Neil Gaiman

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Neil Gaiman

Neil Richard Gaiman (1960 – vivente), scrittore, autore di fumetti, giornalista e sceneggiatore britannico.

Citazioni di Neil Gaiman[modifica]

  • Ci sono due fraintendimenti alla base della narrativa di fantascienza. Il primo fraintendimento è che la sf [...] si occupi del futuro, che essa sia, fondamentalmente, profetica. [...] Il secondo fraintendimento, una sorta di fraintendimento al quadrato, facile da credere una volta che si sia dato per scontato che 'la sf si occupa di prevedere il futuro', è questo: la sf riguarda un presente che non c'è più. In particolare, la sf riguarda solo il periodo in cui è stata scritta. [...] Questo è vero, in linea generale, ma è lo è sia per la sf che per ogni altro genere narrativo: i nostri racconti sono sempre il frutto dei nostri tempi. La sf, così come ogni altra forma d'arte, è un prodotto della sua epoca, che riflette o reagisce o illumina i pregiudizi, le paure e i presupposti del periodo in cui è stata scritta. Ma la sf è qualcosa di più [...] La cosa importante nella buona sf, quella che produce la fantascienza destinata a durare, è il modo in cui essa ci parla del nostro presente. Cos'è che adesso ci dice? E, ancora più importante, cosa ci dirà sempre? Poiché la sf diventa una pratica di scrittura significativa e ricca di implicazioni quando tratta di qualcosa di più grande e più importante dello zeitgeist, che fosse o meno intenzione dell'autore (dalla prefazione a Samuel R. Delany, Una favolosa tenebra informe, Fanucci Editore, 2004. pp. 7-8)
  • L'amore infatti non appartiene alle terre del sogno. L'amore appartiene a Desiderio, e Desiderio è sempre crudele. (da Casa di Bambole)
  • Lo scrittore Larry Niven, consiglia di conservare i propri errori di battitura per battezzarci personaggi esotici o razze aliene. E così Coraline, nata da uno scivolamento di dita sulla tastiera, non è mai tornata Caroline. (dall'intervista di M. Giovannini, Ciak, giugno 2009)
  • Non penso che lo stato d'animo abbia molto a che fare con ciò che si scrive. Ero solito porre fine al mondo molto spesso nei miei primi lavori, questo perché non riuscivo a pensare a nessun altro modo per terminare una storia. L'atmosfera di una storia è esattamente l'atmosfera che la storia richiede. (dal sito nextplanetover.com, traduzione di Andrea Ligas per ultrazine.org, 2004)
  • Più di ogni altra forma di letteratura, la fantascienza è un work in progress e ci arriva con una data di scadenza. Certa vecchia fantascienza può diventare illeggibile. La fama di alcuni autori non resiste all'erosione del tempo. Ma se la data di scadenza è trascorsa, e desta ancora una reazione emotiva dentro di noi, be', quella è arte e forse è anche verità. (da La ferita che non guarisce mai, introduzione a Robert Silverberg, L'uomo nel labirinto)
  • Quando da piccolo leggevo libri scritti da adulti, rimanevo sempre stupito, un poco perplesso e dicevo: "Com'è possibile che abbiano dimenticato la loro infanzia? Stanno scrivendo cose senza senso!". Non mi riconoscevo assolutamente nei loro libri. Per questo quando ero piccolo mi ripromettevo che non avrei dimenticato, che se fossi riuscito a diventare uno scrittore io sì che sarei riuscito a scrivere e a parlare dell'infanzia. (da un'intervista a cura di Fabio Bonetti rilasciata al Festival della Fantascienza di Trieste nel 2001)
  • Scrivo fumetti perché il loro è un medium sperimentale, che mi permette di sconvolgere qualsiasi regola. Me l'ha insegnato quel genio di Alan Moore. (dall'intervista di M. Giovannini, Ciak, giugno 2009)
  • Un giorno, quando facevo il giornalista, il caporedattore venne da me e mi chiese di scrivere qualcosa su: "...sai, quei giochi che fanno diventare matti...". Alla fine capii che si riferiva ai giochi di ruolo e mi licenziai immediatamente! (da un'intervista di Francesco Ruffino pubblicata sulla rivista Rill nel marzo 1997)

American Gods[modifica]

Incipit[modifica]

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficentemente l'aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava.

