Anna Maria Ortese

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Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese (1914 – 1998), scrittrice italiana.

Citazioni di Anna Maria Ortese[modifica]

  • Chi tortura gli animali paga già nella sua miseria. Sono contro la debolezza umana e a favore della forza che le povere bestie ci dimostrano tutti i giorni perdonandoci.[1]
  • [A proposito di Napoli] Ho abitato a lungo in una città veramente eccezionale. Qui [...] tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, [...] tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva, a tutta prima, una impressione stranissima, come di un'orchestra i cui strumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di una meravigliosa confusione [...].[2]
  • La bontà è la | sola libertà | dell'uomo. Tutto ciò | perché la sua vera | catena è la | non-bontà (il culto | dei propri beni) – | Essere buoni è superare | la forza di gravità.[3]
  • La vita – come le ombre televisive – non è mai nelle nostre stanze, ma altrove. Così, chi cercasse il Cucciolo, scruti, la notte, nel silenzio del mondo; non lo chiami, se non sottovoce, ma sempre abbia cura di rinnovare l'acqua della sua ciotola triste. Non visto, verrà.[4]
  • [A proposito di Erich Priebke] Poso lo sguardo sul carcere dove è chiuso in attesa di un nuovo processo [...]. Non si può non ammirare la dignità con cui accetta, dopo oltre mezzo secolo dal reato di cui è accusato, tutto il rituale solenne della giustizia. [...] Era la guerra. E la guerra non ha nulla di morale. Perché odiare? [...] Lasciate cadere i bastoni. E i lupi feriti di tutto il mondo, rispettateli.[5]
  • Rievocare i paesaggi del passato non si può, diremmo che Dio non vuole; vi è in essi alcunché dell'eden consentito all'uomo una volta sola... egli non può rientrarvi.[6]
  • Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera.[7]

Il mare non bagna Napoli[modifica]

  • Erano molto veri il dolore e il male di Napoli, uscita in pezzi dalla guerra. Ma Napoli era città sterminata, godeva anche d'infinite risorse nella sua grazia naturale, nel suo vivere pieno di radici. (da Il «mare» come spaesamento, aprile 1994, introduzione a Il mare non bagna Napoli, Adelphi, 199410)
  • Come un imbuto viscido il cortile, con la punta verso il cielo e i muri lebbrosi fitti di miserabili balconi; gli archi dei terranei, neri, coi lumi brillanti a cerchio intorno all'Addolorata; il selciato bianco di acqua saponata, le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e, in mezzo al cortile, quel gruppo di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi, a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti stregati degli occhiali. Fu Mariuccia per prima ad accorgersi che la bambina stava male, e a strapparle in fretta gli occhiali, perché Eugenia si era piegata in due e, lamentandosi, vomitava. (da Un paio di occhiali»; in Il mare non bagna Napoli, Adelphi, 2014)
  • Come tutte le mostruosità, Napoli non aveva alcun effetto su persone scarsamente umane, e i suoi smisurati incanti non potevano lasciare traccia su un cuore freddo. (da Il silenzio della ragione, in Il mare non bagna Napoli, Rizzoli, 1975, p. 155)

Le piccole persone[modifica]

Incipit[modifica]

Quando sono nata l'universo era ancora visibile. In questo senso, la mia generazione, quella della prima guerra mondiale, fu davvero privilegiata rispetto a quelle che seguirono. Oggi si sa di più sull'universo, ma esso è nascosto dal proliferare delle opere e le azioni umane. Per universo, intendo gli innumeri cortei di stelle, i pianeti, il nostro pianeta, e tutta la incomparabile energia che organizza le proprie forme, le completa, e poi le disperde, così si direbbe, in un solo soffio. Intendo le montagne, i mari, le terre fiorite, gli alberi, gli animali, e in qualche modo anche l'uomo. Tutto ciò, insomma, che si apre a ventaglio, continuamente, nel nulla, inventa ad ogni attimo forme straordinarie, squisite, e poi le cancella o riassorbe.

