Vittorio Pica

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Vittorio Pica nei primi anni del Novecento

Vittorio Pica (1862 – 1930), scrittore e critico d'arte italiano.

Citazioni di Vittorio Pica[modifica]

  • [...] ciò che costituisce il maggior merito di Félix Vallotton, disegnatore così fermo, sicuro e personale nella sua volontaria limitazione dei mezzi grafici di rappresentazione, decoratore così garbato ed efficace, psicologo così sottile ed osservatore spesso così acuto delle realtà anche più usuali e volgari, è che egli ha sempre voluto e saputo vivificare quanto di arcaico ha la forma da lui prescelta, mercé un sentimento schietto e profondo della modernità. Ed avviene così che, mentre la ricerca alquanto artificiosa di un dilettantistico arcaismo raffredda, dopo un po' di tempo che le abbiamo guardate, il godimento estetico che a bella prima ci hanno procurato le ingegnose fantasie decorative, [...], non ci stanchiamo punto di contemplare le incisioni del valente ed originalissimo disegnatore di Losanna, perché ci accorgiamo subito che sotto la vecchia ruvida corteccia fluisce una linfa abbondante e giovine, la quale assicura viride[1] foglie, olezzanti fiori e savorosi[2] pomi ai nostri occhi, alle nostre nari, al nostro palato del secolo ventesimo. (da I moderni incisori su legno: Félix Vallotton, Emporium Rivista mensile illustrata d'arte letteratura scienza e varietà, Istituto italiano d'arti grafiche Bergamo - Editore, volume XXI, 1905, p. 318)
  • Ma laddove il Martini ha, a parer mio, dato tutta la misura del suo straordinario talento di commentatore grafico di un grande scrittore e di concettoso ed ultra-suggestivo riassuntore figurativo delle fantasiose sue concezioni è nelle numerose tavole da lui eseguite finora ed a cui succeder debbono ancora parecchie altre per illustrare le Storie straordinarie e le Storie serie e grottesche di Edgar Allan Poe.
    L'immaginativa del giovane trevigiano, postasi in stretto contatto con quella del geniale letterato americano, mentre intensificava e raffinava tutte le varie sue doti, ha sagacemente saputo rinunciare a quel senso di voluttà, che pure esaltasi e trionfa in tanta parte dell'opera sua anteriore, ben comprendendo che esso sarebbe riuscito inopportuno per comprendere e fare poi comprendere agli altri l'essenza dell'idealismo, schivo da ogni più lontana ombra sensuale, di Edgar Poe. (da Un illustratore italiano di Edgar Poe, Emporium Rivista mensile illustrata d'arte letteratura scienza e varietà, Istituto italiano d'arti grafiche Bergamo - Editore, volume XXVII, 1908, pp. 272-274)

Attraverso gli albi e le cartelle[modifica]

  • Aubrey Beardsley, il giovane disegnatore inglese, che un morbo implacabile doveva, nella primavera del 1898, trascinare nella tomba appena ventiseienne, è, a parer mio, una delle personalità più spiccate che l'aristocratica arte del bianco e nero abbia avuto in quest'ultimo ventennio.
    Dinanzi all'opera sua così numerosa, così varia ed a cui egli ha saputo, fondendo gli elementi più disparati, imprimere un'originalità spiccatissima ed affatto individuale; dinanzi all'opera sua, che, acerbamente censurata dagli uni ed enfaticamente glorificata dagli altri, ha esercitata un'influenza così larga e così profonda sui disegnatori dell'Inghilterra e dell'America Settentrionale, suscitando tutta una falange d'imitatori, non si può rimanere indifferenti e se, già altra volta si è ceduto al fascino dell'arte d'eccezione, si finisce ben presto col non trovare esagerato l'epiteto di geniale attribuitole dai ferventi suoi ammiratori. (p. 94)
  • Tutto ciò che vi è di ridicolo ed insieme di repugnante nelle pecorine, interessate e vanitose maggioranze parlamentari è sintetizzato in modo impareggiabile, nella più famosa delle composizioni di Daumier: Le ventre législatif. (p. 124)
  • Fra le doti maggiori di Daumier, che lo rendevano proprio degno di essere proclamato dal Baudelaire una delle personalità più importanti non soltanto della caricatura, ma anche dell'arte moderna, v'è questo carattere davvero prodigioso di naturalezza delle sue figure, nelle quali del modello vivente vengono soltanto eliminati alcuni tratti secondari per fare invece risaltare, con una esagerazione per solito assai lieve, i tratti della fisionomia essenzialmente comici e rivelatori. (p. 125)
  • Artista cerebrale, invaghito dei simboli, delle allegorie e delle fantasticherie satiriche e disegnatore analitico e minuzioso, il Martini, al contrario del maggior numero degli odierni illustratori, non ricerca punto la modernità realistica, sia vezzosamente elegante, sia rudemente brutale, né, in quanto alla tecnica, ama servirsi dei contrasti d'impressionistica virtuosità delle macchie nere di seppia con quelle bianche di biacca, che tanto giovano a fissare gli effetti di luce e l'instantaneità dei movimenti: ciò spiega come egli non risenta in alcun modo dell'influenza dei maggiori vignettisti contemporanei e si riavvicini invece ai maestri antichi che egli adora e studia di continuo, e ciò dà un carattere di particolare austerità estetica, anche nella maggiore giocondità dell'ispirazione, all'arte sua e la dispone in specie alle composizioni semplicemente ornamentali della pagina stampata, alle copertine e agli ex-libris e la fa più adatta ad interpretare i poeti che i novellieri della vita di tutti i giorni ed a rappresentare i soggetti del passato o che si svolgono fuori d'una precisa nozione di tempo e di luogo che gli aspetti fugaci e spesso frivoli dell'attualità. (p. 190)
  • Se, [nelle sue incisioni su legno,] rinnovando gli antichi metodi semplicisti dei grandi maestri del XV e XVI secolo, Vallotton ricerca prima e sopra d'ogni altra cosa, l'effetto pittorico, considerato sempre dal particolarissimo punto di vista d'una fattura xilografica di volontaria rigidezza, egli però non si accontenta di essa, eccezion fatta per alcune vignettine di evidente carattere ornamentale, come quelle leggiadrissime delle Bagnanti e ora vi aggiunge l'indagatrice penetrazione psicologica, ora l'osservazione acuta del vero ed ora un bonario ed acre senso di umorismo, che talvolta poi assume aspetto tragico e tal'altra scivola nel macabro. (pp. 270-272)

