Piero Camporesi

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Piero Camporesi (1926 – 1997), antropologo, filologo, storico, gastronomo, critico letterario e accademico italiano.

Camminare il mondo. Vita e avventure di Leonardo Fioravanti medico del Cinquecento[modifica]

Incipit[modifica]

A Palermo aveva trovato un buon alloggio "al largo della marina, appresso santa Maria della Catena". Era sbarcato nella capitale del "fertilissimo regno di Sicilia" forse nell'autunno del 1548, navigando su una nave salpata da Genova dove, lasciata la casa bolognese, si era recato in occasione dell'arrivo di Filippo, primogenito di Carlo V.

Citazioni[modifica]

  • Quando era partito da casa nessun astrologo poteva predirgli che sarebbe rimasto per circa setta anni al Sud, a Palermo prima, poi a Messina, in Calabria e infine a Napoli prima di risalire lentamente la penisola. (Da Un medico di "nazion bolognese", I, p. 9)
  • Tarda, confusa, orecchiata e di seconda mano fu la conoscenza che Fioravanti ebbe di Paracelso e delle sue opere. Anche se non mancò di elogiare il geniale terapeuta-alchimista-chirurgo elvetico, la sua formazione passò per altre strade. [...] Anche Fioravanti riteneva i medici "audiutori della natura e non maestri" ma non arrivò mai a condannare in blocco con lo sprezzante disdegno dell'elvetico la letteratura dottorale antica e moderna. Condivise con Paracelso la convinzione profonda della superiorità dell'esperienza sulla teoria astratta e la necessità dell'esperimento; del vedere e del fare, più che del leggere; l'umiltà del medico, bisognoso d'apprendere anche dagli indotti e dagli analfabeti; la necessità di conoscere le arti manuali per completare il curriculum policentrico dei saperi umani; la scarsa fiducia, se non la disistima, dell'anatomia. (Da Un medico di "nazion bolognese", I, pp. 12-13)
  • Anche quando scrive rivolgendosi ai colleghi (o fingendo che siano loro i destinatari dei suoi pungenti avvertimenti) non resiste alla tentazione d'abbandonarsi a graffianti considerazioni tali da mandare in bestia i destinatari delle sue frecciate. I dottori togati e i medici collegiati – c'era da aspettarselo – lo fecero tribolare tutta la vita, a Roma, a Venezia, a Milano dove nel 1573 riuscirono perfino a buttarlo in carcere sotto la falsa accusa d'esercizio abusivo della professione. Per il "cavaliere aurato" Fioravanti la rabbia e l'umiliazione dovettero essere smisurate. (Da Fra tradizione e innovazione, III, p. 67)
  • Salpando verso la Sicilia Leonardo Fioravanti sapeva molto bene d'andare incontro all'avventura: seguiva le orme e la tradizione d'innumerevoli chirurghi che fiutavano il sangue da lontano, di ciarlatani erranti e d'empirici girovaghi che passavano di piazza in piazza, di terra in terra, intraprendenti, abili maestri della seduzione orale e teatrale. Geniali talvolta e colti, sempre consumati incantatori e spericolati commedianti. Spiccava tra questi un personaggio d'eccezione, Iacopo Coppa, altrimenti detto Iacopo Modenese o il Modanese tout court. (Da Da Firenze a Pola, VIII, p. 177)
  • Compariva Iacopo Coppa sulle piazze "con un gran stendardo nel quale", raccontava Clelio Malespini, "era depinta una donna ignuda con una lingua nella mano sinistra e un coltello nella destra, figurata per la bugia": un emblema parlante che dovette certamente colpire Fioravanti quando lo vide, probabilmente a Venezia, dove il Modanese aveva abitato a più riprese e che a Venezia ritroviamo nel 1561 quando già il giramondo bolognese vi era arrivato da alcuni anni. Fioravanti infatti vedeva nella lingua l'organo infame della maldicenza, il carnoso strumento della calunnia, della mormorazione, dell'invidia. (Da Da Firenze a Pola, VIII, p. 178)

Explicit[modifica]

Quando l'ora lo colse e l'avida signora entrò senza bussare nella sua casa, certamente d'affitto, per riscuotere l'ultima pigione, trovò che la stava aspettando. Da tempo aveva gettato ogni medicina. Aveva sempre saputo che contra vim mortis non est medicamentum in hortis. Ora doveva scendere sotto terra "a far", come amava dire, "pignatte".

