  • Tutto il chiacchiericcio che accompagna la temeraria impresa del presidente russo animato soltanto dal desiderio di ricostituire un impero perduto, costituisce già una disfatta e un insulto per le generazioni che hanno sofferto e visto soffrire. In quelle generazioni mi metto anch'io perché ho vissuto la guerra con milioni di altri bambini e conosco il suo strascico di angoscia per una morte certa e improvvisa che ha devastato le nostre vite diverse: quelle di coloro che c'erano, che ricordano, che hanno respirato la paura e si sono nutriti di carni marce prendendo la tubercolosi.[9]

Da Uccisa dal Kgb di Putin l'eroica giornalista Anna Politkovskaya

paologuzzanti.it, 10 ottobre 2006.

[Su Anna Stepanovna Politkovskaja]

  • Vladimir Putin ha promesso a denti stretti, e soltanto perché dall'altra parte del telefono c'era il presidente Bush, che avrebbe "fatto il possibile" per trovare chi ha ucciso Anna Politkovskaja, la giornalista che rappresentava la voce della democrazia negata nella lugubre Russia di oggi. Una Russia che ha perso per ora le speranze di evoluzione verso la democrazia e che viaggia a marce forzate verso una dittatura mascherata.
  • Anna Politkovskaja è stata assassinata non soltanto perché criticava fortemente Putin sul terreno delle libertà e dei diritti civili, ma perché lo accusava, avvalendosi anche delle informazioni di Litvinenko, di aver creato e alimentato la guerra cecena per rafforzare il proprio potere. Secondo la Politkovskaja e Litvinenko esistono due terrorismi ceceni: uno vero e uno falso creato dai servizi segreti e attuato dai commandos degli "Spetznaz" russi, che avrebbero pianificato catene di feroci attentati per garantire mano libera al Cremlino nel mantenere la democrazia russa in un limbo chiuso dal filo spinato.
  • Quattro colpi di pistola nell'ascensore della sua casa a Mosca hanno chiuso la bocca di Anna Politkovskaja. E gli uomini di Putin hanno subito fatto sapere che secondo il presidente russo ad ucciderla sono stati i suoi nemici allo scopo di far cadere su di lui la colpa del delitto: una linea di condotta identica a quella usata da Benito Mussolini di fronte all'omicidio di Giacomo Matteotti quando sostenne che il deputato socialista era stato assassinato per danneggiare lui e il fascismo.
  • Dovetti rendermi conto che gli attuali servizi segreti russi sono soltanto la continuazione, con nome cambiato, della più feroce e duratura polizia politica del mondo, di cui il presidente russo era un ufficiale di comando con sede a Berlino est. Sarebbe come come se nella Germania di oggi scoprissimo Gestapo ed SS con altri nomi e gli stessi uomini.

Da Rotta di collisione

paologuzzanti.it, 8 ottobre 2008.

[Sulla seconda guerra in Ossezia del Sud]

  • Berlusconi ha riconfermato più volte in modo imbarazzante, anche perché sempre sorridente e faceto trattando una questione di una gravità morale gigantesca, la sua amicizia con Putin ed ha detto che il suo amico Putin, che deve essere un omonimo di quello che comanda a Mosca, non ne poteva più di udire i racconti strazianti di madri schiacciate dai carri armati (georgiani), donne violentate (dai georgiani) poveri soldati uccisi (russi) e così – quando ce vo' ce vo' – ad un certo punto anche un sant'uomo come lui ha perso la pazienza e ha fatto ciò che ha fatto Hitler con la Polonia.
  • [Silvio Berlusconi] ha anche detto, e lì rimpiango di non essermi alzato e di non essere andato via: "D'accordo, quella russa non sarà proprio una democrazia perfetta, ma sapete, ci vuole del tempo per passare dal totalitarismo alla democrazia".
    Falso! La Germania è passata dal totalitarismo alla democrazia (due totalitarismi), la Cecoslovacchia, poi divisa in due repubbliche, le repubbliche baltiche, l'Ucraina ci ha provato e ci prova, la Georgia, molti Stati sudamericani come il Cile sono passati tutti dal totalitarsmo più buio alla democrazia completa anche se imperfetta, come la Spagna e il Portogallo, senza una transizione di gulag, omicidi, giornali chiusi, dominio di una classe affaristica della polizia segreta.
  • Vi rendete conto che invadendo la Georgia abbiamo assistituo al ripugnante spettacolo di uno Stato Europeo che fa parte del Consiglio d'Europa il quale invade col proprio esercito un altro Stato europeo indipendente che fa parte del Consiglio d'Europa? Vi rendete conto che è come se la Germaina avesse invaso la Svizzera, o la Francia il Belgio?

Da «Berlusconi è come Kim Il Sung». Guzzanti vs la «mignottorazia»

Intervista di Fabrizio D'Esposito, il Riformista, 4 novembre 2008, p. 11.

  • Alcuni colleghi di centrodestra, tutte persone che ritengo perbene e mai sopra le righe, mi hanno riferito di aver letto le intercettazioni hard sulla Carfagna e il Cavaliere. [...] Mi hanno parlato delle trascrizioni. Sono cose orripilanti, indegne di una democrazia. E sono in mano a un noto direttore di giornali.
  • Nel Pdl è tutto in funzione del Capo. Sembra di stare in una democrazia orientale. Silvio è il nuovo Kim Il Sung.

Da Guzzanti e la rivoluzione tradita. «Caro Silvio, col Pli ti farò guerra»

Intervista di Tommaso Labate, il Riformista, 31 gennaio 2009, p. 6.

  • La sua [di Berlusconi] è una democrazia autoritaria ammantata di benevolenza. Se avesse vinto Veltroni, sarebbe stato meno pericoloso per la democrazia parlamentare.
  • Berlusconi è innamorato di quel brigante internazionale che è Putin. Non è una questione di realpolitik. Il suo è di vero e proprio innamoramento. E questo, a mio avviso, la dice lunga sulla sua idea di democrazia. D'altronde, chi potrebbe considerare «affidabile» uno che va a cena con Hitler?

Da Giulietto, il comunista perfetto passato dall'Urss al complottismo

ilgiornale.it, 27 aprile 2020.

[Su Giulietto Chiesa]

  • Eravamo nemici. Lo eravamo apertamente e francamente e ci siamo scontrati in anni lontani anche in televisione. Eravamo agli antipodi l'uno dell'altro, sicché dubito molto che a parti invertite - me morto e lui a scrivere - avrebbe avuto parole misericordiose, o semplicemente decorose.
  • Odiava l'America, nel senso degli Stati Uniti, e l'ha descritta come corrispondente nei modi peggiori, attingendo a tutto ciò che gli americani - questo straordinario popolo di masochisti libertari - dicono (male) di se stessi nei film, nella letteratura, nel loro modo onesto e aperto.
  • Era anche un complottista paranoico sull'Undici Settembre delle Torri Gemelle, credeva che una «cabina di regia» stesse dietro il terrorismo in Europa, pensava che gli americani non fossero realmente andati sulla Luna e leggo che lo stesso Peter Gomez del Fatto Quotidiano, sul quale Chiesa teneva un blog, considerava le sue opinioni «strampalate». In realtà erano coerentissime e legate tra loro da una logica - intellettualmente parlando - infernale, senza il minimo spazio aperto a ortodossie che non fossero la sua.

2022[modifica]

Da La furbata di Putin: mascherarsi da soccorritore per invadere l'Ucraina

ilriformista.it, 23 febbraio 2022.

[Sulla crisi russo-ucraina del 2021-2022]

  • L'Unione Sovietica è l'unico Paese in cui non esiste di nome una Seconda Guerra Mondiale, ma una Grande Guerra Patriottica iniziata nel giugno del '41 e finita con la presa di Berlino nel 1945. Ciò che era accaduto fra il settembre del 1939 al giugno 1941 non esiste nelle scuole e nelle celebrazioni. Nel 2019 Vladimir Putin fece varare una legge che colpisce con gravi sanzioni chiunque sostenga che Stalin si fosse alleato con Hitler, ribadendo che la Russia si limitò a entrare nei Paesi devastati dalla guerra tedesca per proteggere le minoranze russe.
  • L'alleanza di fatto fra sovietici e nazisti finì soltanto il giorno in cui Hitler pugnalò alle spalle l'alleato invadendo l’Urss nel giugno del 1941, ma dopo l'ultima perfidia poi raccontata dal maresciallo Zukov. Poco prima dell'attacco, Hitler fece avere a Stalin – preoccupato per l'ammassamento di truppe tedesche – una lettera in cui gli raccomandava di non reagire scompostamente se qualche testa calda fra i suoi generali affetto da manie anticomuniste, avesse fatto un'incursione in terra sovietica: «Se ciò accadesse me lo faccia immediatamente sapere, ma le raccomando di non rendere irreversibili gli effetti di un tale colpo di testa».
  • [Sulla rivoluzione ungherese del 1956] La rivolta fu repressa nel sangue dai carri armati sovietici sotto l'occhio della televisione che portava per la prima volta le immagini della strage nelle case di tutto il mondo. Abbiamo saputo in seguito che, essendo Krusciov molto esitante, la decisione di invadere e reprimere fu presa per l'insistenza del segretario del Pci italiano Palmiro Togliatti e di quello comunista cinese, Mao Zedong. Da allora in Italia con il termine "carristi" furono indicati tutti coloro che approvavano l'intervento dei carri armati russi. I carri armati non invadevano mai ma venivano in soccorso del comunismo sovietico attaccato da oscure forze reazionarie sempre in combutta con gli Stati Uniti e la Cia per una provocazione della Nato.

Da Così Putin ha preso in giro l'Europa: altro che provocazione...

ilriformista.it, 25 febbraio 2022.

[Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022]