Citazioni[modifica]

  • Digli che abbiamo riprogrammato la realtà. Digli che il linguaggio è un virus, la religione un sistema operativo e le preghiere sono junk mail. (p. 56)
  • È sui sensi che fondano le nostre convinzioni, sono gli unici strumenti di cui disponiamo per fare esperienza: la nostra vista, il tatto, la memoria. Se i nostri sensi ci mentono, allora non abbiamo niente di cui fidarci. E anche se non crediamo a ciò che ci dicono, non abbiamo altro modo per viaggiare che quello di seguire la strada che essi ci indicano, ed è una strada che dobbiamo percorrere fino in fondo. (p. 131)
  • Le donne sopravvivono ai mariti. Gli uomini – quelli come lui – quando le mogli li lasciano non tirano avanti molto. Vedrai... comincerà a vaneggiare, tutte le cose familiari gli sembreranno estranee senza di lei. Si stancherà, si spegnerà lentamente e quando smetterà di lottare sarà finita. (p. 190-191)
  • Nessuna guerra degna di questo nome è mai stata combattuta da qualcuno che non si credesse dalla parte giusta. La gente davvero pericolosa crede di fare quello che fa, qualsiasi cosa sia, solo ed esclusivamente perché al di là di ogni dubbio è la cosa giusta da fare. È questo che li rende davvero pericolosi. (p. 215)
  • I casinò possiedono un segreto, un segreto che custodiscono e proteggono e stimano come il più sacro dei loro misteri. La maggior parte della gente non gioca per vincere, come in genere viene pubblicizzato, venduto, dichiarato e sognato. È una facile bugia che dà alla gente l'alibi per entrare da quelle enormi porte sempre aperte. Il segreto è questo: la gente gioca per perdere. Vengono nei casinò per fare l'esperienza di quell'istante in cui si sentono vivi, in groppa alla ruota della roulette, quando vengono girati come le carte o quando, insieme alle monete, smarriscono nelle fessure anche se stessi. Magari si vantano di qualche vincita, di quella certa notte in cui hanno sbancato il casinò, ma custodiscono come un tesoro, un tesoro prezioso, tutte le volte in cui hanno perso. È una specie di sacrificio rivolto a qualche divinità. (p. 257)
  • Las Vegas è diventata l'interpretazione onirica di una città uscita da un libro di fiabe: qui un castello tratto da un racconto per bambini, lì una piramide nera con la sfinge e le luci bianche che fendono l'oscurità come il raggio di un Ufo in manovra d'atterraggio, e dappertutto oracoli al neon e schermi rotanti su cui scorrono messaggi di felicità e fortuna, annunci di cantanti, attori e maghi che si esibiscono stabilmente o in tournée, e luci che scintillano invitanti. Ogni ora un vulcano ha un'eruzione di luci e fiamme. Ogni ora una nave pirata affonda una nave da guerra. (p. 258)
  • Ciò che lo incanta di questa città nel deserto è la velocità, il modo in cui il denaro si sposta da un punto all'altro e passa di mano in mano: per lui è come uno sballo, l'effetto di una droga che lo spinge, come un tossicomane, a scendere per strada. (p. 259)
  • «Mi manchi» ammise. «Sono qui» disse lei. «È quando ci sei che mi manchi di più. Quando siamo insieme. Quando non ci sei, quando sei soltanto un fantasma del passato o un sogno di un'altra vita, allora è più facile». (p. 328)
  • «Dunque» domandò lui, «com'è la morte?» «È dura. Non finisce mai.» (p. 329)
  • Farai una fine miserabile. Creperai con un bacio sulla bocca e una menzogna nel cuore. (p. 345)
  • Credo in un dio tutto mio che si preoccupa per me e protegge tutte le mie azioni. Credo in un dio impersonale che ha messo in moto l'universo e poi è andato a spassarsela e non sa nemmeno che esisto. Credo in un universo privo di dèi mosso da caos, rumore di fondo e una grande fortuna. (p. 351)
  • Credo che chiunque sostenga di sapere come va il mondo sia capace di mentire anche sulle piccole cose. Credo nell'onestà assoluta e nella necessità di ragionevoli menzogne sociali. (p. 351)
  • In tutto il Vangelo c'è un solo uomo al quale Gesù promette personalmente un posto in Paradiso. Non a Pietro e Paolo né a nessuno degli altri ma a un ladrone inchiodato sulla croce. Perciò non disprezzare quelli che stanno nel braccio della morte. Magari sono al corrente di qualcosa che tu non sai. (p. 391)
  • Non sempre ricordiamo gli atti che non ci fanno onore. Li giustifichiamo, li ammantiamo di bugie o li seppelliamo sotto il pesante coperchio della rimozione. (p. 428)

