Antonin Artaud

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Antonin Artaud nel film di Luitz-Morat, L'ebreo errante (Le Juif errant), 1926

Antonin Artaud (1896 – 1948), drammaturgo, saggista, attore e direttore di teatro francese.

Citazioni di Antonin Artaud[modifica]

  • Ci sono degli idoli di abbrutimento che servono al gergo di propaganda. La propaganda è la prostituzione dell'azione e per me e per la gioventù, gli intellettuali che fanno letteratura di propaganda sono cadaveri perduti per la forza della loro propria azione.[1]
  • È essenziale porre fine alla soggiogazione del teatro al testo, e ristabilire la nozione di un tipo unico di linguaggio, a metà strada tra gesto e pensiero. [2]
  • Ecco l'angoscia umana in cui lo spettatore dovrà trovarsi uscendo dal nostro teatro. Egli sarà scosso e sconvolto dal dinamismo interno dello spettacolo che si svolgerà sotto i suoi occhi. E tale dinamismo sarà in diretta relazione con le angosce e le preoccupazioni di tutta la sua vita. Tale è la fatalità che noi evochiamo, e lo spettacolo sarà questa stessa fatalità. L'illusione che cerchiamo di suscitare non si fonderà sulla maggiore o minore verosimiglianza dell'azione, ma sulla forza comunicativa e la realtà di questa azione. Ogni spettacolo diventerà in questo modo una sorta di avvenimento. Bisogna che lo spettatore abbia la sensazione che davanti a lui si rappresenta una scena della sua stessa esistenza, una scena veramente capitale. Chiediamo insomma al nostro pubblico un'adesione intima e profonda. La discrezione non fa per noi. Ad ogni allestimento di spettacolo è per noi in gioco una partita grave. Se non saremo decisi a portare fino alle ultime conseguenze i nostri principi, penseremo che non varrà la pena di giocare la partita. Lo spettatore che viene da noi saprà di venire a sottoporsi ad una vera e propria operazione, dove non solo è in gioco il suo spirito, ma i suoi sensi e la sua carne. Se non fossimo persuasi di colpirlo il più gravemente possibile, ci riterremmo impari al nostro compito più assoluto.[3]
  • L'elettroshock, signor Latremoliere, mi riduce alla disperazione, porta via la mia memoria, annichilisce la mia mente e il mio cuore, mi trasforma in qualcuno che è assente e che conosce di essere assente, e si vede per settimane ad inseguire il suo essere, come un uomo morto a fianco di uno vivo che non è più se stesso, ma che insiste che l'uomo morto sia presente anche se non può più rientrare in esso. Dopo l'ultima serie rimasi attraverso i mesi di agosto e settembre assolutamente incapace di lavorare e pensare, percependo di essere vivo. [4]
  • Le idee che ho le invento soffrendole io stesso, passo passo, io scrivo soltanto ciò che ho sofferto punto per punto in tutto il mio corpo, quello che ho scritto l'ho sempre trovato attraverso tormenti dell'anima e del corpo.[5]
  • Noi non ci meravigliamo di trovarvi inferiori rispetto ad un compito per il quale non ci sono che pochi predestinati. Ma ci leviamo, invece, contro il diritto attribuito a uomini di vedute più o meno ristrette di sanzionare mediante l'incarcerazione a vita le loro ricerche nel campo dello spirito umano. E che incarcerazione! Si sa - e ancora non lo si sa abbastanza - che gli ospedali, lungi dall'essere degli ospedali, sono delle spaventevoli prigioni, nelle quali i detenuti forniscono la loro manodopera gratuita e utile, nelle