Joseph Roth

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Joseph Roth, 1918

Joseph Roth (1894 – 1939), scrittore e giornalista austriaco.

Indice

Citazioni di Joseph Roth [modifica]

  • Ci vuole molto tempo prima che le persone trovino la loro faccia. Non sembrano nate col loro viso, la loro fronte, il loro naso, i loro occhi. Acquistano tutto con l'andare del tempo ed è una cosa lunga, bisogna aver pazienza. (da Fuga senza fine)
  • Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell'epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione. (da La marcia di Radetsky)
  • Ecco quel che sono veramente: cattivo, sbronzo, ma in gamba. (Parigi, novembre 1938)
  • È più facile morire per le masse che viverci insieme. (da Il profeta muto)
  • Non amo gli animali, e ancor meno le persone che li amano. Mi è sempre sembrato che le persone che amano gli animali sottraggono una parte dell'amore agli uomini, e il mio punto di vista mi è apparso particolarmente giustificato quando per caso ho saputo che i tedeschi del Terzo reich amano i cani lupo. (da La Cripta dei Cappuccini)

Ebrei erranti [modifica]

  • La beneficenza appaga in primo luogo lo stesso benefattore.
  • La gioia può essere violenta non meno del dolore.
  • Religione e buona creanza proibiscono qualsiasi violenza, proibiscono insurrezioni e rivolte e persino manifestazioni esplicite di odio e di rancore.
  • Per gli artisti il mondo è uguale dappertutto.
  • Tutti dovrebbero guardare con rispetto come un popolo venga liberato dall'umiliazione di infliggere la sofferenza; come la vittima sia riscattata dal suo tormento e l'aguzzino dalla maledizione, che è peggio di qualsiasi tormento.

La Cripta dei Cappuccini [modifica]

Incipit [modifica]

Il nostro nome è Trotta. La nostra casata è originaria di Sipolje, in Slovenia. Casata, dico; perché noi non siamo una famiglia. Sipolje non esiste più, da tempo ormai. Oggi, insieme con parecchi comuni limitrofi, forma un centro più grosso. Si sa, è la volontà dei tempi. Gli uomini non sanno stare soli. Si uniscono in assurdi aggruppamenti, e soli non sanno stare neanche i villaggi. Nascono così entità assurde. I contadini sono attratti dalla città e gli stessi villaggi aspirano per l'appunto a diventare città.

Citazioni [modifica]