Explicit[modifica]

Allungò una mano e dall'aria afferrò una moneta d'oro. Era una moneta d'oro normale: non avrebbe riportato indietro i morti né guarito i malati, però era pur sempre d'oro. «E questo è tutto» disse tenendola tra l'indice e il pollice. «Fine della storia.» La lanciò in aria con un colpetto di pollice. La moneta disegnò un arco scintillante nel sole e rimase sospesa nel cielo di mezza estate come se non volese tornare più a terra. Forse non tornò. Shadow non restò a controllare. Si allontanò dall'argine, e continuò a camminare.

Il figlio del cimitero[modifica]

Incipit[modifica]

C'era una mano nell'oscurità e impugnava un coltello.
Il coltello aveva un manico d'osso, lucido e nero, e una lama più sottile e affilata di un rasoio. Se ti avesse ferito, avresti anche potuto non accorgertene, non subito.
Il coltello aveva fatto quasi tutto ciò per cui era stato portato in quella casa; la lama era bagnata, e così il manico.
La porta d'ingresso, da dove si erano insinuati il coltello e l'uomo che lo impugnava, era ancora aperta, appena un po', e viluppi di nebbia notturna serpeggiavano e si intrecciavano dentro la casa.
Quell'uomo qualunque si fermò sul pianerottolo. Con la mano sinistra prese un grande fazzoletto bianco dalla tasca del cappotto nero, ripulì il coltello e la mano inguantata che l'impugnava, e lo mise via. La caccia era quasi conclusa. Aveva lasciato la donna sul letto, l'uomo accasciato per terra, la figlia maggiore nella sua cameretta dai colori vivaci, tra giocattoli e modellini incompleti. Restava da sistemare solo il piccolo, un bimbo poco più che in fasce. Ancora uno e la missione sarebbe stata compiuta.

Citazioni[modifica]

