Tommaso Garzoni

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Frontespizio dell'edizione tedesca de La piazza universale di tutte le professioni del mondo di Tomaso Garzoni, 1659.

Tommaso, o Tomaso, Garzoni (1549 – 1589), scrittore italiano.

La piazza universale di tutte le professioni del mondo[modifica]

  • Fra tutti i decori e ornamenti che mirabilmente aggrediscono questo elevato microcosmo dell'uomo, per naturale instinto bramoso di gloria e pieno d'infinito desio di grandezza lodevole, può senza dubbio alcuno reputarsi il primo e principale il glorioso possesso delle scienze e dell'arti, sí come dagli idioti avvilito e negletto, cosí dai saggi tenuto per vero abito dell'animo eroico, in se stesso grandissimo e singolare. (p. 65)
  • Conobbesi la soavità de' costumi in Tiberio imperatore quando, essortato da molti a poner gravezze alle province, modestissimamente rispose che l'ufficio del buon pastore era tosare le pecore, e non le scorticare. (p. 110)
  • E l'ordine Carmelitano, che milita sotto l'istessa regola, principiò nel pontificato d'Alessandro Terzo, l'anno 1160; ma papa Onorio Terzo gli diede l'abito bianco che ora portano, e ordinò che religiosi della Beata Vergine del Monte Carmelo si dimandassero, come fanno al presente; e questo fu l'anno 1217, non avendo altra verità in sé quella discendenza che altri predica venir da Elia ed Eliseo, se non fi ombra e di figura, come anco i Canonici Regolari Lateranensi figuratamente vengono da' Leviti, i quali andavano vestiti dell'ephod lineo.[1] (pp. 125-126)
  • Fra' cavalieri s'enumerano i Cavalieri di Malta, prima detti Cavalieri Ierosolomitani, e poi di S. Giovanni, e poi di Rodi e, finalmente, di Malta. L'ordine loro fu principiato, secondo Vincenzo istorico, l'anno 1120. Portano la croce bianca nel petto, e vivono sotto la regola di Santo Agostino. (p. 133)
  • Chi vuol vedere l'istoria loro, legga Polidoro Virgilio De inventoribus rerum al settimo libro; e chi vuol sentire i pregi di questa religione, al mio modo di discorrere poco accomodati, vegga il Catalogo del Cassaneo, nella nona parte, alla considerazione quarta, e il principio del terzo libro di frate Paolo Morigia milanese ché sentirà cose dignissime di questi illustrissimi cavalieri, in tutte le loro azioni nobili e onorati da dovero. (pp. 133-134)
  • I Cavalieri Teutonici portano il vestimento bianco con la croce nera nel petto, e di sotto la tonica nera. Fan residenza a Marienburgh. Furon fondati, secondo Polidoro Virgilio, da un tedesco, il quale, pigliata la città di Ierusalemme da' cristiani, con molti del suo popolo quivi rimase. E nessuno può esser cavaliero di quest'ordine se non tedesco. (p. 134)
  • I Cavalieri di S. Giacomo cominciarono in Spagna al tempo di papa Alessandro Terzo del 1170, e vivono sotto la regola di Santo Agostino. L'auttore di questo ordine fu Pietro Bernardino. Portano nel petto una croce vermiglia sopra i panni neri, la quale è fatta a foggia di spada. (p. 134)
  • Sotto il nome de' pronostici comprenderò tutte quell'opere overo discorsi e giudicii che vengono fuori oggidì col nome di almanachi o calculi di lunari, di tacuini e cose tali, adducendo con che ragione o meotodo o scienza o forma si sogliono far da coloro che fanno oggidì professione d'astrologo, anzi di stralochi, overo di matematici, anzi di matti e scempi veramente, più che non fu Mastro Grillo o che non è il Dottor Graziano da Bologna. (p. 212)
  • Che razza di boria è quella che un foglio di carta ti porti per quante piazze e botteghe e ridotti e baccane e barbarie si trovano nel mondo? (p. 213)
  • Il quinario, dicato a Vulcano, significa bontà, però, compite l'opre de' cinque giorni, disse Mosè: «Vidit Deus, quod esset bonum». (p. 265)
  • L'ottonario è il primo numero cubico, che nasce dal due reflesso e moltiplicato in se stesso, e significante beatitudine. (p. 266)
  • Il decenario è un numero che è l'assolutissima idea d'ogni perfezione. (p. 266)
  • Sono, adunque, i numeri pieni di forza e di misteri insieme. [...] Ma sopra tutti alcuni attribuiscono più al numero impare che al pare, come Origene sopra il settimo capitolo del Genesi, Francesco Giorgio ne' Problemi (al tomo primo, sezione seconda, e questione ottogesima quinta), Galeno e Ippocrate ne' libri De' giorni decretori, ove dicono i numeri impari esser a ogni cosa più veementi: il che si dimostra nelle febri con l'osservazione de' giorni e l'istesso si vede nella essibizione delle pillole che danno dispari. (p. 266)
  • E Virgilio dice che «Numero Deus impare gaudet; e Platone, nel Timeo, e Macrobio, nel primo De somnio Scipionis, dicono il numero impare esser maschio ( e però più efficace) e il pare femina. (p. 266)