  • Diceva «i miei ebrei polacchi» con lo stesso tono col quale tante volte in mia presenza aveva detto : i miei beni, i miei van Gogh, la mia collezione di strumenti musicali. Avevo la chiara sensazione che, almeno in parte, tenesse in così gran conto gli ebrei perché li considerava una sua proprietà. Pareva quasi che fossero venuti al mondo in Galizia non per volontà di Dio, ma perché egli li aveva personalmente ordinati all'Onnipotente, così come era solito ordinare tappeti persiani al noto commerciante Pollitzer, pappagalli all'uccellaio italiano Scapini e rari strumenti antichi al liutaio Grossauer. (cap. VI, p. 37)
  • Mentre statuisce dei peccati, già li perdona. Non ammette assolutamente uomini perfetti: questo è il suo contenuto eminentemente umano. I suoi figli perfetti essa li santifica. Con questo ammette implicitamente l'imperfezione degli uomini. Anzi, ammette l'inclinazione al peccato nella misura in cui non considera più come umani quegli esseri che al peccato non sono soggetti: questi diventano beati o santi. Con ciò la Chiesa romana dà testimonianza della sua fondamentale propensione al perdono, alla remissione. (cap. VII, p. 41)
  • La nostra vita prima della guerra era idilliaca e già un viaggio nella lontana Zlotogrod sembrava a noi tutti un'avventura. (cap. VIII, p. 44)
  • Pure, per quanto fossi preparato all'ignoto, e anzi a qualcosa di estremamente remoto, il più mi parve consueto e familiare. Solo molto più tardi, molto tempo dopo la grande guerra che giustamente, a mio parere, viene chiamata "guerra mondiale", e non già perché l'ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo, solo molto più tardi, dicevo, dovevo accorgermi che perfino i paesaggi, i campi, le nazioni, le razze, le capanne e i caffè del genere più diverso e della più diversa origine devono sottostare alla legge del tutto naturale di uno spirito potente che è in grado di accostare ciò che è distante, di rendere affine l'estraneo e di conciliare l'apparentemente divergente. Parlo del frainteso e anche abusato spirito della vecchia monarchia, che in questo caso faceva sì che io fossi di casa a Zlotogrod non meno che a Sipolje o a Vienna. (cap. IX, p. 49)
  • Sopra i calici dai quali noi bevevamo la morte invisibile incrociava già le sue mani ossute. (cap. IX, p. 51)
  • Nel momento in cui fu lì, inevitabile, davanti a me, capii subito – e credo che anche tutti i miei amici l'avessero capito all'istante come me – che perfino una morte assurda era preferibile a una vita assurda. (cap. XI, p. 59)
  • Svaniti e dimenticati al cospetto della morte erano tutti i miei stolti timori per le stolte beffe dei miei amici. (cap. XIII, p. 65)
  • Sempre una madre aspetta il ritorno di suo figlio, del tutto indifferente se questi se n'è andato in un paese lontano, in uno vicino o nella morte. (cao. XIII, p. 67)
  • Ma allora ero ancora troppo giovane per dimostrare commozione senza vergogna. E da quella volta mi sono reso conto che bisogna essere ben maturi e perlomeno avere molta esperienza per mostrare un sentimento senza l'impedimento della vergogna. (cap. XIII, p. 69)
  • Ma in noi, la generazione fin dalla nascita votata alla guerra, l'istinto di procreare si era visibilmente spento. (cap. XV, p. 73)
  • La variopinta allegrezza della città capitale e residenza imperiale si nutriva molto chiaramente – mio padre l'aveva detto tante volte – del tragico amore dei paesi della Corona per l'Austria: tragico, perché eternamente non ricambiato. (cap. XV, p. 77)
  • L'illecito ha vita corta, il lecito è a priori già di per sé duraturo. (cap. XVIII, p. 91)
  • La mia vecchia mamma, col suo vecchio bastone nero, teneva lontano il disordine. (cap. XXIV, p. 124)
  • Tutti noi avevamo perso rango e posizione e nome, casa e denaro e valori: passato, presente, futuri. Ogni mattina quando aprivamo gli occhi, ogni notte quando ci mettevamo a dormire imprecavamo alla morte che invano ci aveva attirato alla sua festa grandiosa. E ognuno di noi invidiava i caduti. Riposavano sotto terra e la primavera ventura dalle loro ossa sarebbero nate le violette. Noi invece eravamo tornati a casa disperatamente sterili, coi lombi fiaccati, una generazione votata alla morte, che la morte aveva sdegnato. Il reperto della commissione di arruolamento era irrevocabile. Diceva: «Giudicati inabili alla morte». (cap. XXVI, p. 146)
  • Com'è caritatevole la natura! I malanni che essa regala alla vecchiaia sono una grazia. Oblio ci regala, sordità e occhi deboli, quando si diventa vecchi; un poco di confusione anche, poco prima della morte. Le ombre da cui questa si fa precedere sono fresche e caritatevoli. (cap. XXVIII, p. 164)
  • Allora seppi per la prima volta perché le donne amano case e stanze più dei loro mariti. Per prima cosa, le donne preparano il nido per la discendenza. Con inconscia malizia avviluppano l'uomo in una rete inestricabile di piccoli doveri quotidiani, ai quali egli non sfuggirà più. (cap. ***, p. 170)
  • «Questo è solo un caldarrostaio,» disse Chojnicki «ma vedete? È addirittura un mestiere simbolico. Simbolico per la vecchia monarchia. Questo signore ha venduto le sue castagne ovunque, in metà dell'Europa si può dire. Dappertutto, ovunque si mangiassero le sue caldarroste, era Austria, governava Francesco Giuseppe. Oggi niente più caldarroste senza visto. Che razza di mondo! Me ne infischio della vostra pensione. Io vado a Steinhof, da mio fratello!». (cap. ***, p. 174)
  • Io vendetti la casa. Mantenni solo la pensione.
    Fu come se la morte di mia madre avesse cacciato tutti i miei amici da casa nostra. Se ne andarono, uno dopo l'altro. Ormai ci incontravamo solo al caffè Wimmerl.
    Mio figlio soltanto viveva ancora, per me. «Chi uccide» aveva detto Manes Reisiger «sarà ucciso».
    Non mi curai più del mondo. Mio figlio lo mandai dal mio amico Laveraville a Parigi.
    Restai solo, solo, solo.
    Andavo alla Cripta dei Cappuccini. (cap. XXXIII, p. 187)
  • Escluso in mezzo ai vivi significa qualcosa come: extraterritoriale. Ero appunto un extraterritoriale in mezzo ai vivi. (cap. XXXIV, p. 191)
  • [...] il letto diventa una casa segreta dentro la casa in vista, la casa palese, e la donna che lì ci aspetta la si ama semplicemente perché è lì disponibile. È lì e disponibile, a ogni ora della notte, in qualunque momento si torni a casa. di conseguenza la si ama. Si ama ciò che è sicuro. Si ama in ispecie ciò che aspetta, ciò che pazienta. (2002)

Explicit [modifica]

