Cristina Campo

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Cristina Campo

Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini (1923 – 1977), scrittrice, poetessa e traduttrice italiana.

Citazioni di Cristina Campo[modifica]

  • In nessun modo Maria, e da nessuna circostanza, tu devi lasciarti indurre a tornare a Roma se prima non hai finito il tuo libro. Hai freddo, sei triste, sogni poco, non hai la forza. Non importa. Tutto questo fa parte del tuo libro, mentre la vita di Roma non ne fa parte, e ti dividerebbe da esso ancora una volta – e questa volta forse per sempre. Che tu scriva o non scriva, che tu sia triste o allegra, non tornare. Aspetta il tuo libro là dove gli hai dato appuntamento. Non lo tradire. (da Lettera a Maria Zambrano del 25-VII [1962], in Se tu fossi qui. Lettere a Maria Zambrano 1961-1975, p. 27)

Sotto falso nome[modifica]

  • I leggiadri cortei di Alexia Mitchell sembrano cesellati sulla lucida trasparenza di un vento; l'oro dell'onda risplende delle sue nitide maschere; sul fine rinnovarsi delle sabbie le sue leggende s'iscrivono tenaci. Lungamente affilati dal lume del suo rimpianto fregi e stele sembrano a volte rovinare in pulviscoli, liquefarsi in corone luminose di gocce; ma solo per ricomporsi oltre, nella vibrazione tenuta, intangibile del miraggio: Oh! to be an image | An image lost in the wind | An image to be grasped and torn | By baby-hands... || The children shall dart again | Through the mysterious garden | Trying a last bold conquest | Before nightfall. | (da «Banchetto nel deserto», p. 37)
  • Lo stile dei contemplativi, così inalterabilmente sollevato all'orizzonte della visione, è in realtà un puro precipitato di esperienze. Il mistico non specula, riferisce. (da Introduzione a Abraham Joshua Heschel, L'uomo non è solo, p. 164)
  • Una ardente facoltà di contemplazione amorosa, là dove il possesso sarebbe più naturale e gratuito: forse è questa – contro ogni apparenza – la vera giovinezza; quella che nel poeta, nell'uomo di cuore, si prolunga fino alla morte. (da Due poeti, p. 45)
  • Non è la bellezza ciò da cui si dovrebbe necessariamente partire? È un giacinto azzurro che attira col suo profumo Persefone nei regni sotterranei della conoscenza e del destino. Si può senza dubbio chiamare «esorcismo» questo attrarre, per mezzo di figure, lo spirito, che di certe cose ha sempre una grande paura. Questo fanno i miti. Questo dovrebbe fare la poesia. (da L'intervista, p. 203)

Gli imperdonabili[modifica]