quali le sevizie sono la regola, e questo voi lo tollerate. L'istituto per alienati, sotto la copertura della scienza e della giustizia, è paragonabile alla caserma, alla prigione, al bagno penale. Non staremo qui a sollevare la questione degli internamenti arbitrari, per evitarvi il penoso compito di facili negazioni. Noi affermiamo che un gran numero dei vostri ricoverati, perfettamente folli secondo la definizione ufficiale, sono, anch'essi, internati arbitrariamente. Non ammettiamo che si interferisca con il libero sviluppo di un delirio, altrettanto legittimo, altrettanto logico che qualsiasi altra successione di idee o di azioni umane. La repressione delle reazioni antisociali è per principio tanto chimerica quanto inaccettabile. Tutti gli atti individuali sono antisociali. I pazzi sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura sociale; in nome di questa individualità, che è propria dell'uomo, noi reclamiamo la liberazione di questi prigionieri forzati della sensibilità, perché è pur vero che non è nel potere delle leggi di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono.[6]
  • Non è un fatto puramente casuale se nel teatro francese d'avanguardia i principali tentativi di ricerca sono stati dapprima condotti sulla messa in scena. È che era urgente, grazie allo sviluppo delle possibilità sceniche esteriori, ritrovare quel linguaggio fisico che il teatro francese aveva totalmente dimenticato da quattro secoli; e, sviluppando queste possibilità, non si tratta, per il teatro francese, di cercare di scoprire un effetto decorativo; no, ciò che esso pretende di trovare sotto l'effetto decorativo è la lingua universale che lo unirebbe allo spazio interno. Il teatro francese cerca lo spazio per moltiplicare la sua espressione nello spazio; [...] E far parlare lo spazio è dar voce alle superfici e alle masse.[7]
  • Pentirsi! Ma perché? Il pentimento è nelle mani di Dio. Sta a lui avvertire rimorso per le mie azioni. Perché mi ha reso il padre di un essere che desidero così ardentemente? Prima che qualcuno condanni il mio crimine, lasciate che accusi il fato. Siamo liberi? Chi può crederlo quando i cieli sono pronti a caderci addosso? Ho aperto le porte del diluvio per non esserne coinvolto. C'è un demone dentro me destinato a vendicare i peccati del mondo. Non c'è fato ora che possa impedirmi di realizzare i miei sogni.[8]
  • Queste opere azzardate che spesso sembrano il prodotto di uno spirito non ancora in possesso di sé e che forse non si possiederà mai, chi sa quale cervello nascondono, quale potenza di vita, quale febbre pensante che le sole circostanze hanno ridotto.[9]
  • Se a teatro il testo non è tutto, se anche la luce è ugualmente un linguaggio, questo vuol dire che il teatro custodisce la nozione di un altro linguaggio, che utilizza il testo, la luce, il gesto, il movimento, il rumore. È il Verbo, la prola segreta che nessuna lingua può tradurre. È, in un certo qual modo, la lingua perduta dopo la caduta di Babele.[10]
  • Si può essere istruiti senza essere veramente colti. L'istruzione è un vestito. La parola istruzione significa che una persona si è rivestita di conoscenze. È una vernice, la cui presenza non implica necessariamente il fatto di aver assimilato quelle conoscenze. La parola cultura, di contro, significa che la terra, l'humus profondo dell'uomo, è stata dissodata.[11]

