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Cristina Campo

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Cristina Campo

Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini (1923 – 1977), scrittrice, poetessa e traduttrice italiana.

Citazioni di Cristina Campo

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  • Frequentare Chiese orientali mi ha confermato (se ce ne fosse stato bisogno) che la liturgia è l'archetipo supremo del destino e non solo del destino dei destini, quello di Cristo, ma del destino, semplicemente. È, per così dire, la suprema fiaba, quella a cui non si può resistere...[1]
  • [...] il poeta, cioè l'aristocratico, ha la sua patria, la sua religione la sua famiglia: ce l'ha, in ogni caso: la religione della parola, la patria della lingua, la famiglia dei morti meravigliosi e severi. È sorvegliato ovunque, controllato da un seguito implacabile, da un cerimoniale più duro e più puro di quello degli imperatori di Bisanzio.[2]
  • In nessun modo Maria, e da nessuna circostanza, tu devi lasciarti indurre a tornare a Roma se prima non hai finito il tuo libro. Hai freddo, sei triste, sogni poco, non hai la forza. Non importa. Tutto questo fa parte del tuo libro, mentre la vita di Roma non ne fa parte, e ti dividerebbe da esso ancora una volta – e questa volta forse per sempre. Che tu scriva o non scriva, che tu sia triste o allegra, non tornare. Aspetta il tuo libro là dove gli hai dato appuntamento. Non lo tradire.[3]
  • Io sono come un cervo sempre in fuga nella foresta. Quando arriva a uno stagno dove potrebbe specchiarsi, ha tanta sete che subito lo intorbida.[4]
  • Novant'anni, anzi novantuno, ha ora la stessa autrice [Varvàra Dolgorouki] di questo libro, che ne ha già cominciato un altro: Scrapbook: All I Know ("brogliaccio": tutto ciò che so). In esso ritroveremo senza dubbio, ampliato ancora, come la sua generosità che aumenta prodigiosamente con gli anni (e la sua casetta di Roma è una sorta di universale pellegrinaggio per chiunque cerchi soave aiuto e arguto consiglio), il monito di S. Paolo, che si possegga come non possedendo, si sia come non essendo: lasciando che in sé viva ed operi Altri. Il che potrebbe dirsi, tra l'altro, il solo vero ritratto dell'aristocratico.[5]
  • Se ancora due uomini incontrandosi si inchinano l'uno all'altro, la civiltà è salva.[6]
  • Sto ascoltando il grande coro finale della Messa copta, sulle cui onde oceaniche cadono i colpi maestosi e infinitamente negligenti del tamburo segreto e sopravvive il suono argentino del sistro. È il passo della divinità in tutta la sua indicibile sprezzatura.[7]
  • Que Dieu nous garde de la littérature![8] Il diavolo è certamente un ottimo scrittore che opera sopratutto attraverso "spleen and dreaminess", come ha detto un esperto.[9]
  • Vento di primavera | traslucido come spada: | esilia dal sèpalo affilato | il boccio cremisi che ancora trema, | come dall'anima lo spirito, | il sangue dalla vena. | L'inverno, occulto stelo | che cullò le intenzioni, incubò le mortali esitazioni, | falcia senza un grido; | le psichiche vecchiezze recide | della terribile vita. | Pasqua d’incorruzione! || Nel vento di primavera | l'antica chiesa indivisa | annuncia ai morti che indivisa è la vita: | su lapidi d’ipogei | posa i sèpali che ancora tremano | e al centro, al plesso, al cuore, | là dov'è sepolto il Sole, | là dov'e sepolto il Dono, | il piccolo uovo cremisi del perenne tornare, | dell'umile irriconoscibile | trasmutato tornare. | Pasqua che sciogli ogni pena![10]

Caro Bul. Lettere a Leone Traverso

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  • Se ci muoviamo nel cerchio della ricerca weiliana – che in fondo è la «lettura multipla» di ogni spirito attento – mi sembra che veramente il primo cristiano implicito nel senso della coscienza pura e non solo della pietà istintiva, sia Sofocle. Anche mi sembra che non sia possibile parlare a fondo di Antigone (proprio in questo senso «multiplo» senza riportarla ad Elettra. Perché qui il passaggio spirituale è chiarissimo: dalla pietà relativa, individuata, religione del sangue configurata in un nome come riscatto della stirpe (quindi morte come castigo, equilibrio ristabilito ecc.), alla pietà assoluta, anonima (Edipo, Polinice o chiunque altro ne sia degno nel momento) e perfettamente fine a sé stessa – quindi morte come incidente, già scontato anzi subito. («Io morii da tempo – forse per meglio accudire ai morti»). Insomma una sorta di passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento: lo pseudo-giusto che vince su questa terra, il vero giusto che su questa terra è vinto.[11]
  • ... vedessi, Bul, questo autunno romano! velata di fogliame e d'acque passeggere, la città riduce le distanze, è tutta uno scorcio di proporzioni perfette. Vorrei dirti di S. Giov[anni] a Porta Latina, dei 4 Santi Coronati... Ma il mio chiodo fisso è la Passaggiata di Ripetta: col suo pavé di tre secoli, le sue chiatte di ogni colore, i suoi ramai con basette e baffoni. Il tutto tra cortili di vite vergine, in una luce come sotto il tuo ombrello [...].[12]
  • Caro Bul, solo in questo momento (ore 18 del 27 dicembre) ricevo il tuo Hölderlin. È ME-RA-VI-GLIO-SO – non si può quasi reggere. Ti dirò il resto quando avrò letto tutto (dunque in un'altra vita?...) ma subito questo:
    «Hai lavorato bene, vecchio Lev.»
    Raggi d'oro saettano da testo e versione — specchio ustorio che rischia di mandarmi a fuoco.[13]
  • [In Laurence by his friends] ci sono ad apertura di pagina, storie come questa (raccontata dalla madre, ancora vivente):
    Ragazzo appassionato di archeologia, Lawrence porta all'Ashmolean Museum il fratellino di 3 anni. Il piccolo vede le statue, le crede vive e si spaventa. Tornato a casa, Ned[14] gli scolpisce una testina, per mostragli che anche un sasso può vivere; ma poi gli mette in mano un martello perché la mandi in pezzi se gli dovesse far paura.
    In questa storia c'è tutto ciò che m'incanta di Lawrence; e mi sembra la più bella parabola – sull'arte – e su tante altre cose.[15]
  • Il nostro tempo, che ho conosciuto pienamente solo venendo qui, mi avrebbe travolta, e non nutrita, se non avessi avuto dietro di me le basi semplici e solide delle mie vecchie letture.[16] Ancora oggi tutto quello che vivo mi si traduce in termini che in qualche modo sono ancora di favola: è strano come la vita d'oggi vi si presti più di ogni altra – o forse io mi muovo con incoscienza, come il bambino che ha in mano lo smeraldo...[17]
  • Io non prego mai per i morti, io prego i morti. L'infinita sapienza e clemenza dei loro volti – come si può pensare che abbiano ancora bisogno di noi? – Ad ogni amico che se ne va io racconto di un amico che resta; a quella infinita cortesia senza rughe ricordo un volto di quaggiù, torturato, oscillante.[18]
  • [Nota di presentazione per la mostra di opere dell'artista Yuen Yuey Chinn tenutasi a Firenze dal 3 al 6 marzo 1955] Qui devo confessare che trovo consolanti i semplici titoli (Cavalli, Pesci e così via) dati da Chinn[19] ai suoi quadri che egli definisce semi-astratti, senza peraltro concedere alla parola più di un semi-astratto interesse. E nei suoi quadri vivono, i cavalli ed i pesci, se anche nascosti nelle profonde implicazioni della fiaba o del sogno: quando l'oggetto che andiamo inseguendo per un presagio inesplicabile del nostro cuore ci attende all'ultimo limite dei sensi – dietro il colore, dietro il suono, dietro il suo stesso nome: celato dai sette veli del mistero e tuttavia – lo sentiamo con ogni fibra – più reale di ogni apparente realtà: l'oggetto puro, assoluto, premio ad ogni fedele itinerario dell'attenzione.[20]

