Ernst Gombrich

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Ernst Gombrich, accanto alla moglie, nel 1975

Sir Ernst Hans Josef Gombrich (1909 – 2001), storico dell'arte austriaco naturalizzato britannico.

La storia dell'arte[modifica]

Incipit[modifica]

Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana, e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose. Non c'è alcun male a definire arte tutte codeste attività, purché si tenga presente che questa parola può significare cose assai diverse a seconda del tempo e del luogo, e ci si renda conto che non esiste l'Arte con l'A maiuscola, quell'Arte con l'A maiuscola che è oggi diventata una specie di spauracchio o di feticcio. Si può rovinare un artista sostenendo che la sua opera è ottima a modo suo, ma non è Arte, e si può confondere chiunque abbia trovato bello un quadro dicendogli che non si trattava di Arte ma di qualcos'altro. (Introduzione, L'arte e gli artisti)

Citazioni[modifica]

  • Non si deve mai dimenticare, parlando dell'arte primitiva, che l'aggettivo non vuole alludere a una conoscenza primitiva che gli artisti avrebbero del loro compito. Tutt'altro: molte tribù antichissime hanno raggiunto un'abilità sbalorditiva nello scolpire, nell'intrecciare canestri, nel conciare il cuoio o nel lavorare metalli. Se pensiamo con quali rozzi strumenti ciò viene eseguito, non possiamo non meravigliarci della pazienza e della sicurezza di tocco acquistata da questi artigiani in secoli e secoli di specializzazione. (1. Strani inizi, Popoli preistorici e primitivi. L'America antica, p. 44)
  • La grande rivoluzione dell'arte greca, la scoperta delle forma naturali e dello scorcio, avvenne in un'epoca che è stata certamente la più sorprendente della storia umana. È l'epoca in cui il popolo greco incomincia a contestare le antiche tradizioni e leggende sugli dei e spregiudicatamente indaga sulla natura delle cose. È l'epoca in cui sorsero e si svilupparono la scienza, nel senso che oggi si attribuisce a questo termine, e la filosofia, e in cui dalle feste dionisiache[1] fiorì il teatro. (3. Il grande risveglio, La Grecia (VII-V secolo avanti Cristo), p. 82)
  • Forse nessun'altra invenzione architettonica esercitò un'influenza più duratura dell'arco trionfale[2], che i romani eressero in tutto il loro impero: Italia, Francia, Africa settentrionale e Asia. L'architettura greca in generale era composta da elementi identici, e lo stesso si può dire anche del Colosseo: gli archi trionfali, invece, adoperano gli ordini per incorniciare e mettere in risalto il grande passaggio centrale affiancandogli aperture più strette. Era una disposizione atta a essere usata nella composizione architettonica quasi come si usa un accordo in musica. (5. I conquistatori del mondo, Romani, buddisti, ebrei e cristiani (I-IV secolo d.C.), p. 117)
  • I cinesi furono il primo popolo che non considerò la pittura come un'opera servile, ponendo anzi il pittore sullo stesso piano del poeta ispirato. (7. Guardando verso Oriente, Islam, Cina (II-XIII secolo), p. 150)
  • Brunelleschi non fu soltanto l'iniziatore del Rinascimento in architettura. Pare gli sia dovuta un'altra importante scoperta nel campo dell'arte, destinata a dominare nei secoli seguenti: la prospettiva. (12. La conquista della realtà, Il primo Quattrocento, pp 226-227)
  • Le figure del Botticelli sono meno solide. Non hanno la correttezza del disegno di quelle del Pollaiolo o di Masaccio. I suoi movimenti aggraziati e le sue linee melodiose ricordano la tradizione gotica, forse perfino l'arte del Trecento [...] (14. Tradizione e rinnovamento (II), Il Quattrocento nordico, p. 264)
  • [...] solo Leonardo trovò la soluzione esatta del problema [della rigidità]. Il pittore deve lasciare allo spettatore qualcosa da indovinare; se i contorni non sono delineati rigidamente, se si lascia un poco vaga la forma come se svanisse nell'ombra, ogni impressione di rigidezza e di aridità sarà evitata. Questa è la famosa invenzione leonardesca detta lo «sfumato»: il contorno evanescente e i colori pastosi fanno confluire una forma nell'altra lasciando sempre un margine allo nostra immaginazione. (15. L'armonia raggiunta, La Toscana e Roma. L'inizio del Cinquecento, pp. 302-303)