Al paese dei Tarahumara e altri scritti[modifica]

Il pesa–nervi[modifica]

  • Ma sono ancora più colpito da questa instancabile, meteorica illusione, che ci suggerisce queste architetture determinate, circoscritte, pensate, questi segmenti d'anima cristallizzati, come se fossero una grande pagina plastica e in osmosi con il resto della realtà. E la surrealtà consiste quasi in un restringimento dell'osmosi, in una specie di comunicazione rovesciata. Lungi dal credere in una diminuzione del controllo, credo anzi in un controllo più grande, ma un controllo che invece d'agire diffidi, un controllo che impedisca gli incontri della realtà consueta e permetta incontri più penetranti e rarefatti, incontri assottigliati fino alla corda, che prende fuoco e non si spezza mai. (da Il pesa–nervi, p. 34)
  • Bisogna capire che tutta l'intelligenza è solo una ampia eventualità, e che si può perderla, non come l'alienato che è morto, ma come un vivo che è nella vita e ne sente l'attrazione e il soffio (dell'intelligenza, non della vita).
    Le titillazioni dell'intelligenza e questo brusco rovesciarsi delle parti.
    Le parole a mezza strada dell'intelligenza.
    Questa possibilità di pensare indietro e di inveire improvvisamente contro il proprio pensiero.
    Questo dialogo nel pensiero.
    L'assorbimento, la rottura di tutto.
    E improvvisamente questo filo d'acqua su un vulcano, l'esile e rallentata caduta dello spirito. (da Il pesa–nervi, p. 36)
  • Mi manca una concordanza delle parole con l'attimo dei miei stati.
    «Ma è normale, ma a tutti mancano le parole, ma Lei è troppo difficile con se stesso, ma a sentirla non sembrerebbe, ma Lei si esprime perfettamente, ma Lei attribuisce troppa importanza a delle parole».
    Siete proprio fessi, dall'intelligente all'idiota, dal perspicace all'ottuso, siete fessi, siete cani voglio dire, abbaiate al di fuori, vi accanite a non capire. Mi conosco, e mi basta, e deve bastare, mi conosco perché m'assisto, assisto a Antonin Artaud. (da Il pesa–nervi, p. 42)
  • Nello spazio di questo attimo in cui dura l'illuminazione d'una menzogna, mi fabbrico un pensiero d'evasione, mi butto su una falsa pista indicata dal mio sangue. Chiudo gli occhi dell'intelligenza e, lasciando parlare in me l'informulato, cerco di avere l'intuizione di un sistema di cui sfuggano i termini. Ma di questo attimo di errore mi resta la sensazione d'avere rapito all'ignoto qualcosa di reale. Credo a congiure spontanee. Sulle vie in cui mi trascina il mio sangue forse un giorno mi sarà possibile scoprire una verità. (da Frammenti di un diario d'inferno, p. 55)
  • Questa sorta di passo indietro fatto dallo spirito al di qua della coscienza che lo fissa, per andare a cercare l'emozione della vita. Questa emozione posta fuori dal punto particolare in cui la cerca lo spirito, e che emerge con la sua densità ricca di forme e di fresca colata; in quest'emozione che restituisce allo spirito il suono sconvolgente della materia, tutta l'anima cola passando nel suo fuoco ardente. Ma più che dal fuoco, l'anima è incantata dalla limpidità, dalla facilità, dal naturale e glaciale candore di questa materia troppo fresca e che soffia il caldo e il freddo.
    Qualcuno sa che cosa significhi l'apparizione di questa materia e di quale sotterraneo massacro il suo schiudersi sia il prezzo. Questa materia è l'unità di misura di un nulla che s'ignora. (da Frammenti di un diario d'inferno, p. 62)

Viaggio al paese dei Tarahumara[modifica]

  • Il paese dei Tarahumara è pieno di segni, di forme, d'effigi naturali, che non sembrano affatto nati dal caso, come se gli dèi, che qui si sentono ovunque, avessero voluto significare i loro poteri con queste strane firme in cui è la figura dell'uomo a venir perseguita da ogni parte. (p. 69)
  • Della montagna o di me non posso dire che cosa fosse stregato, ma un simile miracolo ottico, in quel periplo attraverso la montagna, l'ho visto presentarsi almeno una volta al giorno. (p. 70)
  • Vi è nella Cabala una musica dei Numeri, e questa musica che riduce il caos materiale ai suoi princìpi, attraverso una sorta di grandiosa matematica, spiega come la Natura si ordini e diriga la nascita delle forme che estrae dal caos. E tutto quel che vidi, mi parve ubbidire a una cifra. (p. 72)
  • Tra i due soli, dodici tempi in dodici fasi. E il cammino in tondo di tutto quel che brulica intorno al rogo, nei limiti sacri del cerchio: il danzatore, le raspe, gli stregoni. (p. 81)
  • Quando un indio tarahumara chiede di essere chiamato a maneggiare la raspa e a distribuire la guarigione, per tre anni, nell'epoca di Pasqua, dimora una settimana nella foresta.
    Ed è lì, si dice, che il Maestro Invisibile del Peyotl con i suoi nuovi assessori gli parla e gli comunica il segreto. E torna fuori con la raspa debitamente macerata. (p. 84)

Le nuove rivelazioni dell'essere[modifica]

  • Dico quel che ho visto e credo; e a chi dirà che non ho visto quel che ho visto, adesso squarcerò la testa. (p. 101)
  • Morti, gli altri non sono separati. Girano ancora intorno ai loro cadaveri.
    Io non sono morto, ma sono separato.
    (p. 103)
  • La riclassificazione di tutti i valori sarà fondamentale, assoluta, terribile.
    Ma come si opererà questa terribile riclassificazione dei valori?
    Con i 4 Elementi, il Fuoco al centro, beninteso! Ma dove, quando, come, con che cosa, attraverso che cosa? (p. 109)
  • Se copro 3 con 5 ottengo 8, la Porta dell'Infinito, sulla terra;
    che, buttato su 2 di Novembre dà 1, la Realizzazione Assoluta,
    che vuol dire il Ritorno all'Assoluto,
    che vuol dire la Sparizione nell'Assoluto,
    che vuol dire l'Annientamento nell'Assoluto e per l'Assoluto. (p. 117)