Cristina Campo-Alessandro Spina. Carteggio

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  • Siamo così abituati a difenderci dall'attenzione altrui (forse perché è la sola cosa la cui speranza ci faccia ancora vivere) che non è affatto strano un mutamento di gesto, di intonazione, non appena ci si senta osservati con intensità.
    Ora noi due siamo al di là di questo: abbiamo parlato insieme di cose così tangibili, come le fiabe e le costellazioni; e poi abbiamo preso l'acqua alla fontana, come due profughi o due contadini. Adesso scriverle mi è molto facile, spero così anche per lei. (giugno '61, p. 10)
  • [L'«indifferenza» naturale per il lettore] Questa finisce, mi sembra, col Direttorio, ne resta un poco nella lingua di M.me de Staël, di Constant, di Chateaubriand; sopravvive, ma così diversa, in Stendhal – e poi non ne vedremo più traccia fino a Proust: che però è un miracolo archeologico, una resurrezione dei morti; la sua lingua è la teca di cristallo che chiude il re già morto da più di un secolo, nei suoi abiti cerimoniali più delicati... (giugno '61, p. 10)
  • Sto ascoltando la Ciaccona di Bach-Busoni suonata da Benedetti Michelangeli. Non ho mai sentito niente di simile. Ora mi spiego l'odio invincibile che lo circonda. (1963, p. 42)
  • C'è un genere di purezza che si sopporta solo quando si è forti. Simone Weil diceva dei Provenzali «il lacerante dolore della creatura finita, questo dolore inconsolabile». Ho sentito questo in modo tremendo nella Mazurka N. 4 op. 33, in certe parti dello Scherzo in si minore... È qualcosa che si può trasmettere all'uditore soltanto a patto di scomparire, come fa Michelangeli. Nella stanza c'era Chopin, con la sua tremenda determinazione, dicendo queste parole severe. (Il tutto in un ritmo di danza, un turbine di gioia rustica e guerresca. Ma anche di queste cose non è possibile parlare) (1963, p. 44)
  • [L'arte partica e sasanide] [...] arte pura e terribile, che è il passato e la meta insieme di tutta l'arte persiana e islamica in generale [...]. (3 agosto [1963], p. 86)
  • Roma respira greve ed enorme, nella caligine ardente.
    Supremamente bella, a volte, nelle sue tremende basiliche vuote, nelle sue piazze di sangue coagulato che pare liquefarsi, fumando. Il tempo che cade in blocchi, un secolo sull'altro, audibilmente, tragico oltre ogni dire. La cupa ebbrezza di questo tempo, come braci che crollano. La notte, il solito odore di Basso Impero in putrefazione, ma anche profondi, puri momenti nei quali la città pare chiusa in uno smeraldo. Io non faccio che andare in giro per questo immenso labirinto di cerchi concentrici [...]. (21 luglio [1964], p. 158)
  • Carissimo,
    sono tornata al Giardino del Lago, per la prima volta dopo circa 6 mesi. Sui prati un'emorragia di papaveri, piccoli stagni freddi di miosotidi. Tutti gli altri fiori sembra se ne siano già andati. C'è un curioso odore d'autunno sotto i lecci. Pure il giardino è soave, e l'incessante richiamo degli uccelli – così tenero e strano quando il cielo è coperto – tenta di rammendare il tempo lacerato.
    Ricordo ad ogni passo un verso di Emily Dickinson: «Non oso dare la notizia al mio giardino». ([1965], p. 172)
  • Un po' di semplice artigianato supplementare è a volte più risolutivo, sul piano della poesia, di cento visioni. Esso può, come giustamente disse Adorno una volta tanto, mutare, con cento inezie impercettibili, l'intero livello di un'opera anche geniale. ([1970], martedì, le tre di mattina, p. 212)
  • [Impressioni di lettura del manoscritto de Le nozze di Omar, inviato da A.Spina a C.Campo] D'altra parte io credo che lo sfondo storico, politico o sociale di un romanzo debba rimanere sempre puro pretesto, commentarlo discorsivamente (e così a lungo) mi sembra che tradisca tutte le 'sacre leggi della finzione'. Chi si ricorderà fra cent'anni di quegli eventi; chi sarà in grado di misurarne gli aspetti se non appunto, attraverso le 'sacre leggi della finzione'? I bollettini e i giornali vanno in polvere, un gesto resta, un detto breve risplende... (1972 martedì, p. 224)

Gli imperdonabili

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  • Misterioso è il narratore di fiabe. «Leggenda popolare» vediamo scritto in un libro, ma si sa che ogni vicenda perfetta è la vicenda di un uomo solo, che solo l'esperienza preziosa, caduta in sorte a un essere singolare, può riflettere, come una coppa fatata, il sogno di una moltitudine. L'evento irripetibile è storia universale, la massima profondità massima superficie.[21]
  • Ci viene insegnato che nella lingua araba classica una radice comune lega tappeto e farfalla e certo non soltanto per la fascinazione dei colori. Il tessere e l'annodare alludono di per sé alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani. E si sa come il vocabolo greco che indica l'attimo senza ritorno, da cogliere come un fiore miracoloso − kairos – sia usato per definire un altro indefinibile: la momentanea, lampeggiante fissura tra l'ordito e la trama in cui la spola penetra fulmineamente, come la lama mortale tra i due pezzi di un'armatura.[22]
  • L'ultima lettera (italiana) di Mozart è un esempio quasi terribile dello stile quando sia integralmente divenuto natura. Si ricorderà la grande frase centrale, il reiterato lamento sulla morte vicina, avviluppata nel manto nero dello sconosciuto del Requiem. E: «...La vita era pur sì bella...», egli prorompe. Si provi, di queste sei piccole parole, a rimuoverne una. Ecco la formula feriale: la vita era bella; o la nostalgica: la vita era pur bella; o la candida: la vita era sì bella. Ma «La vita era pur sì bella...». Questo solo è il pugnale che trafigge: uscito dal fodero in virtù di due monosillabi, disposti secondo un ordine semplice e imperscrutabile.[23]
  • È stato detto dell'Innominato che il «mondo» non esisteva per lui, sicché Don Rodrigo non desiderava mostrarsi legato a un uomo di quella sorte, perché questo significava rinunciare a troppe cose: la protezione dello zio conte, gli spassi e gli onori della vita civile.
    Solo a una così pura ascesi della delinquenza è talvolta possibile, come si sa, mutare radicalmente, e in un attimo, direzione e natura: così il colpo di timone che altera, sopra la testa del navigante, il significato di tutte le costellazioni. («I grandi peccatori» avvertiva un celebre vecchio diavolo «sembrano più facili da acchiappare. Ma attenti, sono incalcolabili. Pronti, se le cose si mettono male, a sfidare la pressione sociale intorno a loro per amore del nostro Nemico esattamente com'erano pronti a sfidarla per amor nostro»). Così bene sa questo il Cardinale, così immediatamente fiuta nell'Innominato l'uomo della sua razza, da inaugurare il dialogo rovesciando innanzitutto le parti, come si usa soltanto tra primi e pari: esclamando cioè che quella visita gli dà motivo di rimorso poiché toccava a lui prevenirla con la propria; e da chiuderlo con la meravigliosa impudicizia degli angeli e dei sovrani: «Un amore per voi che mi divora!»[24]
  • Gli imperi cadono quando l'educazione dei principi cede alla letargia borghese, con la sua puntigliosa, superstiziosa ignoranza della radice spirituale di ogni dominio.[25]
  • Sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino, inflessibilmente misurata, tuttavia, su un'ascesi coperta. Due versi la racchiudono, come un astuccio l'anello: «Con lieve cuore, con lievi mani | la vita prendere, la vita lasciare...»[26][27]
  • «Lo stile» disse una volta d'Annunzio, e non sapeva di definire in cinque parole l'etica della sprezzatura «è potenza isolatrice».[28]
  • Nella più semplice delle antiche cerimonie vi era la grande allure della visione: quell'eleganza di viva fiamma, quel dialogare serrato, rubato, rapito tra le potenze dell'anima e l'invisibile, quel cadere di pause interstellari – altra e più incalzante scrittura del Dio, che apriva nel blocco cieco del mondo mille punti di fuga verso il regno della bellezza soprannaturale: che è il regno degli specchi raddrizzati e dei ceppi caduti, dove prendere e lasciare sono una sola estasi.[29]
  • Nella gioia, noi ci muoviamo in un elemento che è del tutto fuori del tempo e del reale, con presenza perfettamente reale.
    Incandescenti, attraversiamo i muri.[30]
  • La pura poesia è geroglifica: decifrabile solo in chiave di destino.[31]
  • Poesia geroglifica e bellezza: inseparabili e indipendenti. Sentire la giustizia di un testo molto molto prima di averne compreso il significato, grazie a quel puro timbro che è solo del più nobile stile: il quale a sua volta nasce dalla giustizia. «La mente mia trafitta e dirubata | da' ladri dei miei pensieri | che m'han promesso il tempo e non atteso...»
    Come nella natura, che è bella solo per necessità reale, così anche nell'arte la bellezza è un soprammercato: è il frutto inevitabile della necessità ideale.[32]
  • Profonde strade, rapide fra le case senza luce, dei poveri di Masaccio. Io le percorro ogni giorno, sono le strade del quartiere di San Frediano. Ma nell'affresco sono le Strade dei Poveri: Firenze o Gerusalemme, Roma o Palmira. E tuttavia non lo sarebbero se non fossero prima di tutto e fino all'ultima crepa della pietra le strade di San Frediano: dove ancora sembra fuggire, certe mattine d'inverno, l'ombra del ragazzo che saliva a quattro a quattro la gradinata del Carmine.
    Non conosco poesia universale senza una precisa radice: una fedeltà, un ritorno.[33]
  • Proust: il lungo poema del mana primitivo, dell'energia vitale elevata a potere magico. Poema di maree: persone, luoghi, parole, melodie, prima colmi e poi svuotati di quel potere. Sotto l'onda splendente e terribile del mana le rocce parlano, la sabbia si fa oro, tutto si muove, si risponde, tramuta, avvolge l'uomo e lo domina, con diritto di vita o di morte. In secca, tutto ritorna fossile, desertico, si immobilizza in un biancore di scheletro.
    La meravigliosa cerimonia di Proust è l'evocazione e la risurrezione del mana ottenuta dallo stregone con l'aiuto di oggetti sacri: i biancospini, la bille d'agathe, la petite phrase de Vinteuil. Così nei rituali polinesiani il frammento d'osso, l'impronta del piede umano nell'argilla.[34]
  • In un rapporto non immaginario – un rapporto dal quale il gioco delle forze sia escluso – nessun sentimento o pensiero regge a lungo isolato ma ciascuno si capovolge rapidamente nel suo opposto. Così la privazione è subito nutrimento, la volontà consenso, il dolore sentimento compiuto della presenza e l'umiltà una corona di grazia continuamente ricevuta e restituita. [...] L'urto continuo e armonioso dei contrari conduce l'animo a una sorta di ardente immobilità, lo colma fino all'orlo di una vita che non trabocca perché il suo stesso muoversi la frena. «Dal centro al cerchio e sì dal cerchio al centro | mòvesi l'acqua in un ritondo vaso | seconda ch'è percossa fori o dentro». Mais une amitié pure est rare.[35]
    Come una pura poesia. Che vive delle identiche leggi.[36]
  • La mediocrità, la paura, la soggezione al mondo. Tutto questo mi appare oggi come uno specchio doppio che il principe di questo mondo fa scivolare come un diaframma tra le radici e le cime dell'anima: affinché a queste non sia più dato specchiarsi in quelle né ad entrambe nutrirsi le une delle altre, felicemente, come il cielo e la terra.
    Non solo questo specchio tenta di separare le due parti dell'anima ma di isolarle entrambe in ostinata contemplazione di sé: le radici delle radici, le cime delle cime. Nascono così i linguaggi a sezioni stagne; da un lato: «la vita è un'altra cosa, serbare un sano senso delle proporzioni, non facciamo letteratura», dall'altro: «la sublime missione, il sacro nome» ecc.
    La retorica delle radici è instaurata e quella delle cime e la pietrificazione, a un tempo dell'idea come della vita.[37]
  • Se dunque l'attenzione è attesa, accettazione fervente, impavida del reale, l'immaginazione è impazienza, fuga nell'arbitrario: eterno labirinto senza filo di Arianna. Per questo l'arte antica è sintetica, l'arte moderna analitica; un'arte in gran parte di pura scomposizione, come si conviene ad un tempo nutrito di terrore. Poiché la vera attenzione non conduce, come potrebbe sembrare, all'analisi, ma alla sintesi che la risolve, al simbolo e alla figura – in una parola, al destino.
    L'analisi può diventare destino quando l'attenzione, riuscendo a compiere una sovrapposizione perfetta di tempi e di spazi, li sappia ricomporre, volta per volta, nella pura bellezza della figura. È l'attenzione di Marcel Proust.[38]
  • Per Williams è il contrario. Come Saba, come Kavafis, come Brecht, egli vive della propria perenne trasmutazione, del proprio instancabile ritorno, di salmone controcorrente, alle sorgenti della parola, di quel sapore massimo d'ogni parola che dicevo in principio. Sono proprio costoro, i maestri dei misteri gaudiosi della parola, a immergerla di continuo, «perché essa viva», nelle luttuose acque di Parmenide. «Masterpieces are only beautiful in a tragic sense, like a starfish lying stretched dead on the beach in the sun. A touch of the unknown... A passionate statement about death».[39]
  • "Abbelliscimi" – pregava Metafrasto, e in realtà chiunque abbia avuto la ventura di incontrare un santo non gli sarà facile, per tutto il resto della sua vita, pronunciare senza un'estrema cautela la parola bellezza.[40]

