Emilio Gentile

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Emilio Gentile al Festival dell'Economia di Trento (2014)

Emilio Gentile (1946 – vivente), storico italiano.

Citazioni di Emilio Gentile[modifica]

  • Che all'origine della esclusione del fascismo dalla categoria del totalitarismo, vi sia sostanzialmente una carenza di conoscenza della realtà storica, lo dimostra il caso di Hannah Arendt. Nel suo libro sulle origini del totalitarismo, pubblicato nel 1951, essa affermava perentoriamente che fino al 1938, il fascismo non fu totalitario ma fu soltanto una ordinaria dittatura nazionalista sorta dalla crisi di una democrazia di partiti. [...] In realtà, il giudizio di Arendt si basava su una scarsa conoscenza di quello che il fascismo era stato, come dimostra la mancanza di dati storici concreti nella sua riflessione sul fascismo e la totale assenza di riferimenti bibliografici alle opere storiche sul fascismo e sul totalitarismo fascista, allora disponibili, anche in lingua inglese, come per esempio gli scritti di Luigi Sturzo. (da Fascismo, storia e interpretazione, Laterza, 2002, p. 64)
  • [su Renzo De Felice] La passione per la storia dominò quasi completamente la sua esistenza. Era una passione autentica, così radicale nella sua autonomia di ispirazione, da far suonare semplicemente ridicole le voci di chi, proiettando in altri le proprie propensioni a servirsi del mestiere dello storico per fare propaganda, ha fatto dipendere l'origine e lo scopo delle sue ricerche sul fascismo da motivazioni politiche e ideologiche contingenti e da subdoli propositi di riabilitare il fascismo e denigrare l'antifascismo. (Luigi Goglia, Renato Moro, Fiorenza Fiorentino, Renzo De Felice. Studi e testimonianze, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2002, ISBN 88-87114-81-1, pp. 13-14)

Da " Attenti a dire che ritorna il fascismo"

intervista di Simonetta Fiori, la Repubblica, 16 aprile 2019, pp. 32-33.

  • Il fascismo nega per principio qualsiasi forma di democrazia come espressione dell’autogoverno popolare, mentre i populisti fanno della sovranità popolare un principio talmente dogmatico da spingersi verso una democrazia diretta.
  • Il duce evocava un popolo guerriero totalmente dedito allo Stato e pronto a sacrificarsi alla sua potenza. I populisti al contrario celebrano la gente comune a cui promettono tranquillità, sicurezza, benessere. Stuzzicano i loro interessi egoistici invece di alimentare un presunto altruismo totalitario».
  • Per fotografare l’esistente basta andarsi a leggere Alexis de Tocqueville: la peggiore forma di tirannia è la democrazia che impone il principio della maggioranza senza più tutelare le minoranze. Questo però non è fascismo. Siamo in presenza di movimenti xenofobi e razzisti, ma il fascismo è un’altra cosa.

L'Italia giolittiana[modifica]

