Varvàra Dolgorouki

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Varvàra, principessa Dolgorouki (1885 – 1980), aristocratica e scrittrice russa.

I Quaderni. Russia 1885-1919[modifica]

Incipit[modifica]

Perduta per sempre la mia deliziosa, la mia spensierata, magica infanzia, perduta quell'infanzia che appariva allora così limpida e chiara – del tutto dimenticati i piccoli crucci infantili –, resta una risplendente, un'incantata rete di memorie nell'animo pieno di nostalgie per i tempi senza ritorno.

Citazioni[modifica]

  • Per viaggiare, mio padre aveva diritto a un vagone di prima classe per lui, la sua famiglia e i domestici. Infatti a quell'epoca, in Russia, se si comperavano dodici biglietti di prima classe, si aveva diritto di occupare un intero vagone. La cosa era molto piacevole, soprattutto perché il vagone veniva semplicemente attaccato a un treno che andava diretto alla nostra destinazione, quindi non c'era bisogno di cambiare. Finalmente si partiva: tra noi, i domestici e il bagaglio il vagone si riempiva. (p. 29)
  • Si faceva sosta a Mosca, un lungo intervallo fra due treni che durava quasi tutta la giornata. [...] Naturalmente andavamo sempre al Cremlino, ammirando quell'agglomerato senza eguali di splendide antiche cattedrali russe, alla testa delle quali si levava, suprema, la cattedrale dell'Assunzione di Maria Vergine, costruita durante il regno di Giovanni Kalita e nella quale furono incoronati, a cominciare da Ivàn il terribile, tutti gli tsar russi. (p. 29)
  • La cattedrale dell'Arcangelo, situata nel luogo più alto del Cremlino, contiene molte miracolose icone e reliquie, tra esse quelle di san Michele, principe di Tchernigoff, nostro antenato. (p. 29)
  • Per tutta la Russia si incontravano anche i Christà radi yuròdivy (semplici, o folli, per amor di Cristo). È difficile credere che qualcuno potesse lasciare la sua casa per sempre, e per sempre andarsene, lasciando cadere la propria identità, conosciuto ormai solo col nome di battesimo, pregando e sostando solo con quelli che li accoglievano, parlando brevemente, da semplice, non avendo ove posare il capo e da semplice dicendo profonde verità. [...] La gente amava quegli yuròdivy, capiva i loro bizzarri ammonimenti, espressi forse solo in nude, incoerenti parole, ma dal profondo della loro anima cristiana non vincolata a regole, in libero contatto con Dio. Alcuni di loro sono stati beatificati. Questo mi appare un modo tutto russo di attenersi strettamente alla propria fede, nella pienezza interiore dell'anima, fuori da qualsiasi precetto. (pp. 40-41)
  • Talvolta, d'autunno, nella nostra campagna apparivano dei tartari. Giungevano con le famiglie, i carri e gran numero di cavalli, in cerca di lavoro. Questo significava che la siccità li aveva costretti ad allontanarsi per un certo tempo dalla loro regione onde salvar se stessi e i loro cavalli dalla fame. I cavalli sono essenziali ai tartari. Li usano per il lavoro, per il trasporto; il loro principale cibo giornaliero è carne di cavallo e latte di giumenta. (p. 50)
  • I tartari che dimorano in gran parte della Russia, dalla regione del Volga, il Kazan, la Crimea, su fino al Caucaso e alla Siberia, sono i discendenti che ancora restano del loro un tempo glorioso conquistatore Gengis-Khan. Dal suo nipote, Batii, fino al 1242, la Russia fu dominata e oppressa dai tartari per 237 anni: la cosiddetta Tatàrskoe igo o dominazione mongola, imposta dopo la seconda dominazione. (p. 50)