Citazioni su Il flauto e il tappeto

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  • La lettura del suo ultimo libro in cui splende la gloria mistica e calpestata del tappeto e risuona la nostalgia evocatrice del flauto è un avvenimento e una promozione per lo Spirito che si avventura tra le scene del suo teatro magico, è una rivelazione, se questo termine non fosse divenuto troppo povero, dopo tanto prodigarsi... Fuorché un articolo di Carlo Laurenzi, non ho udito alcun commento astronomico al passaggio di questo astro nei nostri squallidi cieli, nessuna notizia di questa apparizione, nessun annuncio di questo annuncio. Questi silenzi di critici distratti danno l'ardire a me, philosophorum minimus, di scriverLe perché Lei sappia che questa opera ha trovato dei lettori appunto perché non li ha cercati. (Andrea Emo)

Il mio pensiero non vi lascia

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  • Ho tante tante cose da dire! Quasi direi da salvare: tutta la tragica bellezza di ciò che è passato in noi e vicino a noi – cose che io sola sento di aver visto e sentito fino alla sofferenza e che assolutamente non devono morire. «Rapisci la luce alle fauci del serpente»... Ti ricordi di Glavina?[41] Ora mi sembra che il puro insegnamento di Carossa sia la mia guida.[42]
  • Carissimo,
    «ad onta di tutto non mi dimentichi» — perché mai dice questo. Proprio grazie al «tutto» e nel «tutto» (mi esprimo con le parole più improprie) io non potrei mai dimenticare nulla, ogni cosa che vive vive all'ennesima potenza. Non credo alle esperienze che «fanno impallidire tutto il resto» ma solo a quelle che rendono più reale il reale, cioè più chiaro l'amore per ciò che amiamo.[43]
  • Ho meditato molto, questi giorni a Bracciano. Il lago era cinese — tutto strisce di nuvole e di luce — separate qua e là da pareti di pioggia. Leggevo Hölderlin senza interruzione; ed era per me come assistere alle letture della Passione in una qualche abbazia perduta tra le montagne. Un vivere ogni parola a capo chino, sommersi nelle lacrime. [...]
    Caro Gian, dimentichi questa lettera, anzi la bruci per favore. Ma ricordi che solo a lei potevo scrivere così, senza ritegno — come piango su Hölderlin.
    «Denn, wie [die] Pflanze, wurzelt auf eignem Grund | Sie nicht, verglüht die Seele des Sterblichen, | der mit dem Tageslichte nur, ein | Armer, auf heiliger Erde wandelt»[44]
    Ein Armer, Ecco, è proprio questo.[45]
  • Stasera l'accendersi improvviso delle luci sulla città ancora tersa e chiarissima, fece di tutto un orlo di mare. Il cielo era sabbia finissima, sciacquata da un'onda di luce fonda. E i lumi accesi l'uno dopo l'altro, sgranati lungo i ponti che fuggivano, era un arrivo di conchiglie fulgide sull'onda [...][46]
  • Penso molto in questi giorni alle strade di Firenze – «rivoglio bianche tutte le mie strade» e passo ore a ricostruirle nella memoria ma a volte qualcuna si spezza o manca un angolo, una piazza – e allora mi pare che s'interrompa il disegno delle linee della mia mano – che s'interrompa in qualche modo la vita.[47]
  • Venezia è una vecchia, espertissima amante. Ma io non so dimenticare Firenze – così netta, così struggente. E senza concessioni.[48]
  • Riassaporo nella memoria le nostre semplici ore: a Firenze, sopratutto, alla sua finestra, quel cristallino pomeriggio d'autunno – e mi sembrano i globi d'oro di un albero bellissimo, un albero che non abbia stagioni ma splenda sempre dolce e generoso – come gli alberi del giardino di Nur ad-Din (nella notte «che compie il numero fino a 865»).[49]
  • Ricorda i versi meravigliosi di Hölderlin?
    «Morti gli eroi, le isole dell'amore | quasi sfigurate. Così dev'essere defraudato | così dappertutto risibile l'amore. | O tenere lacrime, non estinguete la luce | ai miei occhi del tutto. Lasciate una memoria | — ch'io possa morir nobile, o ingannevoli | o ladre — sopravvivermi...».
    Scrisse questi versi che per il mondo era già pazzo. E a differenza di tutti gli altri «pazzi», che si credono Re e Imperatori, lui s'inchinava agli uomini fino in terra, li chiamava Altezza e Maestà. E per sé voleva il nome di Scardanelli, un nome di poveraccio, di attor comico. Il nome col quale, nei miei sogni, io chiamo sempre quest'essere celeste, questa essenza divina.[50]
  • Il tono dell'autunno non è rame | secondo me, secondo te, | né rosso. | Anna il nostro autunno è rosa | sul nero, globuli rosa, viali | di quarzo intenso sul nero-pioggia | dei lecci. | Anna il tuo autunno è nel parco, | nella valletta che chiamano | Valle dei Cani Lupi. | Tutti i nostri re della mano | sinistra vi nuotano, in un tripudio | di silenzio, | nell'alta marea di foglie | rosa e di nebbia bruna – | ed è l'ora che il sole s'incontra | con la luna e s'arresta un attimo [...][51]
  • Il dolce ottobre se n'è forse già andato – spente le fiamme degli uliveti, delle mura di Fiesole, dei frutti – bruciate le foglie d'oro nei giardini e nei viali: il più struggente odore di questa terra. Pareva così calda questa fine di autunno, da coglierla sulla rena del Forte, seminudi. Ma un gran fortunale, una notte, ne ha cancellato il ricordo, e la speranza.[52]
  • Se almeno una volta non si è stati nemici, l'amicizia ha ben poco sapore.[53]
  • Iersera venne Luzi per poche ore. Lo portai ai Cavalieri di Malta, quel luogo da Vida es sueño illuminato dal plenilunio. Era incantato — ma anche lui ha imparato a salutare ogni luogo bello, ogni minuto di silenzio e di vita come se fosse l'ultimo.
    Perdona questa lettera, caro Giorgio. Salva tu quello che puoi nei tuoi versi.[54]