Citazioni[modifica]

  • Ci sono momenti in cui un albero ci si mostra improvvisamente umano, stanco. Altri momenti che un'umile bestia (o ciò che crediamo tale) ci guarda in modo tanto quieto, benevolo, profondo, tanto puro, consapevole, amoroso, «divino», da farci balenare l'idea di una comune Casa, un comune Padre, un comune Paese, un Reale tanto felice e beato, dal quale partimmo insieme, per naufragare in questo. (p. 16)
  • Non si dice degli animali: queste anime viventi – tale è il loro nome nei testi sacri – occupano il grado più basso, ormai, di tutta la vita vivente, e dove in tempi precedenti la loro sfortuna, asservimento, dolore era cosa casuale ora è cosa altamente programmata, tramite l'industria, e li vediamo in ogni punto della loro muta vita soggetti alla infame programmazione del vivere – una minima parte – umano, alla programmazione del potente umano. Allevamenti, macelli, laboratori, giochi infami, sacrifici solo apparentemente religiosi – in realtà sadici –, maltrattamenti, divertimenti e alla fine ritiro totale, da essi, di ogni pur apparente protezione della legge: ridotti a cose, essi anime viventi, e il loro vivere pari in tutto all'inferno che l'uomo temeva ed ora ha pienamente realizzato. Lo ha realizzato per i più deboli. (p. 34)
  • L'uomo è, generalmente, inumano, egli è l'amorale per eccellenza, e i suoi bisogni – che afferma essere sacri – sacri non riconosce ai più deboli di lui. Così l'uomo è l'oggetto più sordo e cieco dell'Universo, e si spiega a questo punto la sua necessità di considerare il luogo dove vive, la Terra, un oggetto meccanico, a lui pienamente soggetto, di cui egli conosce tutti i segreti e dispone di tutti i comandi. Ed egli s'illude quindi di controllare terremoti, maree, inondazioni, epidemie, disastri celesti, e ogni altro orrore: e forse pensa – anzi pensa senza dubbio – almeno io, il più forte tra gli uomini, Ford o qualsiasi altro, mi salverò, a causa dei miei soldi. Tutti gli altri si perderanno, ma io che posseggo potere sugli altri, mi salverò. Così piccolo e miope è il più grande e il più forte dei terrestri. (pp. 34-35)
  • Oh i buoni cani! Esprimeva un tal sentimento quell'occhio grande, umile e fiero a un tempo; scintillante, in presenza del padrone, di pazza allegria, ma stranamente triste nei solitari riposi, seminascosto tra l'orecchio e la zampa. (p. 77)
  • Caro Ciolì, caro Tull, voi tutti, nobili animali che racchiudeste nello sguardo tanta bontà e dolore, a volte tanta schietta allegria di bimbi ed altre tanta cupa malinconia di schiavi: ho l'impressione che non proprio la terra nera vi ospiti, la terra dei luoghi sconsolati ove vi posero, indugiando, le nostre mani; ma non so quale strada aperta verso l'orizzonte accompagni il vostro cammino, che mai non avrà termine: come non ne ha quello del dolore senza peccato, della passione senza parole, della generosità senza speranza. (p. 79)
  • Volli spiegarmi il perché i delitti contro gli animali mi sembrassero così orribili, quasi superiori a quelli consumati dall'uomo contro l'uomo, e capii che il loro orrore era nella perversità. Di solito, si uccide un uomo per un motivo. Ma il torturare e poi uccidere un animale innocuo, da parte di ragazzi come di uomini, era invece piacere puro, divertimento gratuito, ottenuto a spese di creature più deboli, era, infine, il desiderio di conoscere il dolore attraverso gli spasimi di un altro, era sadismo. (p. 83)