Gli impressionisti francesi[modifica]

Incipit[modifica]

Nella storia così varia e così gloriosa della pittura francese del secolo decimonono tre grandi tappe di un'evoluzione rinnovatrice, in odio alle grettezze ed ai convenzionalismi accademici, sono da prendere in particolare considerazione, anche per l'influenza larga e profonda esercitata da esse sull'arte delle altre nazioni. La prima fu rappresentata dai paesisti di Fontainebleau, la seconda dal realismo di Courbet, di Millet e di Daumier, e la terza dagli impressionisti.

Citazioni[modifica]

  • [...] Camille Pissarro dal realismo di descrittiva fedeltà passò ad una visione più sintetica ed alquanto decorativa, per cui credette di potere, sempre però con una discrezione che lo tenne assai lontano da ciò che in seguito doveva farsi da più di un paesista alemanno, eliminare qualche particolare e modificare qualche altro allo scopo di ottenere una composizione di più complessa e ritmica armonia. D'altra parte, la ricerca, sempre preoccupante e mai trascurata, della maggiore luminosità lo persuase ad un atto di trasporto per l'arte e di modestia davvero ammirabile in un artista come lui già vecchio e con tutta una numerosa e magistrale opera dietro di sé, ad applicare, cioè, con un lavoro minuzioso e con rigore paziente, per alquanto tempo, ad ogni sua nuova tela la meticolosa tecnica divisionista del Seurat[3] e del Signac[4]. (cap. 5, pp. 146-147)
  • Eppure Alfred Sisley che, fra gli impressionisti della prima ora, fu senza contrasto, il più aspramente ed incessantemente provato dall'avversa fortuna, fu anche di essi quello che contemplò con maggiore gioconda simpatia il mondo esteriore e che si compiacque nelle sue tele di delicata freschezza e di squisita luminosità, apprezzate al loro giusto valore soltanto da qualche anno, a darne una visione di grazia ridente. (cap. 5, p. 150)
  • [Sisley] Meno possente e dinamico di Claude Monet, meno robustamente costruttivo di Camille Pissarro e meno ricercatore di ambedue degli effetti insoliti e violenti di luce, egli però riuscì, come pochi, ad evocare, sotto una tenera gamma di tinte violacee, che fece al suo primo apparire scandalo e che adesso è accettata e ripetuta da tutta una folta schiera di paesisti d'ogni nazione, alcuni placidi aspetti di canali rispecchianti la luce diffusa del cielo estivo ed alcuni cantucci graziosi di villaggio. (cap. 5, p. 150)
  • [...] dopo aver soggiornato alcuni anni a Firenze ed aver iniziato, col Signorini, col Banti e col Lega[5], il movimento innovatore dei macchiaiuoli toscani, [Federico Zandomeneghi] andò a Parigi, vi si stabilì definitivamente e partecipò a tutte le battaglie degli impressionisti, attestando, con un'assai gustosa e vivace serie di pitture ad olio, di pastelli e di disegni, una visione individuale specie delle folle eleganti, delle figure di bambine e di giovani donne e di nudi femminili, in cui l'acume nell'osservare il vero e nel ritrarlo con segno preciso e nervoso nell'istantaneità del movimento si unisce quasi sempre ad una grazia armoniosa di colorazione e ad una signorile eleganza di composizione e di taglio del quadro. (cap. 7, p. 194)
  • L'innovazione [dei divisionisti] fondata sull'applicazione più o meno rigorosa, della teoria della miscela ottica, che il Seurat scoprì in un libro dell'americano N. O. Rood, professore di fisica a New-York, Teoria scientifica dei colori e sue applicazioni alle arti ed alle industrie, consisteva principalmente nel posare i colori affatto divisi sulla tela, in modo che la miscela di essi, piuttosto che sulla tavolozza, si effettuasse sulla retina di chi guardava. (cap. 8, p. 203)
  • Il torto dei divisionisti, a mio credere, consiste tanto nel fondarsi con esagerata fiducia su teorie scientifiche tuttora abbastanza problematiche e nel trarne conseguenze eccessivamente rigorose, quanto nel voler troppo semplificare il problema della luce e della visione ottica, che è dei più complessi, dei più complicati e possiede elementi o male studiati ancora o da essi del tutto trascurati. (cap. 8, p. 204)
  • I divisionisti muovono da un presupposto scientifico, in cui c'è molta parte di vero e la meta che agognano di raggiungere è delle più interessanti nel campo dell'arte, ma la tecnica da loro prescelta è ancora artificiosa, tentennante, incompleta. (cap. 8, p. 204)