Lettere a Mita

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  • Lasci al tempo la memoria, questo suo unico possesso; e non tolga al passato la veste bianca, se pure l'oggi le sembri nudo e scheletrico. Non conosciamo le alchimie dei giorni – né come incontreremo in futuro ciò che abbiamo abbandonato alle spalle.[55]
  • Cara Mita, questo è Eliot[56] – il mio Thomas detestato ed amato, dove si mischia come in nessun altro, sapore di vita e di morte, l'acqua dolce e salata della foce dei fiumi.
    Non ho da offrire al suo silenzio che questi bimbi tra le foglie, sulle cerimonie dei morti, questo sole che riempie d'acqua le conche vuote degli anni; e queste incerte, tormentose stagioni tutte smarrite una nell'altra in lampi di fuoco e neve.[57]
  • Il vero appunto, quello segreto, dovrebbe essere scritto all'incirca così:
    «Partire dalla tabula rasa di un tempo "où l'on a tout perdu", dalla chiesa nuova e brutta di Cristo Re, o di Los Angeles, nel pomeriggio canicolare, e sia il più possibile anonima quella chiesa, come un ospedale, un planetario o una stazione, per ricordarci che veramente 'l'on a tout perdu', fuorché la verità che abita in quel luogo — e che mai potremo ritrovare senza essere spogliati di ogni ornamento — senza avere accettato l'anonimo, la nudità di questo tempo che è la sola sua forza. Non altrimenti potremo compiere il cerchio, riallacciare la fine del nostro tempo al suo principio perduto...»[58]
  • Qui il tempo è una sfera limpida. E la piccola luna gli ruota intorno. Io ho ridotto la mia vita alla mia stanza perché tutto il lavoro è sul tavolo, e anche questo fa blocco con il resto, in un macigno che chiude la caverna. Stamani alzandomi ho pensato: «Vivere per pura cortesia» ed era abbastanza esatto; ma poiché non si ha voglia nemmeno di morire, non si ha neppure diritto all'eleganza di una frase.
    La cosa più bella è sempre Williams:
    Ora il tuo volto è nelle tue mani | e i tuoi gomiti sulle tue ginocchia | e sei silenzioso e spezzato.
    (Parla di un vecchio negro – ricorda la fotografia di quell'album di Fabien?)[59]
  • Antonia Pozzi dice: Piovve tutta la notte sulle memorie dell'estate. Così voglio credere che stamattina sia settembre — le memorie di questa estate già sepolte, come le foglie fradicie.
    Bisogna vivere tutto fino in fondo. Ogni volta che si torna indietro è per tracciare di nuovo il cerchio, ancora e ancora finché non sia perfetto.[60]
  • [...] vi sono ore, momenti... Come stasera questo andante di Mozart, che sa tutto e dice tutto – quello che non vorremmo fosse saputo e detto – e per avere meglio ragione di noi lo dice con la dolcezza di chi ha accettato per tutti... Ho visto una strada meravigliosa, oggi. Tutta bruna – un silenzio come a San Leonardo – due alti muri musicali e oltre i muri (oltre i giardini, forse) leggere altane e campanili. A pochi passi ruggiva la città. A un tratto, in una curva del muro, s'è alzato un albero azzurro – grande come un castagno, ma tutto pieno, tutto limpido, di bocci color del mare.
    Come la musica, l'albero – una stupenda, inesorabile rassegnazione.
    Che senso ha tutto questo?[61]
  • Vorrei che lei viaggiasse di notte; che arrivasse a Parigi la mattina, quando ancora gli spazzini sono al lavoro. La città sale al cuore attraverso i piedi, l'asfalto scocca scintille nel sangue. Arriva, come una freccia nell'aria, la torre Eiffel. Poi si dorme, ci si sveglia dopo 3 ore, e la città è veramente là fuori, pronta ad essere morsa, bevuta a lunghi sorsi. Parigi è forse la sola cosa al mondo che si possa guardare e mangiare insieme senza sciuparla.[62]
  • Scusi questa lettera sovraccarica di perfezioni. È una parola che mi ossessiona, con pochissime altre — le parole di quell'«era primaria» del linguaggio alla quale tento invano di arrivare. È certo, in ogni caso, che tutti gli altri strati geologici del vocabolario mi sono divenuti inabitabili; mi limito, qualche volta, a chieder loro diritto di asilo.[63]
  • Infine, l'esperienza è proprio questo: imparare a correggere – sopratutto là dove parlò l'entusiasmo, oltre la casta, asciutta attenzione (lo stile è grazia = vittoria sulla legge di gravità; non vuole emozioni).[64]
  • Le scrivo dalla mia stanza. Il sole stende sulla libreria quella particolare rete di luce tremula che non tornerà più se non tra un anno, e a quest'ora. L'11 marzo è tornato l'usignolo, che ora si esercita ogni mattina, fra le 3 e le 5. Le rondini tornarono il 9. Ma che m'importa, ora, di tutto questo? Rastrelli in giardino, pattini di bambini, il ragazzo che, puntuale come l'usignuolo e la luce sulla libreria, suona con le finestre aperte gli studi sinfonici di Schumann... Io esco verso sera, stanchissima, e la notte non chiudo occhio. Che meraviglia quel passo che trascrive Simone: «Quando l'armonia è decomposta in noi...» (È morto, giorni fa, William Carlos Williams. Ora non c'è più nessuno da amare, nella poesia. Eliot, Marianne Moore, Djuna Barnes. Ma non danno, come lui, la primavera, il caldo tempo che torna malgrado tutto e che si vorrebbe baciare).[65]
  • Nei Salmi troverà tutto, la storia mia e la sua, e tutto gettato meravigliosamente in grembo a Dio, un enorme diario di tutto l'uomo scritto per i soli occhi di Dio.[66]
  • «Luce», nel linguaggio di Dio, significa «prova»: un mondo di oscurità più alta e imperscrutabile.[67]
  • Il mondo d'oggi ha un fiuto infallibile nel tentar di schiacciare ciò che è più inimitabile, inesplicabile, irripetibile. Tutto ciò che non gli può somigliare.[68]
  • (Ha sottomano l'Idiota? Rilegga il passo, nel 1° volume, dove Myškin vede per la prima volta la fotografia di Nastasja, credo in casa di Aglaja: quel volto che esprime infinito orgoglio e infinita innocenza, «bellezza terribile, quasi minacciosa», o qualcosa del genere. Là c'è tutto il senso di ciò che le dissi qui, di ciò che una volta vorrei tanto scrivere. Dost[oevskij] chiamava le cose con il loro nome, è forse il solo che l'abbia fatto tra i moderni. E tuttavia ha anche detto, proprio lui: «Mir spastët krasota»: «la bellezza salverà la terra». E Solženicyn ha fondato su queste tre parole il suo meraviglioso discorso di Upsala).[69]

Citazioni su Lettere a Mita

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  • Come nelle fiabe da lei tanto amate, Cristina, senza neanche proporselo, entra nella gara del romanzo e stravince perché ha in mano il talismano che schiude le porte: il talento appunto.
    Forse l'opera che è anche un romanzo, è una delle rare possibilità oggi di scrivere un romanzo. D'altronde ogni opera d'arte ha un legame oscuro, e talvolta risolutivo con ciò che è involontario. Bisogna asciugare la vita a mano a mano che sgorga, dice Chamfort. Qui la vita ci lascia la sua ombra mobile, la vita è fuggita e l'ombra resta, come se la scrittura fosse ombra consolidata (è nell'ombra appunto che la vita si perpetua). Tutto ciò è lontano quanto mai da ogni progetto letterario. (Alessandro Spina)