  • Confesso di essere un fedelissimo consumatore del canale YouTube del presidente Vladimir Putin da cui sono affascinato per due sue caratteristiche: la totale dissennatezza di quel che cerca di ottenere e la pacata e anzi sussurrata forma di comunicazione che lui predilige e di cui fa un sapientissimo uso. Ne sono veramente affascinato. Putin ha introdotto, dopo la fine del Comunismo sovietico, uno sfarzo imperiale su di sé come persona, come funzione di massima autorità e come universo onirico simbolico, destinato sia alle immagini televisive che agli occhi umani, organizzato con pesantissima e tuttavia leggiadra mobilia, tendaggi pesantissimi e trapunti alternati con altri velati e setosi, tavoli, posateria, metri quadrati, marmi, ori, parquet intarsiati, cristalli.
  • Avevate mai visto prima di Putin un re o imperatore, presidente, generale o primo ministro che accogliesse un visitatore straniero di pari rango mettendolo a sedere a dieci metri di distanza ai due capi dello stesso enorme tavolo bianco costringendolo – suppongo- ad usare un microfono per parlare faccia a faccia? È quel che Vladimir Putin ha fatto con Macron e con qualsiasi altro ospite. Lui, il Presidente russo, appare normalmente invecchiato e con qualche chilo in più, ma comunque un uomo non gigantesco – neanche Stalin lo era benché così apparisse nell'iconografia – e appare per sua scelta minuscolo in quell'iperspazio stuccato e stucchevole. E poi lo adoro per il tono calmo, composto, probabilmente elegante (non conosco il russo e mi contento di sottotitoli in inglese) con cui dice delle cose terrificanti, ma come se parlasse della spesa della massaia che va al mercato.
  • Dov'è che tutti i geopolitici raffinati e gli ambasciatori più esperti, toppano. ovvero mancano il punto? Mancano il punto perché non credono alla semplicità e persino all'onestà del pensiero putiniano e si arrovellano chiedendosi quale sia il suo vero piano, non facendosi sfiorare dall'idea che il vero piano di Putin è quello che Putin enuncia e spiega e illustra ogni giorno davanti a torme di scolari e scolarette, davanti ad ambasciatori e giornalisti, cronisti addomesticati e altri a mezzo servizio, di fronte ai quali, in tutta franchezza, dice esattamente quel che pensa e che poi, ci potete giurare, farà. Aveva detto che doveva prendere la Georgia? E l'ha fatto. E la Crimea? Metti un punto sulla lavagna. E il Donbass? Eccolo lì, fatto. E l'Ucraina? Cotta e mangiata anche se la digestione sarà lunga. Il presidente russo dice che è stato un disastro scomporre l'Unione Sovietica e lo dice, come sappiamo, soltanto perché effettivamente lo pensa e – sant'Iddio – deve porre rimedio a questa grandissima cazzata dei suoi predecessori sovietici. Se dice che è ora di ricomporre l'estensione integrale di quell'impero scomparso trent'anni fa, lo pensa e impartisce gli ordini.
  • Comunque ha invaso l'Ucraina. Ma lui dice di no. Quella non è una invasione. È una sistematina, un colpo qua e uno là. Ma per quale motivo formale? Ma non potevate capirlo da soli? È un aiuto fraterno. Da un secolo in qua, la Russia fa soltanto guerre soccorrevoli favore di Paesi o popoli fratelli. E l'Ucraina, come ha detto Putin, per la Russia è carne della sua carne. culla della sua civiltà, là ci sono i nostri parenti, zie, babushke, icone, matrioske e siamo talmente fratelli che da dieci anni i russi che si sono installati in Ucraina nel cosiddetto Donbass, e che sono peraltro due repubblichette molto separate e fra loro ostili, giocano a cannonate con gli ucraini dell'ultima generazione.
  • [Sulla rivoluzione ucraina del 2014] Chi non l'ha già fatto, vada a vedersi su Netflix il bellissimo documentario Il lungo inverno, quello del 2014, quando il popolo di Kiev passò un centinaio di notti sulla neve e tra i fuochi, assediato da una polizia assassina che ne falciò più di cento, tutti ragazzi e ragazzini che morirono avvolti nelle bandiere insanguinate dell'Unione Europea: quella bandiera azzurra con le stelle che, in fondo, a nessuno di noi fa battere particolarmente il cuore. E morivano così, mentre una pianista suonava una "Polacca" di Chopin su un pianoforte bianco installato su un mucchio di neve e loro morivano ogni notte per manifestare contro un dittatore fantoccio installato da Putin affinché con un colpo di mano e tradendo gli impegni presi col Parlamento, fece saltare l'ultimo passaggio affinché l'Ucraina fosse ammessa nell'Unione Europea.
  • Gli occidentali non capiranno mai l'animo russo e del resto i russi non ne vogliono sapere di quello occidentale che sbrigativamente definiscono "americano". Per loro, per Putin, gli ucraini di oggi non somigliano più a quelli delle antiche fotografie ingiallite. Bisogna sterminarli ed eventualmente ricondurli all'ordine.

Da Regime e ricchezza, così Putin ha imposto il suo regime e soppresso la cultura

ilriformista.it, 3 marzo 2022.

[Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022]

  • L'impressione che tutti abbiamo da parecchi decenni e che la Russia [...] non produca più nulla sul piano culturale, sia artistico che scientifico. Naturalmente non è esattamente così perché specialmente gli scienziati e in particolare i fisici sono piuttosto curati da un sistema che si fonda da una parte su armamenti pesanti e dall'altra sulla spremitura delle risorse energetiche naturali come il gas e il petrolio. Ma, se ci fate caso, capita rarissimamente di vedere un bel film russo, ascoltare musica moderna russa, leggere un romanzo che sia anche un successo editoriale, non emergono più pittori benché ce ne siano centinaia di migliaia, l’architettura sembra decadente oppure importata dall’occidente tecnologico.
  • La sensazione è che dopo la distruzione della borghesia avvenuta sotto Lenin e Stalin, morti anche gli ultimi epigoni del dissenso, nella Russia di Vladimir Putin non ci sia granché. Certo, milioni di esseri umani che tirano la carretta cercano di ottenere delle licenze commerciali dal governo con cui vivere decentemente talvolta anche sfarzosamente, ma lo spirito dell’arte sembra entrato in letargo.
  • [Sulla libertà dei media in Russia] Giusto l'altro ieri sono state chiuse due delle ultime catene televisive indipendenti. Anche i blog hanno vita grama e se il Cremlino ordina che non si debbano mai usare parole come guerra, invasione, uccisioni di civili, quegli ordini diventano a livello più basso il limite dell'espressione giornalistica e culturale. Non circolano più nemmeno opere di scrittori dissidenti, costretti nell'era sovietica a pubblicare all'estero i loro Samizdat che all'interno delle grandi città passavano di mano in mano. Se quella dell'era Breznev e fino alle aperture di Michail Gorbaciov, meritò il nome di "Stagnazione", l'epoca più che ventennale di Putin potrebbe essere definita come l'età del disprezzo.
  • Tacete, arricchitevi, non date fastidio e obbedite: queste sembrano essere le parole d’ordine di una autocrazia disinteressata all’egemonia cultura e che si limita a scoraggiare, solo nei casi estremi sopprimere, tutto ciò che rappresenti un elemento di semplice fastidio per un governo. E il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: non solo non rinascono Gogol e Tolstoj, ma il pianeta culturale russo, una volta splendido e clamorosamente produttivo.

Da Le fake news di Putin per giustificare l'invasione dell'Ucraina

ilriformista.it, 8 marzo 2022.

[Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022]

  • I russi sanno pochissimo della guerra e meno ancora le madri dei giovani soldati che muoiono e che sono stati arruolati prevalentemente nella Russia asiatica e non in quella europea. Ma che da qualche giorno vengono anche dalla Russia europea dove il governo ha fatto chiudere tutti i social usati nel resto del mondo e ha costretto i giornalisti stranieri alla fuga minacciandoli con una nuova legge approvata a spron battente dalla Duma, con cui si punisce con multe, arresti e galera fino a 15 anni, chiunque divulghi anche fuori dalla Russia notizie che le autorità russe decidono a loro discrezione essere false. Il che significa che la propaganda sostituisce la verità secondo le leggi di una antica scuola nell’arte della manipolazione. Più esattamente si tratta di quel prodotto che in inglese si chiama “fabrication” che non ha in italiano l’equivalente “fabbricazione”.
  • Andropov aveva una strategia dichiarata: sedurre l’Occidente con pronunciate dimostrazioni di quel genere dii modernità – inclusa la sua stessa immagine di sofisticato intenditore di whisky e cultore di musica jazz americana – che commuovono gli occidentali sensibili ai più semplici messaggi culturali – per poi scaricare sullo stesso Occidente il peso e il costo del fallimento economico sovietico, cominciando a sganciare i “buffer States” che si chiamavano ”satelliti” (quasi tutti oggi membri della Nato) come poi accadde con la caduta ampiamente programmata del Muro di Berlino.
  • Putin considera Navalny più utile da vivo, in prigione e in grado di organizzare qualche manifestazione, che non farlo sparire dalla faccia della Terra, privandolo di uno strumento di controllo propagandistico che permette di individuare e neutralizzare i gruppi di opposizione più radicali.

Da Putin e la radice del conflitto a Kiev: tra impero atavico e Occidente portatore del peccato, gli ucraini hanno scelto il secondo

ilriformista.it, 10 marzo 2022.

[Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022]

  • Il nocciolo è questo ed è semplice: non soltanto gli ucraini di lingua ucraina, ma anche la maggior parte dei russi di lingua russa che vivono in Ucraina, hanno accolto il corpo di spedizione mandato per una semplice Operazione militare speciale, come un’invasione barbarica. Da che cosa si vede questa inaspettata realtà? Dalle urla nelle famiglie divise di lingua russa in cui nonne e madri urlano contro i figli e i nipoti per la loro scelta degli usi e costumi occidentali: “Come potete rinnegare la vecchia patria per un Occidente che non vi appartiene?” A questa domanda la maggior parte degli ucraini russi, di lingua tradizione ninne-nanne russe, hanno risposto di non voler tornare a un passato si cui non sono in grado di provare la più larvale nostalgia; e di aver scelto uno stile di vita fatto di oggetti, costumi, consumi, modi di vivere del tutto occidentali. Non americani, si badi, ma occidentali, più precisamente europei.
  • Putin ha detto seriamente che la sua operazione militare doveva sventare un’aggressione armata già pronta contro la Russia. Parlava sul serio e sono sicuro che nessuno di noi pensi che ci fosse qualcosa di vero. Infatti, non c’era pronta alcuna aggressione armata ma qualcosa di molto più totalizzante: la vittoria dello stile di vita occidentale fatto di piccole cose buone quotidiane, fatto di 100 stazioni radio e televisive diverse, di concerti e teatri sempre pieni come lo erano ancora mentre cadevano i missili su Kiev perché quella gente che aveva scelto di essere occidentale aveva fatto non una scelta ideologica ma umana, radicale, quasi inconsapevole.
  • Putin vede dal proliferare delle manifestazioni e dal numero degli arresti, quanto cresca l’inevitabile e inarrestabile infiltrazione delle notizie autentiche sullo stato della guerra goffamente camuffate dalla censura. La Russia si trova quindi a fare i conti con se stessa di fronte al bivio: se sceglier ciò che gli esseri umani scelgono quando hanno la possibilità di farlo, oppure l’autocrazia dell’impero nelle sue tradizioni ataviche con il culto del complesso di inferiorità nei confronti di un Occidente pagano e portatore del peccato del benessere. Questa è la radice del conflitto, altro che aggressione militare della Nato che semmai esiste come somma delle paure collettive di chi non vuole avere il fiato russo sul collo, compresi i giovani nati in terra ucraina dopo il 1991, quando un tratto di penna fece nascere paese indipendente detto Ucraina.

Da La memoria corta

ilgiornale.it, 20 marzo 2022.

[Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022]

  • Speriamo che a Mosca ci sia ancora qualcuno con la testa sulle spalle che non abbia perduto il senso delle parole e delle proporzioni dopo gli ultimi lanci subsonici di minacce da bulli ministeriali come quella di «conseguenze irreversibili» che ricorda «l'ora delle decisioni irrevocabili».
  • A Mosca si dovrebbero dare una calmata: non esiste alcuna campagna antirussa, se non quella che il Cremlino si sta facendo da solo invadendo uno Stato sovrano nel quale porta rovina, morte e distruzione.
  • L'Italia ha cercato sempre di smorzare i toni e ridurre le conseguenze di atti di forza ancor prima dell'invasione dell'Ucraina, come la violazione della frontiera con la Georgia e l'annessione della Crimea, che hanno provocato un crescendo di irritazione nel campo delle democrazie. Ogni volta, l'Italia e i suoi politici hanno affrontato con moderazione quel che accadeva, lavorando per ridurre l'asprezza delle sanzioni e proteggere rapporti e interessi commerciali. Quel che è accaduto con la sanguinaria operazione militare in Ucraina non poteva però non provocare reazioni e allarme. Chi ha creato questa situazione si trova a Mosca e non a Roma. Eppure il risultato sono minacce, rinfacci e insulti.

Da Putin non è pazzo, ecco realmente cosa vuole lo Zar

ilriformista.it, 15 aprile 2022.

[Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022]

  • Putin è un esemplare perfetto di russo incomprensibile perché la caratteristica che costituisce la sindrome è una divisione di personalità: metà occidentale ed europea, e americana. E metà asiatica. Putin ha cercato di affidare lo sporco lavoro di far ammazzare donne e bambini, torturare vecchi e scannare civili ai tagliagole ceceni e a quelli siriani, essendo Siria e Cecenia due territori in cui le tecniche russe si sono fatte apprezzare nel mondo e che non hanno l'eguale in alcuna guerra successiva al 1945: distruggere prima di tutto ospedali e strutture civili, terrorizzare donne e bambini e azzerare così il morale di una nazione.
  • Questa è l'idea fissa, anche se oscillante, della politica russa: catturare l'Europa occidentale capace di produrre progresso tecnologico e organizzazione, unendosi alla Russia che avrebbe provveduto ad assicurare sicurezza con una forza armata di dimensioni planetarie e l'energia fossile e i minerali.
  • Putin non è un pazzo, ma è l'espressione di un processo mentale russo in cui c'entrano pochissimo l'economia e la geopolitica tradizionale. Putin ha sempre detto (io sono un suo follower sul canale YouTube a lui dedicato) che non vuole rifare l'Unione Sovietica, ma l'impero. E lo dice anche il presidente cinese Xi, che rivendica il suo impero cinese che affonda nella storia le sue radici da cinquemila anni e il turco Erdogan che sta ricostituendo l'impero Ottomano. Noi occidentali non abbiamo capito nulla di tutto ciò e seguitiamo a osservare il mondo attraverso le lenti a noi care del nazionalismo, mentre Putin, Xi ed Erdogan appartengono a un mondo nemico della razionalità.
  • Putin ha cominciato a perseguire il suo disegno imperiale dalla sua prima invasione: quella della Georgia per la quale io, personalmente e da solo, feci inutilmente fuoco e fiamme, mentre la tendenza era quella di dire lasciate perdere, sono affari interni e diatribe di confini. Non è così e adesso finalmente tutti cominciano ad accorgersene, ma si rifugiano nelle categorie psichiatriche e shakespeariane del principe pallido e crudele, fuori di testa. Non è così. Putin rappresenta la negazione estrema della democrazia e lo dice come lo dice Xi, il quale dichiara che l'umanità vuole armonia e non democrazia. Putin è pronto a morire e a uccidere per un disegno che considera immanente, divino, coincidente col destino e molto più vicino al mikado giapponese che alle nostre democrazie. Putin è un russo pronto a spararsi senza esitazione, ma che preferisce sparare ad ogni oppositore, rivendica un buon trenta per cento dell'intero pianeta in nome del supremo destino di un Paese che ha dieci fusi orari fra Kaliningrad e le isole Curili davanti al Giappone.
  • Putin non è un pazzo e avrà sicuramente delle distorsioni mentali non da poco, ma si tratta di distorsioni che fanno parte di una cultura che accetta e infligge la morte senza batter ciglio, un temperamento che somiglia a quello degli spagnoli che inventarono l'uso di chiedere di poter fumare prima di essere fucilati, non per passione per la nicotina, ma per dimostrare arrotolando la cartina col tabacco, di non tremare. Una tradizione che colpì molto Stalin, il quale decise di non usare più i plotoni d'esecuzione per non consentire esibizioni di tale temerarietà, ma di uccidere con un colpo alla nuca, di spalle, o con massacri perpetrati da belve come quelle che Putin ha scagliato contro Grozny, Aleppo, Mariupol e Dio sa in quanti altri disgraziati posti di quel pezzo di mondo su cui comanda e impera.

Da Quale è il vero piano di Putin e da dove parte l’idea della guerra in Ucraina

ilriformista.it, 10 luglio 2022.

[Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022]

  • A Putin non piacque affatto l’idea di Gorbaciov di buttare giù il muro di Berlino per far contento Ronald Reagan e ripeterà come un disco rotto che la più grande sciagura che avesse subito la sua patria fu l’idea perversa di Boris Eltsin quando si mise d’accordo con i capi bielorussi ed ucraini per dichiarare cadavere la gloriosa Unione Sovietica. La reazione di Putin fu identica e quella di Giulio Andreotti che nei giorni della caduta dell’Urss si trovava in visita da Gheddafi e pietrificato dall’orrore profetizzò che il mondo non sarebbe stato un inferno totalmente americano.
  • Putin non si pone assolutamente il problema di come si formino le civiltà a qualsiasi latitudine. Del perché il progresso tecnologico, le scoperte scientifiche, le medicine che moltiplicano gli anni di vita, l’ingegneria che tenta di competere con la barbarie della natura, provengano quasi interamente dal deprecato mondo occidentale, dalle sue flaccide democrazie liberali insieme alla buona musica e alla cattiva musica, alla buona arte e alla mediocre arte ma comunque tutta l’arte. Ma vuole esprimere il suo più sprezzante fastidio per l’idea della scuola occidentale, per il modo in cui gli occidentali considerano le università e la cultura, per come si vestono, mangiano, bevono.
  • È evidentissimo che Putin ragiona in termini imperiali e non riesce a supporre che gli altri possano pensare in termini diversi come, per esempio, la diffusione della ricchezza, il piacere del creare sistemi funzionanti come peraltro fanno ormai con generosità i cinesi i quali si sono specializzati fra l’altro nell’edificare delle megalopoli da quaranta milioni di abitanti serviti di tutto punto con il treno su monorotaia davanti alla loro finestra. A Putin dava molto fastidio che gli occidentali non facevano altro che "darci continuamente lezioni di democrazia". Putin non vedeva altro che movimenti di truppe americane in giro per il mondo e se la prendeva sul piano personale: e noi, allora, chi siamo?

Da Dugin, l'ideologo che fa parlare Putin di denazificazione dell'Ucraina e vuole la guerra all'America casa di Satana

ilriformista.it, 24 agosto 2022.

[Su Aleksandr Gel'evič Dugin]

  • Alexander è un sessantenne ben educato nell'Istituto di Aeronautica di Mosca e da giovane fu un dissidente perché non tollerava le gerarchie militaresche. Ma i suoi eroi erano Josef Stalin e il filosofo tedesco un po' esistenzialista e un po' nazista Martin Heidegger, debitore sia di Jean Paul Sartre che di Nietzsche non estraneo alla politica di annientamento degli ebrei malgrado la sua controversa storia con la giovanissima Hanna Arendt, ebrea.
  • Dugin ha messo insieme una miscela già usata: un connubio fra nazionalismo sfrenato e bolscevismo, convinto che la Russia sia destinata ad annichilire l'Occidente, sterco del diavolo, e l'America casa di Satana. Un linguaggio non troppo diverso da quello degli Ayatollah iraniani. Il suo immaginario attinge alle numerose fasi in cui tedeschi e russi si sono trovati sullo stesso destriero, salvo trafiggersi a morte.
  • Dugin non ha dubbi sul fatto che la Russia debba usare la forza militare per riprendessi ciò che considera suo e cioè non solo la Russia propriamente detta ma l'intera Eurasia contesa alla Russia dall'Occidente che va combattuto con le armi, senza farsi impressionare dalle emozioni della guerra nucleare.

Da Gorbaciov, l'uomo che cambiò il mondo e pagò il "tradimento" di volere una sola Europa

ilriformista.it, 1º settembre 2022.

[Su Michail Gorbačëv]

  • Fu l’incanto dell’Occidente mentre l’Oriente lo ha sempre ignorato e spesso disprezzato. [...] Con lui muore un sogno occidentale.
  • Chi è giovane non ricorderà il longevo Leonid Breznev dalle enormi sopracciglia, ricco, corrotto e prigioniero di una classe dirigente che dissipava tutte le risorse in armamenti inutili. Morto Breznev fu il turno di un vero stratega: Yuri Andropov di cui si può dire, come per certi imperatori romani, che fu spietato ma intelligente.
  • A Gorbaciov non piaceva Putin che era stato imposto a Eltsin dal circolo ristretto del Kgb, impegnato e riprendere il potere dopo l’ondata delle violenze e delle sopraffazioni degli oligarchi che avevano fatto riciclare all’estero gran parte del tesoro sovietico e dello stesso partito comunista. Gorbaciov aveva sempre con sé una vistosa ed elegante borsa firmata di Luis Vuitton e compariva sempre meno perché era noto che fosse malato e del resto ampiamente dimenticato in Occidente, mentre nella sua Russia era ed è considerato una disgrazia per aver causato lo spappolamento dell’impero, un danno cui il presidente Vladimir Putin è intenzionato a porre rimedio.

Da Ecco quale è il problema della Meloni: un mix di ignoranza e ideologia

ilriformista.it, 2 novembre 2022.

[Su Giorgia Meloni]

  • Di tutte le accuse o sospetti o timori o indizi di neo-post-ex fascismo, quella per ora più corroborata è l’accusa di ignoranza strutturale: i fondamentali comuni non soltanto all’estrema destra, ma specialmente all’estrema destra.
  • Meloni ha detto che non si possono impartire disposizioni limitative delle libertà individuali se prima non si è raccolta l’evidenza scientifica dei vantaggi che queste limitazioni dovrebbero portare. Si tratta di una catastrofica sciocchezza che confonde mettendole sullo stesso piano le scienze deduttive figlie nella mente dell’uomo come le matematiche, gli scacchi, le geometrie euclidee e non euclidee, e le scienze della natura in cui cadono la fisica, la biologia e tutte le branche della medicina che avanzano potentemente ma sempre brancolando tra buio e luce fra tentativi, errori, correzione di errori e nuovi tentativi. Dall’altra parte del tavolo gioca il virus che risponde con le sue varianti e una partita in cui nessuno vince mai definitivamente ma in cui si cerca di limitare per quanto possibile i danni.
  • Giorgia ha detto che ci vuole l’evidenza scientifica ignorando che la prova galileiana in medicina non esiste ma che la medicina va avanti lo stesso e noi siamo tutti ancora vivi grazie a lei. È una caratteristica invece delle ultradestre moderne credere e far credere che la libertà individuale sia il termometro della benessere di una democrazia. È vero il contrario: quando una democrazia funziona e per la parte medica sa come rivolgersi alle scienze empiriche, le libertà individuali si vanno sempre più restringendo perché ognuno deve rispettare le regole del condominio, del codice della strada, del comportamento in generale affinché nessuno sia danneggiato dai capricci dell’altro. Ed è esattamente ciò che la Meloni lascia intendere fra le righe: che finalmente la libertà sia tornata e il covid si è sconfitto e i vaccini delle emerite cazzate di sinistra.

Da Meloni e il condono ai no vax, la sua indole antiscientifica è di matrice fascista

ilriformista.it, 4 novembre 2022.

[Su Giorgia Meloni]

  • "O tu me dai le evidenze, o sennò io non sacrifico la libbertà degli italiani per un mucchio de chiacchiere senza prove. Nun se può limità 'a libbertà dei cittadini solo per far contente le case farmaceutiche e i dittatori della scienza che pretendono da dirci come se dovemo comportà". Questo è un estratto di fantasia ma non troppo del Meloni-pensiero a proposito del Covid, della fine delle mascherine, del chissenefrega di chi muore oggi ieri e domani a centinaia di unità sacrificabili e alla riammissione in corsia di una banda di lazzaroni insorti e ribelli, molto peggio di quegli altri lazzaroncini che vanno per rave tra le forre e le macchie, che hanno sfidato le leggi della Repubblica rifiutando il vaccino obbligatorio per tutti i sanitari.
  • Il dovere di vaccinarsi per rallentare la corsa del virus limita le libertà individuali? Certo che le limita, come tutte le regole della convivenza civile.
  • Giorgia Meloni, una presidente che impara alla svelta, stàcce: hai toppato su virus, vaccini e no vax. Autocorreggiti o passata la luna di miele ti metteranno in menopausa, politicamente parlando, e onestamente non lo meriti.

Da Gli antiamericani rosicano per la débacle russa, e la guerra sparisce dalla tv

ilriformista.it, 20 settembre 2022.

[Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022]

  • Nessuno avrebbe infatti scommesso su una vera e propria disordinata rotta dell'armata russa. Non era prevedibile. Ma meno prevedibile che mai è il fatto che la momentanea sconfitta dell'aggressore invasore non provochi alcun entusiasmo, ma semmai un sentimento misto di frustrazione e desiderio di parlare d'altro. Si avverte uno strano sentimento filorusso che è trasversale da sinistra a destra e le cui radici probabilmente vanno cercate nella grande catastrofe che cominciò con l'abbattimento del muro di Berlino sotto la supervisione di Gorbaciov e la successiva la caduta dell’Urss. Questo umore non ha nulla di ideologico, ma più probabilmente nasce dal fastidio, dal rancore se non odio puro nei confronti degli Stati Uniti. [...] Se l'Impero dell'Est muove i cingoli (come è già avvenuto nel 1956 in Ungheria, nel 1968 con la Cecoslovacchia, nel 1979 con l'Afghanistan) la nostra prima reazione è gridare: "E allora, gli Americani? Vogliamo dimenticare forse le torture di Guantanamo, l'Iraq, il Vietnam, il colpo di Stato in Cile e l'egoismo americano che approfitta della guerra per venderci a prezzo maggiorato il suo gas?".
  • La sinistra borghese ha bofonchiato molto su Putin, fondamentalmente perché era amico di Berlusconi. Putin è in ottimi e simmetrici rapporti, o almeno lo era, anche con Romano Prodi, ma lo sketch del "lettone di Putin" faceva premio sulla vignettistica. Poi però le cose sono cambiate perché non solo il mondo degli affari cerca un terreno tranquillo, ma perché Putin è cresciuto nel famoso immaginario collettivo junghiano come il nuovo campione antiamericano, il "Te spiezzo in due" dei tempi di Silvester Stallone. Ed è stato così che i benpensanti di sinistra pianin pianino si sono, con cautela e qualche incentivo, affezionati al buon soldato Putin, pur se tra soffocati tentennamenti e ammortizzatori morali.
  • Diciamoci la verità la sinistra non può mai essere filoamericana, se non in occasioni speciali, ma come sinistra viviamo l'America come il vero nemico e non potete toglierci questo giocattolo fondamentale per il nostro ecosistema. Del resto, l'abbiamo visto: fin dall'inizio dell'"operazione militare speciale" ("Scendo un attimo in Ucraina, l'ammazzo e torno") si è formata una solida corrente di pensiero che ha fatto rapidamente due più due: la Russia invade l'Ucraina? Dev'essere colpa degli americani. E con l'idea fissa che la Nato sia non una alleanza, ma un impero simmetrico e nemico di quello russo. Putin rivuole il suo impero? E allora i Paesi limitrofi devono cedere la sovranità, perché il Paese più grande del pianeta che va da Varsavia a Tokyo, fa brutti sogni e soffre di insicurezza.
  • È forse giunta l'ora di avanzare il sospetto, senza gridarlo troppo forte, che non è mai esistita una "guerra fredda" fra capitalismo e comunismo. [...] Era la guerra della mentalità imperiale russa contro l'Occidente e quella guerra non fu mai chiusa. Se fossero sempre autentici i sentimenti di sdegno per le violenze dei forti sui deboli e dei ricchi sui poveri ciò che accade nell'Ucraina occupata avrebbe dovuto provocare moti di ribrezzo, e di indignazione per una invasione barbarica condotta da soldati bambini e gruppi di mercenari del battaglione Wagner o truppe cecene per applicare una dottrina militare in cui l'elemento terroristico è considerato un legittimo strumento militare, ribadito da Putin, che prevede di colpire come obbiettivo primario gli ospedali, come sta accadendo in queste ore.
  • Probabilmente molti benpensanti di sinistra in fondo si ritrovano fedeli al richiamo di Mosca perché, come dicono gli inglesi, "My country, right or wrong", quella è la mia patria, non importa se abbia torto o ragione. Ed è questo sentimento sempre più diffuso la punta di lancia del putinismo.

2023[modifica]

Da Perché oggi Putin è più debole

ilriformista.it, 27 giugno 2023.

[Sulla ribellione del Gruppo Wagner]

  • Putin ha perso i superpoteri di garante della stabilità.
  • [Su Evgenij Prigožin] Questo ex compagnone di Putin, mai militare in vita sua, con i suoi mercenari Wagner è stato l’unico ad avere vinto battaglie con gli ucraini, l’ultima a Bakhmut che adesso è tornata in mano ucraina.
  • Alla domanda se Vladimir Putin esca da questa ribellione armata più solido o più fragile, la risposta non dei suoi nemici ma dei suoi sostenitori è che Putin si è indebolito. E il popolo degli ex militari patriottici con libertà di esprimere la loro opinione si dichiara sbalordito dalle assenze, poi recuperate: per quasi ventiquattro ore Putin è sparito per riapparire in video senza certificazione di data e di ora. Altrettanto hanno fatto il ministro della Difesa Shoigu e il comandante Gerasimov. Sembrava sparito anche Prigozhin, il nemico pubblico numero uno che non si è capito, se sia il vincitore e lo sconfitto, riapparso al piano bar di un hotel di Minsk.

Da Prigozhin, l'ex venditore di hot dog che ha messo in piazza i "panni sporchi" di Putin: morto il nazista che voleva denazificare l'Ucraina

ilriformista.it, 26 agosto 2023.

[Sulla morte di Evgenij Prigožin]

  • Prigozhin è (quasi certamente) morto ma la sua eliminazione non toglie nulla al fatto che questo "miles gloriosus" abbia messo in piazza davanti al mondo intero lo stato disastroso di un esercito nazionale che non può fare a meno di una banda di tagliagole ed ergastolani a pagamento se vuole espugnare Bakhmut.
  • Oggi tutti sono convinti che Prigozhin sia morto per ordine di Putin. Il che forse è vero ma è irrilevante: gli effetti restano identici perché il sistema militare russo si è trovato denudato dalle bravate e dal suicidio di questo ex venditore di hot dog perché la Russia non può affrontare una vera guerra senza affittare mercenari come lanzichenecchi che vanno sotto la sigla PMC, fatte di avanzi di milizie, ex terroristi e avventurieri fuorusciti che poi compiono i crimini che il mondo ha visto in Ucraina, in Africa del nord e centrale dove prendono il posto dei francesi in fuga.
  • Prigozhin è morto certamente per aver messo in piazza i panni sporchi del governo e più ancora dell’esercito, suo nemico giurato.
  • L’uomo più importante ucciso nell’attentato in cui è morto Prigozhin è stato Dmitry Utkin, un neonazista con i tatuaggi delle SS sul collo che battezzò il battaglione con il nome del nome Wagner molto amato da Hitler. È un fatto inoppugnabile che l’esercito privato di Putin fosse e tuttora sia composto da nazisti dichiarati e tatuati, mandati a denazificare l’Ucraina.

Da Medio Oriente giardino dell’Iran, l’antisemitismo planetario di Hamas e la guida di Mohammed Deif, cieco e su sedia a rotelle

ilriformista.it, 10 ottobre 2023.

[Sul conflitto Gaza-Israele del 2023]

  • Deltaplani, barche auto, moto, pick-up con mitragliatrice: la spettacolare, sanguinosa e del tutto imprevista invasione di Israele è stata eseguita da Hamas in modo tale da paralizzare le reazioni di IDF, le forze di difese israeliane, attraverso la presa di ostaggi scelti fra donne, anziani, soldati. Tutto è stato concepito come una serie di imprese terrorizzanti e accurate.
  • Quando è iniziata la trattativa di Abramo per un riconoscimento reciproco tra Israele e i sauditi allo scopo di sviluppare insieme una grande quantità di energia nucleare, l’Arabia Saudita ha smesso di proteggere Hamas che è diventata un protettorato dell’Iran sciita. La divisione tra siti e sunniti in questo caso è stata data per motivi politici: Teheran non vuole che il maggior paese sunnita, l’Arabia, domini Medio Oriente che gli ayatollah iraniani considerano il loro giardino di casa.
  • L’attacco è stato progettato probabilmente dal luglio del 2022 quando il presidente americano Joe Biden andò a Gedda per incontrare il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. Salman aveva già raggiunto un accordo con Gerusalemme per una alleanza energetica unendo le risorse nucleari dei due Paesi, cosa che richiedeva il riconoscimento dello Stato ebraico. Gli Stati Uniti entravano nella combine come garanti e partecipanti. Da quel momento Hamas ha cominciato a praticare l’antisemitismo planetario, motivo per cui un ebreo americano o un ebreo tedesco sono obiettivi in quanto ebrei. I bambini non fanno eccezione.

Da Milei, il Trump d'Argentina

ilriformista.it, 21 novembre 2023.

[Su Javier Milei]

  • Negli Stati Uniti c'è molta preoccupazione in campo democratico perché una vittoria di Milei in Argentina rafforzerebbe la posizione di Trump con cui l'argentino condivide molte idee. La più clamorosa è quella di chiudere la Banca d'Argentina e mandare al macero il Peso arruolando il dollaro americano come moneta nazionale, operazione è già tentata in Argentina, perennemente tartassato da un'inflazione che cambia i prezzi della vita quotidiana ogni giorno.
  • [...] l'avventura del dittatore populista Juan Domingo Peron negli anni cinquanta e sessanta con i suoi "descamisados" per metà fascisti e per metà rivoluzionari ha lasciato una traccia di terrorismo quello dei Tupamaros, e la memoria di un modo di governare spettacolare come quello della sua vedova Evita Peron che regalava case e terreni a chiunque. E poi l'Argentina è stata piegata dalla dittatura della giunta guidata dal generale Videla, ancora più feroce di quella cilena dal generale Augusto Pinochet. Fu la piaga dei desaparecidos, giovani che scomparivano, facendoli precipitare in aereo nell'oceano o nel Rio de la Plata. Le madri degli scomparsi raccolte con le candele accese in Plaza de Mayo sono un ricordo ancora terribile e vivo. L'Argentina fu liberata dai suoi aguzzini quando i generali sfidarono l'Inghilterra della Thatcher invadendo le isole oceaniche inglesi abitate da inglesi e chiamate Falkland, e che gli argentini hanno sempre considerato loro chiamandole Malvinas.
  • [Sulla guerra delle Falkland] Fu una guerra di mare breve e brutale in cui gli argentini colarono a picco con l'incrociatore Belgrano o fuggirono in massa. La disfatta, come era accaduto alla giunta greca di Papadopulos nel 1973 dopo un breve e perdente scontro con la Turchia, cadde e l'Argentina recuperò una democrazia ormai dilaniata e poco amata, mentre l'economia andava a rotoli con tempeste d'inflazione che rendevano un incubo la vita comica degli argentini.
  • L'Argentina, abitata da discendenti di italiani per circa la metà, fu il rifugio di tutti i gerarchi fascisti e nazisti sfuggiti ai processi e fu anche il rifugio del pianificatore dei campi di sterminio Adolf Eichmann rapito dai servizi segreti israeliani che lo sottoposero a un lungo processo concluso con la sua impiccagione, l'unica esecuzione giudiziaria dello Stato di Israele.
  • Da due mesi Milei grida ai quattro venti che le elezioni che ha vinto sono state comunque truccate perché sarebbero sparite centinaia di migliaia di suoi voti. È stato un personaggio televisivo importante, esattamente come Trump e ha fondato la sua politica sulla popolarità televisiva derivata da una retorica molto urlata e sempre nutrita da accuse non provate ma di grande suggestione [...]

Da L'educazione all'affettività a scuola è una scatola vuota, non ha possibilità di fermare i femminicidi

ilriformista.it, 24 novembre 2023.

[Sull'omicidio di Giulia Cecchettin]

  • [...] prima di tutto la piaga del femminicidio – donne uccise dal loro uomo – è antica quanto l’umanità e accade ovunque da sempre. Ciò che è nuovo è il fatto che finalmente il suo orrore antico quotidiano sia stato notato e sia diventato oggetto dell’attenzione di tutti, e che la politica senta il dovere di fare qualcosa di visibile e utile.
  • Sono stato, credo, in Italia il primo giornalista a denunciare la mattanza delle donne dimostrando e mostrando che si tratta di un delitto perennemente coperto da silenzio. [...] Ho classificato centinaia di omicidi che oggi chiamiamo femminicidi e vidi ciò che chiunque può vedere: il 90% di questi delitti è compiuto da uomini incapaci di accettare la rottura, la fine del rapporto.
  • Circa il 30% dei maschi che uccidono donne, dopo aver compiuto il loro abominevole delitto, tenta il suicidio. Ma il femminicidio è la modalità più scandalosa di questo genere di macelleria, è opera di maschi privi del controllo delle emozioni in particolare della rabbia che diventa desiderio di punizione e di vendetta che va dalla diffamazione all’annichilimento di Giulia che si preoccupava dell’incolumità del proprio boia. Gli audio che ha lasciato Giulia sono la prova dell’assoluta incapacità di capire e prevenire. Così, poi, tutta la repulsione e l’indignazione universale per l’infame delitto, anziché portare all’adozione di misure complesse ed efficaci, sia canalizzata verso la debordante retorica a casaccio televisivo.
  • È certamente cosa buona educare al rispetto reciproco e alla condanna di qualsiasi violenza, e se il disegno di legge presentato in Senato fosse in grado di addestrare al rispetto degli altri e alla repulsione di qualsiasi violenza o atto di aggressivo contro le donne sarebbe comunque un passo avanti. Invece la legge prevede, assurdamente, che un insegnante di scienze affiancato da un ginecologo improvvisino a soggetto. Sta qui l’indistruttibile debolezza di questa decisione politica a caccia di consenso facile. Manca l’oggetto, manca il contenuto, mancano i protocolli, manca il personale formato e vagliato per una operazione delicatissima che deve impedire i femminicidi, non a buttarla in cagnara e ovvietà.