Il rito del peyotl presso i Tarahumara[modifica]

  • Come ho già detto sono i preti del Tutuguri ad avermi aperto la strada del Ciguri come qualche giorno prima il Maestro di tutte le Cose mi aveva aperto la strada del Tutuguri.Il Maestro di tutte le cose è colui che comanda alle relazioni esterne tra gli uomini: l'amicizia, la pietà, l'elemosina, la fedeltà, la devozione, la generosità, il lavoro. I suoi poteri si fermano alla soglia di quel che qui in Europa intendiamo per metafisica o teologia ma, nel dominio della coscienza interna, vanno molto oltre i poteri di un qualsiasi capo politico europeo. (p. 129)
  • Ora, se i Preti del Sole si comportano come manifestazioni della Parola di Dio, o del suo Verbo, cioè di Gesù Cristo, i Preti del Peyotl mi hanno fatto assistere al Mito stesso del Mistero, immergere negli arcani mitici originali, entrare attraverso di loro nel Mistero dei Misteri, vedere la raffigurazione delle operazioni estreme con le quali UOMO PADRE, NÉ UOMO NÉ DONNA ha creato tutto. (p. 131)
  • Un europeo non accetterebbe mai di pensare che quel che ha sentito e percepito nel proprio corpo, l'emozione da cui è stato scosso, la strana idea che ha appena avuto e che lo ha entusiasmato per la bellezza, non sia sua, e che un altro abbia sentito e vissuto tutto questo proprio nel suo corpo, o allora penserebbe di essere pazzo e di lui si sarebbe tentati di dire che è diventato un alienato. Il tarahumara invece distingue sistematicamente tra quel che è suo e quel che è dell'Altro in tutto ciò che pensa, sente e produce. Ma la differenza tra lui e un alienato sta nel fatto che la sua coscienza personale si è accresciuta in questa opera di separazione e di distribuzione interna a cui l'ha condotto il Peyotl e che rafforza la sua volontà. (p. 135)
  • Me ne versò nella mano sinistra una certa dose, del volume d'una mandorla verde, «sufficiente, mi disse, per rivedere Dio due o tre volte, perché Dio non si può mai conoscere. Per entrare alla sua presenza occorre porsi almeno tre volte sotto l'influenza di Ciguri, ma ogni presa non deve superare il volume d'un pisello». (p. 146)

Frammentazioni[modifica]

  • E io, io dico che vi era in Isidore Ducasse uno spirito che voleva sempre lasciar perdere Isidore Ducasse a vantaggio del conte impensabile de Lautréamont, un bellissimo nome, un grandissimo nome. (da Lettera su Lautréamont, p. 224)
  • Ed è così che Isidore Ducasse è morto di rabbia, per aver voluto, come Edgar Poe, Nietzsche, Baudelaire e Gérard de Nerval, conservare la propria individualità intrinseca, invece di diventare, come Victor Hugo, Lamartine, Musset, Blaise Pascal, o Chateaubriand, l'imbuto del pensiero di tutti. (da Lettera su Lautréamont, p. 226)
  • Non credo alle cose più che a dio, e poi ne ho abbastanza della critica interna che è la sola critica vera e ben pensata. Chi mi opprime di lettere d'elogi si pulisca su di me nei gabinetti, che sono il solo posto in cui l'io si medita e si confessa veramente per quel che è. (da Storia tra la «groume» e dio, p. 234)
  • Credo che da me venne fuori un essere, un giorno, che pretese d'essere guardato. È la legge generica delle cose, mi disse, che uno debba sdoppiarsi, per permettere a due di generare, senza esser stato generato da lui, ma essendosi generato da sé. (da Storia tra la «groume» e dio, p. 235)

Eliogabalo o l'anarchico incoronato[modifica]

Incipit[modifica]

Se intorno al cadavere di Eliogabalo, morto senza tomba, e sgozzato dalla sua polizia nelle latrine del proprio palazzo, vi è un'intensa circolazione di sangue e di escrementi, intorno alla sua culla vi è un'intensa circolazione di sperma. Eliogabalo è nato in un'epoca in cui tutti fornicavano con tutti; E né si saprà mai dove e da chi fu realmente fecondata sua madre. Per un principe siriano, quale egli fu, la filiazione avviene attraverso le madri ; – e, in fatto di madri, vi è intorno a questo figlio di cocchiere, appena nato, una pleiade di Giulie; – e ch'esse influiscano o no su un trono, tutte queste Giulie sono delle fiere puttane.