  • In varie parti della Russia i tartari erano molto pittoreschi. A Tzarítzin (Colline Gialle), per esempio, sul Volga: folle variopinte, venditori ambulanti di varie merci con le loro grida caratteristiche. In Crimea i bei tartari nelle loro tuniche ricamate d'oro accompagnavano gli ospiti d'autunno, soprattutto le signore, che noleggiavano i loro cavallini, felici di quelle scorte pittoresche. (p. 51)
  • In una calda giornata d'estate, uscendo in carrozza per quelle vaste pianure, si provava un'immensa, sconfinata libertà dell'anima, come se nulla più la trattenesse e fosse pronta a balzare nell'infinito. I russi chiamano questo prostòr. In tali giorni d'estate, attraversando i campi, l'aria calda, con una sorta di remota foschia, creava un'illusione di profili di boschi, d'alberi e d'altro, sul remoto orizzonte, che in realtà non esisteva. Erano morgane, miraggi, come nel deserto.
    Molti erano in Russia coloro che l'ignoto, il remoto attraeva; la lontananza, il prostòr li chiamava. (pp. 52-53)
  • [...] le "notti bianche di Pietroburgo" così care ai nostri cuori di nordici!... La strana luce, una luce simile a nessun'altra, che dura l'intera notte: fredda, senz'ombre. Una luce che nell'indescrivibile silenzio notturno tutto pervade e incanta, in un mondo di bellezza fatata. I profili dei bellissimi edifici di Pietroburgo, come i palazzi della Nevà e la Fortezza dei Santi Pietro e Paolo, parevano la scenografia di un racconto di fate. Quelle notti bianche così diverse da essere l'antitesi delle notti del sud, profonde, vellutate, dalle stelle scintillanti, notti così oscure e calde! Notti bianche e notti oscure, ugualmente care al mio ricordo... (p. 63)
  • In un angolo della sala era appesa in alto, come in uso in Russia, un'icona, e proprio sotto di essa c'era il pianoforte. Mio padre suonava a lungo, dimentico di tutto, ma di tanto in tanto lo si vedeva alzare gli occhi all'icona con grande venerazione se non addirittura in preghiera. (p. 76)
  • Durante l'inverno del 1905, il 4 di febbraio, a Mosca, il granduca Sergio Alexàndrovich fu ucciso da una bomba nella sua carrozza. Fu assassinato da un rivoluzionario di nome Koliàeff. La sua vedova, la granduchessa Elisabetta Fiòdorovna (sorella maggiore dell'imperatrice Alexandra Fiòdorovna) Alexandra Fiòdorovna) accettò il suo dolore con spirito profondamente cristiano. Andò a trovare Koliàeff in prigione; vi andò per perdonarlo e per donargli una copia del Nuovo Testamento. Poco dopo fondò l'Ordine delle suore di Marta e Maria, con annesso ospedale, e dedicò tutta la sua vita all'assistenza dei malati e dei poveri. Le suore vestivano di grigio, un'innovazione, questa, perché le religiose russe ortodosse indossano, per tradizione, sempre il nero. (p. 83)
  • [Sulla granduchessa Elisabetta Fiòdorovna] La mia sorella maggiore Trubetzkòy, mentre accompagnava il marito, diretto al fronte, fino a Mosca, vi si fermò: desiderava esprimere la sua partecipazione al lutto della granduchessa lasciando la propria firma al palazzo. Inaspettatamente fu invitata a entrare e rimase grandemente colpita dalla straordinaria serenità, umiltà e devozione della granduchessa. Una volta, molto più tardi, ebbi l'occasione di vederla anch'io, già madre superiora. Fu al matrimonio della nipote di suo marito, la granduchessa Maria Pàvlovna junior, con un principe svedese. Ella entrò in chiesa per la cerimonia: in un abito monastico bianco-crema, pareva una bellissima santa. Mi spiace dover dire che quel matrimonio, celebrato con gran pompa a Tsàrskoie Selò, non durò a lungo. (pp. 83-84)
