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Jules Verne

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Jules Verne ritratto da Nadar

Jules Verne (1828 – 1905), scrittore francese.

Citazioni di Jules Verne

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  • Credo che i gatti siano spiriti venuti sulla terra. Un gatto, ne sono convinto, può camminare su una nuvola.[1]
  • Guarda a tutt'occhi, guarda.[2]
  • Meno comodità si hanno e meno bisogni si hanno, meno bisogni si hanno e più si è felici.[3]
  • Nel lontano futuro i sottomarini potrebbero causare un completo stallo della battaglia, perché le flotte diverranno inutili; e poiché anche gli altri armamenti continuano a migliorare, la guerra diverrà impossibile.
In the distant future the submarine may be the cause of bringing battle to a stoppage altogether, for fleets will become useless, and as other war material continues to improve, war will become impossible.[4]

Cinque settimane in pallone

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Eravi una grande affluenza di uditori, il 14 gennaio 1862, alla seduta della Società Reale Geografica di Londra, Waterloo place, 3. Il presidente, sir Francis M..., faceva a' suoi onorevoli colleghi un'importante comunicazione in un discorso, frequentemente interrotto dagli applausi.

Citazioni

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  • Non sono io che seguo la via, ma è la mia via che mi segue. (Fergusson: cap. I, p. 16)
  • [...] l'amicizia non potrebbe esistere fra due esseri perfettamente identici. (cap. III, p. 20)
  • Gli ostacoli [...] furono inventati per esser vinti; quanto ai pericoli, chi può vantarsi di fuggirli? Tutto è pericolo nella vita; può essere pericolosissimo il sedersi dinanzi ad una tavola o il porsi il cappello in testa; bisogna peraltro considerare quello che deve succedere come se fosse già succeduto, e non vedere che il presente nell'avvenire, poiché l'avvenire non è che un presente un po' più lontano. (Fergusson: cap. III, p. 25)
  • Con esso [un pallone aerostatico], tutto è possibile; senza di lui, ricado nei pericoli e negli ostacoli naturali di simile spedizione [in Africa]. Con esso, né il caldo, né i torrenti, né le tempeste, né i simun, né i climi insalubri, né gli animali selvaggi, né gli uomini sono a temersi! Se ho troppo caldo, salgo, se ho freddo, discendo; una montagna, la sorpasso; un precipizio, lo valico; un fiume lo attraverso; una bufera, la domino; un torrente, lo rasento come un uccello! Cammino senza fatica, mi fermo senz'aver bisogno di riposo! Sovrasto alle nuove città! Volo colla rapidità dell'uragano, ora sulla vetta più alta delle nubi, ora a cento piedi dal suolo, e la carta africana si svolge sotto i miei occhi nel grande atlante del mondo! (Fergusson: cap. III, p. 26)

Dalla Terra alla Luna

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Francesco De Rosa

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Durante la guerra di Secessione, a Baltimora, in pieno Maryland, nacque un club nuovo e molto influente. È noto con quanta energia, nel corso del conflitto, il popolo americano, popolo di armatori, di commercianti e di meccanici, mise in opera il suo istinto militare. Vi furono semplici negozianti che scavalcarono i loro banconi per improvvisarsi capitani, colonnelli e generali, senza aver frequentato la scuola di applicazione di West Point.[5] Essi ben presto uguagliarono nell'«arte della guerra» i loro colleghi del vecchio continente e, come questi, a forza di prodigare proiettili, milioni e uomini, conquistarono le loro vittorie.

Alberto Büchi

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Durante la guerra di Secessione americana fu istituito nella città di Baltimora, nel cuore del Maryland, un nuovo circolo grandemente influente. È risaputo quanto l'istinto militare fosse forte presso quel popolo di armatori, di mercanti e di meccanici. Umili bottegai abbandonarono i loro sgabelli per improvvisarsi capitani, colonnelli, generali, pur senza aver mai frequentato i corsi di West Point, diventando ben presto ugualmente abili nell'"arte della guerra" dei colleghi del vecchio continente, e al pari di questi ottenendo vittorie a forza di sperperare munizioni, milioni e uomini.