  • E nell'arte della stagnaria si batte lo stagno come si fa l'oro. E si fanno fogli sottili, simili a quelli della carta, che si dimandano oro overo argento stagnuolo, e con una indoratura si ongono. E contraffassi il colore d'oro nelli lignami o nelle cose che si voglion mostrar dorate, con pochissima spesa. (p. 741)
  • E questi stagnarini o peltrari sono dalla feccia infima del vulgo, come quelli che il più delle volte non han manco bottega propria da lavorarvi dentro, ma lavorano sotto un portico del commune, e van gridando per le contrade «Chi vuol stagnar padelle, paioli, caldare», e altre bagatelle, tirando a un bezzo e a un bolognino più che non fa un furfante a un tozzo di pane. (p. 741)
  • Quest'arte degli orefici, quando sia fatta schiettamente e senza alcuna sofisticheria, si mostra nell'esteriore apparenza tanto onorata e gloriosa che ragionevolmente convien lodarla e cederle quei titoli che son debiti a tutti quei mestieri c'han del famoso e dell'egregio, com'ella veramente agli occhi universali si discopre. È primieramente di gran piacere e diletto per l'ornamento che porge a tutti, fabricando collane, anelli, bottoni, pendenti, manigli, perle, rosette, catene, corone, armille e mill'altre politezze ch'ornano il corpo di tutti mirabilmente, ma molto più delle donne, in ciascuna cosa per lor natura degli uomini più vaghe e graziose. (p. 777)
  • Di più gli è necessario al buon pastore saper mongere le pecore, e far stringere il latte, che è della professione dei casiaruoli. Il che si fa col quaglio, ch'è fatto col ventricolo dell'agneletto di latte, cavato fuori dal corpo quando si amazza, e poi secco al fumo; e quello, posto insieme con sale e aceto, fa quagliar il latte in un subito. Appresso è di mestiero saper fare le puine, il butiro, il formaggio, e 'l cao di latte; onde nasce in tutto l'arte dei casiaruoli. (p. 794)
  • La qual'arte forse fu meglio intesa da Zoroastro che da alcun'altro: perché lui riferisce Plinio nel libro undecimo, al capitolo quadragesimo secondo, che nel deserto visse d'un caseo tanto temperato per vinti anni che mai sentì le molestie della vecchiezza. (p. 794)
  • All'ultimo gli pescatori ci si fanno incontro onoratamente, perché lo studio del pescare fu già tanto in pregio e onore presso a' Romani che, a guisa di semenza in terra, seminavano nel mare italiano i pesci forastieri, portandogli con le navi di lontanissimi paesi. Oltra di di ciò con spese intolerabili edificaron peschiere e vivai pieni di preziossimi pesci, dai quali molte famiglie romane trassero cognomi: come Licini, Mureni, Sergi e Orazi. (p. 837)
  • Fra' gli pescatori antichi son nominati Diti da Stazio, ed Erminio da Sillio nel quinto libro. Leggesi a proposito che Augusto soleva pescar con l'amo; e Svetonio scrive che Nerone pescò con una rete d'oro e con le corde tessute di porpora e di cocco. (p. 838)
  • Di quest'arte della pesca scrissero fra gli antichi Ceclo argivo, Numenio eracleone, Pancrazio arcadico, Possidonio corinzio, Oppiano cilice, Seleuco, figliuol di Tarseo, e Leonida bizanzio, per testimonio nel I libro al capitolo quinto. All'ultimo la pesca si fornisce con nasse, nassolini, reti, ami, fossine, sardi, rastelli e pasta. Or tanto basti. (p. 838)
  • Ma gli occhialari anch'essi tengono dietro ai vetrari; e convengono insieme, come fa il fiore con l'erba, perché gli occhiali detti latinamente conspicilla (de' quali fa menzione Plauto con quelle parole: «conspicillo uti necesse est»[2]), hanno la loro origine de' vetrari, ma par ch'acquistino una certa lor forma propria da quelli che occhialari communemente nominiamo. In Francia se ne fanno de' perfetti, e così a Venezia, dove in merciaria si trovano i maestri di questo mestiero, fra' quali al presente son famosi Lorenzo occhialaro all'Occhial grande a S. Salvatore, e Pietro occhialaro all'Angiolo a S. Giuliano. (p. 871)
  • Ma intorno a' campanari o formatori di campane s'hanno da avere molte considerazioni. [...] È da notare in ultimo che le campane si fanno con una certa regola, la qual da' intelligenti e prattici del mestiero si chiama scala campanaria, con la quale principiando dalle picciole di dieci libre di peso, si va per gradi salendo fino a vinticinque o trenta miliara. E per far questo pigliano per guida e fondamento l'orlo della campana che far vogliono, il qual dee far grosso più che in altro luogo, dovendo esser percosso con la mattarozza del battaglio acciò che suoni. (pp. 924-925)