  • L'uomo vive avulso dalla Natura, in questa grande casa passa come un servo o un padrone, quasi mai come un figlio o un fratello. E, invece, tutto ciò che tocchiamo è meravigliosamente vivo e permeato della sensibilità e dolcezza dello Spirito che ha generato l'Uomo: un cavallo, un uccello, una farfalla, e persino la vipera e l'orrido rospo, non sono, in diversa maniera, meno rispettabili dell'uomo. Essi palpitano. Chi è che palpita in essi, se non lo stesso Dio che ci rende coscienti? Alcuni non vogliono chiamarlo Dio. Lo chiamino come vogliono: è evidente che tutto ciò che vive è espresso da quest'Uno, che nei momenti più alti della vita si chiama Intelligenza, ma più spesso non è che sensibilità, e non bisogna offenderlo e tormentarlo, ma dedicargli rispetto e tenerezza infinita. (pp. 83-84)
  • Quando ci capita di avvicinare una carovana del Circo, questa specie di città, di paese sempre straniero in qualsiasi paese, la paura e lo stupore dell'infanzia rinascono dentro di noi. [...] È la paura e lo stupore, e insieme un leggero senso di pena, che abbiamo riprovato lunedì scorso nella piazza di Porta Volta, davanti la cupola verde del Circo Massimo Togni. Quelle bandiere sventolanti nel cielo uniforme di Milano, quei volti impastati di bianco e di rosso dei clown, quei lontani barriti di elefanti, rendevano più vivo il contrasto col traffico delle macchine e il passaggio della folla lungo le strade, confondendoci le idee sulla validità dei due mondi così brutalmente posti l'uno di fronte all'altro. [...] Solo riaffiorerà più acuta la pena per le bestie ammaestrate: i cavalli, fatti per il libero vento, che vanno a passo di danza anziché a sfrenato galoppo di prateria; gli elefanti, nati per vivere nella pace delle grandi foreste, ridotti a seguire il cenno della bacchetta e il colpo di pungolo; i leoni, imprigionati tra quattro sbarre di ferro, seduti sugli sgabelli come inquieti scolari. (pp. 97-98)
  • Il domatore entra nella gabbia preceduto da schiocchi secchi di frusta: i leoni s'impennano come sotto un colpo improvviso di vento. Fiutano il nemico, l'uomo che li ha portati e li tiene lontano da quella terra di ricordo. [...] Ma il domatore è diventato il loro re; vuole che i leoni si mettano in fila, si seggano sugli sgabelli, saltino l'uno sull'altro: li vuole umiliare. [...] Il domatore ha vinto anche stasera. Il fascino, la paura, l'ammirazione, ci fanno battere le mani: lo sguardo malinconico dei leoni ci fa soffrire. (pp. 99-100)
  • Si può giudicare della civiltà di un paese, come di una persona, dal fatto che nei suoi comportamenti abituali l'ammirazione il riguardo e la compassione per la vita abbiano o no il primo posto. (p. 101)
  • Durante la guerra, a Venezia, in una piazzetta, vidi e raccolsi un gattino in tali condizioni! Era un solo pianto, una sola ferita – gli occhi erano feriti o non c'erano più – e mai avrei creduto che un così piccolo figlio della terra potesse piangere in quel modo tutta una notte, chiamando qualcosa che non c'era, la madre a cui era stato tolto, l'integrità del suo corpicino, tutto ciò che il cielo gli aveva dato e per lui, ora – a causa di qualche libero gioco di esseri superiori –, non c'era più. Ricordo che passai una notte in ginocchio vicino a lui, chiedendogli perdono per la mia razza. E al mattino ero al Lido, per una sepoltura di riguardo, e senza macchia. (p. 104)
  • Avanti quei paesi che non radunano animali per massacrarli e venderli a pezzi, [...] che non sgozzano e insultano il maiale (e non lo ingrassano prima) per le feste del Dio in cui nessuno più crede. Avanti quei paesi [...] che non adoperano il cane per esperimenti <che> nessun criminale di razza umana sopporterebbe (né sarebbero pensabili, appunto, per nessun essere umano). (p. 105)
  • Avanti i paesi che non domano i cavalli, non straziano la volpe, non ingiuriano la iena – civili iene essi stessi! (p. 106)