L'arte mondiale alla V Esposizione di Venezia[modifica]

  • Nel gruppo dei pittori dell'Alta Italia, che qui a Venezia, è il più numeroso e presenta maggiore varietà di opere, gli artisti più originali e più interessanti a me sembra che siano quest'anno due luministi, Angelo Morbelli e Vittore Grubicy[6], i quali, però, il primo nel quadro di figura ed il secondo nel paesaggio, applicano, con sagace descrizione, la tecnica della divisione dei colori[7].
    Il ciclo di sei quadri, che il Morbelli ha intitolato Il poema della vecchiaia, rappresenta, con un'efficacia patetica, mirabile nella sua semplicità, alcune scene dell'esistenza triste e monotona che uomini e donne aggrinziti, incanutiti e curvi dagli anni, menano nelle vaste e nude sale dell'ospizio Trivulzio, che la carità milanese ha creato a rifugio della vecchiaia dei perseguitati dalla miseria e dalla mala sorte. Ecco della pittura psicologica, senza esagerazioni politico-sociali e senza mistificazioni letterarie, che io giudico, nella sua soave schiettezza, buona e vera ed a cui do, con vivo entusiasmo, il mio plauso! (cap. 6, pp. 151-153)
  • [Mario de Maria] La sua pittura, sapiente e laboriosa come fattura ed insolita e spesso bizzarra come ispirazione, rivela un mirabile artefice della tavolozza, rivela un'immaginativa esuberante ed alquanto sbrigliata di una forza inventiva tutt'altro che comune, rivela uno spirito che ha in odio la volgarità e ricerca, con ansia febbrile, l'eccentricità e che, talvolta, per la sua passione dell'insolito, scivola nel manierato e nell'artificioso. È una pittura che si può amare o odiare, ma dinanzi alla quale non si può rimanere indifferenti e che, vista una volta, difficilmente si dimentica. (cap. 7, p. 180)
  • Molto vivaci sono state le discussioni che si sono accese intorno a varie delle opere di Marius pictor[8], siccome già da parecchi anni egli suole firmare le sue tele, e ciò di leggieri si spiega se si considerano gli spiccati caratteri di personale originalità che esse presentano. Le intelligenze placide e positive, che in arte come in ogni cosa, prediligono l'ingenuità e la naturalezza e che pretendono sia da condannarsi ogni ispirazione estetica non attinta direttamente alla realtà esteriore e consueta, tale quale manifestasi ai sensi di ogni persona, non possono certo nutrire simpatia pei quadri dell'ardimentoso pittore bolognese, che dimostrasi, in compenso, mirabilmente atto ad ammaliare le pupille dei raffinati. (cap. 7, pp. 180-184)
  • Tra i pittori romani primeggia Giulio Aristide Sartorio, con vari di quei così caratteristici suoi paesaggi a tempera e con una vastissima tela, che occupa tutto il fondo della sala del Lazio e che evoca con abbastanza efficacia, malgrado la disposizione alquanto scenografica e malgrado qualche deficienza formale, specie nel primo piano, la maestà selvaggia e un po' triste della campagna romana, coi suoi immensi pascoli, coi suoi numerosi greggi e coi suoi barbuti mandriani dalle gambe coperte di pelli caprine. (cap. 7, p. 196)
  • Di Federico Rossano vi è una delle sue abituali scene di campagna francese lungo un fiume e durante la tristezza dell'inverno, dipinta con tanta squisita eleganza e con tanto sentimento di poesia che quasi non si riesce più a rimproverargli l'eccessiva monotonia della sua ispirazione. (cap. 7, p. 196)

Note[modifica]

  1. Raro latinismo per "verdi".
  2. Variante arcaica di "saporosi".
  3. Georges Seurat (1859–1891), pittore francese.
  4. Paul Signac (1863–1935), pittore francese.
  5. I pittori Telemaco Signorini (1835–1901), Cristiano Banti (1824–1904) e Silvestro Lega (1826–1895).
  6. Vittore Grubicy de Dragon (1851-1920), pittore, incisore e critico d'arte italiano.
  7. Ambedue gli artisti citati furono esponenti del divisionismo.
  8. Pseudonimo utilizzato da Mario de Maria.

Bibliografia[modifica]

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