  • Ècci una certa professione c'ha dell'eroico in se stessa per esser tutta occupata nella distribuzione dell'armi, insegne, scudi o livree de' nobili, communemente detta la professione degli araldi. E mira solamente a dipingere cose ch'abbian dell'alto e del spiritoso, avendo per vergogna e per infamia portare nell'arme o bestia o vitello o pecora o agnello o capone o gallina o occa o alcuno di questi animali, i quali per servitù o per uso son necessari agl'uomini, tenendo all'opposito per cosa onorevole portar nell'insegne della lor nobilità bestie crudeli e fiere rapaci, con altre pitture che ritenghino in loro un certo non so che d'animo invitto e generoso. (p. 980)
  • Questo è mestiero assai onorato e utile per la gran commodità che riceve l'uomo dalla notizia dell'ore e de' tempi per gli essercizi suoi; ed è stato illustrato da Gioan Carlo Rinaldi da Reggio – che fece nella torre dell'ore di Venezia tutti i magisteri d'esso orologio – e da infiniti Germani che oggidì portano il vanto in questa professione, venendo tutti gli orologi più belli e più giusti dalle parti loro; ove sopra tutti fu miracoloso quello che mandò Ferdinando imperatore (come scrive il Bugato) a Solimano, re de' Turchi, il quale avea tutti i moti delle sfere, con sì meraviglioso artificio e ingegno ridotti a segno, che l'opera e l'auttore in questa professione apparvero mostruosi al mondo. (p. 999)
  • Onde il sellaro (per parlar di lui, dapoi che altrove parlo degli altri) si scopre coi suoi ferri, nervi, cola, corde e verghe da battere il pelo, del quale empie le selle e le misura. Ove si notano le parti, e le maniere delle selle, cioè il fusto, le bracciature, l'arcione, la giova, le coppe, le bardelle, i pumazzuoli, la coperta. E così le cigne, le sovracigne, gli staffili, il pettorale, la groppiera, il sottocoda, i pendenti, le brache; e parimenti la capezza, la briglia con le parti e maniere sue, cioè le retine, e il lor bottone, la testiera, il sottogola, con le maniere delle selle e delle briglie: alla romana, alla ginetta, alla francese, all'inglese, alla tedesca, alla turchesca, e d'altre. (p. 1009)
  • Così i bottari: invenzione trovata, secondo Laerzio, da un certo Pseusippo, di tal professione maestro, i quali son detti, secondo Plinio, doliarii latinamente, overo vietores, secondo Budeo, dal verbo vieo, che significa ligare, overo accerchiare, perché essi mettono i cerchi alle botti e le stringono con essi, acciò il vino non esca fuori. (p. 1202)
  • Gli instromenti di costoro sono il coltellazzo, il mazzuolo, la bietta, la dirittora, il cane, lo stoppino. E l'azioni sono il cerchiarle, acconciare il fondo, le doghe, le ligature, il mansano, il cochiume, lo spinaccio, la cannola, la spina. (p. 1202)
  • E costor fabricano botacci, bariglietti, vasselletti, mezzaruole, terzaruole, quarte, barili, bariglioni, carattelli, mastelle, mastellette, tine, tinelli e cose tali. Le botte mavarigliose d'Italia son quelle di Santa Giustina di Padoa e della Madonna di Loreto. (p. 1202)
  • Che l'arte de' calzolari, inventata da Boezio, secondo Plinio e Polidoro Virgilio, sia come l'altre antica, ne fanno fede i libri che molte volte a proposito fanno menzione di essa, nominando le scarpe, le pianelle e i zoccoli che da quest'arte derivano all'uomo tanto utilmente e tanto giovevolmente, come si vede. (p. 1345)
  • Tutta quest'arte poi consiste massimamente in scarpe, in pianelle, in mule, in zoccoli, in stivali, in burzachini, in coletti con le sue lunghezze e cortezze, e larghezze e strettezze, secondo il capriccio o il bisogno di chi dimanda. E una sol cosa, ch'è il corame fatto di pelle di buoi o di vitelli o di buffali o d'altri animali, serve per materia dell'arte principalmente. È ben vero che si ricerca il dissegno in prima, il quale si trae da certi modelli di cartone, avuti in prattica da' maestri esperti, per tagliare i lavori con giudicio. E vi vuole: la tavola polita, ove si taglia sopra il corame; e così il coltello, chiamato appunto da calzolaro (il quale è detto crepidarium latinamente da Sempronio Asellio); e le sue forme belle; e la lesena per far le scarpe mentre si cuseno; e quel pezzo di legno tondo che si chiama il bossetto, dove si cuseno sopra le tomare. (p. 1347)
  • E in somma tutti gli instromenti del calzolaro sono: il misuradore, e le forme, gli stampi, i coltelli, le lesine, gli aghi, il ditale, il guanto, lo spago, le setole di porco, le bolette, il martello, il capestro, le stecche, lo steccone, il calzadore, lo drizadore, il grembiale, e la cola. (p. 1347)
  • Questa professione de' carrettieri, ovvero cocchieri, viene onorata poi da una gran moltitudine di persone ch'attesero alle carrozze d'uomini illustri, con gran segno di valore in cotale professione: come Automedonte fu cocchiero d'Achille [...]. (p. 1390)