I balsami di Venere[modifica]

Incipit[modifica]

  • "Non è cosa né cibo che più sia conforme al nutrimento dell'uomo quanto è la carne umana, se non fosse la abbominazione che la natura ha a quella", osservava serenamente alla fine del '400 il medico-astrologo Girolamo Manfredi nel libro del Perché volgarizzato. E invero la vecchia società coltivava nei sogni della notte e nelle fantasie diurne una inquietante predisposizione a pratiche alimentari molto disinvolte, affascinata da rituali trasgressivi, rimossi ma non cancellati dal "processo di civilizzazione". Fin da allora il disagio della civiltà incominciava a farsi sentire, col suo insopportabile carico.

Citazioni[modifica]

  • Anche le più edonistiche prestazioni sessuali si configuravano come prelievi, come donazioni, come trasfusioni. Da vivi a vivi per dare scacco alla morte o per dimenticarla, temporaneamente. [...] Traendo da queste premesse le logiche deduzioni, si potrebbe banalmente riassumerle nella considerazione che mangiare, bere o succhiare il corpo dell'altro – come di solito avviene negli atti venerei – è un rispettabile atto d'amore e d'ossequio verso se stessi. Il linguaggio d'amore ("ti mangerei di baci", con tutte le infinite varianti personali) è la copertura verbale e metaforica d'una pulsione dolcemente omicida. (Da Il "misterio del coito", p. 11)
  • L'appetito femminile, nell'età premoderna, non aveva nulla da invidiare a quello maschile. La lussuria muliebre, non medicata, non affatturata, nasceva nella natura calda e umida, spontanea e incontenibile. Per temperarne il calore, per mitigarne o esorcizzarne i libidinosi richiami, la farmacologia prescriveva alimenti inclinanti al freddo e al secco, non di "virtù calida e umida o ventosa": come i cosiddetti "testicoli di cane", già individuati e descritti da Galeno, dalla doppia radice. (Da L'inutile ludibrio, p. 34)
  • Uomini e donne, però, più che perseguire sogni di castità, più che ricercare nuovi segreti "contro l'ardore de la libidine e de la luxuria" (come scriveva Caterina Sforza, signora di Forlì, nei suoi Experimenti), attendevano all'alacre ricerca di remedia e medicamenta di segno opposto. Nella Clizia di Niccolò Machiavelli, il vecchio Nicomaco si preparava alla giostra amorosa con quegli stessi corroboranti che godranno la fiducia, molti anni più tardi, anche di Alessandro Petronio: satirione e piccione. (Da Venerea voluptas, p. 38)

Il paese della fame[modifica]

  • I diavoli – si noterà – brandiscono strumenti da lavoro contadini, i "forconi", strettamente collegati al "letame", cioè all'elemento escrementale dispensatore di fertilità sulla terra, nutrita dai rifiuti fecali; e anche Ciriatto "sannuto" (Inf., XXI, 122) scaturisce certamente da questa demonologia popolare connessa alle figure del mondo agrario come il maiale, elemento fondamentale dei "patroni" contadini come quel Sant'Antonio abate, creazione, cristianizzata, del folklore carnevalesco. (Da Il carnevale all'inferno, cap. I, p. 36)
  • "Strane, orride e brutte", apparvero a Morgante le "membra" di Margutte; alla bruttezza e alla stranezza delle forme s'aggiungeva la carnagione scura ("in volto parea tutto fosco"). Gigante abortito o nano ingigantito (l'ipertrofismo e la miniaturizzazione corporale sono valori abituali della misura grottesca dell'umano), Margutte, essere d'origine ambigua, sembra appartenere anagraficamente a una progenie particolare che ha nel territorio del folklore la sua vera patria: la provincia non umana abitata dai nani e dai giganti, dai folletti e dai "salvatici", dai mostri e dalla multiforme e variopinta genìa delle creature "contraffatte", di varie dimensioni e fattezze, quelle che popolavano la selva medievale delle mostruosità grottesche, quelle che sciamavano nella parata carnevalesca dei mostri informi. (Da Calcagnantes, truffatore et malagentes. La famiglia di Margutte, cap. I, p. 57)
  • Come il mutare delle lune, il lunatico o il buffone cambia volto, pensieri, comportamenti, travolto dalla spirale nevrotica del cambiamento (la spirale è remoto segno del tempo ciclico). Ma forse il buffone ha intuito misteriosamente "l'identità interna del mondo e del caos", quello che Gilles Deleuze chiama il Caosmo, l'impossibilità del ritorno dell'identico, del simile, dell'eguale. (Da La scienza del ventre. Declino e morte di Cuccagna, cap. III, pp. 120-121)

Il pane selvaggio[modifica]

Incipit[modifica]

"On était vraiment las d'être au monde", annotava nel suo diario un curato di campagna francese nel XVII secolo interpretando la disperazione dei parrocchiani più miserabili che morivano di fame nel suo villaggio. All'inizio dello stesso secolo un canonico bolognese, Giovanni Battista Segni, ricordava che

in Padoa del 1529 ogni mattina si ritrovavano per la città venticinque e trenta morti di fame sopra i lettami nelle strade. Li poveri non avevano effigie umana.