  • È triste ricordare lo stato di effervescenza che dall'inizio del 1915 si diffuse nell'animo del popolo come si diffonde un contagio. Tutto appariva sbagliato, tutto era criticato. È vero che la intellighentsia russa era stata educata nell'idea di dover combattere per qualcosa, specialmente, per il "popolo". Poco prima c'era stata la moda, per le ragazze, di mettersi occhiali scuri, tagliarsi i capelli e andare in campagna, tra i contadini, insinuando idee di rivolta nelle loro semplici menti. Anche tra le classi dirigenti correva uno spirito critico, non costruttivo, che accresceva soltanto lo sconforto generale. (p. 87)
  • Viaggiando all'estero, spesso mio padre prendeva un letto per mia madre, ma noi si viaggiava in seconda, proprio per la nostra educazione. Ricordo anche che, per la stessa ragione, a Parigi, scesi al raffinato Hôtel Vendôme, mio padre mi portava apposta in ristoranti a buon mercato, che appena allora cominciavano a sorgere. Dovevo imparare e comprendere che la vita può esser vissuta molto dimessamente. Contrariamente ad affermazioni inesatte stampate sui miei genitori, devo dichiarare che nella loro casa mai vi fu eccesso di pompa, come cosacchi in alta o altra qualsiasi uniforme; né altri lussi assolutamente fantastici. (p. 89)
  • Belle steppe della Piccola Russia! Il cielo d'estate, con quelle specialissime nuvole bianche, in forma di rotoli o di riccioli. Spesso un salice mezzo spezzato, cresciuto accanto a un vecchio ponte di legno, dava grazia al paesaggio. Profilo verde scuro di boschi remoti. Qua e là, bestiame al pascolo. Uccelli spiccavano il volo all'avvicinarsi dell'uomo, a volte il lontano ritornello di una canzone giungeva all'orecchio in uno sbuffo di vento: una canzone cantata da donne al lavoro nei campi lontani, solitamente in costumi che sebbene vecchi e indossati solo al lavoro, erano leggiadri e ricchi di colore. (pp. 98-99)
  • Gmeiner, un ufficiale austriaco perdutosi di notte nella neve in territorio russo, bussò alla porta di una capanna nel bosco e fu fatto entrare da una vecchia che era in casa con un bambino di sette anni. Poco dopo, un soldato russo irruppe nella capanna, armato di fucile, e il bambino si mise a urlare e cercò di afferrare il fucile per impedirgli di sparare. Quei pochi secondo diedero a Gmeiner il tempo di mettersi in salvo attraverso un'altra porta. Ormai al sicuro, egli fece sull'istante il voto di organizzare qualcosa per i piccoli, ignoti orfani di tutto il mondo, in ricordo del coraggioso e caro bambino che gli aveva salvato la vita. A seguito di quel voto furono erette da lui nel mondo intero le «Case S.O.S.» per i bambini. (p. 109)
  • Kiev, la culla della Russia, così pittorescamente situata sull'alta sponda del fiume Dnieper, nel quale [...] il granduca o piuttosto il principe Vladìmir, nipote della "più saggia di tutte le donne", la principessa Olga, battezzò il suo popolo nel 989. (pp. 109-110)
  • Il primo ministro Stolypin, che dava la schiena all'orchestra, era stato colpito al ventre e prima di cadere tra le braccia del suo vicino, ebbe ancora la forza di rivolgersi verso l'imperatore e benedirlo da lontano con il segno della croce. (p. 112)
  • [Sull'assassinio di Stolypin] L'orribile delitto fu commesso dal rivoluzionario Bagroff che, recitando la parte di informatore della polizia, si era presentato quella sera al teatro in abito da sera e aveva chiesto con urgenza di essere fatto entrare, asserendo di avere qualcosa di estrema importanza da comunicare al capo della polizia. Una volta dentro, e portatagli una lettera, era abilmente scivolato in platea e, avvicinato Stolypin, gli aveva sparato a bruciapelo. Oggi è noto che il giorno precedente egli aveva fatto colazione con Trotzky! (pp. 112-113)