Da Milei non salverà l'Argentina, il suo è un pericoloso nazionalismo che distrae col fragore della propaganda

ilriformista.it, 23 novembre 2023.

[Su Javier Milei]

  • Le Isole Falkland sono da quattro secoli un possedimento inglese e non sono mai state argentine né spagnole. Dunque quello di Milei sembra un pericoloso nazionalismo, di un genere che riemerge periodicamente dalla Casa Rosada quando un governo cerca su distrarre un popolo straziato dall'inflazione e dal vuoto fragore della propaganda.
  • [...] è bizzarro che Javier Milei insista su una rivendicazione che ha provocato soltanto molti morti. Milei si dichiara con passione un devoto ammiratore della stessa Thatcher che nel 1982 rispose con i cannoni della Royal Navy alle pretese argentine sulle Falkland. E non sembra rendersi conto delle conseguenze delle sue parole così, mentre lancia una pericolosa folgore nazionalista rivendicando le Malvinas definisce la Thatcher "una dei più grandi leader dell'umanità".
  • Agli argentini l'idea di un'altra guerra col Regno Unito a quarantadue anni di distanza non piace affatto, ma i nazionalismi sono sempre vivi e Milei ha cercato di rendere innocue le sue intenzioni affermando di contare su un'intesa fra governi. Il Primo ministro inglese lo ha smentito: non esiste alcuna base di trattativa. Ed è qui che Milei diventa preoccupante perché non prende atto e insiste: "C'è stata una guerra e l'abbiamo persa, ma possiamo ancora recuperare quelle isole attraverso la diplomazia".
  • Può questo anarco-capitalista, simpatico e un po' paranoico, rinunciare alle teorie complottiste e governare? Per ora, ci sembra troppo poco e troppo rischioso il solo annuncio dell'adozione del dollaro insieme alla riesumazione di un contenzioso con Londra dove non importa nulla se Milei veneri Margaret Thatcher per il fatto che ridusse in polvere la sinistra dei suoi tempi. L'Argentina d'altra parte è una nazione che vive di nostalgia del passato, della Coppa del Mondo e delle parole di "Don't cry for me Argentia" cantata da Madonna. Inoltre, è il Paese in cui Juan Peròn, seguito dalla sua narcisistica vedova Evita, saziava le folle distribuendo ricchezza inesistente distruggendo l'economia.

2024[modifica]

  • [Su Julija Naval'naja] Questa donna colta, dotata di autorevole eleganza è stata sempre al fianco del marito sia quando era in fuga che nei processi farsa cui è stato sottoposto per anni, e andandolo a trovare a duemila chilometri da Mosca. Era con Alexey quando entrambi avrebbero potuto fuggire e salvarsi, ma avevano scelto di sfidare il regime anche a rischio della morte. Era con lui quando dichiarò davanti alle telecamere: “Putin deve capire che non ho paura di lui e che se io muoio, altri prenderanno il mio posto”. Fra i due coniugi l’intesa era stata raggiunta da tempo anche se la morte improvvisa ha colto il patriota durante l’ora d’aria.[10]
  • In tutte le città russe sono nati dei banchetti e memoriali con le foto di Navalny, dove la gente lascia pochi fiori sapendo che ogni ora la polizia li confisca e li porta via. Ma c’è un memoriale a Mosca, dedicato alle vittime dello stalinismo, dove la polizia non può portare via i fiori. Ed è diventato la meta di tutti i dissidenti e di tutti coloro che cominciano a organizzare punti riunione che non diano pretesti alla polizia.[11]
  • Qualcosa di inaspettato ma già maturo sta accadendo in Russia dopo la morte di Navalny: le tensioni crescono nelle piazze e davanti ai cinema in cui si proietta il film “Il maestro Margherita” tratto dal romanzo di Bulgakov, che si svolge in una Mosca di fantasmi del periodo iniziale della censura e della persecuzione degli intellettuali negli anni Trenta. I putiniani hanno fortemente protestato riguardo la possibilità di proiettare nelle sale cinematografiche un film sull’assolutismo di cento anni fa che sembra identico a quello di oggi. La gente si insulta davanti ai cinema, dove scoppiano tafferugli promossi dalla stessa polizia che ferma picchia, arresta, sequestra mazzi di fiori e sorveglia chiunque esprima dubbi sulla guerra o addirittura porti un segnale giallo e azzurro, i colori della bandiera ucraina, sia per strada che negli show televisivi in cui viene massacrata ogni opinione scettica – per non dire apertamente critica – sulla guerra. Il partito dei favorevoli alla guerra vede nell’effetto causato dalle manifestazioni per Navalny un indizio antipatriottico, da cui ne sono seguiti molti tafferugli scatenati da agenti provocatori. Tafferugli a cui sono sempre succeduti interventi della polizia, sia a Mosca che a San Pietroburgo. Come effetto collaterale è stata emessa una direttiva che vieta ai mutilati di guerra circolare nelle aree del centro con le carrozzine per non aizzare l’opinione pubblica.[11]
  • Navalny era un moribondo consapevole, ma un moribondo che batteva sempre il Cremlino al gioco dei social, dei messaggi pieni di documenti sulla corruzione del regime e del circolo degli oligarchi che lo circonda e che è sia la sua forza che la sua debolezza. [...] Navalny non poteva ormai che essere ucciso dopo il fallimento di ogni misura di restrizione: i suoi avvocati sono stati arrestati o uccisi. Ma lo spavaldo ribelle anche dalla sua cella di ghiaccio e crudeltà seguitava a trasmettere e la sua rete capillare a diffondere. Oggi l’erede del suo meticoloso lavoro di denuncia è sua moglie Yulia che ha chiamato la Russia intera ad unirsi con lei in un unico pugno che spazzi via il circolo “degli assassini, dei ladri e dei malfattori che hanno messo in ginocchio il nostro paese”.[12]
  • I russi fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina hanno cercato di intossicare l’informazione occidentale cercando di far credere che nel 2014 la popolazione di lingua russa nel Donbass fosse stata sottoposta a un tentato genocidio e che quindi l’invasione fosse soltanto un fraterno aiuto contro un paese confinante guidato da misteriosi nazisti. Finora i siti di disinformazione russa in lingua inglese, francese, tedesca, italiana e spagnola sono quasi 500 tenuti d’occhio da un’organizzazione giornalistica che si chiama NewsGuard e che è attiva dal febbraio del 2022 quando scoppiò la guerra di invasione russa. Questo gruppo di analisi ha denunciato tutti i tentativi per far credere che l’Ucraina sia un paese nazista che ha tentato il genocidio dei popoli di lingua russa tra il 2008 e il 2016. Ha censito 237 siti in inglese, 60 in francese, 54 in tedesco, 45 in italiano più altri 74 in altre lingue. Ma non solo aumentano i domini Internet che si moltiplicano come funghi fornendo false informazioni, è stato reso noto ieri un censimento di questa massa di materiale informatico usato contro i siti delle agenzie civili di paesi come l’Italia che subiscono l’hackeraggio e il blocco temporaneo di servizi essenziali. La Russia – a quanto pare – è molto più avanti di quanto non lo sia l’Occidente perché ha i migliori hacker che contende alla Cina, un paese anch’esso di altissima tecnologia che sta facendo una vera leva tra tutti gli hacker del mondo per poter intervenire sia nella guerra delle parole che in quella delle armi e dell’economia.[13]
  • [Sulla morte di Aleksej Naval'nyj] Al Cremlino si cerca di valutare la portata e gli effetti della ferita inferta sull’opinione pubblica internazionale, che sembra più dannosa di quanto Putin e il suo circolo avessero calcolato. E così alla madre del dissidente morto è stato consentito di vedere privatamente il cadavere del figlio senza poterlo far esaminare da medici di sua fiducia, ma con un out-out: se rivuoi il corpo di tuo figlio, devi limitarti a funerali privati senza partecipazione di popolo, altrimenti sarà sepolto “in segreto” in una fossa comune. La risposta è stata immediata: la donna ha annunciato di aver denunciato il governo di Mosca per le sue responsabilità nella morte di Alexey e per impedire i suoi funerali [...].[14]
  • [Su Julija Naval'naja] La stampa governativa russa vale a dire tutta la stampa e le televisioni, si è gettata nella grande operazione di diffamazione della vedova di Navalny mostrando le prove di una sua relazione sentimentale durante gli anni di reclusione marito. E tutti i giornali e siti della filiera filorussa all’estero hanno immediatamente obbedito all’input di Mosca: "colei che pretende di essere l’intrepida moglie di un eroe è un’adultera". Perfetto stile russo.[14]

Da Navalny eroe e martire: la lotta contro la tirannide e per la democrazia proseguirà

ilriformista.it, 17 febbraio 2024.

[Sulla morte di Aleksej Naval'nyj]

  • L’uomo che è morto ieri in Siberia era un vigoroso quarantenne, tenace, intelligente, colto e che non si è mai fatto spaventare, sapendo che la sua esecuzione era certamente già decisa, come quelle dei suoi predecessori, fra cui Alexander Litvinenko per l’uccisione del quale il Procuratore Sir Robert Owen emise un verdetto di colpevolezza personale per Vladimir Putin. Il suo regime da 24 anni non prevede altro che elezioni plebiscitarie senza avversari, salvo quelli fantoccio autorizzati da una cosiddetta Commissione elettorale.
  • In un paese come la Russia quella parola [«estremista»] significa soltanto oppositore del regime, così come ai tempi degli zar e dal 1917 sotto Lenin e poi Stalin, sotto Nikita Krusciov e durante la cosiddetta stagnazione di Leonid Breznev.
  • La sua figura assunse un aspetto carismatico della speranza liberal democratica sulla scia delle speranze aperte dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
    Durò poco: sull’unico vero dissidente si abbatterono processi penali che, mantenendolo in stato di accusa, gli impedirono progressivamente di parlare, mostrarsi, scrivere, esserci. Ma aveva allevato molti discepoli ancora vivi e attivi anche se nel terrore.
  • Nel nome di Alexei, la lotta contro la tirannide e per la democrazia proseguirà.