  • Un giorno, in un racconto di Natalia Ginzburg [...] trovai la parola «faccia», o «viso», applicata al musetto di un gatto. Per me fu una scoperta, e mi sembrò il «segno» di una rivoluzione che in molti aspettiamo da tempo, rivoluzione stranissima, ma l'unica veramente in grado di consentire un salto di qualità alla storia umana, di promuovere l'uomo al grado di essere superiore, che egli asserisce continuamente di aver raggiunto. L'uomo, infatti, riconoscendo che anche gli animali hanno una faccia (due occhi, spesso supremamente belli e buoni, naso, bocca e fronte), ammette implicitamente che gli animali sono suoi fratelli, o anche semplici «antenati», conviventi oggi con la sua storia, sono meravigliosi oppure comuni «diversi», e quanto lui partecipano del mistero e il dolore e il cammino della vita. (p. 113)
  • È che il mio carattere è cattivo, non è buono, non è tenero, e subito, quando incontro presunzione e vigliaccheria che entrano come padroni nel territorio dell'innocenza e della debolezza, vorrei prendere le armi, vorrei prendere una scimitarra, e far cadere delle teste infette. Ma mi trasformerei in uno di loro, e dunque, via il desiderio. (p. 116)
  • Ho respinto scrittori che veneravo, per una sola scena d'iniquità, e adorato gente considerata infima, per una sola parola d'amore verso una Piccola Persona. Persone di un mondo a me lontanissimo, come l'attrice francese Brigitte Bardot, sono diventate capi invisibili e venerati di una nuova Chiesa planetaria, quando le ho sentite parlare di questo Popolo. E ora ritengo Brigitte Bardot – per la sua conversazione di un giorno, in televisione, per gli orrori che ha medicato e la sua indicibile pietà per Piccole Persone lontane – regina di Francia, e non riconosco alla Francia nessuna donna più eminente. (p. 117)
  • Così anche la nostra brutta salute (siamo imbottiti di medicine costosissime) sempre più decade, per un oscuro delitto – dirò proprio infamia – che è nel nostro consenso alla pratica medica, sperimentazione e vivisezione. (pp. 118-119)
  • Perciò – sto per finire – onore a tutti quegli uomini, peccatori o meno, a tutti quei ragazzi, bravi o meno a scuola, che hanno capito qual è il primo dovere, oggi, dell'uomo: di non toccare più, se non come fratelli, per una carezza o un aiuto, le Piccole Meravigliose Persone. Di non mangiarle più. Di non asservirle. Di non perseguitarle. Di non isolarle, dal contesto della nostra vita, della vita di tutti, di non spregiarle, insultarle, straziarle. Perché comincia da qui il Non-Uomo, l'atroce Inumano che da gran tempo ci tormenta. (pp. 119-120)
  • La parola bestia, poi, non ha senso nella Creazione, dove il soffio è tutto, in tutte le forme che variano – e ugualmente apre alla visione e all'esperienza oscura tutti gli occhi: quelli di Shakespeare e quelli del cane da laboratorio, che fissano una finestra chiamando Dio, a loro modo. (p. 120)
  • [Gli animali] Sono anime viventi [...]. Le loro voci, i loro lamenti all'alba, o nei soffocanti carri ferroviari fermi sui binari l'estate; le loro fughe, spesso, e il loro tremito negli immondi macelli (immondi davanti a Dio e a tutti gli uomini veramente civili) ce lo confermano. (p. 123)
  • E l'uomo senza compassione è nulla, è un fenomeno fisico che potrebbe cessare di essere, e non cesserebbe nulla. Nulla ha valore, in tutta la vita dell'uomo sulla terra, nemmeno l'immensa arte e le religioni – nulla, se non questo sentire compassione e desiderio di soccorrere un altro – chiunque altro, chiunque sia vivo o dolente. (p. 123)
  • Si avvicina la Pasqua, e ora saranno agnelli e capretti a entrare, con la loro gentilezza di bambini, nei macelli. E avranno paura e dolore, e alla loro paura e al loro dolore nessuno farà caso. (p. 124)