  • P.A. Stolypin aveva i rivoluzionari alle calcagna. Sfuggito ai loro tentativi di ucciderlo per ben tredici volte, ne cadde vittima la quattordicesima. Certamente la sua riforma poteva non piacere ai rivoluzionari per l'unica ragione che al loro slogan «terra e libertà ai contadini» essa avrebbe tolto molto del suo mordente. Poveri contadini! Illusi da quelle seducenti promesse, dopo la Rivoluzione si videro portar via la terra esattamente come i grandi proprietari, e in tutto il paese sorsero i kolkoz. (p. 114)
  • All'inizio del 1912 mio padre cominciò a soffrire di ulcera allo stomaco; spesso doveva restare a letto per un pio di settimane, con forti dolori. Cercava di dare il minimo di importanza alla sua malattia, continuando a mostrare il massimo interesse a tutto quello che accadeva nel mondo. [...] Nella primavera del 1912 vi furono a Mosca celebrazioni per commemorare la vittoria del 1812 su Napoleone. Mio padre, sentendosi meglio, poté adempiere per l'ultima volta ai suoi doveri di Gran Maresciallo della Coerte imperiale. Ebbe la forza di prendere parte a tutte le cerimonie, ma ciò fu troppo per lui, nel suo stato di salute. Tornò stanchissimo e dovette presto rimettersi a letto per non alzarsi mai più. Il 7 di giugno del 1912, un'ora dopo che era stato chiamato il prete, mio padre trapassò in pace. (pp. 118-119)
  • Povera Russia "arretrata", come la definiva l'Occidente! Eppure, in quella Russia arretrata, fin dalla fine del secolo XIX lo zemstvo manteneva e sosteneva gli ospedali per i contadini; questi, che costituivano la più grande parte della popolazione russa, vi erano curati gratuitamente. [...] In effetti la povera Russia arretrata aveva liberato i servi della gleba nel 1861, parecchi anni prima che gli Stati Uniti concedessero ai negri i diritti civili. (p. 121)
  • Parecchio tempo dopo sposata, donai un anello di santa Barbara proveniente dal monastero di San Michele di Kiev dove si conservano le reliquie di santa Barbara (che protegge dalla morte repentina) a un mio amico che andava al fronte. (p. 139)
  • Più tardi i bolscevichi distrussero tutte le tombe riducendo il luogo una landa desolata. Anche il monastero di San Michele con le reliquie di santa Barbara fu messo a sacco, come tante e tante altre chiese e la veneratissima Kievo Perchèrskaia Lavra. Il pensiero di tutto ciò è spaventoso. (p. 141)
  • A quei tempi molti giovani, persino ragazzi di quattordici o quindici anni, avevano segretamente lasciato la famiglia per arruolarsi nell'Armata Bianca. Le salme di molti di loro, uccisi al fronte, furono portate a Novotcherkàsk (residenza dell'Atamano dei cosacchi del Don), composte nelle bare ed esposte in file nella cattedrale per essere sepolte il giorno dopo con maggiore solennità. Una moltitudine di gente ansiosa, con l'angoscia scritta in volto, invase la cattedrale cercando tra i morti per accertarsi che nessuno dei suoi fosse tra essi. Erano un triste spettacolo i giovani volti morti di quei ragazzi che spontaneamente, appassionatamente, avevano dato la vita per la patria. Furono fotografati e numerati, così come le loro tombe, per consentire più tardi alle famiglie di ritrovare la loro sepoltura. Ma, all'avvento dei bolscevichi tutte le liste e tutte le fotografie furono distrutte così che le tombe di quegli ignoti giovani eroi rimarranno per sempre ad invocare silenziosamente giustizia. (pp. 141-142)