Sotto falso nome

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  • I leggiadri cortei di Alexia Mitchell sembrano cesellati sulla lucida trasparenza di un vento; l'oro dell'onda risplende delle sue nitide maschere; sul fine rinnovarsi delle sabbie le sue leggende s'iscrivono tenaci. Lungamente affilati dal lume del suo rimpianto fregi e stele sembrano a volte rovinare in pulviscoli, liquefarsi in corone luminose di gocce; ma solo per ricomporsi oltre, nella vibrazione tenuta, intangibile del miraggio: Oh! to be an image | An image lost in the wind | An image to be grasped and torn | By baby-hands... || The children shall dart again | Through the mysterious garden | Trying a last bold conquest | Before nightfall. |[70]
  • Il nardo di Maria Maddalena profuma l'intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, del quale tanto si parla nelle Ore di Nostra Signora, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giustamente comparato l'incenso, che ha il potere di disperdere l'angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L'incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l'aroma dell'eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, qualcosa di soavemente ferale.[71]
  • Lo stile dei contemplativi, così inalterabilmente sollevato all'orizzonte della visione, è in realtà un puro precipitato di esperienze. Il mistico non specula, riferisce.[72]
  • Una ardente facoltà di contemplazione amorosa, là dove il possesso sarebbe più naturale e gratuito: forse è questa – contro ogni apparenza – la vera giovinezza; quella che nel poeta, nell'uomo di cuore, si prolunga fino alla morte.[73]
  • [Su Ramón Gaya] Uno scrittore italiano lo paragonò a quei santi islamici che corrono di villaggio in villaggio mormorando parole che sembrano insensate. Eppure nessuna di esse è senza fondamento; le muove il santo anonimato del vento «che tu non sai di dove venga né dove vada» e a cui nulla resiste se non, appunto, l'amore.[74]
  • Miniatura patetica, modellino per bimbi del Duomo di Milano, la chiesa romana del Sacro Cuore o del Suffragio, rannicchiata ai piedi del maggior mostro, il Palazzo di Giustizia, appare quasi gentile. Non la si penserebbe così ampia all'interno, né così meravigliosamente compiuta in se stessa, di un neogotico ''liberty'', ingenuo e pur severo, un po' funereo e insieme esaltato. Una di quelle chiese ombrose, dalle vetrate policrome e figurate, che sono insieme un vasto libro di immagini per l'infanzia e lo scenario di un romanzo francese dell'ultima ''belle époque'' cattolica: l'epoca delle grandi conversioni letterarie, degli ultimi grandi drammi dell'ortodossia.[75]
  • C'è un momento ineffabile nella vita dei luoghi animati dalla grande arte, ed è quello in cui la nativa allegrezza cede all'estasi, senza tuttavia rinnegare per questo la propria insopprimibile precisione. Questo momento è la villa toscana all'orlo ultimo, estremo, della storia d'Europa: quando la cultura fiorentina, la cultura dei sagaci mercanti divenuti signori, divenuti poeti, tramutò, con l'afflusso magnetizzato dei pellegrini stranieri, in cultura universale; e la dove Lorenzo aveva stretto i suoi cani al laccio, o scappucciato il falcone, poteva passeggiare, appunto, Henry James.[76]
  • I nomi, freschi come zampilli e illustri di antiche letture, fanno trasalire: Fontallerta, la Fonte dei Tre Visi, Palagio dei Pesci: più belli a volte della stessa villa, mutata, rifatta. Nomi che, come la madeleine dalla tazza fatata di Proust, liberano ancora nel tempo il nome puro d'Europa e la memoria di un rapporto tra gli uomini, i proprietari di villa, i vicini di villa, i vivi e i morti vissuti nella stessa villa, che solo in quel paesaggio, e in alcuni momenti fragilissimi e perenni, fu possibile e benedetto dal cielo.[77]
  • Non è la bellezza ciò da cui si dovrebbe necessariamente partire? È un giacinto azzurro che attira col suo profumo Persefone nei regni sotterranei della conoscenza e del destino. Si può senza dubbio chiamare «esorcismo» questo attrarre, per mezzo di figure, lo spirito, che di certe cose ha sempre una grande paura. Questo fanno i miti. Questo dovrebbe fare la poesia.[78]
  • Tutti provano questo terrore ma i più preferiscono sparare sulla bellezza o rifugiarsi nell'orrore per dimenticarla. L'odio moderno per i riti, del quale ho scritto alcune volte, è l'esempio centrale. Il rito è per eccellenza questa esperienza di morte-rigenerazione. So di parlare di qualcosa che i più non sanno che cosa sia, che qualcuno appena ricorda, che sopravvive soltanto in pochissimi luoghi sconosciuti.[79][80]

Un ramo già fiorito

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  • [Su Francesco Petrarca] Eppure tutto il canzoniere mi ha stranamente commossa, rileggendolo di recente! Tutte le poesie post-mortem, la vecchiezza, quel tempo che scorre e ritorna, scorre e ritorna, in due cerchi simultanei e contrari, (uno lentissimo e uno rapidissimo) – quell'incredibile vivere sull'ipotesi del passato – quel silenzio di tutta una vita, che da croce si fa dimora sempre più ricca e prestigiosa: – a volte mi è parso che nessun uomo avesse mai sentito e parlato in così breve ed unico respiro.[81]
  • Ci sono usignuoli perfetti che tutta la vita del bosco tace per ascoltare. Ci sono piccoli usignuoli apprendisti, che ripetono a lunghi intervalli la stessa frase – e qualche volta il maestro risponde, da un altro albero. Di tutto questo, infine, il miracolo sono le pause – come il cielo intorno a certe lune abbaglianti. Ma non ti ho detto niente, vedi? Quando si sente un usignuolo per la strada, ci si appoggia a un muro e si chiudono gli occhi quasi con paura – come dinanzi alle frecce dell'Amore antico.[82]
  • Verrai dunque a vedere Paolo Uccello, e Piero, e Masaccio? Da tempo avrei voluto parlarti di questa mostra[83], che credo rimarrà al centro del tuo mondo ideale, fusa ai più alti momenti dei poeti e dei musicisti che ami. C'è una Resurrezione di Paolo Uccello (il rosone del Duomo di Firenze) che è come l'esplosione di un cratere in fondo al mare – morte e vita strette in una vertigine tale che persino gli elementi sembrano penetrare l'uno nell'altro: la roccia è acqua il vento è roccia, e la superficie terrestre, con l'esplosione dei suoi frutti e fiori, si è fatta tunica di quel Cristo a piedi legati, che esplode in alto, fisso come un sole.[84]

William Carlos Williams-Cristina Campo-Vanni Scheiwiller. Carteggio

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  • Mi permetta, la prego, di ringraziarla mille volte per tutta la gioia che mi ha dato. Non avevo mai fatto niente con una tale gioia.[85]È stato un lavoro duro, più duro di tutto quello che avevo fatto fin qui. Ma la gioia è durata fino all'ultimo e non vedo l'ora che il libro sia pubblicato per sentire ancora quella gioia.
    Prima di cominciare avevo un profondo disgusto delle parole. Ero rimasta per mesi lontana da ogni cosa scritta. Lei mi ha restituito le parole al momento in cui ho riaperto il suo libro. «La saveur maxima de chaque mot».[86]
Please let me thank you a thousand times for all the joy you gave me. I never did anything with such joy. It was hard work, harder than anything I had done before. But the joy lasted to the end and I can't wait to see the book published to feel that joy again. I was thoroughly disgusted with words before I started. I had been far from anything written for months. You gave me the words back since the moment I re-opened your book. «La saveur maxima de chaque mot».[87]
  • È sempre difficile credere che coloro che amiamo esistono realmente. La sua lettera nelle mie mani è una deliziosa certezza.[88]
It is always difficult to believe that those we love really exist. Your letter in my hands is a delightful certainty.[89]
  • Ho anche dovuto scegliere secondo i mezzi della mia lingua, che è, come lei sa, una lingua-di-marmo. Ho dovuto scioglierla in qualcosa di non troppo lontano dalla sua lingua-d'-acqua. Certe poesie erano irriducibili. (Ma penso di averle detto tutto questo nell'altra mia lettera.)
    Un suo consiglio sulle sue ultime poesie sarebbe un modo bello e nuovo d'incontrare l'inatteso.[90]
I also had to choose according to the means of my language, wich is, as you know, a marble-language. I had to melt it into something not too far from your water-language. Some poems were irreductible. (But I think I told you all this in my other letter.)
A hint from you on your latest poems would be a beautiful new way of meeting the unexpected.
[91]
  • Ho passato una settimana meravigliosa leggendola: Paterson, Nelle vene dell'America (che mi ha dato una delle gioie più grandi), le sue Collected Letters. In realtà temo di stare immedesimandomi troppo con tutta la famiglia, col giardino e gli animali, devo ricordarmi che c'è una grande quantità d'acqua che ondeggia tra di noi, altrimenti lei incontrerebbe il mio corpo astrale in ogni angolo.
    È semplicemente meraviglioso leggere lettere scritte dallo stesso luogo fin dal 1912. E quale luogo[92], e quale gente, e quali lettere.[93]
I spent a most wonderful week reading you: Paterson, In the American Grain (wich gave me one of the greatest joys) and your Collected Letters. In fact I fear I am becoming too much involved with the whole family, with the garden and the animals, I must remember there is a great deal of water swishing between us, otherwise you would meet my astral body in every corner.
It is simply marvellous to read letters written from the same place since 1912. And what a place, and what people, and what letters.
[94]
  • Io mi proverò nella breve poesia[95] che è stato così generoso da farmi leggere. Naturalmente è in-traducibile, come accade che siano tutte le cose estremamente semplici, dense e colme di significato. So che avrò difficoltà terribili, specialmente coi due meravigliosi versi all'inizio e alla fine... Ma come si può esser più felici che lavorando accanitamente su una tale cosa? È come lavorare alla propria vita. E naturalmente non è questione di difficoltà, ma di attenzione costante e di amore.[96]
I will try myself at the small poem you were so liberal to let me read. It is of course un-translatable, as all extremely simple, tense and highly significant things happen to be. I know I will have a terrible time with it, especially with the two wonderful opening and closing lines... But how can one be happier than working hard at such a thing? It's like working at one's own life. And of course it is not a matter of hardship but of steady attention and love.[97]
  • [Su Paterson V] La purezza del tessuto di questo libro mi sembra stupefacente. Tutte le linee segnate con una purezza di sogno – come viste attraverso un lievissimo velo di lacrime. È lo stesso tessuto del Viaggio ad Amore – bianchi spazi colmi di realtà come le cose stesse.
    E sono stata fulminata dalla sua traduzione di Saffo. Mai avevo letto nulla di simile. È un miracolo... «la mia lingua è spezzata» ... «mi rombano gli orecchi» ... «mi manca poco a morire». Quale lezione di concentrazione, di bellezza e di semplicità definitiva.[98]
The purity of the texture in this book seemed amazing to me. All the lines drawn with such dreamlike purity – as if seen through a very thin veil of tears. It is the same kind of texture as in A Journey to Love – white spaces as full of reality as the things themselves.
And I was
thunderstruck by your translation of Sappho. Never did I read anything like it. It is a miracle. . «and my tongue | is broken» ... «and my ears | thunder» ... «and I lack little | of dying». What a lesson in concentration, in beauty and ultimate simplicity.[99]