Citazioni

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  • L'astro della notte era occhieggiato come una lady della scelta società. Gli Americani già lo trattavano con libertà da proprietarî. Pareva che la bionda Febe appartenesse ai nostri audaci conquistatori, e già facesse parte del territorio dell'Unione. Eppure non si trattava ancora che di mandarle un proiettile, modo abbastanza brutale per istringere amicizia anche con un satellite, ma molto in uso nelle nazioni incivilite. (cap. III; 1872, pp. 24-25)
  • L'astro delle notti, per la sua vicinanza relativa e lo spettacolo rapidamente rinnovato delle sue fasi diverse, a bella prima ha diviso col Sole l'attenzione degli abitanti della Terra; ma il Sole stanca lo sguardo e gli splendori della sua luce obbligano i contemplatori a chinare gli occhi.
    La bionda Febe, all'incontro più umana, si compiace di lasciarsi vedere nella sua grazia modesta; ell'è dolce all'occhio, poco ambiziosa; però si permette talvolta di eclissare il fratello, il radiante Apollo, senza mai essere eclissata da lui. (cap. V; 1872, p. 39)
  • [...] la classe superstiziosa degli ignoranti: costoro non si contentano d'ignorare ciò che è; essi sanno ciò che non è [...]. (cap. VI; 1872, p. 51)
  • Il proiettile è per me la più sfolgorante manifestazione della potenza umana ed è in esso che questa si riassume nella sua completezza. È nel costruirlo che l'uomo si è maggiormente avvicinato al Creatore! [...] Se infatti Iddio ha creato le stelle e i pianeti [...] l'uomo ha creato il proiettile, pietra di paragone delle velocità terrestri, modello in scala ridotta degli astri erranti nello spazio, i quali in sostanza non sono che proiettili! A Dio la velocità dell'elettricità, la velocità della luce, la velocità delle stelle, la velocità delle comete, la velocità dei pianeti, dei satelliti, del suono, del vento! A noi la velocità del proiettile, cento volte superiore a quella dei treni e dei cavalli più rapidi! (Maston: cap. VII; 2022, pp. 43-44)
  • Saprete sicuramente che un illustre chimico francese, Henry Sainte-Claire-Deville, è riuscito, nel 1854, a ottenere l'alluminio in massa compatta. Ora, questo prezioso metallo ha la bianchezza dell'argento, l'inalterabilità dell'oro, la tenacità del ferro, la fusibilità del rame, la leggerezza del vetro. Lo si lavora facilmente ed è abbondante in natura in quanto costituisce la base di moltissime rocce. Inoltre, è tre volte più leggero del ferro e sembra essere stato creato apposta per fornirci la materia del nostro proiettile. (Barbicane: cap. VII; 2022, pp. 49-50)
  • «E non riesco davvero a capire perché lei mi accusi di esagerazione».
    «Perché va sempre oltre nelle cose».
    «Allora sappia, signor mio», rispose Maston assumendo il suo tono di maggior arroganza, «sappia che un artigliere è come un proiettile: non può mai andare troppo lontano!» (cap VIII; 2022, p. 54)
  • Proiettile e piastra lottarono con un accanimento senza eguali, il primo ingrandendosi, la seconda ispessendosi in proporzione costante. Le navi, armate di pezzi formidabili, si difendevano dal fuoco mettendosi al riparo dietro a invulnerabili corazze. La Merrimac, la Monitor, la Ram Tenesse, la Wechausen lanciavano proiettili enormi, dopo essersi corazzate contro quelli degli altri. Facevano insomma ad altri ciò che non volevano fosse fatto a loro; principio immorale, sul quale poggia tutta l'arte della guerra. (cap. X; 2022, p. 66)
  • Tra le altre manie, si proclamava "ignorante sublime" come Shakespeare e professava il più gran disprezzo per gli scienziati: "gente", diceva, "che si limita a segnare i punti quando noi giochiamo la partita". (cap. XVIII; 2022, p. 118)
  • In breve, il suo motto era: «Ad ogni costo!», e l'amore dell'impossibile, per usare la bella espressione di Pope, era la sua ruling passion. (cap. XVIII; 2022, p. 118)
  • Il proiettile è il veicolo del futuro e, se vogliamo, i pianeti altro non sono che proiettili, semplici palle di cannone lanciate dalla mano del Creatore. (Michel Ardan: cap. XIX; 2022, p. 123)
  • Miei cari ascoltatori, se ascoltassimo certi cervelli limitati (mai aggettivo è stato più adatto), l'umanità sarebbe rinchiusa in un cerchio di Popilio che mai essa riuscirebbe a superare, essendo condannata a vegetare su questo globo senza alcuna speranza di slanciarsi un giorno negli spazi planetari! Sciocchezze! Si andrà sulla Luna e poi sui pianeti e sulle stelle come oggi si va da Liverpool a New York, facilmente, rapidamente e in modo sicuro. L'oceano atmosferico sarà tra breve attraversato come gli oceani terrestri. La distanza non è che un concetto relativo e finirà per essere ridotta a zero. (Michel Ardan: cap. XIX; 2022, p. 124)
  • Sapete come la penso io riguardo al mondo che comincia all'astro radioso e finisce a Nettuno? Volete conoscere la mia teoria? È semplicissima. Per me il mondo solare è un corpo solido, omogeneo; i pianeti che lo compongono si accalcano, si toccano, aderiscono, e lo spazio fra essi esistente altro non è che lo spazio che separa le molecole del metallo più compatto, argento o ferro, oro o platino! (Michel Ardan: cap. XIX; 1872, p. 165)
  • [...] chi non sospetta il pericolo è sempre coraggioso. (Michel Ardan: cap. XX; 2022, p. 132)
  • [...] il sistema orografico di questo grande paese [gli Stati Uniti] si riduce a due catene di media altezza, tra le quali scorre il superbo Mississippi, che gli americani chiamerebbero "il re dei fiumi", se ammettessero una regalità qualsiasi. (cap. XXIV; 2022, p. 166)

«Non appena le circostanze lo permetteranno» non si stancava di ripetere, «ci metteremo in comunicazione con loro. Noi avremo loro notizie e loro le nostre. Io li conosco bene: sono uomini ingegnosi e con loro hanno portato nello spazio tutte le risorse dell’arte, della scienza e dell’industria, con le quali si può fare ciò che si vuole. Già, vedrete che se la caveranno!»

Il dottor Oss

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E. Menti

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Se voi cercate su una carta della Fiandra, antica o moderna, la piccola città di Quiquendone, è probabile che non ve la troviate. Quiquendone è dunque una città scomparsa? No. Una città di là da venire? Tanto meno. Essa esiste a dispetto dei geografi, e ciò da otto o novecento anni. Annovera ormai duemilanovecentonovantatré anime, ammettendo un'anima per ogni abitante. È posta a tredici chilometri e mezzo a nord-ovest d'Audenarde, e a quindici chilometri e un quarto a sud-est di Bruges, in piena Fiandra.

[Jules Verne, Il dottor Oss, in Racconti di ieri e di domani, op. cit.]

Maurizio Ferrara

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Se cercate su una carta delle Fiandre, antica o moderna, la cittadina di Quiquendone, è probabile che non la troverete. Quiquendone è forse una città scomparsa? No. Una città del futuro? Nemmeno. Esiste a dispetto dei geografi, da ottocento o novecento anni. E anzi conta duemilatrecentonovantatré anime, se vogliamo ammettere un'anima per ogni abitante. È situata a tredici chilometri e mezzo a nord-ovest di Audenarde e a quindici chilometri e un quarto a sud-est di Bruges, nel cuore delle Fiandre. (p. 11)

[Jules Verne, Una fantasia del dottor Ox, op. cit.]

Citazioni

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  • Insomma, i quiquendoniani non hanno bisogno di nessuno. I loro desideri sono limitati, la loro esistenza è modesta; sono calmi, misurati, freddi, flemmatici, in una parola "fiamminghi", come se ne incontrano a volte tra la Schelda e il Mare del Nord. (2011, p. 13)
  • L'uomo che muore senza aver mai deciso nulla nella vita si è avvicinato alla conquista della perfezione in questo mondo! (Van Tricasse: 2011, p. 16)
  • Seguendo il corso normale delle cose, le epidemie sono speciali. Quelle che colpiscono l'uomo risparmiano gli animali, quelle che colpiscono gli animali risparmiano i vegetali. Non si è mai visto un cavallo assalito dal vaiolo, né un uomo dalla peste bovina. Le pecore non contraggono la malattia delle patate. (2011, p. 63)

Per riassumere e concludere, la virtù, il coraggio, il talento, l'intelletto, l'immaginazione, tutte queste qualità o facoltà sono forse una questione di ossigeno?
Questa è la teoria del dottor Ox, ma abbiamo il diritto di non accettarla, nonostante il fantasioso esperimento di cui divenne teatro l'onorabile città di Quiquendone. (2011, pp. 93-94)

Il giro del mondo in 80 giorni

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Maria Vittoria Malvano

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Nell'anno 1872 la casa numero sette di Saville Row, Bullington Gardens (la casa in cui morì Sheridan nel 1816), era abitata da Phileas Fogg, Esq., che sebbene sembrasse aver giurato di non far nulla che potesse dar nell'occhio, era uno dei più eccentrici e più noti soci del Reform Club di Londra.

[Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni, traduzione di Maria Vittoria Malvano, Einaudi, 1994]

G. Di Belsito

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Nell'anno 1872, la casa segnata con il numero 7 di Saville Row, Burlington Gardens – nella quale morì Sheridan nel 1814 – era abitata da Phileas Fogg, esq. uno dei membri più originali e più in vista del Reform Club di Londra, nonostante il suo apparente proposito di non far nulla che potesse attirare l'attenzione altrui.

[Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni, traduzione di G. Di Belsito, Mursia, 1970]

Citazioni

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  • Un minimo bene impiegato, basta a tutto... (Phileas Fogg: cap. III, 1970)
  • Un buon inglese non scherza mai, quando si tratta di una cosa seria come una scommessa [...]. (Phileas Fogg: cap. III, 1970)
  • I passaporti non servono mai ad altro che ad imbarazzare le persone oneste e a favorire la fuga dei birbanti. (Fix: cap. VII, 1970)
  • Un forte fumatore può giungere fino a otto pipe al giorno: ma muore in cinque anni. (cap. XIX, 1970)

Così, dunque, Phileas Fogg aveva vinto la scommessa. Aveva compiuto in ottanta giorni quel viaggio intorno al mondo! Aveva impiegato tutti i mezzi di trasporto: piroscafi, ferrovie, carrozze, yachts, navi mercantili, slitte, elefanti. L'eccentrico gentleman aveva dimostrato in quell'avventura le sue meravigliose doti di calma e di esattezza. Ma poi? Che cosa aveva guadagnato? Che cosa gli aveva reso quel viaggio?
Nulla, si dirà. Nulla, sia pure, tranne una moglie affascinante, la quale – per quanto inverosimile ciò possa apparire – lo rese il più felice degli uomini.
E, in verità, non si farebbe, anche per meno di questo, il «Giro del Mondo»?

[Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni, traduzione di G. Di Belsito, Mursia, 1970]

Intorno alla Luna

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Francesco De Rosa

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Nell'anno 186..., tutto il mondo rimase eccezionalmente emozionato per un tentativo scientifico che non aveva precedenti negli annali della scienza. I soci del Gun-Club, un circolo di artiglieri sorto a Baltimora dopo la Guerra d'America, avevano avuto l'idea di mettersi in comunicazione con la Luna, sì, con la Luna, spedendole un proiettile. Barbicane, il loro presidente, il promotore dell'impresa, consultò in proposito gli astronomi dell'Osservatorio di Cambridge, e prese tutte le misure necessarie a garantire il successo dell'impresa straordinaria, che era stata dichiarata realizzabile dalla maggior parte degli esperti in materia. Poi aprì una pubblica sottoscrizione che fruttò circa trenta milioni di franchi e iniziò immediatamente i giganteschi lavori.

Alberto Büchi

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Durante dell'anno 186... il mondo fu profondamente scosso da un esperimento scientifico che non aveva precedenti nella storia della scienza. I soci del Gun Club, un circolo di artiglieri fondato a Baltimora dopo la guerra di Secessione americana, avevano avuto l'idea di mettersi in contatto con la Luna (già, proprio con la Luna), inviandole un proiettile. Il loro presidente Barbicane, ideatore dell'impresa, dopo essersi confrontato con gli astronomi dell'osservatorio di Cambridge, pensò a tutto ciò che era necessario per assicurare un risultato positivo allo straordinario tentativo, dichiarato possibile dalla grande maggioranza dei competenti. Ottenne persino, tramite una sottoscrizione pubblica, la cospicua somma di quasi trenta milioni di franchi, che gli permise di dare inizio ai colossali lavori.

Citazioni

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  • Mentre i viaggiatori cercavano di penetrare le fitte tenebre spaziali, si aprì sotto i loro occhi un fascio sfolgorante di stelle cadenti. Centinaia di asteroidi, infiammati dal contatto con l'atmosfera, solcavano l'ombra di scie luminose, rigando con i loro fuochi la parte cinerea del disco. In quel momento la Terra si trovava nel suo perielio, e il mese di dicembre è talmente propizio all'apparizione delle stelle cadenti, che parecchi astronomi ne hanno contate sino a ottantamila l'ora. Michele Ardan, però, disdegnando i ragionamenti scientifici, preferì credere che la Terra salutasse con meravigliosi fuochi d'artificio la partenza di quei suoi tre figli. (cap. II; 2022, p. 29)
  • «Ebbene, mio vecchio Barbicane», rispose Michel, «a costo di farmi tagliare la testa incominciando dai piedi, mai e poi mai io sarei riuscito a risolvere un problema così complesso».
    «Perchè ignori l'algebra», rispose tranquillamente Barbicane.
    «Ah! Qui vi volevo, voialtri mangiatori di x! Quando avete detto "algebra", credete di avere detto tutto».
    «Michel», rispose Barbicane, «ritieni che sia possibile fucinare senza martello o arare senza aratro?»
    «Certamente, no».
    «Ebbene, l'algebra è un attrezzo, esattamente come l'aratro o il martello, e un attrezzo assai utile, per chi sa usarlo». (cap. IV; 2022, p. 43)
  • «Il fatto è», osservò Nicholl, «che buoi, vacche, tori e ruminanti in genere ci sarebbero stati utilissimi sul continente lunare, purtroppo, però, questo vagone non poteva diventare né una scuderia né una stalla».
    «Se non altro, però, ci saremmo potuti portare un asino, un semplice asinello, una bestia tanto paziente e coraggiosa che tanto piaceva al vecchio Sileno! Come mi piacciono i ciuchi, che pure sono gli animali meno favoriti della creazione! Pensate, non solo sono picchiati in vita, ma addirittura dopo morti».
    «Cosa intendi dire?», domandò Barbicane.
    «Perbacco! Non è con la pelle d'asino che si fanno i tamburi?», esclamò Michel. (cap. V; 2022, p. 55)
  • «Miliardi di miliardi!», sbottò Michel Ardan, «Le hanno quindi misurate e contate, queste oscillazioni! Caro Barbicane, queste sono cifre da scienziato, che spaventano l'orecchio e non dicono nulla allo spirito».
    «Eppure bisogna ben calcolare...»
    «No, conviene paragonare. Un trilione non significa proprio niente: fare un paragone spiegherebbe tutto meglio. Per esempio: quando tu mi avrai detto e ripetuto che il volume di Urano è settantasei volte maggiore di quello della Terra, il volume di Saturno lo è novecento volte, quello di Giove milletrecento, quello del Sole un milione e trecentomila volte di più, io sarò rimasto pressappoco al punto di prima. Per questo motivo preferisco mille volte i vecchi paragoni del Double Liégeois, che ti dicono in modo spiccio: "Il Sole è una zucca con sessanta centimetri di diametro, Giove un'arancia, Saturno una mela appiola, Nettuno una ciliegia acquaiuola, Urano una ciliegia comune, la Terra un cece, Venere un pisello, Marte una capocchia di spillo, Mercurio un grano di senape, Giunone, Cerere, Vesta e Pallade semplici granelli di sabbia". Con questo sistema ci si può regolare!» (cap. V; 2022, p. 59)
  • Nell'emisfero di sinistra si stende il "mare delle Nubi", dove molto spesso si annega la ragione umana. Poco lontano si profila il "mare delle Piogge", alimentato dai mille affanni dell'esistenza. Vicino si apre il "mare delle Tempeste", dove l'uomo lotta senza tregua contro le passioni troppo spesso travolgenti. Quindi, spossato dalle disillusioni, dai tradimenti, dalle infedeltà, da tutto il corteo delle miserie terrestri, che cosa trova al termine della sua vita mortale? Quel vasto "mare degli Umori", appena addolcito da poche gocce delle acque del "golfo della Rugiada"! Nubi, piogge, tempeste, umori: di cos'altro è composta l'esistenza umana? Non si riassume forse in queste quattro parole?L'emisfero di destra, "dedicato alle donne", racchiude mari più piccoli, i cui nomi ricchi di significato evocano i vari casi di una vita femminile. V'è il "mare della Serenità", sul quale si china la giovinetta, e il "lago dei Sogni", che le riflette un lieto avvenire. V'è il "mare del Nettare", coi suoi flutti di tenerezza, le sue onde d'amore; il "mare della Fecondità", il "mare della Crisi", il "mare dei Vapori", le cui dimensioni sono forse un po' troppo esigue; e infine il gran "mare della Tranquillità", dove si placano tutte le false passioni, tutti i sogni inutili, tutti i desideri inappagati, e i cui flutti si riversano sereni nel "lago della Morte"! (Michel Ardan, cap. XI; 2022, pp. 104-105)
  • Come si nota, l'emisfero in questione [della Luna] è dunque tredici volte e mezzo più piccolo di quello terrestre; i selenografi tuttavia vi hanno già contato oltre cinquantamila crateri. Si tratta quindi di una superficie tutta gobbe e crepacci, di una vera schiumaruola, degna della definizione poco poetica che le hanno dato gli inglesi di green cheese, cioè di "formaggio verde".
    Quando Barbicane pronunciò quell'espressione tanto prosaica, Michel Ardan fece un balzo.
    Ecco come gli anglosassoni del XIX secolo trattavano la bella Diana, la bionda Febe, l'amabile Iside, l'affascinante Astarte, la regina delle notti, la figlia di Latona e di Giove, l'incantevole sorella del radioso Apollo! (cap. XI; 2022, p. 107)
  • [...] quand'ecco, al centro di quella regione perseguitata dai crepacci, ergersi nel suo punto culminante la più splendida montagna del disco lunare, l'abbagliante Ticone, al quale la posterità conserverà in eterno il nome dell'illustre astronomo danese.
    Nell'osservare la luna piena in un cielo senza nubi, non vi è nessuno che non abbia notato quel punto sfavillante dell'emisfero sud. Per celebrarlo, Michel Ardan ricorse a tutte le metafore di cui era ricca la sua fantasia. Per lui il Ticone era un ardente epicentro di luce, un focolaio d'irradiazione, un cratere traboccante di raggi, il mozzo di una ruota scintillante, un'asteria che racchiudeva il disco nei suoi tentacoli d'argento, un occhio immenso pieno di fiamme, un nimbo tagliato per la testa di Plutone, una stella lanciata dalle mani del Creatore e andata a schiacciarsi contro la faccia della Luna! (cap. XVII; 2022, pp. 158-159)