  • In ogni cimitero c'è una tomba che appartiene ai ghoul. Basta gironzolare un po' per trovarla, rigonfia e macchiata d'umidità, la lapide incrinata o spezzata, infestata dalle vegetazione o soffocata da una giungla di erbacce, e se si allunga la mano e la si tocca si viene sopraffatti da un senso di abbandono. La lapida è più fredda delle altre e il nome inciso è spesso illeggibile. Se c'è una statua, è decapitata, o così deturpata da funghi e licheni da sembrare a sua volta un grosso fungo. Se in un cimitero noti una tomba che sembra il bersaglio di vandali da strapazzo, quella è la Porta dei ghoul. E se quella tomba ti fa desiderare di essere in qualsiasi altro posto, quella è la Porta dei ghoul.
    Ce n'era una, nel cimitero di Bod.
    Ce n'è una in ogni cimitero.
  • – Sono convinto che, là fuori, l'uomo che ha assassinato la tua famiglia ti cerchi ancora, che intenda ancora ucciderti.
    Bod fece spallucce. – E allora? – disse. – È soltanto morte. Voglio dire, tutti i miei migliori amici sono defunti.
    – Già. – Silas esitò. – Proprio così. E in gran misura, hanno chiuso i conti con il mondo. Ma tu no; tu sei vivo, Bod. Questo significa che hai potenzialità infinite. Puoi fare qualsiasi cosa, realizzare qualsiasi cosa, sognare qualsiasi cosa. Se tu cambi il mondo, il mondo cambierà. Potenzialità. Quando si muore, è tutto concluso. Finito. Hai fatto quel che hai fatto, sognato il tuo sogno, scritto il tuo nome. Ma quelle potenzialità saranno esaurite.
  • Bod era abituato a essere ignorato, a vivere tra le ombre. Chi è avvezzo a essere trascurato da ogni sguardo diventa particolarmente sensibile a qualunque occhiata nella sua direzione, e si accorge subito quando ha degli occhi puntati addosso o se desta l'interesse di qualcuno. Se una persona che a malapena viene riconosciuta dal prossimo come essere vivente d'improvviso viene additata e inseguita... questo attira subito la sua attenzione.
  • È questa la differenza tra i vivi e i morti, vero? – continuò la voce. Era Liza Hempstock a parlare, Bod l'aveva capito, anche se la giovane strega non si vedeva da nessuna parte. – I defunti non ti deludono. Hanno vissuto la loro vita, hanno fatto quel che hanno fatto. Noi non cambiamo. I vivi, invece, ti deludono sempre, non è vero? Conosci un ragazzino nobile e coraggioso, e quando cresce ecco che scappa via. [...] Noi del cimitero vogliamo che tu resti vivo. Vogliamo che tu ci sorprenda e ci deluda, ci impressioni e ci stupisca. Torna a casa, Bod.
  • La gente vuole dimenticare l'impossibile. Rende più sicuro il loro mondo.
  • Voglio vedere la vita. Voglio stringerla tra le mani. Voglio lasciare un'impronta sulla sabbia di un'isola deserta. Voglio giocare a pallone con la gente. Voglio... voglio tutto. (Bod)
  • Dormi dormi mio bambino | dormi bene fino al mattino | poi da grande, lo vedrai | per il mondo viaggerai. | Danza una canzone | bacia i tuoi amori | scopri il tuo nome | e sepolti tesori... | Affronta la vita, | son affanni e piaceri, | che non sian inesplorate | le strade di ieri. (Filastrocca della signora Owens)

I ragazzi di Anansi[modifica]

Incipit[modifica]

Comincia, come quasi tutto, con una canzone.
Al principio era il verbo, erano parole accompagnate da una melodia. È così che venne fatto il mondo, che il vuoto fu diviso, che le terre e le stelle e i sogni e gli dèi minori e gli animali... che ogni cosa venne al mondo.
Con il canto.
I grandi rettili furono cantati dopo che il cantore aveva finito con i pianeti, le colline, gli alberi, gli oceani e gli animali più piccoli. Furono cantate le scogliere che legano l'esistenza, i terreni di caccia, e l'oscurità.
Le canzoni rimangono. Durano. La canzone giusta può trasformare un imperatore nello zimbello del paese, può far cadere dinastie. Una canzone dura ben oltre il momento in cui i fatti e le persone di cui parla sono diventati polvere e sogno. È questo il potere delle canzoni.

Citazioni[modifica]