Incipit di alcune opere

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Anteo, per rimanere invincibile, doveva toccar terra col piede. L'uomo religiso deve, nell'agone che gli è proprio, staccarsene il più sovente possibile: proiettando la sua mente in Dio, scagliandola, come si dà il volo a una rondine, verso il Creatore. Questo dardo d'oro della mente, questo batter d'ali che si gettano perdutamente a prender dimora un istante nel cuore stesso della luce, sono noti ai cristiani; e quando siano vocali (ma non necessariamente) si chiamano operazioni giaculatorie, da jaculum appunto: dardo o freccia scoccata.

[in Sotto falso nome, p. 136.]

La Muta di Raffaello non è solo il centro del Palazzo Ducale, ma di Urbino e dell'intera Marca. È una donna in forma di liuto: silenziosa come solo può esserlo uno strumento posato, abbandonato appena dalle mani.

[in Sotto falso nome, p. 191.]

Citazioni su Cristina Campo

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  • A Isfahan visitai una volta una bottega dove dinanzi a un grande telaio verticale una donna, con alla destra e alla sinistra tre giovinette, annodava un tappeto. Udire le parole di Cristina al Collegio di Musica o sull'Aventino non è che replica di quell'immagine, sorprenderla in bottega mentre con un gran foglio davanti annoda le frasi. Il nodo è un segreto di noi orientali, che così procediamo nel compiere la tela. Per questo, Lilla[100] Cristina, la Sua opera ci appartiene. Ha rubato il nostro tempo, cioè il nostro computo del tempo − e così ci onora. (Alessandro Spina)
  • Cara Cristina,
    Le notizie che mi dà del suo squisito libretto o delle sue traduzioni mi colmano di spavento. Non pensavo che nessuno in questo mondo mi avrebbe mai potuto scoprire nei miei libri come ha fatto lei, né che qualcuno si sarebbe mai curato di fare tanto per me. Lei mi ha rovesciato come un guanto, mi ha interamente messo a nudo, e io non mi sento nemmeno a disagio, al contrario la accolgo con la gioia con cui si accoglie un amante e un amico. Nulla di fisico in questo; va molto più nel profondo, è per questo che dico che mi spaventa – non si ammettono tali intimità in questo mondo, dobbiamo nasconderle l'uno all'altro, ma lei mi ha scoperto, e io ne sono spaventato, è un'intimità che un uomo non può permettere in una moglie. E tuttavia è un'intimità a cui continuamente aspiriamo, e ci si spezza il cuore quando non si coglie all'istante nello sguardo di quelli che amiamo e che ci amano. (William Carlos Williams)
  • [Che da] un altro continente, quando pensavo che nessuno avesse di me udito altro che il nome, una persona come lei abbia compreso fino a tal punto la mia poesia, e l'estrema attenzione che io le dedico, sembra avvicinarsi al miracolo. Come è potuto accadere? Dev'essere che la vita delle arti, e nelle arti, è più potente di quanto immaginavo. Grazie di aver resuscitato una fede che a volte, ma mai a lungo, vacilla. (William Carlos Williams)
  • Cristina Campo, bagliore letterario, fu ben più che una "donna letterata". O non la sentirei così vicina, così tuttora fraterna...
    Essa invita a meditare non sulla propria soltanto, ma sulla scrittura, sull'ars dello scrivere, sulla Parola originaria che diventa, in una diaspora stellare illimitata, scrittura alfabetica, stile che afferra, forma metaparlante, pane soprasostanziale: miracolo possibile solo a chi ebbe con gli archetipi un rapporto stretto stretto, a chi fu reso atto a percepire le sonorità misteriose, oscure, che secerne il silenzio prudente delle Madri. (Guido Ceronetti)
  • Cristina Campo credeva che la perfezione esistesse e, come altri che l'hanno creduto, non sapeva che farsene della perfettibilità. Era là e solo là che bisognava puntare, e non contentarsi di niente di meno. (Mario Luzi)
  • Cristina riponeva nella memoria come in uno scrigno le gemme delle sue letture: erano pietre preziose che altri non vedevano o non sapevano apprezzare. La sua scrittura nasce nel riflesso di quei tesori; ma nasce energicamente, anzi impavidamente. La sua forza intellettuale trasformava quella ricchezza a lungo custodita in una lama al servizio dei suoi argomenti, in uno stile tagliente dai barbagli ora d'acciaio, ora iridescenti. Forza e fragilità del resto in lei si fondevano mirabilmente. (Mario Luzi)
  • Io non l'ho mai incontrata eppure lei ha scoperto la mia parte più segreta e le ha dato una cornice di gran pregio, sensibile a ignote perfezioni di scrittura. Lei è una maga, o forse un angelo che mi custodisce. Ma come posso crederlo? (William Carlos Williams)
  • La Bruyère scrive:
    «Celui qui n'a égard en écrivant qu'au goût de son siècle songe plus à sa personne qu'à ses écrits: il faut toujours tendre à la perfection, et alors cette justice qui nous est quelquefois refusée par nos contemporaines, la posterité sait nous la rendre».[101]
    Ecco un ritratto preordinato di Cristina. Quanto agli amici, è ovvio che sono i primi posteri. (Alessandro Spina)
  • Odiava il tempo, Cristina. Odiava il tempo in generale: «Tutto ciò che è passato e futuro è estraneo e lontano da Dio» (Meister Eckhart) era una delle sue frasi preferite. Odiava un tempo in particolare, quegli anni del medio Novecento italiano in cui le era toccato di vivere, di cui percepiva in modo straziante la bancarotta spirituale.
    Creatura umbratile, lo osteggiò non agitandosi e contrapponendosi platealmente (come fece nello stesso periodo un altro antimoderno, Pasolini) bensì tendendo a scomparire, a tagliare i ponti, a perdere il contatto. Boicottando per prima cosa la biografia, a cominciare dal nome anagrafico, Vittoria Guerrini, seppellito da una serie di pseudonimi fra cui Cristina Campo divenne il preferito. (Camillo Langone)
  • Amava ciò che è piccolo. «Infinitamente più delicata e tremenda è la presenza dell'immenso nel piccolo che non la dilatazione del piccolo nell'immenso». Aveva un senso sovrano del limite, del confine – lei, così smisurata nell'animo. La sua dimensione nativa fu l'aforisma; e la sua prosa mancò sempre della fluidità, del senso del tempo, della fluttuazione, sacrificati alla concentrazione. Piccole gemme, preziosità senza castone − e, attorno, un vago velo diamantino o iridescente. Sognava di essere leggerissima: ma non lo fu mai, perché era troppo grave e tesa, troppo drammaticamente e fisicamente viva in ogni riga della sua scrittura.
  • Aveva un senso acutissimo della forma, come quasi nessuno ai nostri tempi: non voglio dire il dono della pura creazione, che in lei urtava contro troppi vincoli. Adorava la forma che coltiva se stessa, come nelle grandi creazioni dell'estetismo. La sua intelligenza non era la pura, liberata intelligenza di Dostoevskij e di Kafka, ma l'intelligenza provocata dalle tensioni e dai limiti della forma. Gli scrittori erano, per lei, dei re in incognito, dei sacerdoti nascosti; e la perfezione suprema a cui poteva giungere la letteratura era l'ombra della vestizione del vescovo, l'ombra della Missa Solemnis. [...] Come non inchinarsi davanti a questo amore della perfezione?
  • Era una creatura accesa, violenta, estrema, piena di ardore cavalleresco, una Clorinda ignara di prudenza e di mezzi termini. Viveva tra i contrari, speranza e disperazione, passione e disprezzo, furia e dolcezza; e trovava una specie di quiete solo intensificando le proprie contraddizioni.
  • Questa anacoreta possedeva un garbo mondano, una grazia squisita e inafferrabile, come una signora italiana del Rinascimento o una dama della Fronda. Come amava la bella conversazione! E come era deliziosa la sua conversazione! Spiritosa e tagliente, amabile e crudele, piena di tatto e di violenza. [...] Alle volte, doveva pensare a una religione che non nascesse contro il mondo, ma nel cuore stesso del mondo: che germogliasse, come nei libri di San Francesco di Sales, dalle forme perfette del vivere mondano. Pensava che le «buone maniere», «le belle parole», la «sprezzatura» e la «naturalezza» della società civile fossero la via migliore per arrivare alla santità. La vita mondana era gesto, e la santità non era che gesto assoluto, che riassumeva in sé tutti i gesti belli e squisiti della nostra vita terrena.
  • Stava lì rinchiusa nell'eremo della sua anima, ai piedi del suo Dio tagliente come una spada, e attendeva la visitazione. Sentiva di essere eletta? Qualche volta, ripeteva i gesti della segregazione, le parole nobili, gli oggetti privilegiati, gli specchi senza macchia, per invocare l'elezione. Qualche volta, sembrava l'ultima delle creature: la diseredata, la mendicante, che si copriva inutilmente con il povero e freddo mantello delle parole umane.
  • Cristina Campo si accostò al linguaggio come il credente al testo sacro, direi come il mussulmano al Corano, libro che è sacro solo in quella lingua, nella quale ripete la propria imperitura immagine celeste. Ma non fu una sacerdotessa del linguaggio, la prosatrice venne assistita dai doni dell'esilio e della regalità.
  • Signora, regina della prosa. C'è qualcosa di regale nello stile mentale di questa scrittrice; una regalità astratta, esiliata, clandestina, fiabesca; così nelle favole nel cuore di una foresta, in una caverna, una tana, larve regali esercitano la loro regalità senza sudditi. Spogliato di ogni diritto di mondana vessazione, è un potere tutto e solo dello stile, della solitudine, ignaro di fratellanze, devoto al destino.
  • Una figura di difficile fascino, inquieta ed inquietante, signora di una prosa che non ha l'eguale da molti anni. Cristina Campo – araldico nome di Vittoria Guerrini – è morta assai giovane, dieci anni fa; più che un profilo quotidiano, è una fulminea luminescenza, un aroma pervasivo e riluttante alla descrizione, un disegno magro ed esatto, simile ai grafici giapponesi che le erano cari.