  • [...] per la sua reputazione di liberale e la sua formazione militare, Pelloux poteva apparire come l'uomo più adatto a ristabilire l'ordine nel paese senza offendere i principi liberali, promuovendo la smobilitazione dello stato d'assedio nel quale la classe dirigente si era trincerata. Nonostante le intenzioni, nei fatti la sua politica fu rivolta soltanto all'attuazione del primo proposito, cioè la restaurazione dell'ordine. (cap. I, p. 10)
  • [Giuseppe Saracco] [...] vecchio parlamentare piemontese, molto legato da vincoli di tradizionale fedeltà alla monarchia sabauda. Non era uomo politico di grandi idee, aveva modesta personalità, e per questo pareva adatto a presiedere quello che doveva essere evidentemente un governo di transizione[1] [...]. (cap. I, p. 17)
  • Uomo di severe qualità morali e di grande dottrina sociale e politica, Sonnino seppe rinnovare il suo pensiero adeguandosi al mutamento della situazione politica dopo il fallimento dei tentativi autoritari, ai quali egli aveva dato il suo appoggio nella convinzione che fosse la via più adatta per restaurare l'autorità dello Stato e salvare la monarchia dall'assalto dei «rossi» e dei «neri». (cap. I, p. 23)
  • Olivetti, come si opponeva all'idea che il diritto di sciopero fosse assoluto, così negava agli industriali un diritto illimitato a chiudere le fabbriche. Egli pensava che i diritti individuali riconosciuti dalle leggi dello Stato formassero un sistema organico e si limitassero a vicenda, nel senso che nessuno poteva arrogarsi il diritto di tenere una condotta tale da minacciare l'integrità della compagine sociale. (cap. III, p. 75)
  • [Enrico Ferri] Contro il riformismo, egli si ergeva a rappresentante e fautore del più assoluto intransigentismo, senza però sostenere l'intransigenza con una salda concezione politica. Per il fascino personale e per la suggestione del suo rivoluzionarismo oratorio, Ferri riuscì tuttavia a conseguire notevoli successi personali nel partito, come l'uomo più rappresentativo della sinistra intransigente, ma anche disponibile, come si vide in seguito, a conversioni di rotta e a mediazioni di potere. (cap. IV, p. 88)
  • Lo sciopero generale [del 1904] sconvolse e paralizzò il paese, giungendo del tutto imprevisto per intensità ed estensione, suscitando grandi paure nella borghesia e altrettanto grandi aspettative e speranze nel proletariato. Ma Giolitti conservò un atteggiamento calmo e sicuro, attendendo l'esaurimento dell'agitazione, convinto com'era che essa non aveva sufficienti motivi per durare a lungo[2]. (cap. IV, p. 100)
  • Su «Cultura sociale» del 16 agosto 1902, Murri accusò Paganuzzi di essere il vero responsabile, per la sua pervicace intransigenza, dei dissidi che minacciavano l'unità del mondo cattolico e della crisi dell'Opera [dei Congressi]: per la sua ottusa convinzione di essere l'unico baluardo dell'ortodossia e dell'Italia cattolica, Paganuzzi era il vero nemico dell'unità dei cattolici. (cap. V, p. 111)
  • Il Grosoli era persona ben accetta ai democratici cristiani, anche se non condivideva le loro idee perché era più favorevole, come Meda, ad un intervento dei cattolici nella vita politica in funzione conservatrice e su basi moderate. Disposto a concedere maggior soddisfazione alle esigenze ed alle richieste dei giovani, senza venir meno all'obbedienza delle direttive del Vaticano, Grosoli tentò di ricomporre la concordia tra i cattolici e salvare l'organizzazione dell'Opera [dei Congressi]. (cap. V, p. 112)
  • Lasciando il governo, Giolitti indicò al re come suo successore il deputato forlivese Alessandro Fortis. Fortis era un ex deputato garibaldino che si era convertito alla monarchia, aveva fatto le sue prime esperienze di governo sotto Crispi, come sottosegretario all'Interno, era stato ministro dell'agricoltura con Pelloux nel suo primo gabinetto, e, infine, aveva concluso la sua trasformazione parlamentare come amico personale e fedele sostenitore di Giolitti. (cap. VI, p. 123)
  • Personalità brillante ma priva di originalità, intelligente ma poco costante nell'impegno, legato al mondo degli affari e della finanza per la sua professione di avvocato, Fortis era politicamente un tipico rappresentante della maggioranza neotrasformista di Giolitti. (cap. VI, p. 123)
  • L'avvento di Giolitti al potere non modificò la sostanza della politica estera iniziata da Visconti Venosta e continuata da Prinetti. Uomo di politica interna, Giolitti ebbe sempre chiaro il disegno di una politica di equilibrio, cercando di mantenere distinte la politica interna e quella estera, con una pacifica ricerca di collaborazione con tutte le potenze europee, senza progetti immediati di alterazione dello status quo e delle tradizionali relazioni ufficiali. (cap. VIII, p. 178)
  • [...] alla fine della sua lunga egemonia nella vita politica ed amministrativa, Giolitti non era riuscito a risolvere i principali problemi da lui stesso indicati come fondamentali per lo sviluppo del paese e della democrazia: la conquista del consenso delle classi popolari e la conversione dei cattolici e dei socialisti allo Stato liberale per il consolidamento delle istituzioni. (cap. IX, p. 231)
  • Giolitti aveva cercato di conservare lo Stato risorgimentale con l'apertura verso gli «esclusi» – socialisti e cattolici –, ed una politica favorevole all'integrazione delle masse, con la concessione di miglioramenti economici. Alla fine del periodo che da lui prende il nome, lo Stato appariva più screditato, più instabile, con un bilancio in grave passivo e una burocrazia pletorica, irrequieta e inefficiente. (cap. IX, p. 231)

Note[modifica]

  1. Tra il ministero di Luigi Pelloux e quello di Giuseppe Zanardelli.
  2. Lo sciopero, indetto il 15 settembre, si protrasse sino al 20 dello stesso mese.

Bibliografia[modifica]

  • Emilio Gentile, L'Italia giolittiana, Società editrice il Mulino, Bologna, 1991. ISBN 88-15-026696-7

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