La Jangada

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I traduzione

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Un capitano dei boschi

«Moblssthvuprudepmifhomvvvrgllqmont
oogghqmeuvdatopnrifouroibamfmltgquz
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qzipzniviihqsboqpnmiqzztdipzrdfrvnvl
lrqqhivrsahnlepqnibgqvzflrinaaueohqbf
gqqgforczrfnstzhaprqnrpntmhlfusfhoqb
qonqptatdcpprgghqeouzuluaqnfnepznsp
zmnrappqhnqnoqqrrfiquzlhe.»

L'uomo che teneva in mano il documento il cui ultimo paragrafo era formato da questa strana accozzaglia di lettere, dopo averlo riletto attentamente rimase qualche minuto sopra pensiero. Il documento comprendeva un centinaio di righe che non erano neppure divise in parole, e aveva tutta l'aria di essere stato scritto da anni. Il tempo aveva già steso la sua patina giallastra sul foglio di carta spessa, coperto da quei geroglifici.
Con quale criterio erano state scritte quelle lettere?
Soltanto quell'uomo avrebbe potuto dirlo. Poiché questi linguaggi cifrati sono come le serrature delle casseforti moderne e si difendono nello stesso modo. Le combinazioni di cui sono suscettibili si contano a miliardi, né basterebbe la vita intera di un calcolatore per trovarle tutte. Occorre la «parola» per aprire la cassaforte; occorre il «numero» per leggere un crittogramma di questo genere. Infatti, come vedremo, il documento doveva sfidare i tentativi più ingegnosi e in circostanze molto gravi.
L'uomo che aveva riletto il documento era un semplice capitano dei boschi.
[Jules Verne, La Jangada, l'ulivo Biblioteca Salani, Casa Editrice Adriano Salani, Firenze.]

Vincenzo Bianchi

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UN CAPITANO DEI BOSCHI

«Phyjlyddqfdzxgasgzzqqehxgkfndrxujugiocytdxvksbxhhuypohdvyr
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vvrplphonthvddqfhqsntzhhhnfepmqkyuuexktogzgkyuutnfvijdqdpzjqsy
krplxhxqrymvklohbhotozvdksppsuvjh.d.»

L'uomo, che aveva in mano il documento di cui questa strana successione di lettere formava l'ultimo periodo, rimase alquanto pensoso dopo averlo riletto con attenzione.
Il documento conteneva un centinaio di queste righe, che non erano neppure divise per parole. Sembrava che fosse stato scritto da molti anni, e sul foglio di carta ruvida coperto di quei geroglifici il tempo aveva già steso la sua patina giallognola.
Ma secondo quale criterio le lettere dovevano essere riunite? Solo quest'uomo avrebbe potuto dirlo. Infatti, questi linguaggi cifrati assomigliano alle serrature delle casseforti moderne: si difendono nel medesimo modo. Le combinazioni che presentano si contano a miliardi e la vita di un calcolatore non basterebbe a enunciarle. Occorre la «cifra» per leggere crittogrammi di tal fatta, come bisogna sapere la «parola» per aprire le casseforti; però, come si vedrà, questo scritto avrebbe resistito ai tentativi più ingegnosi, e ciò in circostanze assai gravi.
L'uomo che aveva riletto il documento non era che un semplice capitano dei boschi.
[Jules Verne, La Jangada (Ottocento leghe sul Rio delle Amazzoni), traduzione di Vincenzo Bianchi, Mursia, 1970]

Citazioni

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  • Il mezzo miglio di foresta era stato abbattuto. Toccava ora ai carpentieri, il compito di costruire una zattera con gli alberi più volte secolari che giacevano sulla sponda.
    Sotto la direzione di Gianni Garral, gli indiani della fazenda dovevano mettere in opra tutta la loro bravura, che era davvero eccezionale. Con un'accetta e una sega lavoravano legni duri a tal punto da intaccare il taglio dei loro arnesi!
    I tronchi d'alberi, una volta tagliati, non erano stati gettati subito nel loro letto dell'Amazzone; Gianni Garral li aveva fatti disporre simmetricamente sopra un greto di vaste proporzioni, che aveva fatto ulteriormente abbassare, alla confluenza del Nanây con il gran fiume.
    Lì doveva essere costruita la jangada. L'Amazzone avrebbe pensato a metterla a galla, giunto il momento di condurla a destinazione.