Litvinenko[modifica]

Introduzione all'edizione del 2023[modifica]

  • Vladimir Putin non soltanto si è sempre detto scioccato dalla decisione del suo predecessore Boris Eltsin nel 1991 quando sciolse l'Unione delle Repubbliche Sovietiche, ma disse apertamente che avrebbe considerato ogni terra che avesse fatto parte nel passato sia dell'Impero zarista dei Romanov, sia dell'Unione Sovietica, come proprietà russa per diritto storico, da riportare prima o poi sotto il comando della Russia. E ha spiegato in un'occasione pubblica che il diritto russo su quelle terre momentaneamente perdute (fra cui Georgia e Ucraina) non si fonda sul diritto internazionale, ma su quello dell'appartenenza storica. (p. 7)
  • Ricordo una mattina d'estate sulla torrida Piazza Rossa nel 1991, pochi giorni prima che un colpo di Stato ordito sempre dal KGB mettesse per sempre Mikhail Gorbaciov fuori dalla scena politica, quando un gruppo di venditori abusivi di orologi dell'Armata Rossa (bellissimi e non funzionanti) vide arrivare agenti in borghese a passo lento. Tutti furono presi da un panico isterico, si ficcarono nelle tasche dei pastrani tutta la loro mercanzia e fuggirono a gambe levate urlando «Kaghebè, Kaghebè», cioè KGB. Di lì a poco l'Impero sovietico si sarebbe dissolto, Gorbaciov stava vivendo gli ultimi giorni del suo regno, ma il KGB era l'unica istituzione che funzionasse e non soltanto come polizia segreta, ma proprio come istituzione, anche in concorrenza aperta con il Partito comunista sovietico. Tanto è vero che il PCUS, ormai ridotto a fantasma di quel che era stato fino agli anni ruggenti di Nikita Krusciov, si liquefece, mentre il KGB resistette grazie alla sua struttura sia militare che civile, alla sua autosufficienza economica e alla sua influenza su tutti i settori della società. (p. 9)
  • Il KGB non è mai stato soltanto un servizio segreto, ma molto di più: l'istituzione capillare nella società civile che sapeva tutto di tutti e che interveniva, e con diverso nome interviene, con una ideologia sempre meno "comunista" e sempre più legata all'unità del gigantesco Stato della Federazione russa oggi, dell'Unione Sovietica ieri, dell'Impero dei Romanov fino al 1917 quando tutta la famiglia, arrestata dai rivoluzionari, fu portata in una cantina e uccisa a colpi di revolver, bambini compresi. (p. 10)
  • Secondo Putin, e l'ampio circolo degli alti ufficiali superstiti del vecchio KGB, tutto ciò che è stato russo, non importa sotto quale imperatore o capo di partito, rientra per diritto storico nell'area della Russia, non importa come siano tracciati i confini secondo le contingenze storiche. E quel territorio, che la Russia considera suo per diritto storico e non per diritto internazionale, non può essere violato da altre potenze, aggregato ad altre alleanze, modificato nella cultura e nelle tradizioni da soggetti estranei alla Russia, come l'Unione Europea, non parliamo poi della NATO. (pp. 10-11)
  • Oggi Medvedev ricopre una carica secondaria nella difesa, ma è stato capace di pronunciare parole di vero tenore razzista contro "gli occidentali" in generale, prendendosela in particolare con gli europei, più che con gli americani. Ha usato termini non troppo diversi da quelli che usava Mussolini quando si riferiva alle corrotte democrazie borghesi che odiava al punto di sopprimere con decreto squadrista l'uso del "lei" sostituito dal più proletario "voi". Ciò che sorprende è il contrasto fra l'immagine di un uomo sempre composto, silenzioso ed elegante, di cui il mondo e la stampa aveva sempre parlato pochissimo, il quale da un giorno all'altro cambia radicalmente linguaggio, a partire dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina. (p. 13)
  • [Su Aleksandr Val'terovič Litvinenko] Sperava che l'intero servizio cambiasse pelle diventando finalmente un vero servizio di informazioni per lo Stato. E così quando gli chiesero di partecipare a delle spedizioni punitive contro oligarchi caduti in disgrazia, o di infiltrarsi tra le guardie del corpo per arrivare a contatto della vittima per ucciderla, ebbe un moto di ribellione. (p. 15)
  • [Sul rapimento dei minori durante l'invasione russa dell'Ucraina] Nel corso dell'operazione i russi hanno catturato una gran quantità di bambini ucraini, rubati come agnelli e spediti attraverso corridoi già pronti verso città siberiane dove sarebbero stati adottati da famiglie russe che avrebbero insegnato loro che l'ucraino è una lingua per cani e che gli esseri umani parlano russo. I genitori e i fratelli? Il Signore li ha voluti con sé, ma un giorno li incontrerai di nuovo. (p. 17)
  • [Sulla seconda guerra in Ossezia del Sud] L'Italia non reagiva: l'Europa politicamente non esisteva, gli americani erano dell'idea che fosse meglio non impicciarsi più di tanto. Gli ingelsi erano i più preoccupati, ma gli italiani non avvertivano l'enormità del fatto mai accaduto prima: un esercito varca le frontiere di un altro Paese per appropriarsi di alcune parti di esso. (p. 28)
  • Personalmente non riesco neanche ad avercela con Vladimir Putin, così compassato, calmo e con questa strana abitudine di mettere tra se stesso e l'interlocutore un tavolo di venti metri. Non riesco a considerarlo un pazzo furioso, come poteva essere Hitler, ma il figlio e il padre di una cosa a noi sconosciuta, che è l'imperialismo russo, che ha una sua religione, un suo fanatismo illogico e quasi religioso, un fanatismo che è rimasto tale e quale anche ai tempi di Stalin e di Lenin, i quali non sciolsero mai l'Impero ma se lo tennero ben stretto, cercando di ampliarlo. (pp. 29-30)
  • La mia rottura con Berlusconi avvenne proprio durante l'invasione russa della Georgia nel 2008, quando convocò nella sala del Mappamondo i deputati e i senatori della maggioranza del governo di cui era presidente, per metterci al corrente delle iniziative politiche del governo. Poi, in fine di seduta, annunciò che il suo amico Vladimir Putin stava per «inchiodare per le palle a un albero il presidente georgiano Saak'ashvili». Io mi alzai in silenzio e me ne andai. (p. 33)
  • Il KGB non era un normale servizio segreto ma una istituzione totalizzante che, oltre che occuparsi di spionaggio e controspionaggio, interveniva in ogni settore della vita dell'URSS, anche in quella privata delle persone. Era il KGB che decideva se un ragazzo poteva andare all'università e sconsigliava matrimoni: una via di mezzo fra la Santa Inquisizione e una polizia capillare, talvolta anche amica. (p. 35)
  • Quando ebbi i primi sospetti su una natura molto diversa da quella che appariva nei primissimi anni del suo esercizio del potere, provai a discuterne con Berlusconi, che aveva stretto con Putin una amicizia illustrata da mille fotografie e video. Ma il presidente del Consiglio, come detto, tagliò corto: «Vladimir è una persona dolcissima. Lui capace di far uccidere qualcuno? Sarebbe come se mi dicessero che tu hai fatto uccidere qualcuno. Potrei crederci? No». (p. 38)
  • La Russia, comunque vari il suo nome da impero zarista a Unione Sovietica a Federazione, considera se stessa non come una nazione, ma come un Impero; tutte le azioni militari svolte in un secolo sono state sempre aggressive e mirate allo scopo di allargare l'Impero e impedire che altri Paesi limitrofi potessero organizzare una difesa militare sufficiente per resistere ai sussulti espansivi della Russia. (p. 47)

Incipit[modifica]

Le istruzioni erano meticolose: atterrato a Heathrow avrei dovuto raggiungere a piedi la stazione dei Rail Coaches e prendere un autobus per Woking, e di lì prendere un treno per Portsmouth direzione sud, dopo essermi assicurato che fermasse anche di domenica a G. dove, in mezzo ai boschi, tra scoiattoli e volpi, Oleg Gordievsky vive come un principe solitario protetto dai servizi segreti di Sua Maestà Britannica.

Citazioni[modifica]