Note

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  1. Da Lettera a Rodolfo Quadrelli, Vigilia di Pentecoste, 1967, in Appassionate Distanze. Letture di Cristina Campo con una scelta di testi inediti, a cura di Monica Farnetti Filippo Secchieri Roberto Taioli, Tre Lune Edizioni, Mantova, 2006, p. 81. ISBN 8887355851
  2. Dalla lettera ad Alejandra Pizarnik del gennaio 1965, citato in "Molti vivono al margine del loro destino": le lettere indeite di Cristina Campo ad Alejandra Pizarnik, pangea.news, 18 marzo 2019.
  3. Da Lettera a Maria Zambrano del 25-VII [1962], in Se tu fossi qui. Lettere a Maria Zambrano 1961-1975, p. 27.
  4. Da Lettera a Margherita Dalmati, ottobre 1955; in Margherita Dalmati, Cristina Campo e la scrittura del dio, Neuropa, XXIV, 86-89, 1996, pp. 73–79; citato in Cristina De Stefano, Belinda e il mostro, Vita segreta di Cristina Campo, Adelphi, 20023, p. 28. ISBN 88-459-1678-2
  5. Dalla Prefazione a I Quaderni. Russia 1885-1919 di Varvàra Dolgorouki, traduzione italiana di Amalia D'Agostino Schanzer, Rusconi, Milano, 1976. La prefazione, nell'edizione Rusconi in forma anonima e senza titolo, è pubblicata nuovamente in: Appassionate distanze. Letture di Cristina Campo con una scelta di testi inediti, a cura di Monica Farnetti, Filippo Secchieri e Roberto Taioli, Tre Lune Edizioni, Mantova, 2006, ISBN 88-87355-85-1, con l'attribuzione a "C. Campo" e sotto il titolo: Una delle ultime gran dame di questa terra.
  6. Citato in Alessandro Spina, Conversazione in Piazza Sant'Anselmo e altri scritti, Morcelliana, Brescia, 2002, p. 81. ISBN 8837218885. Nel testo: "Passeggiavamo un giorno, sul tramonto, nella pace dell'Aventino. Mi rievocava una funzione religiosa cui aveva assistito in un monastero lì accanto, celebrata da due vescovi. I quali, in un luogo della funzione, si inchinano l'uno all'altro. «Ecco» annunciò, «se ancora due uomini incontrandosi si inchinano l'uno all'altro, la civiltà è salva...»."
  7. Da una lettera a John Lindsay Opie, senza data (dalla metà degli anni Sessanta in poi, cfr. Belinda e il mostro, p. 188), scritta in inglese; citato in Cristina De Stefano, Belinda e il mostro, p. 107.
  8. Che Dio ci guardi dalla letteratura!
  9. Da una lettera a John Lindsay Opie, senza data (dalla metà degli anni Sessanta in poi, cfr. Belinda e il mostro, p. 188), scritta in inglese; citato in Cristina De Stefano, Belinda e il mostro, Vita segreta di Cristina Campo, Adelphi, 20023, p. 146. ISBN 88-459-1678-2
  10. Da Ràdonitza, in La tigre assenza, a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, Milano, 2001, p. 56. ISBN 8845908321
  11. Da Lettera a Leone Traverso del 7 maggio [1954], pp. 14–15.
  12. Da Lettera a Leone Traverso [Roma,] lunedì 10 [ottobre 1955], p. 26.
  13. Da Lettera a Leone Traverso, [Roma, 27 dicembre 1955], p. 31.
  14. Così Lawrence era chiamato in famiglia.
  15. Da Lettera a Leone Traverso, [Roma, 19 febbraio 1956], pp. 45-46.
  16. Bibbia, favole, Mille e una notte, lette nell'adolescenza. L'autrice, inoltre, ricorda in modo particolare una poesia di Emily Dickinson: A wife at the daybreak, letta a tredici anni in una rivista inglese. Cfr. Caro Bul, p. 83.
  17. Da Lettera a Leone Traverso da [Roma, 20 gennaio 1957], p. 84.
  18. Da Lettera a Leone Traverso da [Roma, 20 gennaio 1957], p. 85.
  19. Yuen Yuey Chinn, nato a kwantung, Cina, il 24 dicembre 1922. Una più estesa nota bibliografica sull'artista si trova a pag. 147 dell'opera.
  20. Da Note, p. 146.
  21. Da Il flauto e il tappeto, Della fiaba, p. 29)
  22. Da Il flauto e il tappeto, Tappeti volanti, p. 68.
  23. Da Gli imperdonabili, pp. 83–84.
  24. Da Una divagazione: del linguaggio, p. 92.
  25. Da Il flauto e il tappeto, Con lievi mani, p. 99.
  26. I versi citati sono di Hugo von Hofmannsthal.
  27. Da Il flauto e il tappeto, Con lievi mani, p. 100.
  28. Da Il flauto e il tappeto, Con lievi mani, p. 103.
  29. Da Il flauto e il tappeto, Con lievi mani, p. 111.
  30. Da Fiaba e Mistero, Parco dei cervi, p. 143.
  31. Da Fiaba e Mistero, Parco dei cervi, p. 145.
  32. Da Fiaba e Mistero, Parco dei cervi, pp. 145–146.
  33. Da Fiaba e Mistero, Parco dei cervi, p. 146.
  34. Da Fiaba e Mistero, Parco dei cervi, p. 148.
  35. «Ma un'amicizia pura è rara.»
  36. Da Fiaba e mistero, Parco dei cervi, pp. 152–153.
  37. Da Fiaba e mistero, Parco dei cervi, p. 156.
  38. Da Attenzione e poesia, Fiaba e mistero, Attenzione e poesia, p. 167.
  39. Da Il sapore massimo di ogni parola, Su William Carlos Williams, p. 179.
  40. Da Sensi soprannaturali, p. 243; citato altresì in La Civiltà Cattolica, ed. 3565-3570, 1999, p. 37.
  41. Soldato che Hans Carossa ricorda, ponendone la figura in forte rilievo, nel suo Diario di guerra. In una lettera dal fronte Glavina scrive: "[...] Sì; se andiamo in cerca di fatiche e pericoli, così come ci vengono incontro, ci prepariamo per fatiche più nobili, pericoli più reali. Io sono come un uomo d'azione che non conosce ancora la sua azione. «Rapisci la luce alle fauci del serpente!» Qual è la voce che mi grida a volte queste parole nel sonno profondo?"(nota di diario del 16 ottobre 1916, p.28 del Diario di guerra di Hans Carossa); da Hans Carossa, Diario di guerra, traduzione di Anita Rho, Sperling & Kupfer, 1941
  42. Dalla lettera al padre del 2 novembre [1943] Ore 8, p. 12.
  43. Dalla lettera a Gianfranco Draghi, [Roma] 21. X. [1956 o 1957], p. 57.
  44. L'Autrice cita i versi 25-28 dell'Ode Mein Eigentum, La mia proprietà: «Giacché, come una pianta che non ha radici | Nella propria zolla, si spegne l'anima del mortale | Che alla luce del gorno soltanto, un | Misero, vaga sulla sacra terra.» Da Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche, Edizione tradotta e commentata e revisione del testo critico tedesco a cura di Luigi Reitani, Mondadori, I Meridiani, settembre 2001. ISBN 8804474076
  45. Dalla lettera a Gianfranco Draghi da [Roma, aprile 1958], p. 81.