[Jules Verne, La Jangada, l'ulivo Biblioteca Salani, Casa Editrice Adriano Salani, Firenze.]

Ventimila leghe sotto i mari

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Maria Paola De Benedetti

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L'anno 1866 fu contraddistinto da un avvenimento molto strano, un fatto inspiegato e inspiegabile che certamente nessuno ha dimenticato. Se ne parlava nei porti e nelle città di mare, nelle piazze delle città continentali, ma soprattutto ne furono colpiti i marinai: negozianti, armatori, capitani di navi, skippers e masters d'Europa e d'America, ufficiali della marina, militari di tutti i paesi, oltre ai governi dei vari Stati dei due continenti si occuparono col più grande interesse di questo fatto.
[Opportunity Books, traduzione di Maria Paola De Benedetti]

Maria Grazia Schiuzzi

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L'anno 1866 fu caratterizzato da un avvenimento strano, un fenomeno inesplicato e inesplicabile, che nessuno certamente ha potuto dimenticare. Correvano delle voci che impressionavano le popolazioni dei porti di mare e che accendevano lo spirito pubblico nelle città dell'interno, ma in particolar modo ne fu colpita la gente di mare. Commercianti, armatori, capitani di navi, europei e americani, ufficiali delle marine militari di tutti i Paesi, e infine i Governi dei diversi Stati dei due continenti, furono profondamente turbati dallo strano fenomeno.
[Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari, traduzione di Maria Grazia Schiuzzi, Mursia, 1982]

Citazioni

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  • – Voi amate il mare, capitano?
    – Sì! L'amo! Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre. Il suo respiro è puro e sano. È l'immenso deserto dove l'uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita accanto a sé. Il mare non è altro che il veicolo di un'esistenza soprannaturale e prodigiosa; non è che movimento e amore, è l'infinito vivente, come ha detto uno dei vostri poeti. Infatti, professore, la natura vi si manifesta con i suoi tre regni: minerale, vegetale, animale. (parte I, cap. X; 2018)
  • In quel momento, alcune acqueforti appese alle pareti, e che non avevo notato nella prima visita [nella stanza di Nemo] mi colpirono. Erano ritratti di quei grandi uomini della storia la cui esistenza non è stata dedicata che a una grande idea umana. Kosciusko, l'eroe caduto al grido Finis Poloninniae; Botzaris, il Leonida della Grecia moderna; O' Connell, il difensore dell'Irlanda; Washington, il fondatore dell'Unione Americana; Manin, il patriota italiano; Lincoln, caduto sotto la palla di uno schiavista, e infine quel martire della liberazione della razza negra, John Brown, appeso al patibolo, come l'ha terribilmente disegnato la penna di Victor Hugo. (parte II, cap. VIII; 2018)
  • Era lì [presso il Maelstrom] che il Nautilus, involontariamente, o forse di proposito, era stato spinto dal suo capitano. Descriveva una spirale il cui raggio diventava sempre più piccolo. Allo stesso modo, la lancia, ancora inchiodata allo scafo, era trasportata con una velocità vertiginosa.
    Io lo sentivo. Provavo quel senso di rotazione che segue un movimento rotatorio prolungato. Eravamo completamente terrorizzati, al culmine dell'orrore, con la circolazione interrotta, senza più alcuna reazione nervosa, bagnati di sudori freddi come quelli dell'agonia! E che rumore intorno alla nostra fragile imbarcazione! Che muggiti, ripetuti dall'eco alla distanza di molte miglia! Che frastuono, quello delle acque infrante contro gli acuti scogli del fondo, dove si spezzano i corpi più duri, dove i tronchi d'albero si consumano e diventano «una pelliccia», secondo l'espressione norvegese! (parte II, cap. XXII; 2018)

Viaggio al centro della terra

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Maria Bellonci

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Di domenica, il 24 maggio 1863, mio zio, il professor Lidenbrock, tornò a precipizio verso la sua piccola casa situata al numero 19 della Königstrasse, una delle case più antiche di Amburgo. Alla nostra cuoca Marta dovette sembrare di essere in gran ritardo per il pranzo poiché le pentole cominciavano appena a cantare sui fornelli della cucina.
[Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di Maria Bellonci, Giunti Junior, 2011. ISBN 9788809766013]

Carlo Fruttero e Franco Lucentini

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Un giorno di maggio 1863, mio zio, il professor Lidenbrock, rientrò precipitosamente nella nostra piccola casa al n. 19 della Königstrasse, una vecchia strada della vecchia Amburgo.
La brava Marta, che aveva appena cominciato a preparare il pranzo, dovette credersi molto in ritardo.
[Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Einaudi, 1989]

Maria Gallone

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Il 24 maggio 1863 (era una domenica) mio zio, il professor Lidenbrock, rientrò a precipizio in casa sua, una casetta sita al numero 19 della Königstrasse, tra le strade più antiche del quartiere vecchio di Amburgo.
La buona Marta dovette ritenersi assai in ritardo; infatti sui fornelli della cucina la colazione incominciava ad arrosolarsi appena allora.
[Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di Maria Gallone, Alberto Peruzzo Editore]

G. Mina

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Il 24 maggio 1863, una domenica, mio zio, il professor Lidenbrock, rientrò in gran fretta nella sua casetta al N. 19 di Königstrasse, una delle più antiche strade del vecchio quartiere di Amburgo.
La brava Marthe dovette credersi molto in ritardo, perché il pranzo cominciava allora a borbottare sul fornello della cucina.
[Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di G. Mina, Mursia, 1973]

Anna Montaruli

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Mio zio, il professor Otto Lidenbrock, rientrò frettolosamente nella sua casa in una antica strada della vecchia Amburgo.
Nell'udirlo arrivare Marta si sentì molto preoccupata, perché il pranzo non era ancora pronto e m'incaricò di giustificarla con lo zio, rientrato anzitempo.
[Giulio Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di Anna Montaruli, Editrice AMZ, 1972]

Citazioni

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  • La scienza [...] è fatta di errori, ma di errori che è bene commettere perché a poco a poco conducono alla verità.
  • Vi sono molti esempi di tali propagazioni di suoni non percettibili negli spazi intermedi. Mi ricordai che tale fenomeno era stato constatato in molti luoghi e fra gli altri nella galleria interna della cattedrale di San Paolo a Londra e soprattutto nelle strane caverne della Sicilia, in certe latomie vicino a Siracusa, la più straordinaria delle quali, per questo fenomeno, è conosciuta con il nome di Orecchio di Dionigi.