  • Quando andai a prendere il tè da lui e conobbi sua moglie, una svizzera, il generale Kalèdin mi raccontò con semplicità una storia commovente. Durante la guerra, era sul punto di prendere una seria decisione, ma esitava, non volendo esporre inutilmente i suoi uomini lanciandoli all'attacco. In quel momento ricevette da sua moglie un telegramma, non importante ma che finiva con le parole «Dio ti benedica». Mi disse che leggendo quelle tre parole, si sentì illuminato, capì subito quel che dovesse decidere, diede i suoi ordini e riportò un'importante vittoria. (p. 143)
  • Anche la morte dell'Atamano Kalèdin [...] fu del tutto eccezionale. Il suo periodo in carica come Atamano eletto dai cosacchi del Don si avvicinava alla fine e i bolscevichi accerchiavano sempre più strettamente Novotcherkàsk. [...] Vivo non si sarebbe arreso. Non avrebbe rinunciato al dovere che, come soldato, gli era sacro. Vide una sola via d'uscita e quella decise di seguire. (pp 143-144)
  • Prima dei grandi combattimenti i soldati russi usavano, per poco che fosse possibile, indossare camicie pulite affinché in caso di morte i loro corpi fossero pronti per la sepoltura. Da soldato qual era, Kalèdin si cambiò la biancheria e andò in cerca di sua moglie che attraverso la porta vide occupata in una conversazione su questioni di beneficienza. Senza farsi scorgere, da lontano, le mandò con un bacio un ultimo silenzioso saluto. Tornato nella sua stanza si sparò un colpo di rivoltella ed ebbe ancora la straordinaria dignità di sdraiarsi sul letto con le mani incrociate sul petto, incrociate nella sua fede profonda, incrociate per la sepoltura. Un gesto perfettamente appropriato all'uomo. (p. 144)
  • Il generale Nicolai Jùdovich Ivànoff era stato comandante in capo del fronte russo occidentale [...]. Era un uomo non più giovane. Aveva molto da raccontare, avendo molto visto nella sua vita. Durante il periodo di torbidi precedente l'abdicazione dell'imperatore, egli aveva raccolto al Quartier Generale imperiale un gruppo di ufficiali e di soldati tutti decorati, come lui, dell'ordine di san Giorgio. Con loro si accinse, agli ordini dell'imperatore, a ristabilire l'ordine a Pietroburgo. Riuscirono ad arrivare vicino a Tsàrskoe Selò ma a quell'epoca tutti i contatti con il Quartier Generale erano interrotti. Lì appresero la gravissima notizia dell'abdicazione dell'imperatore. Di fronte alle schiaccianti forze rivoluzionarie, poterono soltanto tristemente ritirarsi. (p. 142 e 145-146)
  • Da un certo tempo si vedevano a certi angoli delle strade uno o due cinesi che vendevano ventagli di carta, lanterne e tutti i generi possibili di paccottiglia cinese. Non ho dubbi che fossero stati messi lì come osservatori per controllare i movimenti degli uomini appartenenti all'Armata Bianca. Più tardi me ne convinsi ancor più perchè, quando i bolscevichi, entrando in città, catturarono e torturarono alcuni ufficiali bianchi, si disse che i cinesi strapparono loro gli occhi, sfilarono loro come guanti la pelle delle mani, ecc. (pp. 147-148)
  • Fu triste lasciare così all'improvviso la bella cittadina di Novotcherkàsk, principale città della regione dei cosacchi del Don, ricca e fertile regione russa, dove i cosacchi erano vissuti tanti anni mantenendo fermamente le loro tradizioni militari e familiari; in quella zona ogni famiglia si teneva strettamente unita, raccogliendosi in occasione di grandi avvenimenti familiari, il più notevole dei quali era la partenza di un giovane membro della famiglia quando, divenuto maggiorenne, cominciava il servizio militare. In tale occasione si svolgeva una grande festa familiare. Il giovanotto doveva mostrare la sua abilità nell'equitazione e del djighitòwka[1], come avevano fatto i suoi antenati. A volte seguiva il commovente congedo dalla fidanzata e alla fine egli riceveva la solenne benedizione dei suoi genitori ed era accompagnato da suo padre, con cavallo, sella, uniforme, spada, fucile e tutto, al reggimento cosacco nel quale si arruolava. (p. 149)