  • Grandi storie da sogno. Gli uomini hanno sempre avuto questa predisposizione. (cap. 2, pag. 47)
  • Le storie sono come ragni, con lunghe zampe, e sono come le ragnatele in cui l'uomo finisce aggrovigliato, ma che se le guardi sotto una foglia, nella rugiada del mattino, sembrano tanto belle con quel modo elegante di collegarsi una all'altra, strette strette. (cap. 2, pag. 49-50)
  • «Come lo bevi il caffè?»
    «Nero come la notte, dolce come il peccato.»
    (cap. 3, pag. 67)
  • La bottiglia era vuota. Era durata più a lungo di quanto avesse il diritto di durare, e ora non conteneva niente di niente. (cap. 4, pag. 80)
  • Ci sono luoghi mitici. Esistono, ciascuno a suo modo. Alcuni sono al di sopra del mondo come coperture, altri esistono al di sotto, come il fondo di un quadro. (cap. 4, pag. 85)
  • Daisy cominciava a sentirsi come il genere di poliziotto che si vede solo al cinema: duro, disilluso e assolutamente pronto a contestare il sistema; il genere di poliziotto che vuole sapere se cercate guai o se lo state provocando e specificamente il genere di poliziotto che dice "Sto diventando troppo vecchio per queste stronzate". (cap. 11, pag. 259)
  • Il mondo è piccolo. Non è necessario viverci a lungo per impararlo. Esiste una teoria secondo la quale in tutto il mondo ci sono soltanto cinquecento persone vere (il cast, diciamo. Gli altri, secondo la teoria, sono comparse) e ciò che più conta è che si conoscono tutti. È vero almeno in parte. Nella realtà il mondo è costituito di migliaia di gruppi di circa cinquecento persone che passano la vita a incontrarsi, a cercare di evitarsi e a trovarsi nello stesso improbabile negozio di tè a Vancouver. (cap. 11, pag. 267)
  • Le storie sono ragnatele collegate filo per filo, e si segue ogni storia verso il centro perché il centro è la sua fine. Ogni persona è un filo della storia. (cap. 12, pag. 283)
  • Ogni persona mai esistita o esistente o che esisterà ha una canzone sua. Non è una canzone scritta da qualcun altro. Ha una melodia e parole sue. Sono poche le persone che riescono a cantare la loro canzone. La maggior parte di noi ha paura di non riuscire a renderle giustizia con la voce, oppure che le parole siano troppo sciocche o troppo oneste o troppo strane. Perciò, invece di cantarla, la vive.
  • Vedeva l'alba, un enorme sole color arancio sangue circondato da nuvole sfumate di scarlatto.

Il genere di cielo che spinge anche la persona più prosaica a scoprire dentro di sé il bisogno nascosto di dipingere quadri ad olio. (p. 64)

  • Le cose impossibili capitano.

Quando capitano, in genere la gente le affronta. Quel giorno, come ogni giorno, sulla faccia del pianeta circa cinquemila persone avrebbero fatto l'esperienza di uno di quei casi su un milione, e nemmeno uno di loro si sarebbe rifiutato di credere all'evidenza dei fatti. Quasi tutti avrebbero detto, ciascuno nella sua lingua, l'equivalente di "strana la vita, vero?" e avrebbero tirato avanti. (p. 66)

  • Sorrideva nella maniera più convincente.

Impiegato adeguatamente, un sorriso come quello avrebbe potuto scatenare una guerra santa. (p. 82)

  • Non sarebbe riuscito a spiegare in cosa era diversa. Ci aveva provato, senza riuscirci. In parte era dovuto a come si sentiva quando era con lei: come se riflesso nei suoi occhi lui diventasse una persona migliore. (p. 177)
  • Essere morti, probabilmente, era un po' come essere vivi: si impara qualcosa cammin facendo e il resto lo si improvvisa. (p. 224)
  • Si stavano baciando. Detto così siete scusati per aver pensato che fosse un bacio normale, tutto labbra e pelle e magari persino un po' di lingua. Ma vi siete persi il sorriso di Ragno, la luce nei suoi occhi.

E poi, quando il bacio finì, il modo in cui rimase eretto, come un uomo che, appena scoperta l'arte di stare in piedi, fosse certo di farlo meglio di chiunque altro al mondo. (p. 337)

Nessun dove[modifica]

Incipit[modifica]

Richard Meyhew non si stava divertendo molto quella notte, l'ultima prima di andare a Londra.

Citazioni[modifica]

  • «So che questa è una domanda indiscreta, ma lei, per caso, è clinicamente pazzo?»
    «Possibile, ma assai improbabile. Perché?»
    «Bè» ribatté Richard «Uno di noi deve esserlo per forza!»
  • Questo è il momento di avere paura dell'oscurità. (Hunter)
  • Il suo sorriso avrebbe fermato una rivoluzione. (riferito ad Hunter)
  • «Ma non sembrano tutti uguali questi tunnel?» chiese Richard «Come si fa a capire qual è l'uno e qual è l'altro?»
    «Non si capisce» disse il Marchese. «Infatti ci siamo irrimediabilmente persi. Non ci troveranno mai più. Tra un paio di giorni ci uccideremo a vicenda per procurarci il cibo.»
    «Sul serio?»
    «No.»
  • Non ho paura di cadere. Quello di cui ho paura è il momento in cui smetti di cadere e cominci ad essere morto. (Richard)
  • Quando gli angeli vanno a male, Richard, marciscono più di chiunque altro. (il Marchese de Carabas)