  • Ciò che si va facendo da parte della scienza (nostro vanto) o dei semplici allevatori o cacciatori di animali, contro gli animali, è veramente innominabile. Stupirò i miei lettori, e forse li scandalizzerò, affermando che, a mio parere, il nazismo non è affatto un momento storico, ma una dimensione immortale dell'uomo, e lo prova il fatto che, mancando le occasioni di esercitare il proprio potere su uomini inermi, lo si esercita a freddo sui figli inermi della natura. Ciò che un cane può e deve sopportare nei laboratori di tutto il mondo è cosa che riempie di terrore: non tanto pensando al cane, ma a chi esercita il suo potere assoluto su di lui. (pp. 132-133)
  • Non so se posso dirmi cristiana, ma temo di credere in Cristo, e nella sua rivelazione, come nella presa di coscienza della storia stessa. Senza Cristo, e quindi definizione del mondo come anti-mondo, anti-realtà, anti-vita, non vi è storia, ma inganno di ciechi fatti. Un'ipotesi, Cristo, c'illumina sulla realtà del mondo: una caduta. Da dove, è insensato chiedere. Alcuni poeti lo hanno tentato. I poeti, anche quelli di provincia, sono in genere uomini buoni: ascoltano il canto degli uccelli, intravedono nel mattino più azzurro un ricordo di patria, velato di lutto. Vi è lutto, nella Creazione. Qualcuno, non sappiamo dove, fece una scelta: ne nacque il continuo morire, la continua disperazione. (pp. 134-135)
  • Comincerà fra giorni, nel verde, nella luce, quella [strage] di milioni di piccoli agnelli. Strappati ai loro giochi, penderanno aperti e muti ai ganci delle macellerie. E perché? E come? In nome di quale risveglio dello spirito? E si prepara, in una patria vicina, famosa per la sua obbedienza alla legge, il tormento del toro. Coinciderà con la stagione degli amori, della gioia, della luce. E perché? In nome di chi? Non è, anche il toro, una luce? Non è fertilità, creazione? (p. 136)
  • Io non arrivo a dire che si possa convivere con l'orango. So tuttavia, con certezza, una cosa: che l'orango non arriva a bruciare i boschi, a ridurre l'uomo e l'altro in allevamenti, a pensare per lui – alla fine – mezzi che lo distruggano totalmente, in un attimo (o tra sofferenze senza scampo) solo lasciando intatti i suoi averi. No, l'orango – che non scrive libri e non li legge – non arriva a questo. (p. 140)
  • Il toro, in Spagna e in altri paesi caldi e cattolici, muore credo ogni giorno d'estate, straziato dalle banderillas di fuoco e alla fine soffocato dal proprio sangue. (p. 146)
  • E gli animali sono veramente gli «ultimi», vengono perfino dopo i poveri, che almeno, qualche volta, possono reagire. (p. 153)
  • La sperimentazione che riduce una bestia simile a Cristo sulla croce, però senza il grido finale. (p. 156)
  • Vivisezione [...] è un'esperienza scientifica (e può anche non essere scientifica, ma di semplice curiosità) fatta sezionando animali vivi, con l'aiuto o no di anestetici. [...] Questa esperienza, per qualche medico dell'antichità, era consentita su soggetti umani, su condannati a morte, per esempio: si interveniva su di essi tranquillamente e senza preoccuparsi, dati i tempi – e anche l'infanzia della medicina –, di ciò che essi potevano o no sopportare. Scomparsa, credo, dalla pratica medica, rispetto al soggetto uomo, la vivisezione è ricomparsa – o forse è stata sempre, e con pieni poteri – rispetto al soggetto animale. [...] Ogni giorno [...] per gli animali sottoposti al controllo e dominio scientifico, è un giorno di paura o di strazio, spesso spaventoso strazio, che bisogna sopportare senza grido, anche il grido dà fastidio, il grido attraverso cui il dolore esce a fiotti. (pp. 160-161)
  • Gli orrori della vivisezione sono tali, che solo il silenzio intorno ad essi può renderli possibili: oppure questa convenzione: che gli animali soffrono meno dell'uomo, o non soffrono affatto. Ma i medici scrupolosi, quando interrogati, abbassano la testa: altri non rispondono, o si limitano a dire che «è necessario». (p. 161)