  • [Sulle tradizioni dei cosacchi] Un'altra occasione di riunione familiare era il congelamento del vino fatto in casa. Quando il gelo era giunto a una temperatura sufficiente, il vino, versato in vasche di legno, era messo fuori a gelare finché in superficie si formava uno strato di ghiaccio. Il ghiaccio era rimosso e il vino assaggiato da tutti. Se non lo si trovava abbastanza forte lo si lasciava gelare dell'altro tempo finché non veniva approvato da tutti e bevuto allegramente in compagnia. (pp. 149-150)
  • Nel frattempo entrò nel caffè una ufficialessa dell'Armata Bianca rimasta tagliata fuori, non so per quale ragione, dalla sua unità. Era robusta, paffuta, con le guance rosa. Correva un grosso rischio non essendo riuscita a liberarsi della sua uniforme e a riprendere gli abiti civili. Più tardi seppi che in seguito ella rimase nascosta in una cappella privata, in un cimitero, durante tre freddi mesi, aiutata soltanto da amici che segretamente le portavano cibo. La vidi dopo quei mesi di agonia, durante i quali si era ridotta come uno scheletro. (p. 151)
  • Un giorno leggemmo, inorriditi, nel giornale locale, che l'imperatrice madre Maria Fiòdorovna, sua figlia la granduchessa Xenia Alexàndrovna con la sua famiglia, il seguito dell'imperatrice e il granduca Nicolai Nicolàevich con la sua famiglia e il seguito, nella cui villa in Crimea l'imperatrice era costretta a vivere in quell'epoca, erano stati tutti trucidati. Rimanemmo pietrificati, ma, tagliati fuori dalla Crimea, non eravamo in grado di conoscere la verità. Apprendemmo in seguito che quello era stato il piano dei comunisti, incapaci poi di portarlo a termine. (p. 156)
  • Mi è stato detto che lo stesso Miliukòff, a Parigi, credo nel 1936 (non più in Russia a mietere quel che aveva seminato), osò dire in una conferenza che, se l'imperatore avesse avuto un solo uomo fedele, la Rivoluzione non sarebbe potuta scoppiare. Una repellente menzogna perché laggiù al fronte stavano combattendo migliaia e migliaia di uomini fedeli. E stavano combattendo come i leali soldati russi combattevano e morivano allora per la fede, lo tsar e la patria. (da Appendice II, p. 168)

Citazioni su Varvàra Dolgorouki[modifica]

  • Novant'anni, anzi novantuno, ha ora la stessa autrice di questo libro, che ne ha già cominciato un altro: Scrapbook: All I Know ('brogliaccio': tutto ciò che so). In esso ritroveremo senza dubbio, ampliato ancora, come la sua generosità che aumenta prodigiosamente con gli anni (e la sua casetta di Roma è una sorta di universale pellegrinaggio per chiunque cerchi soave aiuto e arguto consiglio), il monito di S.Paolo, che si possegga come non possedendo, si sia come non essendo: lasciando che in sé viva ed operi Altri. Il che potrebbe dirsi, tra l'altro, il solo vero ritratto dell'aristocratico. (Cristina Campo)

Note[modifica]

  1. Acrobazie e virtuosismi in sella (N.d.T.)

Bibliografia[modifica]

  • Varvàra Dolgorouki, I Quaderni. Russia 1885-1919, traduzione italiana di Amalia D'Agostino Schanzer, Rusconi, Milano, 1976.

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