  • L'ultima lettera (italiana) di Mozart è un esempio quasi terribile dello stile quando sia integralmente divenuto natura. Si ricorderà la grande frase centrale, il reiterato lamento sulla morte vicina, avviluppata nel manto nero dello sconosciuto del Requiem. E: «...La vita era pur sì bella...», egli prorompe. Si provi, di queste sei piccole parole, a rimuoverne una. Ecco la formula feriale: la vita era bella; o la nostalgica: la vita era pur bella; o la candida: la vita era sì bella. Ma «La vita era pur sì bella...». Questo solo è il pugnale che trafigge: uscito dal fodero in virtù di due monosillabi, disposti secondo un ordine semplice e imperscrutabile. (da Gli imperdonabili, pp. 83-84)
  • Gli imperi cadono quando l'educazione dei principi cede alla letargia borghese, con la sua puntigliosa, superstiziosa ignoranza della radice spirituale di ogni dominio. (da Il flauto e il tappeto, Con lievi mani, p. 99)
  • Sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino, inflessibilmente misurata, tuttavia, su un'ascesi coperta. Due versi la racchiudono, come un'astuccio l'anello: «Con lieve cuore, con lievi mani | la vita prendere, la vita lasciare...»[1] (da Il flauto e il tappeto, Con lievi mani, p. 100)
  • Nella gioia, noi ci muoviamo in un elemento che è del tutto fuori del tempo e del reale, con presenza perfettamente reale.
    Incandescenti, attraversiamo i muri. (da Fiaba e Mistero, Parco dei cervi, p. 143)
  • Non conosco poesia universale senza una precisa radice: una fedeltà, un ritorno. (da Fiaba e Mistero, Parco dei cervi, p.146)
  • Proust: il lungo poema del mana primitivo, dell'energia vitale elevata a potere magico. Poema di maree: persone, luoghi, parole, melodie, prima colmi e poi svuotati di quel potere. Sotto l'onda splendente e terribile del mana le rocce parlano, la sabbia si fa oro, tutto si muove, si risponde, tramuta, avvolge l'uomo e lo domina, con diritto di vita o di morte. In secca, tutto ritorna fossile, desertico, si immobilizza in un biancore di scheletro.
    La meravigliosa cerimonia di Proust è l'evocazione e la risurrezione del mana ottenuta dallo stregone con l'aiuto di oggetti sacri: i biancospini, la bille d'agathe, la petite phrase de Vinteuil. Così nei rituali polinesiani il frammento d'osso, l'impronta del piede umano nell'argilla. (da Fiaba e Mistero, Parco dei cervi, p. 148)
  • [su William Carlos Williams] [...] Per Williams è il contrario. Come Saba, come Kavafis, come Brecht, egli vive della propria perenne trasmutazione, del proprio instancabile ritorno, di salmone controcorrente, alle sorgenti della parola, di quel sapore massimo d'ogni parola che dicevo in principio. Sono proprio costoro, i maestri dei misteri gaudiosi della parola, a immergerla di continuo, «perché essa viva», nelle luttuose acque di Parmenide. «Masterpieces are only beautiful in a tragic sense, like a starfish lying stretched dead on the beach in the sun. A touch of the unknown... A passionate statement about death». (da Il sapore massimo di ogni parola, Su William Carlos Williams, p. 179)
  • "Abbelliscimi" – pregava Metafrasto, e in realtà chiunque abbia avuto la ventura di incontrare un santo non gli sarà facile, per tutto il resto della sua vita, pronunciare senza un'estrema cautela la parola bellezza. (da Sensi soprannaturali[2])

Un ramo già fiorito[modifica]

  • [su Petrarca] [...] Eppure tutto il canzoniere mi ha stranamente commossa, rileggendolo di recente! Tutte le poesie post-mortem, la vecchiezza, quel tempo che scorre e ritorna, scorre e ritorna, in due cerchi simultanei e contrari, (uno lentissimo e uno rapidissimo) – quell'incredibile vivere sull'ipotesi del passato – quel silenzio di tutta una vita, che da croce si fa dimora sempre più ricca e prestigiosa: – a volte mi è parso che nessun uomo avesse mai sentito e parlato in così breve ed unico respiro. (da Lettera a Remo Fasani del 22 dicembre 1951, p. 34)
  • Verrai dunque a vedere Paolo Uccello, e Piero, e Masaccio? Da tempo avrei voluto parlarti di questa mostra[3], che credo rimarrà al centro del tuo mondo ideale, fusa ai più alti momenti dei poeti e dei musicisti che ami. C'è una Resurrezione di Paolo Uccello (il rosone del Duomo di Firenze) che è come l'esplosione di un cratere in fondo al mare – morte e vita strette in una vertigine tale che persino gli elementi sembrano penetrare l'uno nell'altro: la roccia è acqua il vento è roccia, e la superficie terrestre, con l'esplosione dei suoi frutti e fiori, si è fatta tunica di quel Cristo a piedi legati, che esplode in alto, fisso come un sole. (da Lettera a Remo Fasani del 22 maggio 54, p. 92)

Caro Bul. Lettere a Leone Traverso[modifica]