  • Regola morale inconscia è avere una stagione per gli amori, una per la maternità – mai rifiutata – e quindi il senso solenne della maternità, come si trova in tutti gli animali. Regola morale è il rispetto del cucciolo. (p. 163)
  • Nel mondo animale – fanno eccezione alcuni insetti, ma solo alcuni insetti – solo l'uomo, inoltre, pratica l'allevamento – in segregazione – di altre specie, e conosce l'uso indiscriminato di queste specie, ed applica su di esse, secondo quanto gli è utile, ora la morte, ora la tortura. (p. 163)
  • Essa [la vivisezione], qualunque sia il luogo o la causa per cui viene praticata, viola la legge morale in modo assoluto. Essa parte infatti dal principio che solo la specie umana ha diritto alla integrità e la vita, perché superiore: tutte le altre non hanno alcun diritto né all'integrità né alla vita né alla fuga dal dolore. (pp. 176-177)
  • Anche la sperimentazione farmaceutica è un inferno solitario, diretta da aguzzini che non sanno di essere tali. Ho visto agonizzare tutta una notte, e morire, una di queste creature meravigliose, avvelenata da una «cura». Ricordo che durante quella notte, a un tratto, sentii piangere un bambino. Nella stanza non c'era nessuno. Era questa bestia innocente che aveva gridato con voce da bambino. Perché era un bambino – era un cucciolo – e come un bambino pativa e invocava un aiuto che non poteva esserci più. (p. 179)
  • Insegnerei poi nelle scuole cos'è veramente (nei suoi lati immondi) il celeste impero umano, e com'è notturna ma sacra, dolorosa ma spesso così dolce, l'oscura e umile nazione degli animali. (p. 187)
  • Il cervo [...] divenne per me una immagine misteriosa della natura stessa, ardita e vitale, innocente e già salva nel pensiero di Dio [...]. (p. 196)
  • [...] colmo dei colmi – dopo l'atrocità degli allevamenti – raggiunto dall'uomo: la vivisezione. [...] Guardate queste fotografie, lettrici e lettori, e dite se prima di tutte le vostre sofferenze non venga questa sofferenza. [...] Prima questo! Prima salvare questo! Prima ridare il respiro ai figli della natura – i nostri fratelli maggiori –, toglierli dalla croce su cui l'uomo li ha innalzati. Solo dopo verranno i nostri interessi. Perché – se noi lasciamo sulla croce queste creature – significa che siamo morti, anzi, già puzziamo. [...] Si dice «carogna» del corpo morto dell'animale. E come si chiamerà l'Anima dell'uomo giunta a salvare il proprio corpo attraverso tante infamie? (pp. 202-203)
  • Ma il dolore degli animali è ormai il primo dei miei pensieri, e giudico perfino il «genio» da quel rapporto: se c'è o non c'è, con l'indignazione. Non è che non abbia altri due o tre pensieri-base (compagni di ogni ora – compagni di tutti), ma mi sembra che all'inizio di ogni affanno o terrore bisognerebbe ricercare il peccato, ch'è l'assenza di innocenza, ma soprattutto di pietà per i più deboli. (p. 210)

Citazioni su Anna Maria Ortese[modifica]

  • Nella polemica fra natura e cultura la Ortese ci dà in regalo questo essere mostruoso, mezzo umano e mezzo animale, che sa soffrire e piangere come in un'infanzia smarrita la certezza di un bene inarrivabile anche se qualcuno pensasse di attribuirsi il Male. (Dario Bellezza)

Note[modifica]

  1. Citato su Panorama, 7 luglio 2002.
  2. Da L'Infanta sepolta, p. 117.
  3. Libertà; citato nella postfazione di Angela Borghesi a Le piccole persone, p. 265.
  4. Da Alonso e i visionari, p. 246.
  5. Citato su Il Giornale, 12 gennaio 1997; citato in Giulia Borgese, Cara Ortese, Priebke non è un povero lupo ferito, Corriere della Sera, 13 gennaio 1997, p. 27.
  6. Da Il cardillo addolorato.
  7. Da un'intervista del 1977, ora in Corpo Celeste, Adelphi, 1997.

Bibliografia[modifica]

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