Citazioni[modifica]

  • Uno storico latino, Dione Cassio, racconta che Giulia Domna fa l'amore con Caracalla nel sangue di suo figlio Geta, assassinato da Caracalla. Ma Giulia Domna non ha mai fornicato che con la regalità, quella del sole prima, di cui essa è figlia; quella di Roma poi, ch'essa ricopre come un cavallo copre una giumenta. (p. 34)
  • Eliogabalo ha avuto presto il senso dell'unità, che è alla base di tutti i miti e di tutti i nomi; e la sua decisione di chiamarsi Elagabalus, e l'accanimento ch'egli pose a far dimenticare la sua famiglia e il suo nome, e a identificarsi col dio che li copre, è una prima prova del suo monoteismo magico, che non è solo verbo ma azione. (p. 44)
  • Aver il senso dell'unità profonda delle cose, è aver il senso dell'anarchia [...] (p. 44)
  • Ciò che differenzia i pagani da noi, è che all'origine di tutte le loro credenze vi è un terribile sforzo per non pensare in quanto uomini, per mantenere il contatto con l'intera creazione, cioè con la divinità.
    So bene che il più piccolo slancio d'amore vero ci avvicina molto di più a Dio che tutta la scienza che possiamo avere della creazione e dei suoi gradi.
    Ma l'Amore che è una forza non va senza la Volontà.
    Non si ama senza la volontà, la quale passa attraverso la coscienza; – è la coscienza della separazione consentita che ci conduce al distacco dalle cose, che ci riconduce all'unità di Dio.
    Si conquista l'amore prima attraverso la coscienza e attraverso la forza dell'amore poi.
    Tuttavia, vi sono molte dimore nella casa di mio padre. E colui che, gettato sulla terra con la coscienza dell'idiota, dopo Dio solo sa quali fatiche o quali colpe in altri stati o altri mondi che gli hanno valso la sua idiozia; ma con quel tanto di coscienza che gli necessita per amare, e amare in un distacco senza grandi parole, in un meraviglioso slancio spontaneo; colui al quale tutto ciò che è il mondo sfugge, che dell'amore non conosce che la fiamma, la fiamma senza l'irraggiamento e la moltitudine del focolare, avrà meno di quell'altro accanto il cui cervello domina l'intera creazione, e per il quale l'amore è un minuzioso e orribile scollamento.
    Ma – ed è sempre come la storia del ditale – avrà sempre tutto ciò che può assorbire. Godrà d'una felicità chiusa, ma che, riempiendo tutta la sua misura, darà anche a lui la sensazione dell'immensità.
    Sino al giorno in cui questo povero in ispirito sarà spazzato via come le altre cose. Gli verrà ritirata la sua immensità. Verremo tutti giudicati, grandi e piccoli, dopo il nostro paradiso di delizie, dopo la felicità che non è tutto, voglio dire, che non è il grande Tutto, cioè Niente. Verremo mescolati, verremo fusi sino all'Uno, Uno Solo, il grande Uno cosmico che presto farà posto allo Zero infinito di Dio. (pp. 55-56)
  • Le religioni antiche hanno voluto gettare all'origine uno sguardo sul Grande Tutto. Esse non hanno separato il cielo dall'uomo, l'uomo dalla creazione intera, sin dalla genesi degli elementi. E si può dire anche che, all'origine, esse hanno visto chiaro sulla creazione.
    Il cattolicesimo ha chiuso la porta, come prima aveva fatto il buddismo. Essi hanno volontariamente e scientemente chiuso la porta, dicendoci che non avevamo bisogno di sapere.
    Ora, io ritengo che noi abbiamo bisogno di sapere e che non abbiamo bisogno che di sapere. Se noi potessimo amare, amare subito, la scienza sarebbe inutile; ma noi abbiamo disimparato ad amare, sotto l'azione di una specie di legge mortale che proviene dal peso stesso e dalla ricchezza della creazione. Siamo immersi nella creazione sino al collo, lo siamo con tutti i nostri organi: i solidi e i sottili. Ed è duro risalire a Dio per la via graduale degli organi, quando questi organi ci fissano nel mondo in cui siamo e tendono a farci credere alla sua esclusiva realtà. L'assoluto è un'astrazione e l'astrazione richiede una forza che è contraria al nostro stato d'uomini degenerati. (pp. 56-57)
  • Nella materia, non vi sono dèi. Nell'equilibrio, non vi sono dèi. Gli dèi sono nati dalla separazione delle forze e morranno alla loro riunione. (p. 59)
  • Resta il fatto ch'Eliogabalo, il re pederasta e che si vuole donna, è un sacerdote del Maschile. Egli realizza in se stesso l'identità dei contrari, ma non la realizza senza fatica, e la sua pederastia religiosa non ha altra origine che una lotta ostinata e astratta tra il Maschile e il Femminile. (p. 69)
  • In ogni poesia vi è una contraddizione essenziale. La poesia è molteplicità triturata e che restituisce fiamme. E la poesia, che riporta l'ordine, risuscita dapprima il disordine, il disordine dagli aspetti infiammati; essa fa scontrare tra loro degli aspetti che riconduce a un unico punto: fuoco, gesto, sangue, grido. (p. 101)
  • Eliogabalo, giunto a Roma, caccia dal Senato gli uomini e pone le donne al loro posto. Per i Romani questa è anarchia, ma per la religione dei mestrui, che ha fondata la porpora tiria, e per Eliogabalo che l'applica, non vi è in questo che un ristabilire l'equilibrio, un ritorno ragionato alla legge, poiché è alla donna, la nata prima, la prima giunta nell'ordine cosmico che tocca fare le leggi. (p. 115)