Ecco ora il cane Franz che veniva verso di me. Quantunque fossi suo nemico, mi sfregava il muso contro i ginocchi e mi chiedeva quasi perdono. Intanto i ceri bruciavano, i ceri da morto, i miei ceri da morto! E dalla chiesa di San Pietro non giungeva il suono delle campane. E io non ho mai un orologio con me, e non sapevo che ora fosse.
«Franz, il conto!» dissi al cane e lui mi saltò in grembo.
Presi un pezzetto di zucchero e glielo porsi.
Non lo prese. Si limitò a guaire. E subito dopo mi leccò la mano, dalla quale non aveva accolto il dono.
Spensi ora una candela. L'altra la staccai dal finto marmo e andai alla porta e con la pertica alzai la saracinesca dall'interno.
In realtà volevo sfuggire al cane e al suo amore.
Quando uscii sulla strada, la pertica in mano per tirare giù di nuovo la saracinesca, vidi che il cane Franz non mi aveva lasciato. Mi seguiva. Non poteva restare. Era un cane vecchio. Come minimo aveva servito il caffè Lindhammer per dieci anni, come io l'imperatore Francesco Giuseppe, e ora non poteva più farlo. Ora nessuno di noi due poteva più farlo. «Il conto, Franz!» dissi al cane. Mi rispose con un guaito.
L'alba spuntava su quelle croci totalmente estranee. Trascorreva un vento leggero e faceva dondolare i vecchi lampioni che ancora non si erano spenti, non questa notte. Camminavo per strade deserte, con un cane sconosciuto. Era deciso a seguirmi. Dove? – Io ne sapevo quanto lui.
La Cripta dei Cappuccini, dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofagii di pietra, era chiusa. Il frate cappuccino mi venne incontro e disse: «Che cosa desidera?».
«Voglio visitare il sarcofago del mio imperatore Francesco Giuseppe» risposi.
«Dio la benedica!» disse il frate, e fece sopra di me il segno della croce.
«Dio conservi!» gridai.
«Zitto!» disse il frate.
Dove devo andare, ora, io, un Trotta?...

La leggenda del santo bevitore [modifica]

Incipit [modifica]

Una sera di primavera dell'anno 1934 un signore di età matura scese gli scalini di pietra che da uno dei ponti della Senna conducono alle rive del fiume. Là sono soliti dormire, o meglio accamparsi, i vagabondi di Parigi, cosa nota quasi a tutti, ma che pur merita ricordare in questa occasione.
Uno di tali vagabondi veniva per caso incontro al signore maturo che, del resto, era vestito bene e dava l'impressione di un viaggiatore curioso di visitare i luoghi caratteristici di una città straniera.

Citazioni [modifica]

  • Conceda Dio a tutti noi, a noi bevitori, una morte così lieve e bella!

Incipit di alcune opere [modifica]

Giobbe [modifica]

Molti anni fa viveva a Zuchnow un uomo che si chiamava Mendel Singer.
Era devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo.
Esercitava la semplice professione del maestro. Nella sua casa, che consisteva tutta in un'ampia cucina, faceva conoscere la Bibbia ai bambini. Insegnava con onesto zelo e senza vistosi successi. Migliaia e migliaia prima di lui avevano vissuto e insegnato nello stesso modo.

Il peso falso [modifica]

C'era una volta nel distretto di Zlotogrod un verificatore di pesi e delle misure che si chiamava Anselmo Eibenschütz. Egli aveva l'incarico di controllare i pesi e le misure dei negozianti in tutta quella regione. A determinati intervalli Eibenschütz andava dunque da bottega in bottega all'altra a esaminare i metri, le bilance, i pesi. L'accompagnava un sergente dei gendarmi fieramente armato. Così lo stato dava a conoscere che all'occorrenza avrebbe punito a mano armata i falsari, fedele al detto della Sacra Scrittura, secondo il quale chi è falsario è ladro...

La marcia di Radetzky [modifica]

La famiglia von Trotta era di nobiltà recente. Il suo capostipite era uno sloveno di Sipolje, ed era stato insignito del titolo per essersi eccezionalmente distinto nella battaglia di Solferino.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Bibliografia [modifica]

  • Joseph Roth, Ebrei erranti, traduzione di Flaminia Bussotti, Adelphi, 1985.
  • Jospeh Roth, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, traduzione di Laura Terreni, Bompiani, 1977.
  • Joseph Roth, Il peso falso (Das Falsche Gewicht), traduzione di Ervino Pocar, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1980.
  • Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, traduzione di Laura Terreni, Adelphi, 1974.
  • Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, traduzione di Laura Terreni, La Biblioteca di Repubblica, 2002.
  • Joseph Roth, La leggenda del santo bevitore (Die Legende vom heilingen Trinker), traduzione di Chiara Colli Staude, Edizioni CDE, Milano 1988.

Altri progetti [modifica]

Opere [modifica]