Stardust[modifica]

Incipit[modifica]

C'era una volta un giovane che desiderava ardentemente soddisfare le proprie brame.
E fin qui, per quanto riguarda l'inizio del racconto, non v'è nulla di nuovo (poiché ogni storia, passata o futura, che narri di un giovane potrebbe cominciare alla stessa maniera). Ma strano era il giovane e strani i fatti che lo videro protagonista, tanto che egli stesso non seppe mai come andarono veramente le cose.
La storia ebbe inizio, come molte altre storie dei tempi andati, a Wall.
Ancora oggi, a seicento anni dalla sua nascita, la cittadina di Wall si erge immutata sulla cima di un'alta sporgenza granitica al centro di una piccola foresta. Le case del villaggio sono vecchie e quadrate, fatte di pietra grigia, con neri tetti d'ardesia e comignoli svettanti. Sfruttando ogni minimo spazio della roccia, le case si sorreggono a vicenda, costruite l'una a ridosso dell'altra, con qualche cespuglio o alberello che spunta qua e là dal fianco di un edificio.

Citazioni[modifica]

  • — Scusa — gli disse una vocina inquietante nell'orecchio — ti dispiacerebbe sognare facendo meno rumore? I tuoi sogni si infiltrano nei miei, e se c'è una cosa che non ho mai mandato giù sono proprio le date. Guglielmo il conquistatore, millesessantasei, ma di più non so, ed è una nozione che baratterei volentieri con un topo ballerino. (pag. 77)
  • — Ma guardati un po' — disse quella piccola persona pelosa, con la voce che era un misto di orgoglio e tristezza — mentre mangi quei funchi come se ti piacessero davvero, come se non fossero segatura, assenzio e ruta nella bocca. Tristran si leccò le dita e assicurò al suo benefattore che erano davvero i funghi più buoni che avesse mai avuto il privilegio di assaggiare. — Lo dici adesso — ribatté il suo ospite con malinconica soddisfazione — ma tra un ora non lo dirai più. Ti faranno senz'altro male così come fanno male le parole della pescivendola che feriscono il suo giovane ragazzo quando discutono di sirene. Sono notizie che scorrono da Garamold fino a Stormold. Che linguaggio! Mi ha fatto azzurrare le orecchie! (pag. 79)
  • Quanto manca per Babilonia?
    Venti leghe, signor mio.
    Vi giungerò a lume di candela?
    Andata e ritorno, signor mio.
    Se l'andatura è svelta e leggera
    Vi giungerai a lume di candela. (p. 82)
  • Lo scoiattolo non ha ancora trovato la ghianda che darà vita alla quercia dalla quale nascerà la culla del bebè che crescerà e mi ucciderà. (pag. 126)
  • Mano nella mano si misero a gironzolare per il mercato. Si alzò il vento, che fece sbatacchiare tende e bandiere, e una pioggia fredda cominciò a cadere su di loro. Insieme ad altre persone trovarono riparo sotto il telone di una bancarella di libri. — Rosso di sera bel tempo di sera, rosso di mattina la pioggia si avvicina — recitò a Tristran e Yvaine un uomo con un cappello a cilindro nero, che stava acquistando un librettino rilegato in pelle rossa. Tristran annuì e gli rivolse un sorriso. Poi, sotto una pioggia meno intensa, riprese il suo giro insieme ad Yvaine. — Scommetto che questo è tutto il ringraziamento che otterrò da parte loro — disse l'uomo con il cilindro al libraio, che non aveva minimamente idea di cosa parlasse, e non voleva nemmeno saperlo. (pag. 231)

Coraline[modifica]

Incipit[modifica]

Coraline scoprì quella porta poco dopo aver traslocato con la famiglia.
La casa era molto vecchia, con una soffitta, una cantina e un giardino pieno di erbacce e di grossi e vecchi alberi.
Date le sue notevoli dimensioni, però, non era occupata esclusivamente dalla famiglia di Coraline. I suoi ne possedevano solo una parte.
Nel resto dell'edificio abitavano altre persone.