Citazioni[modifica]

  • Medici autorevoli come il Cardano vociferavano che nel Nuovo Mondo era stata ritrovata "una fontana d'acqua assai più preziosa del vino, di cui qualunque ne beve di vecchio giovane diviene". Testimoni rispettabili, informatori sulla parola dei quali non è lecito dubitare, spergiuravano che qua e là vecchi quasi centenari avevano visto i loro capelli tornare neri, le rughe svanire, i denti rinascere e vecchie grinzose e decrepite s'erano improvvisamente rassodate nelle mammelle lunghe e pendule rifiorendo in tutto il corpo. (Da La "miserabile malattia", p. 27)
  • La gerarchia dei pani e delle loro qualità sanzionava di fatto un confine sociale; il pane rappresentava uno status symbol che qualificava una condizione umana e una classe, a seconda del suo particolare colore che svariava in tutta la gamma dal nero al bianco, prima dell'introduzione del mais nella panificazione che modificò, anche coloristicamente, quella tirannia dei cereali che per millenni si era protratta fra le popolazioni dell'Occidente e di tutte le terre in cui le granaglie costituivano l'alimento primario. (Da Vertigini collettive, p. 149)
  • Il flagello dei vermi era perciò paventato da tutti, incarnazione di forze viscide e malefiche, presagio e segno di carestie, pestilenze, febbri maligne, continue e discontinue. Gli uomini degli antichi stati vivevano nella paura degli insetti: le mosche, le pulci, le cimici, i pidocchi, i "vermi che mangiano il frumento in erba", i vermi che davano il "guasto alle campagne intere", le locuste. (Da La "volubile e verminosa colonna", p. 201)

Explicit[modifica]

Segregati i "libertini", incatenate le "innumerae pestes Erebi", ridotte al monotono silenzio della giaculatoria devota biascicata in meccanica ripetizione le bocche dei birbanti vomitanti oltraggi e bestemmie, la società dei giusti e dei buoni, per mezzo della voce degli studiosi "humaniorum litterarium", celebrava con l'inaugurazione dell'Ospedale Generale ("in solenni renascenti Ptochotrophii instauratione"), l'auspicato ritorno all'ordine, il "festum novum", il trionfo della povertà o, più correttamente, il trionfo sulla povertà: paupertatis triumphus.

La miniera del mondo[modifica]

Incipit[modifica]

Nella primavera del 1561, passati ormai gli "eccessivi freddi" dell'inverno padano, quando anche le nevi sulle giogaie appenniniche si stavano sciogliendo, Leonardo Fioravanti, "bolognese et medico in l'una e l'altra professione", sospesi tutti i suoi "negotij" e lasciata Venezia dove aveva casa "acanto al frutarolo di san Zuliano", giunse finalmente davanti al nuovo, magnifico palazzo del duca. Era entrato a Firenze con grandi progetti e pieno di speranze, certo che Cosimo I lo avrebbe sicuramente ricevuto senza indugio.

Citazioni[modifica]

  • L'orina colava dappertutto: ai tempi di Lodovico Antonio Muratori "gran sozzura si vede nelle scale de' pubblici palazzi per l'orina, ch'ivi si raccoglie. Se per uso delle fabbriche de' panni ha qualche scusa: ma se altrimenti fosse, sarebbe un'enorme improprietà". Una "improprietà", seppur enorme, urinare sulle scale comunali che richiedeva una "più decente maniera" per la "pulizia del pubblico". Una pratica sociale molto diffusa (gli escrementi non erano stati ancora privatizzati) e tranquillamente accettata in una società mitridatizzata contro i mille fetori dell'"aere corrotto", e immunizzata contro il lezzo della decomposizione delle carni e delle sostanze organiche. Se nei cimiteri si vendevano carni e pesci, vi si ballava anche, si mangiava, ci si amava. Il rapporto tra l'uomo e il corpo passava attraverso un diverso rapporto con la morte. (Da Le "officine de' lambiccanti", p. 170)
  • Chi lavorava nelle "fodine" di Ungheria, di Boemia, di Germania, dei Carpazi, raramente riusciva a raggiungere i quarant'anni. Fra le montagne carpaniche – racconta Georgius Agricola nel De re metallica (1556) – non era raro imbattersi in vedove di minatori (fossores) che si erano risposate anche sette volte. "Horrenda symtomata" colpivano i lavoratori delle miniere di piombo. (Da Sporcizia e sudore: l'inferno dei lavori ignobili, p. 222)
  • In passato non era troppo rara la figura del rivendugliolo (non infrequentemente gobbo) di chincaglieria, di pizzi, di cotone, di pettinine, di nastri, di aghi che s'inerpicava a forza di mulo nei più sperduti paesi dell'Alto Appennino, con le sue cassette a scompartimenti bilanciate sui fianchi della bestia. Portava anche notizie, novità, sussurri, biglietti, dispacci d'affare o d'amore; ripartiva con molti messaggi da condurre a destinazione, qualche soldo in più e un po' di "marocca" in meno. (Da Mestieri nomadi e arti per via, p. 291)
  • Il vecchio costume medievale del basso clero che era stato parte attiva in certi riti extraliturgici come quello dell'episcopellus, del festum stultorum, del risus paschalis (quando il sacro era sentito tanto familiare a tutti da potersi prendere straordinarie libertà senza per questo cadere nella riprovazione o addirittura nella punizione, e il carnevale veniva celebrato anche dentro i conventi da frati che si mascheravano, ballavano, cantavano, allestivano commedie e nei monasteri da monache che si travestivano da uomini), costituiva una delle resistenze più tenaci al riammodernamento del costume sociale e all'accettazione della nuova dimensione religiosa che portava il prete alla solitudine [...]. (Da Vita di borgo nella Romagna premoderna, p. 348)