Incipit di alcune opere

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I figli del capitano Grant

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Il 26 luglio 1864, mentre soffiava una forte brezza di nord-est, un magnifico yacht navigava a tutto vapore nel canale del Nord. La bandiera d'Inghilterra sventolava su uno dei pennoni; all'estremità dell'albero maestro una banderuola azzurra recava le iniziali E.G., ricamate in oro e sormontate da una corona ducale. Quella nave era il Duncan di lord Glenarvan, uno dei sedici Pari scozzesi che siedono nella Camera alta, e ragguardevole membro del "Royal-Thames-Yacht-Club", celebre in tutto il Regno Unito.

Il raggio verde

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— BET!
— Beth!
— Bess!
— Betsey!
— Betty!
Questi nomi risuonarono successivamente nella magnifica hall di Helensburgh: era una mania del fratello Sam e del fratello Sib di rivolgersi in quel modo alla governante del cottage.
Ma in quel momento quei diminutivi familiari del nome Elisabeth non fecero apparire la brava signora più che se i suoi padroni l'avessero chiamata con il suo nome per intero.

I viaggi di Marco Polo[6]

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I mercanti genovesi e veneziani non potevano rimanere indifferenti alle esplorazioni che arditi viaggiatori tentavano nell'Asia centrale, l'India e la China. Essi comprendevano che queste contrade offrirebbero in breve un nuovo sfogo ai loro prodotti, e che, d'altra parte, utili immensi si ricaverebbero dall'importazione in Occidente di mercanzie di fabbricazione orientale. Gl'interessi del commercio dovevano quindi lanciare dei nuovi cercatori sulle vie delle scoperte. Queste furono le ragioni che decisero due nobili veneziani ad abbandonare la loro patria ed a sfidare tutte le fatiche e tutti i pericoli di quei perigliosi viaggi, allo scopo d'estendere le loro relazioni commerciali.

L'arcipelago in fiamme

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Il 18 ottobre 1827, verso le cinque di sera, un piccolo bastimento levantino stringeva il vento per cercare di raggiungere prima di notte il porto di Vitylo, all'ingresso del golfo di Corone.
Questo porto, l'antico Œtylos d'Omero, è situato in una delle tre profonde incisioni che frastagliano, sul mare Ionio e sul mare Egeo, quella foglia di platano alla quale è stata tanto giustamente paragonata la Grecia meridionale. Su questa foglia si stende l'antico Peloponneso, la Morea della geografia moderna.

L'isola misteriosa

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Lorenza Ester Aghito

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— RISALIAMO?
— No! Al contrario! Scendiamo!
— Peggio ancora, signor Cyrus! Precipitiamo! —- Mio Dio! Gettate zavorra!
— Ecco vuotato l'ultimo sacco!
— Il pallone si rialza?
— No!
[Jules Verne, L'isola misteriosa, traduzione di Lorenza Ester Aghito, Mursia, 1966-1982]

Fruttero & Lucentini

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«Stiamo cadendo!»
«Gettate altra zavorra!»
«Ecco, ma è l'ultimo sacco!»
«Il pallone si rialza?»
«No!»
[Jules Verne, L'isola misteriosa, 1874, citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

La strabiliante avventura della Missione Barsac

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Certamente l'audace rapina che tanto ha occupato i giornali, durante quindi giorni, sotto il nome di furto della Central Bank, e che ha avuto l'onore dei titoli stampati a lettere di scatola, non è completamente cancellata da tutte le memorie, malgrado gli anni trascorsi. Pochi delitti, infatti, hanno eccitato la pubblica curiosità quanto codesto, giacché pochi ve ne sono che, al pari di esso, abbiano riunito in pari grado l'attrattiva del mistero e l'ampiezza del misfatto ed il cui compimento abbia richiesto uria così incredibile audacia, una così selvaggia energia.

Mathias Sandorf

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Trieste, capoluogo della regione illirica, si divide in due città molto dissimili. Una delle due, Theresienstadt, è un centro nuovo e ricco, costruito ad arte su quella baia che l'uomo ha strappato al mare; l'altra è una borgata vecchia e povera, irregolarmente costruita e rinserrata fra il Corso, che la separa da Theresienstadt, e i pendii del Karst, collinetta incoronata da una fortezza molto pittoresca.

[Jules Verne, Mathias Sandorf, traduzione di Franca Gambino, Mursia, Milano, 1972]

Michele Strogoff

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— Maestà, un nuovo dispaccio.
— Da dove viene?
— Da Tomsk.
— È tagliato il filo del telegrafo oltre quella città?
— È tagliato da ieri.
— Generale, spedisci ogni ora un telegramma a Tomsk; e mi si tenga informato.
— Sì, Maestà, — rispose il generale Kissoff.

Racconti di ieri e di domani

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Gli ammutinati del Bounty

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Elda Volterrani
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Non una bava di vento, non un'increspatura sulla superficie del mare, non una nube in cielo. Le splendide costellazioni dell'emisfero australe si delineano con incomparabile purezza. Le vele del "Bounty" pendono lungo gli alberi, il bastimento è immobile, e la luce della luna, impallidendo davanti all'aurora che si alza, rischiara lo spazio di un'indefinibile lucentezza.
[Jules Verne, I ribelli del Bounty, traduzione di Elda Volterrani, Edizioni E. Elle, Trieste 1994]

Mario Zani
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Non un alito di vento, non un'increspatura sulla superficie del mare, non una nube nel cielo. Le splendide costellazioni dell'emisfero australe si disegnano con incomparabile purezza. Le vele del Bounty pendono dagli alberi, la nave è immobile, e la luce della luna, impallidendo davanti all'aurora che si sta alzando, illumina lo spazio d'un bagliore indefinibile.
[Jules Verne, Gli ammutinati del Bounty, traduzione di Mario Zani, in "Racconti di ieri e di domani", Mursia, 1984]

Il signor Re Diesis e la Signorina Mi Bemolle

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Eravamo una trentina di ragazzi, alla scuola di Kalfermatt: una ventina di maschi dai sei ai dodici anni, una dozzina di femmine dai quattro ai nove. Se desideraste sapere dove esattamente si trova questa borgata, stando al mio libro di Geografia, alla pagina 47, è in uno dei cantoni della Svizzera, non molto lontano dal lago di Costanza, ai piedi delle montagne dell'Appenzell.
— Ehi! dico, voi laggiù, Joseph Müller?
— Signor Valrügis?... — risposi.
— Che cosa scrivete mentre io faccio la lezione di storia?
— Prendo appunti, signor maestro.
— Bene.

Dieci ore di caccia

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C'è della gente che non vuol bene ai cacciatori, e forse non ha molto torto.
È perché ai cacciatori non ripugna ammazzare la selvaggina con le proprie mani prima di mangiarla?
O non sarebbe piuttosto perché essi raccontano troppo volentieri a ogni proposito, e anche a sproposito, le loro prodezze, le loro avventure?
Io inclino verso quest'ultima ragione.