  • Se ci muoviamo nel cerchio della ricerca weiliana – che in fondo è la «lettura multipla» di ogni spirito attento – mi sembra che veramente il primo cristiano implicito nel senso della coscienza pura e non solo della pietà istintiva, sia Sofocle. Anche mi sembra che non sia possibile parlare a fondo di Antigone (proprio in questo senso «multiplo» senza riportarla ad Elettra. Perché qui il passaggio spirituale è chiarissimo: dalla pietà relativa, individuata, religione del sangue configurata in un nome come riscatto della stirpe (quindi morte come castigo, equilibrio ristabilito ecc.), alla pietà assoluta, anonima (Edipo, Polinice o chiunque altro ne sia degno nel momento) e perfettamente fine a sé stessa – quindi morte come incidente, già scontato anzi subito. («Io morii da tempo – forse per meglio accudire ai morti»). Insomma una sorta di passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento: lo pseudo-giusto che vince su questa terra, il vero giusto che su questa terra è vinto. (da Lettera a Leone Traverso del 7 maggio [1954], pp. 14-15)
  • Caro Bul, solo in questo momento (ore 18 del 27 dicembre) ricevo il tuo Hölderlin. È ME-RA-VI-GLIO-SO – non si può quasi reggere. Ti dirò il resto quando avrò letto tutto (dunque in un'altra vita?...) ma subito questo:
    «Hai lavorato bene, vecchio Lev.»
    Raggi d'oro saettano da testo e versione — specchio ustorio che rischia di mandarmi a fuoco. (da Lettera a Leone Traverso, [Roma, 27 dicembre 1955], p. 31)
  • Io non prego mai per i morti, io prego i morti. L'infinita sapienza e clemenza dei loro volti – come si può pensare che abbiano ancora bisogno di noi? – Ad ogni amico che se ne va io racconto di un amico che resta; a quella infinita cortesia senza rughe ricordo un volto di quaggiù, torturato, oscillante. (da Lettera a Leone Traverso da [Roma, 25 gennaio 1957], p. 85)
  • [Nota di presentazione per la mostra di opere dell'artista Yuen Yuey Chinn tenutasi a Firenze dal 3 al 6 marzo 1955.] [...] Qui devo confessare che trovo consolanti i semplici titoli (Cavalli, Pesci e così via) dati da Chinn[4] ai suoi quadri che egli definisce semi-astratti, senza peraltro concedere alla parola più di un semi-astratto interesse. E nei suoi quadri vivono, i cavalli ed i pesci, se anche nascosti nelle profonde implicazioni della fiaba o del sogno: quando l'oggetto che andiamo inseguendo per un presagio inesplicabile del nostro cuore ci attende all'ultimo limite dei sensi – dietro il colore, dietro il suono, dietro il suo stesso nome: celato dai sette veli del mistero e tuttavia – lo sentiamo con ogni fibra – più reale di ogni apparente realtà: l'oggetto puro, assoluto, premio ad ogni fedele itinerario dell'attenzione. (da Note, p. 146)

Lettere a Mita[modifica]

  • Il vero appunto, quello segreto, dovrebbe essere scritto all'incirca così:
    «Partire dalla tabula rasa di un tempo 'où l'on a tout perdu', dalla chiesa nuova e brutta di Cristo Re, o di Los Angeles, nel pomeriggio canicolare, e sia il più possibile anonima quella chiesa, come un ospedale, un planetario o una stazione, per ricordarci che veramente 'l'on a tout perdu', fuorché la verità che abita in quel luogo — e che mai potremo ritrovare senza essere spogliati di ogni ornamento — senza avere accettato l'anonimo, la nudità di questo tempo che è la sola sua forza. Non altrimenti potremo compiere il cerchio, riallacciare la fine del nostro tempo al suo principio perduto...» (dalla lettera a M. Pieracci Harwell del 25 luglio (domani S. Anna) [1956], p. 29)
  • Antonia Pozzi dice: Piovve tutta la notte sulle memorie dell'estate. Così voglio credere che stamattina sia settembre — le memorie di questa estate già sepolte, come le foglie fradicie.
    Bisogna vivere tutto fino in fondo. Ogni volta che si torna indietro è per tracciare di nuovo il cerchio, ancora e ancora finché non sia perfetto. (dalla lettera a Margherita Pieracci Harwell del [27 luglio 1957], p. 66)
  • [...] Scusi questa lettera sovraccarica di perfezioni. È una parola che mi ossessiona, con pochissime altre — le parole di quell'«era primaria» del linguaggio alla quale tento invano di arrivare. È certo, in ogni caso, che tutti gli altri strati geologici del vocabolario mi sono divenuti inabitabili; mi limito, qualche volta, a chieder loro diritto di asilo. (dalla lettera a M. Pieracci Harwell del [dicembre? 1961], p. 150)

Il mio pensiero non vi lascia[modifica]