Citazioni[modifica]

  • – Non era stato coraggioso, restando lì fermo a farsi pungere – disse Coraline al gatto. – Non era stato coraggioso perché non aveva avuto paura: quella era l'unica cosa che potesse fare. Ma quando era tornato a riprendersi gli occhiali, sapendo che lì c'erano le vespe, aveva avuto veramente paura. Quello era stato vero coraggio. – Mosse il primo passo lungo il corridoio. Sentiva odore di chiuso, di polvere e di umidità. Il gatto avanzata lentamente accanto a lei. – E perché mai? – le domandò il gatto, con un tono che rivelava scarso interesse. – Perché – disse Coraline – quando hai paura di qualcosa, ma la fai comunque, quello è coraggio.
  • – È sorprendente come ciò che siamo possa dipendere dal letto in cui ci risvegliamo al mattino, ed è sorprendente quanto tutto ciò possa rivelarsi fragile. (da Coraline, p. 79)

Incipit di alcune opere[modifica]

Il cimitero senza lapidi e altre storie nere[modifica]

Il cimitero senza lapidi[modifica]

C'era una strega sepolta al confine del cimitero, era un fatto risaputo. La signora Owens aveva detto praticamente da sempre a Bod di tenersi lontano da quell'angolo del mondo.
«Perché?» le chiedeva lui.
«Non è salutare» rispondeva sempre la signora Owens. «C'è umidità in quella zona. È praticamente una palude. Andresti incontro alla morte.»

Il ponte del troll[modifica]

Sradicarono gran parte dei binari ferroviari all'inizio degli anni Sessanta, quando avevo tre o quattro anni.
Diedero una bella sforbiciata ai servizi dei treni. La cittadina dove vivevo divenne il capolinea, e ormai potevi andare solo a Londra.

Non chiedetelo a Jack[modifica]

Nessuno sapeva da dove fosse arrivato il giocattolo, a quale bisnonno o a quale lontana prozia fosse appartenuto prima di finire nella camera dei bambini.
Era una scatola con delle incisioni, dipinta d'oro e di rosso. Senza alcun dubbio era attraente e — così pensavano gli adulti — di valore. Forse era persino un oggetto antico.

Come vendere il Ponte di Ponti[modifica]

Il mio Club dei Furfanti preferito è il più antico e tuttora il più esclusivo di tutti i Sette Mondi. È stato fondato quasi settantamila anni fa da una nutrita masnada di imbroglioni, malfattori e truffatori. È stato imitato molte volte in molti luoghi — ne avevano messo in piedi uno a Londra di recente, meno di cinquecento anni fa — ma nessuno di questi altri club ha mai potuto competere, in quanto ad atmosfera, con il Club dei Furfanti originale, nella città di Lost Carnadine. Nessun altro club ha membri così selezionati.

Ottobre sulla sedia[modifica]

Ottobre se ne stava sulla sedia, la serata era così gelida, e le foglie erano rosse e arancioni e ruzzolavano giù dagli alberi che delimitavano il boschetto. I dodici se ne stavano seduti attorno a un focolare a rosolare delle enormi salsicce, che mandavano faville e sfrigolavano ogni volta che il grasso sgocciolava sul legno di melo, e a bere sidro di mele fresco, aspro e pungente nelle loro bocche.

Cavalleria[modifica]

La signora Whitaker trovò il Santo Graal; era sotto una pelliccia. Ogni giovedì pomeriggio la signora Whitaker se ne andava all'ufficio postale a ritirare la pensione, anche se le sue gambe non erano più quelle di una volta, e sulla strada di ritorno si fermava al negozio dell'Oxfam per comprarsi qualcosina.

Il prezzo[modifica]

I vagabondi e i barboni hanno dei segnali che lasciano sui pilastri dei cancelli e sugli alberi e le porte, per permettere ai loro simili di sapere qualcosa sulla gente che vive nelle case e nelle fattorie dove passano durante il loro vagabondare. Credo che i felini lascino segnali simili; come spiegare altrimenti i gatti che per tutto l'anno si presentano alla nostra porta affamati, pulciosi e abbandonati?