  46. Dalla lettera a Gianfranco Draghi da [Roma,] domenica, le 6 [estate 1958], p. 95.
  47. [s. d.], p. 101.
  48. Dalla lettera a Gianfranco Draghi da [Venezia,] 14. IX. 58, p. 103.
  49. Dalla lettera a Gianfranco Draghi da [Roma,] venerdì,[febbraio 1959], pp. 111-112.
  50. Dalla lettera a Gianfranco Draghi da [Roma, prima di Pasqua 1959], p. 144.
  51. Da Il tono dell'autunno, poesia dedicata all'amica pittrice Anna Bonetti; nella lettera ad Anna Bonetti da [Roma,] giovedì sera [12 dicembre 1957], pp. 150-151.
  52. Dalla lettera a Giorgio Orelli [Firenze,] Ottobre, 10, pom. [1954], p. 171.
  53. Dalla lettera a Giorgio Orelli [Firenze,] luglio 9 [1955 o 1956], p. 175.
  54. Dalla lettera a Giorgio Orelli [Roma, giugno? 1958], p. 186.
  55. Dalla lettera a Margherita Pieracci Harwell [1955], p. 12.
  56. Il riferimento è ad alcuni passi dei Quattro Quartetti tradotti in francese da Pierre Leyris dattiloscritti da Cristina Campo per M. P. Harwell. Il testo di Cristina Campo è scritto in margine ai passi.Cfr. più in dettaglio la nota di M. P. Harwell a p. 307 di Lettere a Mita.
  57. Dalla lettera a Margherita Pieracci Harwell [prima del 13 maggio 1956], p. 17.
  58. (dalla lettera a M. Pieracci Harwell del 25 luglio (domani S. Anna) [1956], p. 29.
  59. Dalla lettera a Margherita Pieracci Harwell del [11 ottobre 1957], pp. 77–78.
  60. Dalla lettera a Margherita Pieracci Harwell del [27 luglio 1957], p. 66.
  61. Dalla lettera a Margherita Pieracci Harwell di venerdì sera [luglio-agosto 1958], pp. 108–109.
  62. Dalla lettera a Margherita Pieracci Harwell [agosto 1958], p. 112.
  63. Dalla lettera a M. Pieracci Harwell del [dicembre? 1961], p. 150.
  64. Dalla lettera a M. Pieracci Harwell di lunedì [primavera 1962], p. 165.
  65. Dalla lettera a M. Pieracci Harwell del giovedì [dopo l'11 marzo 1963?], p. 178.
  66. Dalla lettera a M. Pieracci Harwell del 24, S. Mattia [febbraio 1966, Quaresima], p. 206.
  67. Dalla lettera a M. Pieracci Harwell del 16. VI [1971], pp. 249-250.
  68. Dalla lettera a M. Pieracci Harwell del 16. VI [1971], p. 250.
  69. Dalla lettera a M. Pieracci Harwell del 22 sett. le 11 [1973], p. 275.
  70. Da «Banchetto nel deserto», p. 37.
  71. Da Note sopra la liturgia, pp. 133-134.
  72. Da Introduzione a Abraham Joshua Heschel, L'uomo non è solo, p. 164.
  73. Da Due poeti, p. 45.)
  74. Da Due saggi, p. 68.
  75. Da Un sigillo di fuoco arrivato attraverso i secoli, p. 106.
  76. Da Ville fiorentine, p. 126.
  77. Da Ville fiorentine, pp. 127-128.
  78. Da L'intervista, p. 203.
  79. Da L'intervista, p. 204.
  80. Dall'intervista di A. A., L'intervista. Cristina Campo, Il Tempo, 16 aprile 1972.
  81. Da Lettera a Remo Fasani del 22 dicembre 1951, p. 34.
  82. Da Lettera a Remo Fasani del 3 settembre 1953, pp. 71-72.
  83. La Mosta di Quattro Maestri del primo Rinascimento, che si tenne a Firenze, Palazzo Strozzi, dal 22 aprile al 12 luglio 1954.
  84. Da Lettera a Remo Fasani del 22 maggio 54, p. 92.
  85. La traduzione delle poesie di William Carlos Williams.
  86. 12 marzo 1958; in Il fiore è il nostro segno, p. 24.
  87. Roma, March 12th, 1958; in Il fiore è il nostro segno, p. 22.
  88. 10 aprile 1958; in Il fiore è il nostro segno, p. 27.
  89. Roma, April 10th, 1958, Il fiore è il nostro segno, p. 26.
  90. 10 aprile 1958; in Il fiore è il nostro segno, p. 28.
  91. April 10th, 1958; in Il fiore è il nostro segno, pp. 26-27.
  92. Rutherford, città del New Jersey in cui William Carlos Williams nacque nel 1883 e in cui si stabilì senza interruzioni dal 1910 fino alla morte nel 1963. Cfr. nota a p. 31 de Il fiore è il nostro segno
  93. 24 maggio 1958; in Il fiore è il nostro segno, p. 31.
  94. May 24th 1958; in Il fiore è il nostro segno, pp. 29-30.
  95. The world contracted to a Recognizable Image. Cfr. nota a p. 61 di Il fiore è il nostro segno.
  96. 6 ottobre 1959; in Il fiore è il nostro segno, p. 63.
  97. October 6th, 1959; in Il fiore è il nostro segno, p. 62.
  98. (21 novembre 1959; in Il fiore è il nostro segno, pp. 67–68.
  99. nov. 21, 1959; in Il fiore è il nostro segno, p. 65.
  100. Sorta di titolo onorifico, in uso presso le piccole corti barbaresche del Nord Africa con il quale ci si rivolgeva alle principesse reali, Cfr. C. Campo, A. Spina,Carteggio, nota a p. 220 e A. Spina, Conversazione in Piazza Sant'Anselmo e altri scritti, p. 78.
  101. Chi, scrivendo, tiene in considerazione soltanto il gusto del proprio secolo si cura più della sua persona che dei suoi scritti: si deve sempre tendere alla perfezione, e allora questa giustizia che ci è talvolta rifiutata dai nostri contemporanei, la posterità sa rendercela.

Bibliografia

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  • Cristina Campo-Alessandro Spina, Carteggio, Editrice Morcelliana, 2007. ISBN 978-88-372-2185-0
  • William Carlos Williams, Cristina Campo e Vanni Scheiwiller, Il fiore è il nostro segno, Carteggio e poesie, a cura di Margherita Pieracci Harwell, Libri Scheiwiller, Milano, 2001. ISBN 88-7644-287-1
  • Cristina Campo, Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, 2007. ISBN 978-88-459-2177-3
  • Cristina Campo, Gli imperdonabili, quinta edizione, Adelphi, Milano5, 2002. ISBN 88-459-0256-0
  • Cristina Campo, Il mio pensiero non vi lascia: lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino, a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, 2011. ISBN 978-88-459-2644-0
  • Cristina Campo, Lettere a Mita, a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, 2008. ISBN 978-88-459-1494-2
  • Cristina Campo, Se tu fossi qui: lettere a María Zambrano 1961-1975, a cura di Maria Pertile, Archinto, 2009. ISBN 978-88-7768-529-2
  • Cristina Campo, Sotto falso nome, a cura di Monica Farnetti, Adelphi, Milano3, 2002. ISBN 88-459-1426-7
  • Cristina Campo, Un ramo già fiorito: lettere a Remo Fasani, a cura di Maria Pertile, Marsilio, 2010. ISBN 978-88-317-0613-1

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