Le belle contrade. Nascita del paesaggio[modifica]

  • Nel Quattrocento e per larga parta del secolo seguente l'investigazione della natura era di competenza dell'esoterismo alchimistico, affidata al sogno febbrile della trasmutazione di metalli, alberi, animali o addirittura "homuncoli", di umanoidi usciti dalla provetta: "vogliamo che si creda che fuor del ventre feminile generar e formar si possa uno homo et ogni altro animale con carne, ed ossa e nervi, ed anco animarlo di spirito con ogni altra convenienzia che se gli ricerca. E similmente far nascere gli arbori e l'erbe – continuava Biringucccio nel cap. I del I libro della Pirotechnia – con l'arte senza il seme lor naturale. E così i frutti separati da gli arbori, dandolo le forme loro, e così li colori, gli odori e sapori come li veri naturali..." (Da Dal paese al paesaggio, p. 31)
  • Questo longitudinale paese che oggi s'identifica nello stereotipo nazional-geografico di stivale (solo verso la metà del Seicento s'incominciò a vederlo sotto la "forma di uno stivale") veniva nei secoli precedenti immaginato "a guisa di una croce posta in lungo dalle Alpi e dallo Appennino infino a Regio et alli lidi di Calavria". Oppure era visto "a simiglianza d'una fronda di quercia, più lunga che larga", come l'avevano nell'antichità classica definita Plinio e Solino, immagine ripresa da Fazio degli Uberti e poi da Flavio Biondo, "Molto simile ad una pampana di quercia". (Da La città: bellezza e nobiltà, p. 68)
  • "La potenza gli rende altieri" – scriveva in una lettera da "Bonna" (Bonn) nel 1675 Giovan Battista Pacichelli compendiando e ponendo "di lontano sotto l'occhio i costumi tedeschi" – "e l'altierezza disprezzanti degli altri, massimamente degli Italiani, che in alcuni luoghi chiamano Hundt Valscher, cioè cane italiano". (Da La città: bellezza e nobiltà, p. 78)

Citazioni su Piero Camporesi[modifica]

  • Il carattere propriamente storico – anche e magari perfino soprattutto sotto il profilo della storia civile, sociale, etica: "dell'identità nazionale", come oggi si amerebbe dire – della lettura camporesiana di Artusi viene soprattutto evidenziato e per così dire sintetizzato nella famosa affermazione di Camporesi, che "La scienza in cucina ha fatto per l'unificazione nazionale più di quanto non siano riusciti a fare I Promessi Sposi. I gustemi artusiani, infatti, sono riusciti a creare un codice di identificazione nazionale là dove fallirono gli stilemi e i fonemi manzoniani." (Franco Cardini)

Bibliografia[modifica]

  • Piero Camporesi, Camminare il mondo. Vita e avventure di Leonardo Fioravanti medico del Cinquecento, Garzanti, Milano, 1997. ISBN 88-11-69274-1
  • Piero Camporesi, I balsami di Venere, Garzanti, Milano, 1989. ISBN 88-11-65155-7
  • Piero Camporesi, Il paese della fame, Garzanti, Milano, 2000. ISBN 978-88-11-67671-3
  • Piero Camporesi, Il pane selvaggio, Garzanti, Milano, 2004. ISBN 88-11-67711-4
  • Piero Camporesi, La miniera del mondo, Il Saggiatore, Milano, 1990. ISBN 88-04-32741-3
  • Piero Camporesi, Le belle contrade. Nascita del paesaggio italiano, Garzanti, Milano, 1992. ISBN 9788811598206

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