Explicit[modifica]

Così finisce Eliogabalo, senza epitaffio e senza tomba, ma con dei funerali atroci. È morto vilmente, ma in stato d'aperta ribellione; e una simile vita, coronata da una tale morte, non ha bisogno, mi pare, di conclusione.

Autoritratto, 1946

Per farla finita col giudizio di Dio[modifica]

  • Là dove si sente la merda | si sente l'essere. | L'uomo avrebbe potuto benissimo non andare di corpo, | non aprire la tasca anale, | ma ha scelto di andare di corpo | come avrebbe scelto di vivere | invece di acconsentire a vivere morto.
  • Tutto questo perché l'uomo | un bel giorno | ha fissato | l'idea del mondo. | Due strade gli si offrivano: | quella dell'infinito fuori, | quella dell'infimo dentro. | E ha scelto l'infimo dentro.
  • Dio è un essere? | Se lo è, è merda. | Se non lo è, non è.
  • Io rinnego il battesimo e la messa. | Non esiste atto umano | che, a un livello erotico interiore, | sia più nocivo della discesa | sugli altari | del sedicente Gesù Cristo.
  • Ciò che è grave | è che noi sappiamo | che dopo l'ordine | di questo mondo | ce n'è un altro. | Qual è? | Non lo sappiamo.
  • Lo spazio | il tempo, | la dimensione, | il divenire, | il futuro, | l'avvenire, | l'essere, | il non essere, | l'io, | il non-io | non sono niente per me.
  • L'uomo quando non lo si tiene, è un animale erotico, c'è in lui uno spasimo, uno spasimo ispirato, una specie di pulsare che produce bestie senza numero le quali sono la forma che gli antichi popoli terrestri attribuivano universalmente a dio. questo ciò che viene chiamato uno spirito.
  • Se nessuno crede più in Dio, tutti credono sempre più nell'uomo.

Van Gogh il suicidato della società[modifica]

Incipit[modifica]

Parliamo pure della buona salute mentale di Van Gogh il quale, in tutta la sua vita, si è fatto cuocere solo una mano e non ha fatto altro, per il resto, che mozzarsi una volta l'orecchio sinistro, in un mondo in cui si mangia ogni giorno vagina cotta in salsa verde o sesso di neonato flagellato e aizzato alla rabbia, colto così com'è all'uscita dal sesso materno. E questa non è un'immagine, ma un fatto abbondantemente e quotidianamente ripetuto e coltivato sulla terra intera. Ed è così, per quanto delirante possa sembrare tale affermazione, che la vita presente si mantiene nella sua vecchia atmosfera di stupro, anarchia, disordine, delirio, sregolatezza, pazzia cronica, inerzia borghese, anomalia psichica (perché non l'uomo, ma il mondo è diventato un anormale), di voluta disonestà ed esimia tartuferia, di lurido disprezzo per tutto ciò che mostra di avere razza, di rivendicazione di un ordine fondato interamente sul compiersi di una primitiva ingiustizia, di crimine organizzato, insomma.