Come parlare con le ragazze alle feste[modifica]

«Su» disse Vic. «Sarà uno sballo.»
«No che non lo sarà» replicai, anche se avevo perso la battaglia da ore, e lo sapevo.
«Sarà fantastico» disse Vic per la centesima volta. «Ragazze! Ragazze! Ragazze!»

Avis Soleus[modifica]

Erano una congrega di ricchi scalmanati, all'epoca, quelli dell'Epicurean Club. Certo sapevano come divertirsi. Erano in cinque: c'era Augustus "Duepenne" McCoy, che, grosso come tre uomini, mangiava come quattro e beveva per cinque. Il suo bisnonno aveva fondato l'Epicurean Club con la rendita di un vitalizio, che aveva fatto fruttare alacremente, secondo tradizione, per incassare sino all'ultimo centesimo.

Il caso dei ventiquattro merli[modifica]

Me ne stavo seduto nel mio ufficio a coccolare un bicchiere di whisky fatto in casa e a pulire oziosamente la mia pistola. Fuori la pioggia cadeva incessante, cosa che succede quasi sempre nella nostra graziosa cittadina, nonostante quel che sostiene l'ente turistico. Al diavolo, non me ne importava; non lavoro mica per l'ente turistico. Sono un detective privato, uno dei migliori per giunta, anche se non lo si sarebbe proprio detto: l'ufficio cadeva a pezzi, l'affitto non lo pagavo, e quel whisky era l'ultimo che mi rimaneva.
La vita è proprio un osso duro.

Istruzioni[modifica]

Tocca nel muro il portone di legno
che non avevi mai visto prima,
di': "Permesso" prima di aprire il chiavistello,
entra,
percorri il sentiero.
Un rosso folletto di metallo pende dalla
verde porta d'ingresso,
a mo' di battente,
non toccarlo, ti morderebbe le dita.
Cammina dentro la casa.
Non prendere nulla.
Non mangiare nulla.
Però,
se qualche creatura ti dicesse di essere affamata,
dalle del cibo.

Souvenir e tesori: una storia d'amore[modifica]

Dite pure che sono un bastardo, se volete. È vero, non c'è modo di negarlo. Mia mamma mi ebbe due anni dopo essere stata rinchiusa «per il suo bene»; questo accadde nel 1952, quando un paio di notti di bagordi in compagnia dei ragazzi del paese bastavano per essere dichiarate affette da «ninfomania clinica» e venire rinchiuse «per protezione propria e della società» su richiesta scritta di due medici. Uno dei quali era suo padre, mio nonno, e l'altro il socio con cui condivideva l'ambulatorio nel Nord di Londra.

Bibliografia[modifica]

  • Neil Gaiman, American Gods, traduzione di Katia Bagnoli, Mondadori, Milano 2003. ISBN 9788804520832
  • Neil Gaiman, Coraline, traduzione di Maurizio Bertocci, Mondadori, Milano 2004. ISBN 8804530235
  • Neil Gaiman, La ferita che non guarisce mai, introduzione a Robert Silverberg, L'uomo nel labirinto, traduzione di Riccardo Valla, Fazi Editore, Roma 2008. ISBN 9788881128747
  • Neil Gaiman, I ragazzi di Anansi, traduzione di Katia Bagnoli, Mondadori, Milano 2007. ISBN 9788804567967
  • Neil Gaiman, Il cimitero senza lapidi e altre storie nere, traduzione di Giuseppe Iacobaci e Elena Molho, Mondadori, 2007. ISBN 9788804572756
  • Neil Gaiman, Il figlio del Cimitero, traduzione di Giuseppe Iacobaci, Mondadori, 2009. ISBN 978-88-04-58766-8
  • Neil Gaiman, Souvenir e tesori: una storia d'amore, in "999", a cura di Al Sarrantonio, traduzione di Tullio Dobner, Annabella Caminiti, Francesco Di Foggia, Sperling & Kupfer, 1999.
  • Neil Gaiman, Stardust, traduzione di Maurizio Bertocci, Mondadori, Milano 2004. ISBN 8804547103
  • Neil Gaiman, Nessun dove, Fanucci editore, Aprile 2006. ISBN 8834711769

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