  • Personalmente, sono arrivato alla conclusione che non si tratta di una "nuova" guerra fredda, ma di quella stessa che ha accompagnato l'umanità con il fiato sospeso per mezzo secolo. Con la guerra fredda il comunismo non c'entra e neanche il capitalismo. La guerra degli "ismi" è stata una mascheratura, un trucco teatrale della storia. L'idea che la guerra fredda sia stata e resta una guerra sempre latente fra Russia e Occidente europeo e americano. La guerra fredda senza comunismo è in atto, anche se con correzioni e varianti. Del resto la storia non si ripete meccanicamente: il conflitto era e resta geopolitico, non ideologico, anche se travestito con costumi teatrali ideologici. E l'Inghilterra è stata la prima nazione a toccare con mano la sgradevole novità della rinata guerra fredda. Quanto all'Italia, la storia della Commissione Mitrokhin e del tenente colonnello Alexander Litvinenko, mio informatore segreto, è anche la storia della ripresa delle ostilità fra Occidente e Russia. (p. 58)
  • Il capo del governo italiano ignorava sistematicamente questi attacchi russi. Il punto più alto del suo distacco avvenne quando gli consegnai personalmente una lettera per il presidente Putin, in lingua russa e in italiano, redatta insieme allo storico e giornalista Valerio Riva, oggi scomparso, alla vigilia di una visita di Putin alla villa di Berlusconi in Sardegna. In quella lettera mi rivolgevo a Putin con i toni più rispettosi, amichevoli e sinceri, chiedendo al presidente russo, in nome della profonda amicizia fra i popoli, di consentire alla Commissione di avere accesso agli archivi del KGB e ricevere l'assistenza necessaria. Berlusconi non consegnò mai quella lettera a Putin, cosa che mi venne riferita da un membro della Commissione Mitrokhin molto vicino al Cavaliere che era con lui in Sardegna: «Non gliel'ha data e ha detto che non gliela darà perché non vuole infastidire l'ospite». (p. 61)
  • Oleg Gordievsky, ufficiale superiore del KGB, smise di essere un fedele servitore dello Stato sovietico dopo l'invasione della Cecoslovacchia nel 1968, che provocò in lui una dura crisi morale: il buon soldato comunista si trasformò in un fautore della democrazia liberale. All'interno del KGB lo consideravano un uomo forse troppo indipendente, ma un eccellente ufficiale di intelligence, e l'agenzia lo inviò in Danimarca a partire dai primi anni Ottanta. Stabilitosi a Copenhagen con la moglie, la sua crisi maturò finché decise di passare al fianco degli occidentali per smantellare il sistema polizieso sovietico. (p. 62)
  • Gordievsky ha paragonato la sensazione provata nel raggiungere la salvezza in Occidente alla scena del Mago di Oz in cui il film passa dal bianco e nero al technicolor. Per la seconda volta nella storia, dopo Viktor Sheymov nel 1980, un ufficiale del KGB identificato come talpa occidentale aveva disertato attraversando il confine sovietico. (p. 67)
  • [Sulla rivoluzione ungherese del 1956] Coloro che erano adolescenti nel 1956 furono marchiati a fuoco per quel che videro (la televisione in Italia era ancora una straordinaria novità) seguendo la disperata ed eroica sorte della rivoluzione ungherese, schiacciata nel sangue dall'Armata Rossa anche a causa di un intervento molto deciso del segretario comunista Palmiro Togliatti in un momento in cui il Politburo del partito comunista sovietico era diviso sul da farsi. Ma Togliatti, ex numero due del Komintern, fu deciso e determinante nella volontà di intervenire militarmente: la rivolta di Budapest di operai e studenti andava classificata come fascista e spazzata via con i carri armati. In Italia gli uomini della sinistra, non solo socialisti, favorevoli alla repressione sovietica a Budapest furono da allora chiamati "carristi". Ma chi era giovane nel 1956 fu obbligato a fare i conti con quelle giornate e quelle emozioni così violente e così chiare: si poteva essere comunisti, volere il socialismo e chiedere l'intervento dei carri armati contro studenti e operai? (pp. 67-68)
  • L'Ungheria segnò la [...] mia generazione come il morso di un cane rabbioso, e quella rabbia contro il comunismo russo non ci abbandonò mai perché mai ci abbandonarono le immagini dei combattenti in impermeabile e cappello floscio, il bavero alzato, il mitra a tracolla, la sigaretta fra le labbra come tanti Humphrey Bogart nelle strade di Budapest, rispondere al fuoco dei carri armati russi fra i tram rovesciati, e morire un dopo l'altro. (p. 68)
  • Mi ero reso conto da alcuni anni che la caduta del Muro era stata una scena di teatro perfetta e vincente, destinata a restare come momento più alto della retorica sui libri di storia per secoli. In realtà, avevo imparato nel corso dell'inchiesta, che la ben organizzata caduta del Muro di Berlino era stata il colpo di genio di Gorbaciov e la sua carta di credito per entrare in limousine nel mondo occidentale come simbolo e incarnazione della vittoria della democrazia sulla tirannide, della libertà sulla schiavitù. L'operazione Muro di Berlino abbagliò infatti l'Occidente, follemente desideroso di chiudere ogni partita ideologica, ogni guerra fredda o calda, fare affari e vivere in pace dopo aver finalmente abbracciato l'ex odiato nemico. (pp. 72-73)
  • In passato avevo letto la paura negli occhi degli spagnoli ai tempi di Franco, nella Grecia dei colonnelli, nel Cile di Pinochet e nella Polonia di Jaruzelsky. Il lavoro di giornalista mi aveva addestrato a percepire il grado di timore che i cittadini dei Paesi retti da dittature nutrono per le istituzioni segrete e gli organismi repressivi. E nel 1991, mentre in Occidente si considerava Gorbaciov un santo, vedevo bene che a due anni dalla caduta del Muro di Berlino, il terrore dei russi era palpabile. (p. 77)
  • Avrei imparato che nessuno può ficcare il naso nel passato del KGB, perché quel passato si prolunga in un rigoglioso presente. Avevo del resto visto all'opera il KGB gorbacioviano a Bucarest nel 1990, dopo la grottesca esecuzione dei coniugi Nicolae ed Elena Ceausescu, che il giorno di Natale del 1989 pagarono con una raffica di mitra nella schiena l'imprudente scelta di sostituire la "dottrina Breznev" con la "dottrina Frank Sinatra", così ribattezzata in Romania a causa della canzone My way, a modo mio. I rumeni avevano per decenni condotto la loro vita politica interna ed estera " a modo loro" finché non era arrivata, proprio con Gorbaciov, l'ora della resa dei conti. L'Occidente, come sempre torpido nei riflessi, pronto a bere qualsiasi pozione avvelenata e assetato di favole a lieto fine, avrebbe applaudito fino a spellarsi le mani la truce esecuzione di una coppia di vecchi satrapi. Del resto, si commentava con un impeto moralista a Roma come a Parigi e a Londra, non era forse vero che Elena Ceausescu possedeva centinaia di scarpe nell'armadio? Non bastava questo turpe dettaglio per dimostrare la sua perversione e la necessità del castigo estremo? (p. 81)
  • [Sul dossier Mitrokhin] Negli altri Paesi il dossier era stato trattato professionalmente dai servizi segreti che avevano compiuto le opportune operazioni di controspionaggio. In Italia e soltanto in Italia il dossier aveva alimentato una enorme agitazione a sinistra che aveva provocato una reazione a catena di reticenze, menzogne, illazioni, pettegolezzi e ricatti veri i propri. [...] La parola d'ordine prontamente rilanciata in Italia fu che Vasilij Mitrokhin era soltanto uno spione animato da sudici desideri di arricchimento attraverso un traffico di materiali diffamatori prodotti dagli stessi servizi segreti. Le sue informazioni furono prontamente definite «immondizia». In Italia questa versione fu accolta con entusiasmo da tutta la sinistra italiana, anche perché la Commissione d'inchiesta era nata durante il governo di destra di Berlusconi e fu facile far credere che il suo vero obiettivo fosse quello di diffamare e calunniare personalità politiche che erano state comuniste o vicine ai comunisti ai tempi della guerra fredda. (p. 88)
  • [Su Vasilij Nikitič Mitrochin] A Mosca il transfuga fu descritto come un burattino nelle mani della CIA. La logica soffriva: se la guerra fredda era finita perché prendersela tanto? Una reazione tanto rabbiosa confermava l'ipotesi che il materiale di Mitrokhin costituisse non una questione storica relativa al passato, ma una minaccia attuale. (p. 90)
  • Mi resi conto troppo tardi che l'inchiesta che il Parlamento ci aveva affidato era un vero vaso di Pandora da cui sarebbe uscito materiale sconvolgente che metteva in crisi una lunga serie di teoremi giudiziari diventati poi tesi storiche intoccabili, pena la scomunica civile decretata dall'onnipotente maccina mediatica e culturale dell'ex partito comunista. (p. 94)
  • Le informazioni più delicate Mitrokhin intendeva gestirle personalmente. Pensava così di dare un grande aiuto alla causa della libertà e ignorava di aver provocato in Italia panico e contromisure. Gli inglesi non si aspettavano certo che l'unica preoccupazione degli italiani sarebbe stata quella di chiudere gli occhi, imbavagliarsi e ficcarsi tappi di cera nelle orecchie pur di non prendere atto di qualsiasi notizia potenzialmente scomoda, e meno che mai di compiere operazioni di intelligence sull'attività delle reti di agenti illegali svelate da Mitrokhin. (p. 96)
  • I servizi segreti che gestirono in Italia il dossier Mitrokhin (in realtà mettendolo sotto chiave con una serie di forzature e abusi amministrativi) si difesero davanti alla Commissione Mitrokhin sostenendo di non aver fatto nulla con le informazioni ricevute dagli inglesi perché esse non contenevano "prove" utili per attività giudiziarie. Questa è stata una delle tante ipocrisie, o meglio menzogne, dei servizi stessi: le informazioni recapitate dal "governo" inglese avevano lo scopo di promuovere operazioni di intelligence e non arresti e processi. (p. 97)
  • Le ultime immagini di Kim Philby prossimo alla morte lo hanno mostrato vecchio e smagrito in una squallida abitazione a Mosca con un'espressione delusa e forse rabbiosa. Eppure fu proprio lui a trasformare la vecchia Ceka, abbreviazione di Vetcheka, nel KGB moderno creando un servizio segreto modellato su quello britannico. (p. 107)
  • Oggi il nuovo KGB non ha bisogno di un altro Kim Philby per assorbire tecniche occidentali: i russi hanno fuso in modo geniale la loro tecnica della disinformazione con la scienza occidentale delle grandi compagnie di pubbliche relazioni che promuovono i candidati alle elezioni o i prodotti di largo consumo, conducendo sia campagne promozionali che campagne per distruggere l'avversario o il concorrente. L'arte dell'inganno e delle pubblicità su misura si era fusa con le misure attive del KGB formando un sistema di guerra mediatica perfetto anche per le operazioni militari, come si vide nell'agosto del 2008 con l'invasione russa della Georgia. (p. 108)
  • Mi resi conto che l'Italia è il Paese occidentale in cui la semplice verità dei fatti, nulla di filosofico e trascendentale, giusto il rispetto di quel che è accaduto, è calpestata in maniera sistematica. Il giornalismo, la mia professione dall'età di ventidue anni, vi si svolge senza alcuna regola, senza alcuna norma che garantisca al consumatore che acquista un giornale in edicola o accende la televisione il valore minimo di verità garantita. In Italia si sta soltanto attenti alla distribuzione dei minuti e delle notizie secondo il peso dei politici che proteggono programmi, telegiornali e giornalisti "di riferimento". (p. 108)
  • Dopo la morte di Litvinenko, Lugovoy negherà di aver chiesto a Sasha di salire nella sua stanza a fine mattinata, ma non saprà spiegare a Scotland Yard per quale motivo la sua stanza all'Hotel Millennium fosse radioattiva: la moquette sprigionava radiazioni come la tazza che contaminò tutto il vasellame dell'albergo, e ciò fu sufficiente per terrorizzare la clientela e spargere per le vie di Londra la sindrome dell'avvelenamento nucleare di massa. (p. 117)
  • [Sul programma di armamento biologico sovietico] L'Unione Sovietica è l'unico Stato al mondo ad avere costantemente impiegato sostanze venefiche per compiere assassinii all'estero. Fin dai primi anni Venti, i servizi speciali sovietici hanno usato veleni per colpire quelli che Mosca considerava nemici dello Stato: russi o stranieri, leader antisovietici o semplici emigrati. Queste esecuzioni venivano eseguite da un dipartimento speciale dei servizi sovietici con il fine di compiere assassinii fuori del territorio sovietico. Creato a metà degli anni Venti, ai tempi del KGB era conosciuto come Dipartimento 8 del Direttorato s. La lettera "s" sta per illegali. (p. 151)
  • Basandosi su conoscenze ben documentate, si può parlare di cinque gruppi di veleni fabbricati nei diversi laboratori russi: i cosiddetti veleni "soft", creati non per uccidere ma per stordire, avvertire o minacciare una vittima. Seguono poi i veleni convenzionali, che possono essere identificati da un'autopsia. L'intelligence russa ha usato più volte questi veleni contro stranieri, emigrati russi e defezionisti all'estero. Al terzo posto vengono i veleni basati su agenti tossici, quindi quelli biologici, anche se non esiste alcuna documentazione del loro uso contro individui. Infine, come nel caso di Litvinenko e altri, ci sono i veleni basati su elementi radioattivi. Sono oggi probabilmente i più efficaci perché, qualunque sia il dosaggio, il veleno sparirà prima di essere scoperto grazie alla sua emivita (half-life). (pp. 153-154)
  • La maggior parte delle conoscenze occidentali sulle armi biologiche di Mosca proviene dalle rivelazioni di Alibekov, per anni a capo di Biopreparat, un'agenzia del governo sovietico ufficialmente destinata a produrre farmaci per uso civile, in realtà il principale centro militare di ricerca avanzata sulle armi biologiche, con trentaduemila dipendenti fra scienziati e staff. Alibekov è fuggito negli Stati Uniti nel 1992 e ha svelato ai suoi interlocutori americani una realtà agghiacciante, di cui sospettavano solo una minima parte: il programma biologico militare sovietico era avanzatissimo e Mosca possedeva, e forse possiede tuttora, missili strategici multitestata caricati con varianti particolarmente potenti del virus del vaiolo, del carbonchio (anthrax) e della peste nera. (p. 164)
  • Eltsin si rendeva conto che era difficile mantenere l'ordine senza violare le regole della democrazia e questo costituiva il più grave problema del nuovo Stato postcomunista. La Russia, infatti, non essendo mai stata "democratica" prima del comunismo (se non per i pochi mesi compresi fra la rivoluzione di febbraio e il colpo di Stato bolscevico dell'ottobre 1917), non poteva "tornare" a una democrazia di cui non esisteva alcuna memoria. Tutto ciò che i russi credevano di sapere in proposito era frutto di fantasie sull'Occidente alimentate da film, libri, giornali, con grottesche distorsioni che impedivano di accreditare il carattere severo di una vera democrazia liberale, dal momento che l'immaginazione popolare associava la democrazia ai guadagni senza limiti, al gioco in borsa, allo sperpero, alla brutalità di ogni competizione. (pp. 174-175)
  • Nel 2007 sarà proprio Zhirinovsky a offrire ad Andrei Lugovoy un posto di candidato alla Duma, assicurando l'impunità all'uomo che secondo la Procura della Corona britannica dovrebbe rispondere di omicidio volontario nei confronti di Edwin Carter, meglio noto come Alexander Litvinenko. (p. 175)
  • [Su Aleksandr Val'terovič Litvinenko] Aveva visto scorrere sangue innocente, aveva toccato con mano il cinismo degli alti ufficiali, la brutalità con cui erano trattati i ceceni, conosciuto l'apparato con cui la verità veniva impudentemente manipolata. Una cosa gli sembrava di aver imparato: i grandi criminali non agiscono mai senza la protezione di qualche politico. Questa lezione lo avrebbe portato più tardi a interpretare nello stesso modo le attività della camorra in Italia e delle sue connessioni con la criminalità organizzata italiana, specialmente nella camorra campana, il KGB e le sue versioni ucraine e bielorusse avessero sempre avuto e ancora mantenessero delle connessioni politiche. Il suo era un approccio pratico: i grandi traffici criminali verso l'Est russo, ucraino e mediorientale dovevano avere padrini che allo stesso tempo proteggevano movimenti armati. (p. 177)
  • Litvinenko verso la fine degli anni Novanta dovette [...] rendersi conto del fatto che il servizio in cui lavorava, più che fare la guerra al crimine organizzato, organizzava il crimine. Si rese conto che i criminali facevano affari con l'FSB e condividevano torte di profitti con gli ufficiali in concorrenza con altri criminali facendo soldi con le estorsioni, gli omicidi a contratto, i ricatti e i rapimenti. La storia di Alexander Litvinenko è la storia stessa della Russia nel suo cammino tormentato dalla caotica speranza di democrazia al nuovo ordine putiniano che molti russi considerano una necessaria autocrazia per mettere ordine dopo il caos. (pp. 177-178)
  • È ovvio che rivelare i nomi di agenti di influenza dell'ex Unione Sovietica sia un'attività lesiva degli interessi della Federazione Russa dal momento che, come sottolineò il generale Trofimov, la maggior parte di questi agenti sono stati riattivati e vengono usati come agenti di influenza (non certo delle «spie») in ogni campo, economico prima di tutto. Se fosse dunque provato che una squadra di eliminatori fu mandata ad assassinare Litvinenko, questo significherebbe che Litvinenko non era considerato un «dissidente», ma una minaccia attuale per interessi attuali. (p. 197)
  • Alex Goldfarb è un personaggio cardine nella storia di Litvinenko. Fu lui a tentare l'ultimo approccio con gli americani per portare i Litvinenko in America, fu lui a introdurre i Litvinenko in Inghilterra, fu lui a proteggere Sasha ovunque e comunque potesse e infine fu lui, quando Litvinenko moriva, a prendere in mano stampa e pubbliche relazioni per trasformare la morte di Sasha in un grande evento che ponesse Putin in stato d'accusa e che facesse apparire l'attacco a Litvinenko come un attacco a Berezovsky. (p. 202)
  • Il sogno utopico di Soros era che si potesse creare una borghesia dal nulla in un Paese in cui persino la memoria di una classe imprenditoriale era stata sradicata senza lasciar tracce. L'ipotesi di Soro, alla quale partecipava Berezovsky, era quella di creare una classe borghese capace di produrre ricchezza e ancorare il Paese all'Occidente dando impulso sia all'economia capitalista che alla democrazia liberale. Soros pretendeva di guidare un tale utopistico processo con iniziative clamorose e personali facendo pesare la sua potenza finanziaria come argomento di persuasione. Quel che accadde in realtà fu la creazione di una classe di nuovi ricchi, raramente capaci di agire con spirito imprenditoriale, ma in violento conflitto l'uno con l'altro. Tutte le loro guerre finirono con il dissanguare la giovane democrazia russa e distruggere il sogno di occidentalizzazione del Paese. (p. 203)
  • Putin aveva deciso di liquidare l'embrione di classe sociale civile e capitalista, di cui Berezovsky era il rappresentante di massimo successo, e sostituirlo con una casta di ufficiali fedeli all'istituzione del KGB, sicuro che la ricchezza sarebbe venuta non dalla crescita di un mercato di tipo occidentale, ma dalla vendita di enormi quantità di materie prime, a cominciare dal gas e dal petrolio. Per pompare gas non serve aver letto Max Weber né aver fatto una rivoluzione liberale anglosassone. Bastava avere a disposizione tecnici ed esecutori fedeli. L'idea di Berezovsky era invece opposta: tenere fuori e sotto stretto controllo gli uomini del KGB e far crescere la classe di cui lui stesso era il primo esponente e che poi verrà chiamata «degli oligarchi».
    Ciò può dare una pallida idea della reazione che provocò a Mosca la notizia secondo cui in Italia qualcuno aveva avuto la stravagante idea di aprire un'inchiesta ufficiale sul KGB, le sue malefatte, i suoi infiltrati, gli uomini le cui carriere all'estero erano state fabbricate dal KGB e che grazie a quelle carriere avevano fatto strada, mantenendo un legame indissolubile con l'istituzione sovietica e poi russa. Con l'avvento di Putin al potere si era registrata questa storica e inattesa (e per me, al momento, incomprensibile) novità: il KGB è la spina dorsale della nuova Russia e chiunque in qualsiasi modo attenti alla sua struttura, alla sua storia, alla sua memoria, al suo passato di polizia comunista, ai suoi segreti, ai suoi uomini e ai suoi agenti sotto copertura è un nemico dello Stato russo. (pp. 204-205)
  • È [...] un dato di fatto che una potente dose di antisemitismo faccia parte della vicenda Litvinenko e di Berezovsky e la cosa non è accidentale dal momento che la Russia è sempre stata un bacino di antisemitismo, mascherato sotto ragioni politicamente corrette come avvenne sia durante che dopo la rivoluzione d'ottobre e poi sotto Stalin, il quale condannava i crimini nazisti e fascisti, ma in cuor suo era un radicale nemico degli ebrei, contro i quali aveva concepito una crociata di sterminio che per fortuna abortì soltanto perché morì prima che si passasse alla fase operativa.
    La questione dei rapporti fra comunismo ed ebraismo non è stata meno inquinante di quella dei rapporti fra ebraismo e capitalismo. In ogni caso ebrei e sionisti sono stati accusati e uccisi nello scorso secolo sia per essere gli autori di una rivoluzione comunista, sia per essere l'anima stessa del capitalismo. La questione aveva acuto un suo ruolo nello sviluppo dell'antisemitismo tedesco sotto Hitler, che univa al tradizionale odio per gli ebrei di una larga parte della società tedesca il timore di una rivoluzione bolscevica ebraica. (p. 209)
  • Sicché l'ondata di antisemitismo che aveva travolto la Germania negli anni Trenta era stata alimentata anche dal fatto che gli ebrei, secondo la propaganda nazista, si erano impossessati della Russia attraverso la rivoluzione e si apprestavano a conquistare l'Europa e il mondo.
    Un altro filone affermava il contrario: gli ebrei, padroni della finanza mondiale, stavano dando l'assalto al mondo intero facendo leva sull'America e sull'Inghilterra. Era un'iconografia double face che poteva andare bene per ogni genere di capro espiatorio e Stalin aveva deciso di accusare di orrendi delitti i medici ebrei, senza mai assumere atteggiamenti di aperto antisemitismo, che definiva ipocritamente «una mostruosità nazifascista da contannare». Purghe antiebraiche decimarono anche i servizi di sicurezza. (p. 210)
  • Il cadavere cominciava a freddarsi quando arrivò il referto che avrebbe precipitato Gran Bretagna e Russia in una gravissima crisi: il cittadino del Regno Unito e suddito di sua maestà britannica Edwin Carter era stato assassinato con un'arma nucleare su suolo britannico. Come si disse subito in Parlamento, per la prima volta l'Inghilterra subiva un attacco nucleare con un'arma introdotta da una potenza straniera allo scopo di uccidere cittadini britannici: l'isotopo radioattivo Polonio 210, di produzione esclusivamente militare, era entrato nel Regno Unito con un atto di guerra. (p. 246)
  • Il Polonio 210 - già usato per il progetto Manhattan che portò alla costruzione delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki - da tempo è stato abbandonato dalla tecnologia nucleare occidentale, che ha trovato di meglio per innescare ordigni atomici. I soli russi producono il novanta per cento del Polonio al mondo. Quali conclusioni trarne, dopo aver constatato che quello usato per uccidere Litvinenko era fresco di fabbrica, dal momento che decade rapidamente in piombo, e recapitato proprio per compiere il delitto? Il fatto che il Polonio fosse di tipo solubile e gelatinoso (forma salina) indica che era stato prodotto per essere usato come veleno. Il Polonio in forma di polvere metallica viene usato per le armi nucleari, mentre in forma solubile è inutilizzabile. Questa è dunque la pista che mi si è aperta davanti agli occhi man mano che cercavo gli elementi di concretezza e non gli affascinanti elementi romanzeschi e perfino romantici di questa gigantesca storia di intelligence, di crudeltà, di spirio «fiorentino». (pp. 252-253)
  • Il fatto è che i due, Lugovoy e Kovtun, lasciarono tracce di Polonio nei luoghi che Litvinenko non visitò mai. Fra il 28 e il 31 ottobre Kovtun lasciò pesanti tracce di Polonio ad Amburgo, in tutti i luoghi in cui si recò e che certamente non furono mai visitati da Litvinenko. (p. 256)
  • Ancora oggi se incontrate gente comune per strada e fate il nome della Commissione Mitrokhin, vi diranno che si trattava di una lurida porcheria in cui un certo Scaramella in combutta con Guzzanti fabbricava falsi dossier per compromettere sia Prodi che alcuni esponenti della sinistra. Tutto ciò è stato possibile grazie all'uso di Limarev, un uomo che paradossalmente è arrivato a Scaramella grazie a Litvinenko, il quale ne divenne a sua volta inconsapevole strumento e vittima. (p. 288)
  • Trovai grottesco che un'inchiesta contro le attività sovietiche fosse considerata provocatoria contro l'attuale sinistra italiana. Così come trovavo grottesco che a Mosca fosse considerata una provocazione un'inchiesta sul passato del KGB in un Paese che non esisteva più, l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Ignoravo inoltre quale miccia avessi acceso e quali polveri fossero state predisposte alla fine della miccia. (p. 328)
  • Io appartenevo al partito di Berlusconi, Berlusconi era amico di Putin e Putin detestava la Commissione Mitrokhin. Berlusconi fra Putin e la Commissione Mitrokhin aveva scelto il primo. La sintonia fra stampa di sinistra italiana e governativa russa dopo l'omicidio Litvinenko raggiunse poi la perfezione di un concerto sinfonico. Intanto, governo e media russi si dichiaravano sempre più orgogliosi del passato del KGB e da Mosca il messaggio arrivava sempre più chiaro: un'inchiesta sul KGB era considerata ostile nei confronti dell'attuale governo russo. Era come se la Repubblica Federale Tedesca avesse dichiarato guerra a chiunque indagasse sui crimini della Gestapo. (p. 330)