Citazioni[modifica]

  • Credo che Gauguin pensasse che l'artista deve ricercare il simbolo, il mito, ingrandire le cose della vita sino al mito, mentre van Gogh pensava che bisogna saper dedurre il mito dalle cose più terra terra della vita. E in questo, io penso che avesse maledettamente ragione. Perché la realtà è terribilmente superiore a ogni storia, a ogni favola, a ogni divinità, a ogni surrealtà. Basta avere la genialità di saperla interpretare. (p. 29)
  • Nessuno ha mai scritto o dipinto, scolpito, modellato, costruito, inventato, se non, di fatto, per uscire dall'inferno. (p. 38)

Citazioni su Antonin Artaud[modifica]

  • Artaud non tenta né un rinnovamento, né una critica, e neppure rimette in discussione il teatro classico: egli intende distruggere in modo effettivo, attivo e non teorico, la civiltà occidentale, le sue religioni, la totalità della filosofia che fornisce le basi e lo scenario al teatro tradizionale. (Jacques Derrida)
  • Minacciato da innumerevoli maledizioni, proprietario di un bastone magico con cui tentò di ribellarsi agli irlandesi, a Dublino, fendeva l'aria di Parigi con un coltello contro gli incantesimi, evocando sortilegi lui stesso, è stato il viaggiatore favoloso nel paese dei Tarahumara: quest'uomo ha pagato il caro prezzo di chi tira dritto. Non voglio dire che fu un perseguitato, né proseguire nel lamento sul destino beffardo… Penso che siano altre le forze che hanno trattenuto Artaud sull'orlo del grande salto; che queste forze dimorassero in lui, come in ogni uomo che resta realista nonostante la volontà di 'surrealizzare' se stesso. (Julio Cortázar)

Film[modifica]

Note[modifica]

  1. Da Surrealismo e rivoluzione in Messaggi rivoluzionari, a cura di Marcello Gallucci, Vibo Valentia, Monteleone, 1994, p. 65.
  2. Da Il Teatro e il suo Doppio.
  3. Da Il teatro e il suo doppio.
  4. Da A Jacques Latremoliere.
  5. Dalla lettera a Jean Paulhan del 10 settembre 1945.  Fonte secondaria? Traduttore? Fonte secondaria? Traduttore?
  6. Da Lettera ai direttori dei manicomi, citato in Raffaele Giannantonio, Nella città del dolore, 2013, p. 29.
  7. Da Il teatro del dopoguerra a Parigi, in Messaggi rivoluzionari, a cura di Marcello Gallucci, Monteleone, Vibo Valentia, 1994, pp 105–106.
  8. Da Les Cenci.
  9. Da Lettera a Jacques Rivière del 6 giugno 1924 in Corrispondenza con Jacques Rivière, in Al paese dei Tarahumara e altri scritti, a cura di H.J. Maxwell e Claudio Rugafiori, Adelphi, Milano, 2009, p. 25.
  10. Da Il teatro del dopoguerra a Parigi, in Messaggi rivoluzionari, a cura di Marcello Gallucci, Monteleone, Vibo Valentia, 1994, p. 99.
  11. Da Basi universali della cultura, in Messaggi rivoluzionari, a cura di Marcello Gallucci, Monteleone, Vibo Valentia, 1994, p. 110.

Bibliografia[modifica]

  • Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara e altri scritti, a cura di H.J. Maxwell e C. Rugafiori, Adelphi, 1966.
    • Antonin Artaud, Frammentazioni.
    • Antonin Artaud, Il pesa–nervi.
    • Antonin Artaud, Il rito del peyotl presso i Tarahumara.
    • Antonin Artaud, Le nuove rivelazioni dell'essere.
    • Antonin Artaud, Viaggio al paese dei Tarahumara.
  • Antonin Artaud, Eliogabalo o l'anarchico incoronato, traduzione di Albino Galvano, Adelphi, 1969.
  • Antonin Artaud, Per farla finita col giudizio di Dio (da una trasmissione radiofonica del 28 novembre 1947), Edizioni del Sole Nero, 1983.
  • Antonin Artaud, Van Gogh il suicidato della società, a cura di Paule Thévenin, traduzione di Jean-Paul Manganaro con la collaborazione di Camille Dumoulié ed Ena Marchi, Adelphi, 1988.

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