  • Anfito e Telechio furono carrocchieri di Castore e di Polluce per testimonio di Plinio nel libro sesto, e d'Ammiano Marcellino; Batone, secondo Celio, fu cocchiero di Anfiarao. Patiranfo, secondo Erodoto, fu cocchiero del re Serse. Sillio nel sestodecimo libro fa che Cirno fosse cocchiero di Melampode. Ovidio nel Ibin fa che Mirtilo fosse cocchiero di Enomao. Il Tortellio grammatico vuole che Mennone fosse cocchiero d'Idomeneo, Mnesteo di Diomede, Midone di Pilemene, duce de' Plafagoni. Virgilio nel settimo dell'Eneida, fa che Ideo fosse auriga di Priamo, e nel duodecimo che Metisco fosse cocchiero di Turno. (p. 1390)
  • All'ultimo questa professione è stata illustrata dai vari animali che i poeti antichi hanno assignato ai carri dei lor dei, per fargli fama ancora in questo, sì come in tutte le azioni hanno pigliato cura d'onorarli. Quindi Properzio assegna i linci al carro di Bacco, dicendo di Ariadna da lui rapita: Lyncibus in caelum vecta Ariadna tuis; e Ovidio nel terzo delle Metamorfosi li assegna ancora i tigri mentre dice: Quem circa tygris, simulacraque inania lyncum. (pp. 1390-1391)
  • E il bossolo della calamita ci serve a trovar la lunghezza delle lontananze di ciascun luogo e la vera drittura da un luogo all'altro. [...] Nel bussolo e nella carta si dipingon più bussoli, i quai son quelli dove le linee vengono a congiongersi insieme a forma di stella; e sopra quelle si mette poi il bussolo proprio, quando bisogna, secondo i luoghi ove si trova la nave in mare; e la grandezza della carta s'ha da confar con la grandezza del bussolo, talmente che la distanza da una linea all'altra venga ad aggiustarsi con le punte del bussolo. (p. 1407)
  • Nel bussolo materiale si soglion fare i compartimenti de' venti in modo che tutti i venti comincino in largo vicino al centro o mezzo della rosa, e finiscano aguzzi in punta, venendo mancando a poco a poco, e a far come un triangolo bislungo. E gli sedici venti principali – del soffio de' quali deve intendersi benissimo il nocchiero – si fanno da alcuni in triangoli maggiori, cioè più larghi; e le quarte di mezzo si fanno da alcuni in triangoletti più stretti: talché vengono a un essere un raggio, o triangolo grande, e un picciolo, che in tutto sono trenta due venti, cioè [di] Levante, Ponente, Tramontana e Ostro. (p. 1407)
  • [Sulla Rosa dei venti] Levante, Ponente, Tramontana e Ostro. Il primo vien dalla parte orientale, cioè da quella dove la matina si leva il sole, e passa sotto la linea equinoziale. Il secondo dalla parte occidentale, cioè dove la sera si corca il sole, e passa sotto la predetta linea. Tramontana o Aquilone vene dal Polo Artico, overo settentrionale, e L'Austro o Ostro vien dal Polo Antartico, overo meridionale. E questi sono i quattro venti cardinali e principalissimi del mondo. [...] Hanno poi questi quattro venti principali altri quattro venti collaterali che si compongono da essi. Il primo è fra Levante e Tramontana, e lo chiamano Greco; il secondo fra Levante e Ostro, e si chiama Sirocco; il terzo fra Ostro e Ponente, e si chiama da' marinari Garbino; il quarto fra Tramontana e Ponente, e lo chiamano Maestro. [...] Fra essi poi nascono otto altri venti, i quali chiamano mezzi venti; e pigliano i nomi loro da quei due venti a chi stanno in mezzo. [...] Ora fra questi sedici venti se ne scrivono altri sedici, i quali i marinari chiamano quarte. (pp. 1407-1408)
  • Nel bussolo, poi, il triangolo o il raggio che ha il giglio o la palleta o altra tal cosa per farlo conoscere che sia il raggio di tramontana, ha sotto di sé un filetto d'ottimo acciaro grosso come un ago, e addoppiato in modo che faccia una punta longa quanto è la larghezza di mezzo dito, e poi si venga allargando nel ventre suo, e faccia come un ovo, il qual dall'altro lato venga a fare un'altra punta in cima, e pur doppia come la prima; e questa verrà a stare sotto il raggio di mezzo giorno o di Ostro. E in mezo a quel corpo ovato e vuoto ha da stare il capelletto d'ottone con la fossettina picciolisssima in mezzo, che si ferma poi sopra l'ago che sta drittto in piedi in mezzo al bussolo. (p. 1409)
  • Volendo fare oro filato, overo argento, secondo la professione che attende a questo, è necessario certamente tirar l'oro in filo, e così l'argento, battendolo e assottigliandolo in prima benissimo, e finalmente arrivando a quel segno dove si pone sopra fili di seta o d'altro, con grande industria e artificio di simili maestri. Per la prattica de' quali (ma prima per l'oro) si nota brevemente ch'è solito e consueto presso a costoro di fondere una verga d'argento o di copella o d'altro; la qual verga va distirata col martello; e poi si raspa; e poi si salda l'oro con l'argento con un legno ai folli, overo a vento; e poi s'assottiglia per forza di martello, e fassi più sottile che la carta da colui che battiloro propriamente è nominato [...]. (p. 1448)