Explicit[modifica]

Ho scritto questo libro per fare in modo che almeno alcuni italiani possano comprendere quel che è accaduto, come e in quale contesto. Se la verità farà, grazie a questo racconto, anche un minimo passo avanti, il mio scopo sarà raggiunto, perché la verità quando si mette in moto è inarrestabile.

Citazioni su Paolo Guzzanti[modifica]

  • È peggio di Scalfari. Scrive troppo. Quando si riempiono paginate di giornale il rischio di dire cazzate aumenta a dismisura. (Lino Jannuzzi)
  • È un voltagabbana anche Guzzanti ma di lui non mi frega niente: non l'ho mai considerato della mia parte. (Riccardo Barenghi)

Note[modifica]

  1. Da Oh Israele, Essere Liberi.it, 16 luglio 2006.
  2. Da Non parliamo della signorina Mara Carfagna, calendarista della pari opportunità, ma..., PaoloGuzzanti.it, 2 novembre 2008.
  3. Dal programma radiofonico La Zanzara, Radio 24, 5 novembre 2008; citato in Paolo Guzzanti: "Il ministro Carfagna? Più che sudista è saudita", Affari Italiani.it, 5 novembre 2008.
  4. Dal programma televisivo Tetris, La7, 15 maggio 2009.
  5. Da Noi migranti (quasi) modello, il Giornale.it, 16 gennaio 2016.
  6. Da Lo show di guerra in diretta televisiva. Così lo Zar vuole spaventare il mondo, ilgiornale.it, 4 marzo 2022.
  7. Da Verso un nuovo scontro di civiltà, ilgiornale.it, 27 marzo 2022
  8. Da Chi è Giorgia Meloni, la prima premier donna italiana più peronista che thatcheriana, ilriformista.it, 23 ottobre 2022
  9. Da La memoria cortissima dei tifosi di Putin, non abbiamo imparato nulla dal passato, ilriformista.it, 2 febbraio 2023
  10. Da Yulia Navalnaja, la "First Lady dell'opposizione" che ha dichiarato guerra al regime guardando Putin negli occhi, ilriformista.it, 20 febbraio 2024.
  11. a b Da Dopo la morte di Navalny Putin trova un nuovo nemico: “Il Maestro e Margherita”, ilriformista.it, 20 febbraio 2024.
  12. Da Chi ha ucciso Navalny se non Putin, l'oppositore moribondo consapevole di aver già battuto il Cremlino sui social, ilriformista.it, 21 febbraio 2024.
  13. Da La guerra dei siti web di disinformazione russa, l'arma della propaganda e lo scoop del pilota disertore, ilriformista.it, 23 febbraio 2024.
  14. a b Da Putin teme Navalny anche da morto: funerali privati o fossa comune e fango contro Julia, "moglie adultera", ilriformista.it, 24 febbraio 2024.

Bibliografia[modifica]

  • Paolo Guzzanti, Litvinenko. Dal tè al polonio radioattivo alla guerra in Ucraina, Compagnia editoriale Aliberti, 2023, ISBN 978-88-9323-583-9

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