  • Come Michelangelo aveva raggiunto la padronanza perfetta del corpo umano così Raffaello era riuscito a toccare la meta verso la quale aveva teso invano la generazione precedente: la composizione perfetta e armoniosa di figure in libero movimento.
    Un altro elemento nell'opera di Raffaello suscitò l'ammirazione dei contemporanei e dei posteri: la pura bellezza delle figure. Terminata che ebbe Raffaello la Galatea, un cortigiano gli domandò dove avesse mai trovato, al mondo, una modella di tanta bellezza. Egli rispose che non copiava una determinata modella, ma seguiva «una certa idea» che gli si era formata in mente. (15. L'armonia raggiunta, La Toscana e Roma. L'inizio del Cinquecento, p. 320)
  • È strano che molte etichette di cui ci serviamo per indicare uno stile fossero in origine termini spregiativi. La parola «gotico» venne dapprima usata dai critici d'arte per indicare uno stile che consideravano barbaro e ritenevano importato in Italia dai goti, distruttori dell'impero romano e saccheggiatori delle sue città. La parola «manierismo» conserva ancora per molti il suo originario significato di affettazione e vuota imitazione [...]. Il termine «barocco» fu impiegato più tardi dai critici che, scesi in campo contro le tendenze secentesche, volevano sottolinearne l'aspetto ridicolo. Barocco in realtà significa assurdo o grottesco, e fu usato da chi sosteneva l'opinione che le forme classiche si dovessero usare o combinare solo nei modi adottati dai greci e dai romani. (19. Visione e visioni, L'Europa cattolica. Prima metà del Seicento, p. 387)
  • Al Caravaggio la paura del brutto pareva una debolezza spregevole: cercava la verità, la verità quale gli appariva; non aveva il gusto dei modelli classici né alcun rispetto per la «bellezza ideale». (19. Visione e visioni, L'Europa cattolica. Prima metà del Seicento, p. 392)
  • Rembrandt fu maestro quanto Rubens o Velázquez nel rendere la brillante preziosità delle superfici. Usò meno di loro i colori accesi: a una prima occhiata molte sue pitture sembrano tutte di una tonalità marrone cupo, ma sono proprio i toni scuri a far risaltare con maggior forza, per contrasto, alcuni colori accesi e splendenti. (20. Lo specchio della natura, L'Olanda nel Seicento, p. 424)
  • Chi è abituato alle belle figure dell'arte italiana può sentirsi urtato vedendo per la prima volta le opere di Rembrandt in cui l'artista pare non curarsi affatto della bellezza e, anzi, nemmeno evitare la decisa bruttezza. In un certo senso è così. Come altri artisti del suo tempo, Rembrandt aveva assimilato il messaggio di Caravaggio, di cui aveva conosciuto l'opera tramite gli imitatori olandesi. Come Caravaggio, più della bellezza e dell'armonia egli apprezzava la verità e la sincerità. (20. Lo specchio della natura, L'Olanda nel Seicento, p. 427)
  • Nell'Ottocento la fotografia stava per assorbire la funzione della pittura, e questo fu un colpo grave per gli artisti quanto l'abolizione delle immagini religiose a opera del protestantesimo. [...] Così gli artisti furono costretti a poco a poco a esplorare ambiti inaccessibili alla fotografia. Senza tale sollecitazione l'arte moderna non sarebbe divenuta quale oggi si presenta. (25. La rivoluzione permanente, L'Ottocento, pp. 524-525)
  • Per la prima volta dal tempo di Brunelleschi gli architetti europei si trovarono di fronte [nelle strutture in ferro di Victor Horta[3]] uno stile del tutto nuovo. Non c'è da stupirsi che lo si denominasse Art nouveau. (26. Alla ricerca di nuovi canoni, Il tardo Ottocento, p. 536)

Note[modifica]

  1. Cfr. voce su Wikipedia
  2. Cfr. voce su Wikipedia
  3. Cfr. voce su Wikipedia

Bibliografia[modifica]

  • Ernst H. Gombrich, La storia dell'arte raccontata da Ernst H. Gombrich (The Story of Art), traduzione di Maria Luisa Spaziani, Milano, Leonardo, 1995. ISBN 88-04-40099-4

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