Citazioni su Tomaso Garzoni[modifica]

  • La scienza coabitava fruttuosamente coi saperi magici ed esoterici, con le invenzioni fantastiche e prodigiose, con le affatturazioni «miracolose» e i «prestigi» anche in persone che, abilissime nelle arti meccaniche «dove interviene», precisava Tomaso Garzoni, «lima e martello» (orologiai, ingegneri militari, esperti di idraulica, maestri delle arti del fuoco...), avrebbero dovuto essere meno sensibili ai richiami dell'occulto. Il fascino dell'arcano, delle «secrete e maravigliose cose» contagiava tutti. (Piero Camporesi)
  • Se nel Nord Tomaso Garzoni aveva in verso e in prosa esaltato il «glorioso Fioravanti da i miracoli» per i suoi spericolati interventi chirurgici, per l'«angelico e divino Elixir Fioravanti», perla della sua irraggiungibile perizia terapeutica, anche nel Sud si era alzata la voce di Marco Aurelio Severino (1580-1656) a elogiare il «Fioravanti Bolognese» per i suoi «medicamenti policresti» nella Trimembris chirurgia, e a difenderlo dai detrattori. (Piero Camporesi)

Note[modifica]

  1. «ephod lineo»: stola di lino.
  2. «Bisogna far uso degli occhiali».

Bibliografia[modifica]

  • Tomaso Garzoni, La piazza universale di tutte le professioni del mondo, due volumi, a cura di Paolo Cherchi e Beatrice Collina, Einaudi, Torino, 1996. ISBN 88-06-13119-2

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