Frritt-Flacc

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Frritt!... è il vento che si scatena.
Flacc!... è la pioggia che cade a torrenti.
Questa muggente bufera curva gli alberi della spiaggia volsiniana e va a frangersi contro le montagne di Crimma. Lungo il litorale, alte scogliere sono rose continuamente dalle onde di quel vasto mare della Megalocride.
Frritt!... Flacc!...

Gil Braltar

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Saranno state almeno sette o ottocento. Di mezza taglia ma robuste, agili, flessibili, capaci di balzi prodigiosi, saltellavano di qua e di là sotto gli ultimi raggi del sole che andava calando dietro le montagne schierate a ovest della rada. Il disco infuocato disparve ben presto, e l'oscurità cominciò ad avanzare in questo bacino, che è racchiuso dalle lontane sierre di Sanorra, di Ronda e dal desolato paese del Cuervo.

Avventure della famiglia Raton

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C'era una volta una famiglia di topi, composta dal padre Raton, dalla madre Ratonne, dalla loro figlia Ratine e da suo cugino Rate. I loro domestici erano il cuoco Rata e la cameriera Ratane. Ordunque, miei cari ragazzi, a questi egregi roditori sono capitate delle avventure così straordinarie, che non resisto al desiderio di raccontarvele.
Tutto ciò accadeva ai tempi delle fate e dei maghi, tempi in cui anche le bestie parlavano. Risale senza dubbio a quest'epoca l'espressione: «Dire delle bestialità». E tuttavia queste bestie non ne dicevano più di quante ne abbiano detto e ne dicano gli uomini di un tempo e quelli di oggi! Ascoltatemi dunque, miei cari ragazzi, sto per iniziare.

Il destino di Jean Morénas

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Quel giorno, verso la fine di settembre – dal fatto è già passato molto tempo – una ricca carrozza si fermò davanti al palazzo del vice ammiraglio comandante la piazza di Tolone. Un uomo di quarant'anni circa, di corporatura robusta, ma di aspetto piuttosto ordinario, ne scese, e fece consegnare al vice ammiraglio, oltre al suo biglietto da visita, alcune lettere di presentazione firmate da nomi tali che l'udienza ch'egli sollecitava gli fu immediatamente accordata.

Lo humbug

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Nel marzo del 1863 m'imbarcai sul battello a vapore Kentucky, che fa servizio fra Nuova York e Albany.
In questa stagione dell'anno, considerevoli arrivi di merci provocavano, fra le due città, un grande movimento commerciale, che, d'altronde, non aveva nulla di eccezionale. I negozianti di Nuova York, a mezzo dei loro corrispondenti, intrattenevano continue relazioni con le province più lontane, diffondendo così i prodotti del Vecchio Continente, ed esportando nel contempo le merci di produzione nazionale.

Nel XXIX secolo – La giornata d'un giornalista americano nell'anno 2889

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Gli uomini di questo XXIX secolo vivono nel bel mezzo di una continuata féerie, senz'avere neppure l'aria di accorgersene. Assuefatti alle meraviglie, restano freddi di fronte a quelle che il progresso porta loro ogni giorno. Tutto sembra loro naturale. Se essi la confrontassero con il passato, apprezzerebbero maggiormente la nostra civiltà, e si potrebbero rendere conto del cammino percorso. Come apparirebbero loro ammirevoli le nostre città moderne dalle vie larghe cento metri, dalle case alte trecento, dalla temperatura sempre regolare, e il cielo attraversato da migliaia di carri e di pullman aerei.

L'eterno Adamo

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Lo zartog Sofr-Aï-Sr – ossia «il dottore, terzo rappresentante maschio della centunesima generazione della stirpe dei Sofr» – percorreva a passi lenti la via principale di Basidra, capitale dell'Hars-Iten-Schu, noto anche come «l'Impero dei Quattro Mari». Quattro mari, infatti, il Tubélone o settentrionale, l'Elione o australe, lo Spone o orientale, e il Mérone o occidentale, contornavano questo vasto paese, di forma molto irregolare, le cui punte estreme (contando secondo le misure conosciute dal lettore) raggiungevano, in longitudine, il quarto grado est e il sessantaduesimo grado ovest, e, in latitudine, il cinquantaquattresimo grado nord e il cinquantacinquesimo grado sud.

Un dramma in Messico

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Giorgio Pinelli

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Il 18 ottobre 1825, l'Asia, vascello spagnolo d'alto bordo, e la Constanzia, brigantino di otto cannoni, facevano scalo all'isola di Guajan, una delle Marianne. Queste navi avevano lasciato la Spagna da sei mesi e i loro equipaggi, mal nutriti, mal pagati, sfiniti dalla stanchezza, erano agitati da sordi propositi di rivolta. Sintomi d'ammutinamento si erano rivelati soprattutto a bordo della Constanzia, comandata dal capitano don Orteva, uomo di ferro, che nulla avrebbe fatto piegare. Certe gravi avarie, tanto impreviste da dover essere attribuite a sabotaggio, avevano arrestato il brigantino nella sua traversata.
[Jules Verne, Un dramma in Messico, traduzione di Giorgio Pinelli, Mursia, 1969]

Elda Volterrani

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Il 18 ottobre 1825, l'"Asia", vascello spagnolo d'alto bordo, e la "Constanzia", brigantino da otto cannoni, fecero scalo sull'isola di Guguan, una delle Marianne. Erano passati sei mesi da quando queste navi avevano lasciato la Spagna e negli equipaggi malnutriti, mal pagati e sfiancati dalla fatica, serpeggiavano sordi progetti di rivolta. Sintomi di indisciplina si erano manifestati soprattutto a bordo della "Constanzia", affidata al comando del capitano don Orteva, uomo d'acciaio che non si piegava di fronte a niente. Alcune gravi avarie, talmente impreviste che non si potevano non attribuire al malanimo dell'equipaggio, avevano costretto il brigantino a interrompere la traversata.
[Jules Verne, Un dramma in Messico, traduzione di Elda Volterrani, Edizioni E. Elle, Trieste 1994]

Una città galleggiante

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G. Astengo

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Il 18 marzo 1867 giunsi a Liverpool. Il Great-Eastern[7] doveva partite di lì a pochi giorni per New York; avevo deciso di imbarcarmi. Viaggio da dilettante, nient'altro. Una traversata dell'Atlantico su quel gigantesco transatlantico mi seduceva. Profittando dell'occasione, pensavo di visitare l'America del Nord, ma con un interesse del tutto secondario. Il Great-Eastern, prima; il paese celebrato da Cooper, dopo. Infatti, questo piroscafo è un capolavoro di costruzione navale.