  • [...] Ho tante tante cose da dire! Quasi direi da salvare: tutta la tragica bellezza di ciò che è passato in noi e vicino a noi - cose che io sola sento di aver visto e sentito fino alla sofferenza e che assolutamente non devono morire. «Rapisci la luce alle fauci del serpente»... Ti ricordi di Glavina?[5] Ora mi sembra che il puro insegnamento di Carossa sia la mia guida. (dalla lettera al padre del 2 novembre [1943] Ore 8, p. 12)
  • Carissimo,
    «ad onta di tutto non mi dimentichi» — perché mai dice questo. Proprio grazie al «tutto» e nel «tutto» (mi esprimo con le parole più improprie) io non potrei mai dimenticare nulla, ogni cosa che vive vive all'ennesima potenza. Non credo alle esperienze che «fanno impallidire tutto il resto» ma solo a quelle che rendono più reale il reale, cioè più chiaro l'amore per ciò che amiamo. (dalla lettera a Gianfranco Draghi, [Roma] 21. X. [1956 o 1957], p. 57)
  • Ho meditato molto, questi giorni a Bracciano. Il lago era cinese — tutto striscie di nuvole e di luce — separate qua e là da pareti di pioggia. Leggevo Hölderlin senza interruzione; ed era per me come assistere alle letture della Passione in una qualche abbazia perduta tra le montagne. Un vivere ogni parola a capo chino, sommersi nelle lacrime. [...]
    Caro Gian, dimentichi questa lettera, anzi la bruci per favore. Ma ricordi che solo a lei potevo scrivere così, senza ritegno — come piango su Hölderlin.
    «Denn, wie [die] Pflanze, wurzelt auf eignem Grund
    Sie nicht, verglüht die Seele des Sterblichen,
    der mit dem Tageslichte nur, ein
    Armer, auf heiliger Erde wandelt» [6]
    Ein Armer, Ecco, è proprio questo. (dalla lettera a Gianfranco Draghi da [Roma, aprile 1958], p. 81).
  • Ricorda i versi meravigliosi di Hölderlin?
    «Morti gli eroi, le isole dell'amore
    quasi sfigurate. Così dev'essere defraudato
    così dappertutto risibile l'amore.
    O tenere lacrime, non estinguete la luce
    ai miei occhi del tutto. Lasciate una memoria
    — ch'io possa morir nobile, o ingannevoli
    o ladre — sopravvivermi...».

Scrisse questi versi che per il mondo era già pazzo. E a differenza di tutti gli altri «pazzi», che si credono Re e Imperatori, lui s'inchinava agli uomini fino in terra, li chiamava Altezza e Maestà. E per sé voleva il nome di Scardanelli, un nome di poveraccio, di attor comico. Il nome col quale, nei miei sogni, io chiamo sempre quest'essere celeste, questa essenza divina. (dalla lettera a Gianfranco Draghi da [Roma, prima di Pasqua 1959], p. 144)

  • Iersera venne Luzi per poche ore. Lo portai ai Cavalieri di Malta, quel luogo da Vida es sueño illuminato dal plenilunio. Era incantato — ma anche lui ha imparato a salutare ogni luogo bello, ogni minuto di silenzio e di vita come se fosse l'ultimo.
    Perdona questa lettera, caro Giorgio. Salva tu quello che puoi nei tuoi versi. (dalla lettera a Giorgio Orelli [Roma, giugno? 1958], p. 186)

Cristina Campo-Alessandro Spina. Carteggio[modifica]

  • Siamo così abituati a difenderci dall'attenzione altrui (forse perché è la sola cosa la cui speranza ci faccia ancora vivere) che non è affatto strano un mutamento di gesto, di intonazione, non appena ci si senta osservati con intensità.
    Ora noi due siamo al di là di questo: abbiamo parlato insieme di cose così tangibili, come le fiabe e le costellazioni; e poi abbiamo preso l'acqua alla fontana, come due profughi o due contadini. Adesso scriverle mi è molto facile, spero così anche per lei. (dalla lettera ad Alessandro Spina del giugno '61, p. 10)
  • [...] Sto ascoltando la Ciaccona di Bach-Busoni suonata da Benedetti Michelangeli. Non ho mai sentito niente di simile. Ora mi spiego l'odio invincibile che lo circonda. (dalla lettera ad Alessandro Spina del [1963], p. 42)
  • C'è un genere di purezza che si sopporta solo quando si è forti. Simone Weil diceva dei Provenzali «il lacerante dolore della creatura finita, questo dolore inconsolabile». Ho sentito questo in modo tremendo nella Mazurka N. 4 op. 33, in certe parti dello Scherzo in si minore... È qualcosa che si può trasmettere all'uditore soltanto a patto di scomparire, come fa Michelangeli. Nella stanza c'era Chopin, con la sua tremenda determinazione, dicendo queste parole severe. (Il tutto in un ritmo di danza, un turbine di gioia rustica e guerresca. Ma anche di queste cose non è possibile parlare) (dalla lettera ad Alessandro Spina del [1963], p. 44)
  • [Impressioni di lettura del manoscritto de Le nozze di Omar, inviato da A.Spina a C.Campo] [...] D'altra parte io credo che lo sfondo storico, politico o sociale di un romanzo debba rimanere sempre puro pretesto, commentarlo discorsivamente (e così a lungo) mi sembra che tradisca tutte le 'sacre leggi della finzione'. Chi si ricorderà fra cent'anni di quegli eventi; chi sarà in grado di misurarne gli aspetti se non appunto, attraverso le 'sacre leggi della finzione'? I bollettini e i giornali vanno in polvere, un gesto resta, un detto breve risplende... (dalla lettera ad Alessandro Spina del [1972] martedì, p. 224)

