Irene Bignardi

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Irene Bignardi (1943 – vivente), critica cinematografica italiana.

Citazioni di Irene Bignardi[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Sono un'ammiratrice di Joe Dante. Ma, per una volta, diamo a Cesare quel che è di Cesare. E cioè diamo a Martyn Burke, lo sceneggiatore di La seconda guerra civile americana (che dai titoli di testa risulta "un film di Joe Dante"), il merito di avere scritto uno dei copioni più intelligenti, densi, puntuali, divertenti di questi anni. E di aver quindi contribuito in maniera determinante a costruire un film che - nonostante una certa povertà di produzione e una regia un po' incolore, da attribuire probabimente all'origine televisiva - riesce a conciliare le ragioni dell'intrattenimento con quelle del rispetto per il pubblico. Diamo anche a Joe Dante il merito di aver fatto il salto verso un cinema da adulti senza tradire il suo istinto popolare per un divertimento semplice e diretto. Anche se parlare di "divertimento" e di "adulti" può sembrare contraddittorio con quello che si vede sullo schermo: una schiera di umani che si comportano in maniera scriteriata - ma tragicamente verosimile.[1]
  • La seconda guerra civile americana è stato giustamente definito un film all'incrocio tra Stranamore e Quinto potere. Altro che "give me your tired, your poor", altro che datemi i vostri poveri, come recitano i versi di Anna Lazarus incisi sulla statua della libertà. Altro che "melting pot". Altro che "patria di schiavi fuggiaschi". Gli Stati Uniti del prossimo futuro - imprecisato ma vicino - del film di Dante stanno esplodendo.[1]
  • Non c'è una morale, nella satira feroce di La seconda guerra civile americana, ma un avvertimento, una messa in allerta. Non si possono lasciare andare le cose a se stesse, il melting pot va organizzato, i media hanno responsabilità immense.
    E si esce dal film con l'inquietante sensazione di esserci divertiti davanti ai nostri guai venturi.[1]
  • [Su Matrix] [...] abile frullato misto di Bibbia e yoga, metafisica e matematica, kung fu e Sergio Leone, buddhismo e arti marziali, alta tecnologia e messaggi messianici, velo di Maya e Alice nel paese delle meraviglie, e chi più ne trova più ne metta.[2]
  • [Su Matrix] Nei quindici anni che separano la fantascienza di Matryx [sic] da quella di Blade Runner l'elemento umano, a dispetto di quanto dichiarano i due brillanti fratelli Wachowski, si è perso nella confusione narrativa (provate, per piacere, a riraccontare la trama del film e gli andirivieni tra le due realtà) e nelle trovate tecniche. Ancora più lontano è il ricordo del gruppo di resistenti di Fahrenheit 451. Forse i Wachowski pensano di aver fatto un film sulla ricerca di un nuovo umanesimo, ma dovrebbero sapere che il mezzo è il messaggio: e Matryx [sic] è invece il trionfo di quella cultura cyber di cui denuncia l'oppressione.[2]
  • Dancer in the Dark è, si potrebbe azzardare, Rosetta in musical, con la dolcezza al posto della rabbia: un film di tale invenzione, forza, stile, da far perdonare al regista le campane finali di Le onde del destino e l'insopportabile Idioti. E al contrario di quest'ultimo è un film pieno di autentica pietà, laicamente religioso, onesto.[3]
  • [su Dancer in the Dark] [...] mai si è visto, in una storia del genere, un dolore così autentico, un realismo così scandaloso e poco scandalistico.[3]
  • [Su Alessandro Blasetti] È stato un cineasta totale, capace di ogni avventura e ogni esperimento, dal realismo alla fantasia, un anticipatore e precursore del cinema di poi, un organizzatore, un cineasta aperto alle idee altrui, un grande che sapeva incoraggiare gli esordienti e scoprirne il talento, un intellettuale capace di essere popolare, un narratore che metteva tutto il peso della sua bravura nell'impegno a non deludere il pubblico.[4]
  • Love Story divenne un classico della lacrima e portò in giro per il mondo una celebre battuta che, confesso, non ho mai capita bene, ma che viene sempre citata come un esempio di etica amorosa: "L'amore è non dover mai dire mi dispiace". Lo dice lei, la bruna e bella Jennifer Cavalleri, studentessa di musica alla prestigiosa Università di Radcliffe, di origine italiana ma una volta tanto non stereotipata, brillante, pugnace, diretta, spiritosa, intelligente, orgogliosa delle sue origini per quanto modeste.[5]
  • La grandezza di Philip Roth sta nella sua abilità a tessere attorno a una piccola, a volte miseranda fantasia di sesso, quasi una Madeleine dei sensi (una fellatio improvvisa, una carezza osée) il tessuto fitto di un’epoca, le trame della Storia. E’ questa commistione che ci ha spinto a continuare a leggerlo, dimenticando le sue piccole e grandi ingenuità, le sue fissazioni e le sue brutalità, la franchezza a tratti imbarazzante e le menzogne da cretese. E’ la sua scrittura: rapinosa e semplice, colta e quotidiana, spiritosa e sapiente, letteraria e diretta. Quella di uno dei grandi scrittori del secolo. Che  piaccia o non piaccia ai giudici di Stoccolma.[6]

Note[modifica]

  1. a b c Da Gli Stati Uniti? La nuova Babilonia, La repubblica, 6 dicembre 1997.
  2. a b Da Frullato misto cyber-action, la Repubblica, 8 maggio 1999.
  3. a b Da Bjork, elfo lappone umiliato e offeso, Repubblica.it, Cannes, 18 maggio 2000
  4. Da Blasetti, l'uomo dagli stivali che folgorò il giovane Fellini, la Repubblica, 4 luglio 2000.
  5. Da La vera storia nascosta dietro "Love Story", Rep.repubblica.it, 25 marzo 2018.
  6. Da Roth: libertino tra i libertini, erudito tra gli eruditi, Rep.repubblica.it, 23 maggio 2018.

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