Franco Maestrani

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Liverpool. Il grande porto britannico sulle rive del Mersey, la metropoli del commercio marittimo, la base di approdo e partenza delle più grandi navi del mondo.
Quando vi giunsi, la mattina del 18 marzo 1867, mi si presentò in tutto il suo fervore di attività: le banchine del porto pullulavano di marinai, operai, facchini, mercanti, uomini di tutte le razze di questa terra e di tutti i colori possibili, dai cinesi ai mori, dagli indiani ai levantini. Uomini elegantemente vestiti che conversavano piacevolmente, forse trattando grosse partite di merce contenute nelle capaci stive dei grossi battelli ancorati al largo, marinai barcollanti per il rhum ingoiato nelle bettole del porto, che vociavano come impazziti; poi manovali, operai, facchini che si facevano largo fra la ressa trasportando balle, casse, carretti colmi di merci e materiale da sbarcare o da imbarcare.

Citazioni su Jules Verne

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  • I miei libri preferiti […] erano quelli di Jules Verne, così attraenti, pieni di umorismo e ricchi di informazioni geografiche: I figli del capitano Grant, L'isola misteriosa (grandioso libro sul lavoro dell'uomo e l'onnipotenza della scienza e della tecnica), Ventimila leghe sotto i mari, insomma, quasi tutto! (Andrej Dmitrievič Sacharov)
  • Jules Verne è nel vero senso della parola uno dei pionieri dell'era spaziale. (Frank Borman)
  • Ma i romanzi di Jules Verne rivelano oggi a critici severissimi delle vertigini di filosofica profondità. Anche quando non si inabissano nelle viscere della Terra. Eppure, al loro tempo, chi li prendeva sul serio? (Beniamino Placido)
  • Maestro, quanti sogni avventurosi | sognammo sulle trame dei tuoi libri! || La terra il Mare il Cielo l'Universo | per te, con te, poeta dei prodigi, | varcammo in sogno oltre la Scienza. || Pace al tuo grande spirito disperso, | tu che illudesti molti giorni grigi | della nostra pensosa adolescenza. (Guido Gozzano)
  • Non è solo nei romanzi di Giulio Verne, che si scende nelle profondità del mare o che si sale vicino alle stelle; anche nella realtà della vita quotidiana si compiono ogni giorno meraviglie strabilianti. (Francesco Olgiati)
  • Tutta la sua opera mira all'enciclopedia [...]. Si parla sempre dell'impareggiabile fantasia di Verne nel prevedere le invenzioni scientifiche. In realtà era un grande lettore di riviste scientifiche, che arricchiva di quello che via via veniva a sapere sulle ricerche in corso. (Italo Calvino)

Note

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  1. Citato in Fabio Nocentini, I poteri magici del gatto, De Vecchi, Milano, 2011, p. 62. ISBN 9788841240762
  2. Da Michele Strogoff
  3. Da I figli del capitano Grant
  4. Da Future of the Submarine, Popular Mechanics, giugno 1904; citato in Christopher Cerf e Victor Navasky, The Experts Speak, New York, Villard, 1998, p. 274 ISBN 0-679-77806-3
  5. Accademia militare degli Stati Uniti.
  6. Sarà nostra cura il dare a questi viaggi il maggior sviluppo possibile, confrontando il lavoro di G. Verne colla lezione del Codice Magliabeccano pubblicato a cura del Bartoli; nonché coi lavori del Francese Charton; giacché gl'Italiani hanno diritto di pretendere in una nuova edizione dei viaggi del grande Veneziano tutta quella estensione che ben s'addice al più illustre viaggiatore di quel secolo. (N. del Trad.)
  7. Gigantesco piroscafo realmente esistito, costruito fra il 1854 e il 1858 da Isambard K. Brunel. A doppio fasciame di ferro dalla chiglia al galleggiamento, fu la sola nave al mondo con propulsione sia a elica sia a ruote (oltre che a vele); i suoi sei alberi potevano portare 5500 m2 circa di vele. Il Great-Eastern poteva imbarcare 4000 passeggeri, aveva un equipaggio di 400 uomini e una capacità di carico di circa 6000 tonn.

Bibliografia

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  • Jules Verne, Cinque settimane in pallone, Fratelli Treves, 1875.
  • Jules Verne, Dalla Terra alla Luna, traduzione di C. Pizzigoni, Edizioni Paolo Carrara, Milano, 1872.
  • Jules Verne, Dalla terra alla luna, traduzione di Francesco De Rosa, Mursia, 1964-1980.
  • Jules Verne, Dalla terra alla luna, traduzione di Alberto Büchi, Crescere Edizioni, 2022. ISBN 88-8337-677-3
  • Jules Verne, I figli del capitano Grant, traduzione di Tito Roberto Blanche, Mursia, 1973.
  • Jules Verne, I ribelli del Bounty, Un dramma in Messico, traduzione di Elda Volterrani, Edizioni E. Elle, Trieste 1994.
  • Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni, traduzione di G. Di Belsito, Mursia, 1970.
  • Jules Verne, Il raggio verde, traduzione di Giuseppe Mina, Mursia, 1971.
  • Jules Verne, Intorno alla luna, traduzione di Francesco De Rosa, Mursia, 1964-1980.
  • Jules Verne, Intorno alla Luna, traduzione di Alberto Büchi, Crescere Edizioni, 2022. ISBN 88-8337-678-1
  • Jules Verne, I viaggi di Marco Polo, traduzione di Ezio Colombo, Muggiani, 1878.
  • Jules Verne, L'arcipelago in fiamme, traduzione di Giuseppe Mina, Mursia, 1972.
  • Jules Verne, L'isola misteriosa, traduzione di Lorenza Ester Aghito, Mursia, 1966-1982.
  • Jules Verne, La Jangada, l'ulivo Biblioteca Salani, Casa Editrice Adriano Salani, Firenze.
  • Giulio Verne, La strabiliante avventura della Missione Barsac, traduzione di Ventura Almanzi, Casa Editrice Cesare Cioffi, 1921.
  • Jules Verne, Michele Strogoff (da Mosca a Irkutsk), traduzione di L. A. Cerani, Mursia, 1968-1973.
  • Jules Verne, Racconti di ieri e di domani, traduzione di Carla Frangi, E. Menti, Giuseppe Mina, Mariella Mugnai, Giuseppe Rigotti, Mario Zani, Mursia, 1984.
  • Jules Verne, Un dramma in Messico, traduzione di Giorgio Pinelli, Mursia, 1969.
  • G. Verne, Una città galleggiante, a cura di Franco Maestrani, Malipiero Editore, 1969.
  • Jules Verne, Una città galleggiante, traduzione di G. Astengo, Mursia, 1967-1970.
  • Jules Verne, Una fantasia del dottor Ox, traduzione di Maurizio Ferrara, Gruppo Editoriale L'Espresso, 2011.
  • Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari, Fanucci Editore, 2018. ISBN 9788834736555
  • Giulio Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di Anna Montaruli, Editrice AMZ, 1972.
  • Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di G. Mina, Mursia, 1973.
  • Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Einaudi, 1989.
  • Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di Maria Bellonci, Giunti Junior, 2011. ISBN 9788809766013
  • Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, traduzione di Maria Gallone, Alberto Peruzzo Editore.

Voci correlate

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Altri progetti

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Opere

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