Incipit di alcune opere[modifica]

Qualche nota sulla pittura[modifica]

La Muta di Raffaello non è solo il centro del Palazzo Ducale, ma di Urbino e dell'intera Marca. È una donna in forma di liuto: silenziosa come solo può esserlo uno strumento posato, abbandonato appena dalle mani.

[in Sotto falso nome, p. 191.]

Note[modifica]

  1. I versi citati sono di Hugo von Hofmannsthal.
  2. Citato in La Civiltà Cattolica, ed. 3565-3570, 1999, p. 37.
  3. La Mosta di Quattro Maestri del primo Rinascimento, che si tenne a Firenze, Palazzo Strozzi, dal 22 aprile al 12 luglio 1954.
  4. Yuen Yuey Chinn, nato a kwantung, Cina, il 24 dicembre 1922. Una più estesa nota bibliografica sull'artista si trova a pag. 147 dell'opera.
  5. Soldato che Hans Carossa ricorda, ponendone la figura in forte rilievo, nel suo Diario di guerra. In una lettera dal fronte Glavina scrive: "[...] Sì; se andiamo in cerca di fatiche e pericoli, così come ci vengono incontro, ci prepariamo per fatiche più nobili, pericoli più reali. Io sono come un uomo d'azione che non conosce ancora la sua azione. «Rapisci la luce alle fauci del serpente!» Qual'è la voce che mi grida a volte queste parole nel sonno profondo?"(nota dell'ottobre 1916, p.28 del Diario di guerra di Hans Carossa); da Hans Carossa, Diario di guerra, traduzione di Anita Rho, Sperling & Kupfer, 1941
  6. L'Autrice cita i versi 25-28 dell'Ode Mein Eigentum, La mia proprietà: «Giacché, come una pianta che non ha radici | Nella propria zolla, si spegne l'anima del mortale | Che alla luce del gorno soltanto, un | Misero, vaga sulla sacra terra.» Da Friedrich Hölderlin Tutte le liriche Edizione tradotta e commentata e revisione del testo critico tedesco a cura di Luigi Reitani. Mondadori, I Meridiani, Settembre 2001 ISBN 8804474076

Bibliografia[modifica]

  • Cristina Campo, Gli imperdonabili, quinta edizione, Adelphi, Milano, maggio 2002. ISBN 88-459-0256-0
  • Cristina Campo, Sotto falso nome, a cura di Monica Farnetti, terza edizione, Adelphi, Milano, ottobre 2002. ISBN 88-459-1426-7
  • Cristina Campo, Un ramo già fiorito. Lettere a Remo Fasani, a cura di Maria Pertile, Marsilio 2010. ISBN 978-88-317-0613-1
  • Cristina Campo, Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi 2007. ISBN 978-88-459-2177-3
  • Cristina Campo, Lettere a Mita, a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, 2008, Adelphi. ISBN 978-88-459-1494-2
  • Cristina Campo, Il mio pensiero non vi lascia. Lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino. A cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, 2011 Adelphi. ISBN 978-88-459-2644-0
  • Cristina Campo-Alessandro Spina, Carteggio, 2007 Editrice Morcelliana, ISBN 978-88-372-2185-0
  • Cristina Campo, Se tu fossi qui. Lettere a María Zambrano 1961-1975, a cura di Maria Pertile, 2009 Archinto. ISBN 978-88-7768-529-2

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